31 ottobre 2007

Israele pensa all'intervento militare contro Hamas

Nel suo piccolo, la questione Hamas - che da giugno ha preso il controllo totale della Striscia di Gaza - ricorda molto da vicino il dossier iraniano. Anche in questo caso, infatti, il tentativo di applicare delle sanzioni per evitare uno scontro armato si sta scontrando con l'impossibilità di adottare misure efficienti. È per questo che il ministro della Difesa Barak si è visto costretto a ventilare l'ipotesi - sempre più probabile - di un'entrata dell'esercito israeliano nella Striscia. Israele, in altre parole, si trova con le mani legate: e come per Francia, Stati Uniti e Inghilterra, la guerra potrebbe presto rappresentare l'unica soluzione possibile.

L'idea di intervenire militarmente Gaza è sul tavolo da un bel pezzo. Dopo molte consultazioni, però, Israele ha deciso di provare la via più morbida delle sanzioni: domenica mattina, infatti, sono incominciati i primi tagli al carburante. Ai tagli della benzina, secondo i piani del ministero della Difesa, sarebbero seguiti quelli dell'elettricità. E la severità delle misure, in linea teorica, doveva essere direttamente proporzionale al numero di razzi che sarebbero ancora piovuti su Israele.

Un progetto ragionevole, se non fosse che lunedì il procuratore generale Menachem Mazouz ha gelato il governo israeliano: vada per il carburante, ma l'energia elettrica non si può tagliare. Un documento rilasciato dal ministero della Giustizia riassume così la situazione: "Il Procuratore Generale ha approvato la decisione governativa di attivare diverse misure economiche. Ma ulteriori informazioni dovranno essere fornite riguardo ai tagli elettrici, a causa delle possibili ripercussioni umanitarie sulla popolazione".

È assolutamente evidente come il taglio del solo carburante non rappresenti una misura sufficiente per fermare i lanci di razzi Qassam da Gaza. Israele lo sa bene, ed è in questo contesto che Barak ha preso la parola martedì ad Army Radio: "Ogni giorno che passa ci porta più vicini ad un'operazione militare a Gaza su larga scala" ha dichiarato il ministro, cancellando ogni possibile illusione sulle reali potenzialità di sanzioni dimezzate. Evidente la rassegnazione del governo di fronte all'impossibilità di tentare misure punitive forti: "Non siamo felici di doverlo fare (un attacco militare, ndr), non stiamo accelerando per farlo e saremmo ben felici che si affermassero delle condizioni per evitarlo" ha proseguito il ministro della Difesa, riferendosi indirettamente al procuratore generale e alla speranza che possa infine dare il via libera ai tagli energetici.

Ma al di là delle sanzioni, ad avvicinare uno scontro armato è anche la rinnovata vitalità di Hamas. Sul fronte politico, il gruppo islamista ostenta certezza nei confronti dei "fratelli" di Fatah: uno dei dirigenti del gruppo, Nizar Rayan, ha pubblicamente dichiarato che "il prossimo autunno il presidente Mahmud Abbas cadrà come le foglie dagli alberi". A rafforzare la sua tesi c’è una vera e propria profezia: "Abbiamo detto che avremmo pregato nella Muntada (gli uffici di Fatah nella Striscia di Gaza, ndr) e adesso diciamo che il prossimo autunno pregheremo anche nella Muqata (gli uffici di Fatah nel West Bank, ndr)". Al di là del tono profetico, il concetto è chiaro: altro che tagli energetici, Hamas sta bene ed è pronta a prendere il controllo della Cisgiordania. Con tanto di brutali spargimenti di sangue ai quali la presa di Gaza ci ha abituati.

La vitalità bellica di Hamas, poi, si è esercitata direttamente anche nei confronti d'Israele. In barba ai tagli del carburante, infatti, martedì dieci colpi di mortaio sono piovuti su una città del Negev, danneggiando una casa. Hamas si è subito assunta la responsabilità dei lanci, per poi sparare altri due razzi Qassam sempre nel Negev: uno è caduto vicino ad un kibbutz nel Sedot Negev, l'altro in un campo aperto nel Sha'ar Hanegev. Anche i razzi hanno danneggiato un edificio e creato shock tra la popolazione. Una sfida palese alle sanzioni israeliane, tanto che perfino il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon è intervenuto condannando pesantemente i lanci indiscriminati di razzi sul territorio israeliano. Anche se, allo stesso tempo, il segretario ha fatto sapere di trovare "inaccettabili" le sanzioni inizialmente progettate da Israele: ad assecondarlo è giunto subito il verdetto del procuratore generale, bloccando i tagli energetici.

A riprova della costante - e crescente - pericolosità dei gruppi islamici della Striscia di Gaza, dall'Egitto è giunta poi notizia di un piano ben architettato da parte di una cellula legata ad al-Qaeda, fortunatamente sventato. Il progetto dei tre militanti era quello di attaccare Israele sul suo territorio, facendosi esplodere. A tal fine il gruppo - facente parte della "sezione" palestinese dell'Esercito dell'Islam, già responsabile del rapimento del giornalista della Bbc Alan Johnston - è entrato in Egitto attraverso un tunnel lungo 950 m, per poi finire nelle mani della polizia egiziana. I tre sono stati sorpresi proprio mentre riemergevano dal tunnel, mentre un quarto uomo rimasto sottoterra è riuscito a fuggire. Il gruppo, si è detto, non è direttamente collegato ad Hamas: ma mentre i tre venivano sorpresi, il capo del braccio armato di Hamas Muhammad Deif ha dichiarato che Hamas "avrebbe presto colpito nel cuore di Israele". Un'indicativa coincidenza d'intenti.

Oltre che per la sicurezza d'Israele, la vitalità di Hamas rappresenterà presto un problema anche in vista della conferenza di Annapolis. Olmert e Abu Mazen continuano a dialogare, cercando un'intesa di massima: ma la sensazione è che Israele, Fatah e gli Stati Uniti non stiano dando il giusto peso alle potenzialità dell’organizzazione terroristica. La Striscia di Gaza, infatti, sarà parte fondamentale dello Stato Palestinese: ma portare a ragionare i suoi padroni, da parte di Abu Mazen, potrebbe non essere così facile. E sottovalutare la loro forza è come fare i conti senza l'oste.

L'Occidentale

29 ottobre 2007

Olmert ha un cancro ma non lascerà l'incarico

Lunedì 29 ottobre. Il primo ministro israeliano convoca i giornalisti per una conferenza stampa improvvisata, nella quale annuncia di avere un cancro alla prostata. Dice di averlo scoperto con un esame di routine a inizio ottobre, appena tornato da Mosca: Olmert ha sentito il bisogno di annunciarlo al popolo israeliano, anche se il tumore è microscopico e senza metastasi. "Sarò in grado di compiere appieno i miei doveri, prima e dopo la cura – ha detto il primo ministro – e i medici mi hanno detto che ho grandi possibilità di piena guarigione". Shlomo Segev, uno dei medici del premier, ha detto che l'ultima biopsia di Olmert risale al 19 ottobre e presto saranno resi noti i risultati. Olmert ha inoltre dichiarato che non verrà sottoposto ad un trattamento di chemioterapia: la malattia verrà curata con una piccola operazione chirurgica.

La notizia della malattia di Olmert è giunta come un fulmine a ciel sereno, mentre i riflettori della stampa erano puntati su Israele per ben altri motivi. Primo: il ministro della Difesa Barak ha dato il via ai primi tagli energetici alla Striscia di Gaza, una misura contro i ripetuti lanci di razzi Qassam. Secondo: dopo le visite diplomatiche del premier in Russia, Francia e Gran Bretagna, il ministro degli Esteri Tzipi Livni ha visitato la Cina – nella speranza di sensibilizzare sul pericolo rappresentato dalla corsa alla bomba atomica iraniana. Come si vede, sono giorni carichi d'appuntamenti e questioni scottanti: la speranza degli israeliani è che la malattia di Olmert non rappresenti un ostacolo per l'azione di governo, che mai come in questi mesi deve essere forte e decisa. Le parole del premier, nel corso della conferenza stampa, erano tese a rassicurare gli animi: perché, allora, convocare i giornalisti in tutta fretta? Il pensiero non può che andare ad Ariel Sharon, da tempo in stato di coma: il governo israeliano crede giustamente che sulla salute di chi governa debba esserci la massima trasparenza. Olmert e chi gli sta vicino vuole tranquillizzare gli animi, ma in caso di peggioramento della salute del premier è bene che la popolazione sia preparata in anticipo. Un cambio della premiership israeliana, in un momento così delicato, sarebbe infatti una questione di grande peso politico non solo per Israele ma per tutto il Medio Oriente.

Il governo israeliano, infatti, è costantemente impegnato su più fronti d'importanza decisiva. Notizia del giorno, prima che Olmert desse notizia del cancro, era ad esempio il via libera ai tagli energetici contro la Striscia di Gaza (controllata da Hamas) dato domenica mattina dal ministro della Difesa, Ehud Barak. La decisione israeliana risale alla fine di settembre, quando Gaza venne ufficialmente riconosciuta come "entità nemica" in seguito ai continui lanci di razzi Qassam sul territorio d'Israele. Primo bersaglio, la cittadina di Sderot: la popolazione giunse fino alla Knesset per chiedere al governo di fare qualcosa, dopo che un missile sfiorò una scuola elementare traumatizzando molti bambini.

Quelle che seguirono furono discussioni animate: da un lato i falchi, che proponevano un'invasione armata di Gaza per stroncare definitivamente le rampe di lancio dei missili Qassam, dall'altro le colombe, che suggerivano di ostacolare Hamas per mezzo di sanzioni. La scelta, sia ben chiaro, non è delle più facili: entrare nella Striscia con i carri armati significa scatenare immediatamente la riprovazione internazionale, in prima linea nel condannare qualsiasi iniziativa militare israeliana; sanzionare economicamente Hamas può invece non essere sufficiente al fine di bloccare i razzi (e lo scontento dei cittadini israeliani bersagliati, in prima linea nella richiesta della linea dura, continuerebbe a crescere). Qualsiasi scelta, come spesso accade per Israele, ha degli svantaggi: a vincere, in questo caso, è stata la linea morbida.

In cosa consistono le misure israeliane? Il piano del ministero della Difesa è stato firmato da Barak giovedì scorso: una prima fase di sanzioni prevede saltuari tagli di corrente e carburante per gli abitanti della Striscia di Gaza, ad eccezione di strutture fondamentali come gli ospedali. Ulteriori inasprimenti delle misure adottate, se i lanci di razzi Qassam dovessero continuare, saranno decisi di volta in volta. Il ministro delle Infrastrutture Benjamin Ben-Eliezer, intervistato da "Israel Radio" alla fine della scorsa settimana, ha giustificato la decisione del governo chiedendosi se "dovremmo dire loro di continuare a lanciare razzi contro le stesse strutture energetiche che gli forniscono elettricità e di continuare a bombardare i sistemi idraulici che gli forniscono l'acqua": una delle tante domande alle quali parte della popolazione israeliana, soprattutto quella residente nelle zone maggiormente colpite dai Quassam, chiede a gran voce una risposta.

Le misure punitive hanno avuto inizio domenica mattina, con il taglio del carburante. Un funzionario governativo, interpellato dalla "Reuters", ha poi fornito dettagli precisi: "In linea con la decisione del governo israeliano, il ministero della Difesa ha cominciato a tagliare le forniture energetiche alla Striscia di Gaza tra il 5% e l'11%, a seconda del tipo di carburante". Secondo alcuni ufficiali palestinesi, invece, tanto il diesel quanto la benzina sarebbero già stati tagliati tra un quarto e metà per tutti i distributori di Gaza. Il premier israeliano Olmert, dopo l'inizio dei tagli, ha voluto però rassicurare la popolazione affermando che non permetterà mai una crisi umanitaria. Funzionari governativi hanno inoltre spiegato che Israele continuerà a garantire il passaggio di medicinali e beni di prima necessità nella Striscia.

La domanda, a questo punto, è se le sanzioni possano davvero cambiare qualcosa nei burrascosi rapporti con la Striscia. La sensazione è che sia troppo presto per dirlo, perfino per il ministero della Difesa: non è un caso, infatti, che il progetto preveda un eventuale inasprimento delle sanzioni a seconda degli sviluppi futuri. Molti dei razzi lanciati contro Israele vengono da gruppi jihadisti non direttamente collegati con Hamas, che comunque li approva e copre: se Hamas non farà nulla per cercare di bloccarli, è evidente che le sanzioni si impenneranno. Il passo successivo, del quale si è molto dibattuto tra fine settembre e inizio ottobre, potrebbe essere stabilire una correlazione diretta tra razzi sparati ed energia tagliata. In fondo, poi, resta sempre l'opzione militare su vasta scala (brevi raid israeliani contro postazioni di Qassam, infatti, sono già all'ordine del giorno).

Nonostante abbia scelto la via più morbida delle sanzioni, anche questa volta le critiche a Israele non si sono fatte attendere. Hamas, per bocca del portavoce Fawzi Barhoum, ha spiegato come "il tentativo di strangolare la popolazione palestinese porterà a un'esplosione che riguarderà non solo Hamas ma tutta la regione". Più velata la critica da parte delle Nazione Unite e dell'Unione Europea, secondo le quali una "punizione collettiva" contro un milione e mezzo di persone non è la giusta soluzione. Critiche, infine, molte organizzazioni umanitarie, tanto che la Corte Suprema di Giustizia ha ordinato allo Stato di rispondere entro cinque giorni a una petizione firmata da diverse organizzazioni, le quali richiedono di bloccare immediatamente le sanzioni energetiche contro Gaza. Proteste di questo tipo non sono nuove per Israele, la cui politica estera è sempre sotto strettissima sorveglianza: spiace constatare però, ancora una volta, come in tutti questi mesi le denunce dei razzi Quassam – piovuti incessantemente su Israele – si possano contare sulle dita di una mano. È un leitmotiv che si ripete incessantemente: si pensi solo a quali e quante critiche sarebbe andato incontro Israele se Olmert avesse seguito sin da subito il consiglio dei falchi, entrando con l'esercito nella Striscia.

Ma la politica estera israeliana non se la passa troppo bene neanche sul fronte della questione iraniana. Dopo aver visitato Mosca, Londra e Parigi – cercando sostegno contro Ahmadinejad e il suo progetto atomico –, Olmert ha preferito lasciare il dialogo con la Cina al suo intraprendente ministro degli Esteri, Tzipi Livni. Giunta all'Università di Pechino, la Livni ha parlato ieri pubblicamente della necessità di fare fronte comune contro le iniziative iraniane: "Dietro quasi tutti i conflitti che abbiamo in Medio Oriente, possiamo vedere la lunga ombra dell'Iran", ha detto il ministro israeliano, sottolineando che "se questo pericoloso regime raggiunge la tecnologia necessaria per sviluppare armi atomiche, allora la stabilità che stiamo cercando di costruire in Medio Oriente svanirà di colpo". Convincere la Cina è fondamentale, ha riflettuto la Livni, anche solo per il fatto che "ricopre un ruolo chiave nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite".

Belle parole che difficilmente faranno breccia nelle maglie del governo comunista cinese. Il gigante asiatico, infatti, ha già dichiarato di essere assolutamente contrario all'imposizione di nuove sanzioni, al pari della Russia. Fondamentali, in questa scelta, ragioni di tipo economico (le stesse che portano la Cina a proteggere il regime birmano): a questo proposito, la Livni ha consigliato a tutti di mettere gli interessi in secondo piano per pensare "alle gravi implicazioni che un Iran nucleare potrebbe avere sulla stabilità di questo pianeta". Ma la Cina è rimasta sulle sue posizioni, ribadendo che il dialogo e la diplomazia restano per tutti le migliori condizioni per raggiungere la pace.

E a dare man forte all'asse russo-cinese sono giunte indirettamente le parole del direttore dell'Aiea El Baradei, intervistato dalla "Cnn": "Non vi è alcuna prova che l'Iran stia effettivamente fabbricando una bomba atomica". E le continue minacce statunitensi, ha proseguito Baradei, altro non farebbero che "gettare benzina sul fuoco". Una diretta stoccata a George W. Bush. Il presidente americano, che si accinge ad approvare nuove sanzioni contro il regime di Teheran, è sempre stato in cattivi rapporti con El Baradei per via delle sue posizioni eccessivamente morbide e dilatorie nei confronti delle ambizioni nucleari degli ayatollah. Baradei, effettivamente, non ha trovato prove concrete della proliferazione nucleare iraniana: ma allo stesso tempo molti servizi segreti mondiali, e non solo statunitensi, se ne dicono certi, così come è certo che l'Iran abbia tutti i mezzi per nascondere all'Aiea la propria attività. El Baradei, senza dubbio, sa di non poter vedere tutto: uno dei suoi scopi, allora, potrebbe essere quello di togliere la palla iraniana dalle mani di Bush, per consegnarla direttamente in quelle del suo successore alla presidenza.

L'Occidentale

27 ottobre 2007

Birmania, primo incontro tra Suu Kyi e la giunta militare

Dopo l'iniziale concitazione mondiale, l'attenzione dei media sulla Birmania si è progressivamente affievolita. Ma giornali e televisioni hanno un'attenuante: da quando la repressione è stata sedata, con i monaci nelle prigioni o nuovamente rinchiusi nei monasteri, ben poche notizie di rilievo sono filtrate dalla Birmania. E alle Nazioni Unite, dove si gioca la partita delle sanzioni, continua lo stallo totale: la Cina, come ha recentemente ribadito, è contraria a qualsiasi misura punitiva contro il regime militare di Than Shwe.

Negli ultimi giorni, però, qualcosa è successo. Primo: spinta dalle raccomandazioni dell'inviato delle Nazioni Unite Gambari, la giunta ha incontrato la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi. Secondo: Gambari, giunto ormai al termine del suo tour asiatico, dovrebbe presto fare ritorno in Birmania. Terzo: dopo settimane di relativa calma, la polizia è tornata a circondare massicciamente i monasteri buddisti.

L'incontro tra Suu Kyi e l'emissario governativo Aung Kyi (incaricato da Than Shwe di tenere i rapporti con l'opposizione) è senza dubbio la notizia di maggiore rilievo. Questi i fatti: la donna, che il 24 ottobre ha "festeggiato" dodici anni d'arresti domiciliari, è stata prelevata mercoledì dalla sua casa e condotta nel centro di Rangoon. L'incontro con Aung Kyi, cominciato poco dopo mezzogiorno, è durato circa un'ora e un quarto: al termine del colloquio – sul quale, ancora una volta, nulla è trapelato –, il premio Nobel è stata riconsegnata alle stanze della sua casa. Suu Kyi non ha potuto rilasciare alcuna dichiarazione: unica testimonianza dell'incontro, un breve video mandato in onda dalla tv di Stato.

L'apertura da parte della giunta sembra essere una sorta di teatrino ben orchestrato: quando l'inviato delle Nazione Unite, Ibrahim Gambari, lasciò la Birmania a fine settembre, raccomandò a Than Shwe di parlare con Suu Kyi. L'incontro di mercoledì, dunque, rientra a pieno titolo nelle misure adottate dal governo per tenere buona la comunità internazionale. Ma sono davvero in pochi ad illudersi sulla reale benevolenza del regime: l'ambasciatore americano all’Onu Khalilzad, infatti, ha ricordato a tutti che Suu Kyi "deve essere messa in condizione di potersi consultare e incontrare con i membri del suo partito", oltre a intrattenere frequenti colloqui con il governo sull’auspicabile transizione democratica. "Queste condizioni qui non ci sono", ha chiuso l'ambasciatore. Il giorno prima dell'incontro, inoltre, l'inviato della Farnesina Ugo Papi aveva cercato di avvicinarsi alla casa della donna: a fermarlo, filo spinato e imponente spiegamento di forze militari.

Il regime birmano, comunque, sa bene di dover concedere qualcosa: perlomeno in apparenza, come ha fatto con la leader dell'opposizione. I movimenti del governo continuano ad essere monitorati dall'Onu: stando alle ultime notizie, Gambari dovrebbe fare ritorno nel paese nella prima settimana di novembre. Dopo di lui, sbarcherà a Rangoon anche Sergio Pinheiro, relatore delle Nazioni Unite per i diritti umani. Ma da quando ha lasciato la Birmania, dopo la sua prima visita, l'ex ministro degli Esteri nigeriano non è certo stato con le mani in mano: Gambari si trova tuttora in giro per i paesi asiatici, a caccia di sostegno per misure più efficaci contro la dittatura birmana.

Il tour asiatico di Gambari ha preso il via dalla Malaysia: dopo Kuala Lumpur, il viaggio prevedeva tappe in Thailandia, Indonesia, India, Cina e Giappone. Tappa fondamentale era evidentemente quella di Pechino, dove giovedì l'inviato delle Nazioni Unite ha parlato personalmente con il viceministro degli Esteri Wang Yi. Yi ha assicurato a Gambari che "la Cina continuerà a dare il supporto necessario alla mediazione dell'Onu", auspicando che vertici militari e partiti d'opposizione possano giungere ad una soluzione pacifica "attraverso il dialogo". Parole al vento? Certo: nello stesso istante, ma in un'altra città (ad Harbin), i ministri degli Esteri di Cina, Russia e India hanno ribadito la ferma opposizione a qualsiasi tipo di sanzione contro il regime di Than Shwe. Il russo Lavrov, intervistato dal "China Daily", ha motivato la presa di posizione comune sottolineando che "le pressioni sul paese non faranno altro che aggravare la situazione e provocare una nuova crisi". Dunque, o si dialoga (ma il regime non ne ha la minima intenzione) o tutto resta come prima.

Unici paesi a continuare imperterriti sulla via delle sanzioni sono Stati Uniti e Australia. Il presidente americano, George W. Bush, ha annunciato la scorsa settimana un ulteriore inasprimento delle misure, richiamando poi all'ordine Cina e Russia. Sul fronte australiano, invece, la Reserve Bank of Australia (RBA) ha deciso mercoledì di imporre sanzioni fiscali contro 418 generali militari e le loro famiglie: ogni movimento monetario dovrà ora essere approvato dalla banca stessa.

Infine, la repressione. Dopo giorni di relativa calma, in molti hanno segnalato ieri un deciso incremento delle forze di polizia per le strade: il timore è che, terminata la quaresima buddista, i monaci decidano di riprendere la protesta. Un giornalista della Reuters, al quale è stato impedito di scattare fotografie, ha parlato di assembramenti militari intorno alle pagode di Sule e Shwedagon, epicentro delle proteste di agosto e settembre. Rotoli di filo spinato sono già pronti per chiudere eventualmente le strade. Ma accuse ben più inquietanti sono recentemente piovute sulla giunta. Se "Human Rights Watch" richiama l'attenzione sulle condizioni disperate in cui si trovano le minoranze etniche birmane e gli attivisti denunciano imperterriti gli arresti indiscriminati, l'Onu ha invece lanciato ufficialmente l'allarme fame: cinque milioni di persone non hanno abbastanza cibo per sopravvivere.

E mentre il governo arruola finti monaci che si dimostrino benevolenti nei confronti del governo e dei suoi omaggi, il quotidiano inglese "Independent" ha citato una fonte diplomatica britannica sotto anonimato secondo la quale la Birmania è ormai "terra di prigionia", con raid notturni, processi sommari e veri e propri "campi di nuova vita", molto simili ai "centri di rieducazione" istituiti da Pol Pot in Cambogia. Secondo il funzionario britannico, altre proteste sulla scia di quelle di settembre sono improbabili anche se la popolazione "è determinata a dare prova della sua resistenza".

Gli ultimi numeri della repressione, forniti da Tate Naing della Assistance Association of Political Prisoners , parlano di oltre 4000 arresti da parte della giunta (tra monaci, attivisti e persone comuni) da quando la repressione ha preso il via; almeno 700 persone sarebbero ancora dietro le sbarre. Secondo il governo birmano, invece, la maggior parte degli arrestati sarebbe già in libertà e solo 190 persone sarebbero ancora sotto custodia.
L'Occidentale

24 ottobre 2007

Carta straccia

Il cosiddetto dossier del Consiglio di Sicurezza è una pila di fogli senza alcun valore. Possono aggiungere altra carta straccia ogni giorno, visto che non avrà alcun effetto sulla volontà della nazione iraniana.
Mahmoud Ahmadinejad,
sulla possibilità di nuove sanzioni Onu

12° anno di arresti domiciliari

Nel giorno in cui le Nazioni Unite celebrano il loro 62° anniversario, Daw Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia, è entrata nel suo 12° anno di arresti domiciliari.
Amnesty International

Olmert arruola l'asse Londra-Parigi

Dopo il freddo incontro con il presidente russo Vladimir Putin, Olmert può finalmente tirare un sospiro di sollievo. La visita del premier israeliano a Mosca è stata infatti seguita da quelle a Parigi e a Londra, dove Israele ha trovato sinceri alleati nella corsa contro la proliferazione nucleare dell'Iran. Sostegno, da parte del presidente francese Sarkozy e del primo ministro inglese Brown, è giunto anche sul fronte delle delicate trattative israelo-palestinesi in vista della conferenza sul Medio Oriente di Annapolis.

L'incontro tra Olmert e Sarkozy ha avuto luogo lunedì a Parigi. I due non si erano mai incontrati prima, ma la sintonia era evidente: Olmert, al termine dell'incontro, ha dichiarato che il presidente francese "è amico sincero e vero dello Stato d'Israele e del popolo ebraico". Secondo il portavoce dell'Eliseo, David Martinon, i due leader avrebbero parlato dell'attuale situazione in Medio Oriente – con un occhio puntato alla conferenza organizzata dagli Stati Uniti nel Maryland, prevista per fine novembre – oltre che della questione iraniana: entrambi si sono trovati d'accordo nel definire "inaccettabile" che il presidente Ahmadinejad si doti della bomba atomica.

I toni e l'accoglienza riservati a Olmert dall'Eliseo sono ben diversi da quelli usati dal Cremlino. Nicolas Sarkozy ha inoltre esibito una maggiore vicinanza agli israeliani di quanto avesse mai fatto il suo predecessore, Jacques Chirac: un altro segno del riavvicinamento al neopresidente francese all'asse Stati Uniti-Israele.

Stando a quanto hanno dichiarato alcuni funzionari presenti al colloquio, riguardo alla questione palestinese Sarkozy avrebbe detto ad Olmert che "tanto gli israeliani quanto i palestinesi dovrebbero avere un proprio Stato", ma a quel punto i rifugiati dovranno stabilirsi in Palestina: "Non è ragionevole da parte palestinese chiedere sia un nuovo stato che il ritorno dei rifugiati in Israele". Il presidente francese è passato poi ad alcuni consigli pratici per andare incontro alle richieste di Abu Mazen, sottolineando che "il rilascio dei prigionieri (da parte di Israele, ndr) è stato molto importante".

Sarkozy ha poi parlato della sua vicinanza allo Stato di Israele - definito un "miracolo" e "evento maggiormente significativo del ventesimo secolo" -: "Secondo alcuni io sosterrei Israele perché mio nonno era ebreo, ma non è una questione personale. Israele introduce diversità e democrazia in Medio Oriente". Cruciale, per il presidente francese, è la sicurezza degli israeliani: "La sicurezza di Israele è una chiara linea rossa, che non può essere oggetto di negoziati. È una condizione inviolabile, sulla quale non transigeremo mai".

Massima soddisfazione, per Olmert, anche sul fronte iraniano: la convergenza franco-israeliana, su questo punto, è totale. Il premier israeliano ha dichiarato di non aver discusso di un possibile attacco militare, lasciando spazio però a tutte le altre possibili misure. I due si sono trovati d'accordo sulla necessità di nuove sanzioni, e Sarkozy si sarebbe impegnato a farsi carico della questione in sede Onu. Parlando con i giornalisti francesi dopo il meeting con Sarkozy, Olmert ha dichiarato che "dobbiamo ostacolare gli uomini d'affari iraniani, finché la classe che gestisce l'economia iraniana non farà qualcosa contro il regime".

Lasciata la Francia, Olmert è atterrato ieri a Londra per incontrare il premier Gordon Brown: anche in questo caso, si è trattato del primo incontro tra il premier israeliano e il successore di Tony Blair - ora inviato del quartetto (Usa, Ue, Russia e Onu) in Medio Oriente. Quanto a sintonia con gli israeliani, rispetto a Parigi, Londra non è stata da meno: assoluta, ancora una volta, la sintonia sul dossier iraniano. Forte, poi, il sostegno e l'interessamento inglese sulle trattative in vista di Annapolis.

Durante la conferenza stampa seguita all'incontro privato, Gordon Brown ha assicurato che seguirà la Francia nel sostegno all’imposizione di maggiori sanzioni contro il regime di Ahmadinejad, tanto in seno alle Nazioni Unite quanto in ambito europeo. "È evidente che siamo pronti a sostenere nuove sanzioni contro l'Iran", ha detto il premier inglese, che ha continuato rimarcando chiaramente che "non supporteremo le ambizioni nucleari di quel paese". Esattamente l'opposto, viene da pensare, di quanto ha recentemente dichiarato Putin, aperto sostenitore del nucleare iraniano per "scopi civili". Brown ha chiarito poi l'importanza, e l'efficacia, delle sanzioni economiche: "Le sanzioni hanno un effetto. Hanno già un impatto importante, ma non è sufficiente. Dovrebbero essere incrementate". Già, ma quanto? Quanto basta perché "l'Iran rinunci al suo programma atomico". Brown non si è invece espresso sulla possibilità di un attacco militare, sottolineando ancora una volta la necessità di concentrarsi sulle misure economiche.

Anche con Brown, poi, Olmert ha discusso delle recenti trattative - ad oggi in alto mare - in vista di un documento congiunto da presentare ad Annapolis sul tavolo della conferenza. Tanto Brown quanto Sarkozy, in quanto membri del G8, prenderanno parte al meeting. Brown ha ascoltato, ha consigliato e poi, sulla scia di quanto aveva fatto il segretario di stato statunitense Condolezza Rice, ha messo le mani avanti: sul summit di Annapolis, ha lasciato intendere il premier, non bisogna farsi troppe illusioni. Le distanze tra israeliani e palestinesi restano ancora incolmabili: Brown e Sarkozy, come la Rice, lo sanno bene.

Da un punto di vista diplomatico, il viaggio di Olmert è stato un successo. Certo, il sostegno di Sarkozy e di Brown era scontato: ma sentirselo dire in faccia, e con tanto calore come ha fatto il presidente francese, è tutta un'altra cosa. Soprattutto dopo le recenti dichiarazioni di Putin, durante il meeting sul Mar Caspio. Cosa resta dopo il viaggio europeo di Olmert? Resta il sostegno, e la spinta a fare tutto il possibile, in vista della questione palestinese. Resta, infine, il sostegno incondizionato a Israele (e, tra le righe, agli Stati Uniti) nel complicato braccio di ferro contro l'Iran.

Ieri pomeriggio, Ali Larijani e Said Jalili - vecchio e nuovo moderatore per il nucleare iraniano - si sono incontrati a Roma con Javier Solana, responsabile Esteri dell'Unione Europea. Ma dall'Iran, la voce del presidente Ahmadinejad ha tappato la bocca ai suoi emissari: "Siamo per il dialogo ma non negozieremo con nessuno il nostro diritto ad avere l'energia nucleare. Siamo noi che dovremmo dettare le condizioni, non qualcun altro". Per Brown, Olmert e Sarkozy ci sarà molto da lavorare.

L'Occidentale

23 ottobre 2007

Bush e le crisi del settimo anno

George W. Bush, giunto al settimo anno del suo mandato presidenziale, ne ha viste tante. Al di là dei due fronti principali della sua avventura politica, cioè le guerre in Afghanistan e Iraq, mai come oggi sembra impegnato in contesti tanto diversi quanto importanti. Per il futuro dell'America e per quello del mondo intero. Turchia, Iran, Russia, Birmania, Cina: nel giro di poche settimane, il presidente degli Stati Uniti si trova a fronteggiare questioni potenzialmente deflagranti. Temi tanto importanti, a sentir lui, da rischiare una "terza guerra mondiale".

Il primo fronte da prendere in considerazione, in quanto maggiormente legato alla stretta attualità, è quello turco. La Turchia è sempre stata una grande alleata degli Stati Uniti, anche nella pratica della guerra in Iraq. Ma qualcosa è improvvisamente cambiato: il Congresso degli Stati Uniti, contro il volere di Bush, ha recentemente votato una risoluzione che condanna la strage degli Armeni, perpetrata tra il 1915 e il 1917 da un impero Ottomano in via d'estinzione. La questione, in Turchia, è molto delicata: ancora oggi il massacro viene ufficialmente negato, e chi ne parla – come il premio Nobel per la letteratura Pamuk – rischia grosso. Ankara, infatti, l'ha presa molto male: così male da ritirare il proprio ambasciatore a Washington (che ha fatto ritorno solo il 22 ottobre), una pratica fuori dall'ordinario. Proprio nel mezzo della crisi sulla questione armena è giunto poi il colpo di grazia per i rapporti tra Usa e Turchia, questa volta per mano di ribelli curdi del Pkk che hanno ucciso sedici militari turchi sul confine con l'Iraq. Altri otto, inoltre, sono stati rapiti. Il dissenso, in questo frangente, riguarda la reazione turca: il presidente Erdogan, dopo aver effettuato alcuni bombardamenti, vorrebbe entrare militarmente nel Kurdistan; Bush, dall'altra parte, vorrebbe evitarlo per non portare ulteriore scompiglio nel già ostico Iraq. Il braccio di ferro è in continua evoluzione: e il fatto che il presidente dell'Iraq Talabani sia un curdo, certo non aiuta.

Passiamo all'Iran e al presidente Ahmadinejad, uno dei fili conduttori degli ultimi anni di presidenza Bush. Il braccio di ferro tra i due leader risale al 2005, subito dopo l'elezione presidenziale che ha portato l'ex sindaco di Teheran a guidare l'Iran (sotto lo sguardo, vigile, dell'Ayatollah Khamenei). A complicare i rapporti bilaterali, la ferrea volontà di Ahmadinejad di voler arricchire l'uranio per "scopi civili". Sin dall'inizio se la bevono in pochi: Israele e Stati Uniti hanno sempre sostenuto che Ahmadinejad punta alla costruzione della bomba atomica, magari per gettarla contro quello "Stato sionista" che l'Iran vorrebbe tanto "estirpare come un cancro". L'Onu, in questi anni, non si è dimostrato sufficientemente risoluto da bloccare l'Iran e il suo folle presidente per mezzo delle sanzioni: ancora oggi, in vista di una terza tornata di misure più restrittive, si discute inutilmente rischiando il veto di Russia e Cina. Bush non demorde: più volte, nel corso della sua presidenza, ha dichiarato che non permetterà mai all'Iran di dotarsi della bomba atomica, a costo di bombardarne le infrastrutture. I tempi stringono: il presidente degli Stati Uniti deve decidere sul da farsi, prima che scada il suo mandato e la pratica iraniana passi in altre mani. Attaccherà l'Iran? In molti, tra cui Seymour Hersh del "New Yorker" (che sulla questione è uno dei più informati), sostengono che tutto sia pronto: una sezione speciale della Cia avrebbe già i piani d'attacco belli e pronti, in costante aggiornamento. Bush dovrebbe solo premere il bottone verde, cosa che Dick Cheney avrebbe già fatto da tempo. Certo, in quanto a popolarità il presidente non avrebbe nulla da perdere: ma allo stesso tempo, dopo l'avventura irachena, la decisione non è delle più facili. I prossimi mesi saranno decisivi, mentre l'Iran gioca a fare il duro: sabato ha annunciato che, in caso d'attacco, undicimila razzi sono pronti ad essere lanciati contro basi americane nel giro di un minuto. Sul fronte diplomatico, poi, il negoziatore sul nucleare Larijani – un moderato – è stato sostituito da un protetto del presidente, il viceministro degli esteri Said Jalili: un altro modo per soffiare sui venti di guerra.

La pratica iraniana ci porta direttamente al fronte russo, che negli ultimi giorni sembra riecheggiare di toni da guerra fredda. Due sono i principali motivi di tensione con Vladimir Putin: la volontà americana di installare uno scudo spaziale nell'Europa dell'est e la nuova – esibita – sintonia tra lo zar di Russia e Mahmud Ahmadinejad. Per quanto riguarda l'installazione dello scudo, le ultime trattative (fallite) tra i due ex protagonisti della Guerra Fredda risalgono a dieci giorni fa: Condoleezza Rice e Robert Gates sono andati a Mosca, dove si sono incontrati con Putin e il suo entourage. Nulla di fatto: la Russia pretende l'immediato abbandono del progetto, pena una nuova caccia agli armamenti. Le distanze tra Russia e America si sono poi trasformate in abisso quando il presidente russo, alla conferenza dei cinque paesi che si affacciano sul Mar Caspio, ha sancito un'alleanza di fatto con l'Iran, mettendo la parola fine alla possibilità di sanzioni concrete contro il regime islamico. Carlo Panella, su queste pagine, ha parlato di nuovo "patto Moltov-Von Ribbentropp": la sensazione, in effetti, è che ancora una volta l'ex-Urss abbia deciso di stare dalla parte del nazismo.

Turchia, Iran e Russia sono i tre fronti caldi, quelli dove il rischio di deflagrazione è senza dubbio maggiore. Ci sono però altre questioni che vedono impegnato il presidente Bush e il suo entourage, e la crisi del Myanmar è una di queste. Gli Stati Uniti, principalmente nella persona della first lady Laura Bush, sono infatti in primo piano nella lotta contro la dittatura birmana di Than Shwe. Obiettivo degli Stati Uniti è quello di sostenere i monaci e favorire l'imposizioni di sanzioni dure ed efficaci, possibilmente a livello internazionale. Laura Bush ha dichiarato apertamente che la giunta dovrebbe andarsene, mentre la Casa Bianca segue costantemente la questione e alza il tiro: pochi giorni fa, annunciando un ulteriore inasprimento delle sanzioni da parte degli americani, il presidente ha dichiarato che "la popolazione della Birmania ha dimostrato grande coraggio nel fronteggiare un'immensa repressione; ci stanno chiedendo di aiutarli: non dobbiamo essere sordi di fronte alle loro lacrime". L'energia spesa a favore della popolazione birmana ha evidentemente messo d'accordo tanto i Repubblicani quanto i Democratici, in una delle poche occasioni di sintonia bipartisan registrate ultimamente al Congresso americano.

Ma è proprio la questione birmana ad aprire un nuovo fronte per l'America, contro un nemico storico come la Cina. La questione è semplice: la Cina è il maggior sponsor e sostenitore della dittatura birmana. E senza l'ok della Cina all'imposizione di sanzioni, il regime di Than Shwe continuerà ad agire indisturbato. Ecco allora che Gorge W. Bush, un giorno sì e l'altro pure, richiama il gigante asiatico a prendere posizione di fronte ad una palese violazione di tutti i diritti fondamentali da parte della dittatura del Myanmar. Ma la Cina continua a fare orecchie da mercante. A peggiorare i rapporti tra i due paesi, poi, ci si è messo il Dalai Lama: il Congresso americano l'ha infatti insignito della Medaglia d'Oro, altissima onorificenza. La Cina, che aveva più volte "consigliato" agli Stati Uniti di abolire la premiazione, è andata su tutte le furie: il ministro degli Esteri cinese, Liu Jianchao, ha definito il premio Nobel per la pace "l'ispiratore e il capo delle forze secessioniste del Tibet", per poi chiedere agli Stati Uniti di fare qualcosa per riparare alle relazioni tra America e Cina, gravemente danneggiate. Bush, finora, ha tenuto duro rivendicando il conferimento della medaglia.

L'ultimo fronte degno di nota, che vede impegnata in prima persona il segretario di Stato Condoleezza Rice, è più che altro un sogno. Come già era capitato in passato, giunto a fine mandato il presidente degli Stati Uniti di turno tenta il colpo grosso mettendo d'accordo israeliani e palestinesi. Bush ci riprova, nella speranza di passare alla storia come il risolutore del conflitto israele-palestinese (operazione che a Clinton sfuggì per un soffio). La tanto attesa conferenza di pace dovrà tenersi ad Annapolis, nel Maryland, in una data ancora da definire: i più ottimisti parlano di fine novembre. La Rice, con frequenti viaggi in Medio Oriente, segue le trattative preliminari tra il premier israeliano Olmert e il presidente dell'Anp Abu Mazen: le distanze tra i due sembrano ancora incolmabili, ma chissà che un miracolo di fine mandato non possa consegnare Bush alla storia per qualcosa di ben diverso dalla guerra in Iraq.

Le questioni sul tavolo sono svariate, e tutte fondamentali. Il presidente Bush vorrebbe risalire la china dei sondaggi prima che gli americani si rechino alle urne, nel novembre 2008: sull'Iraq solo la storia potrà dargli ragione, ma sulla breve distanza si sente il bisogno di qualcosa di nuovo. Quello che è certo è che l'agenda americana, in campo internazionale, resta fittissima: e lo sarà fino al dicembre del 2008. Molti altri a fronti, di qui a un anno, potrebbero aprirsi segnando definitivamente l'amministrazione Bush. Ma questo, in gran parte, dipenderà da quello che paesi come Russia e Iran decideranno di fare.



L'Occidentale

20 ottobre 2007

Rising fascism

Analogies with the past are never properly accurate, and analogies especially with the rising fascism can be easily misleading but, in pure chronology, I sometimes wonder if we’re not in the 1920s or 1930s again. This ideology now has a state, Iran, that is prepared to back and finance terror in the pursuit of destabilising countries whose people wish to live in peace.
Tony Blair,
durante una cena al Waldorf Astoria di New York

Gestire i bambini

Da Cogne a Roma, stessa sentenza: "Romano non riesce a gestire i suoi bambini".
Jena,
"La Stampa"

19 ottobre 2007

Bad experiences with lunatics

President Mahmoud Ahmadinejad's declaration regarding a worldwide Muslim referendum on the transfer of Israel to Europe, America or Alaska further serves to underscore the fact that we are dealing with a lunatic - a shrewd one, yes, but a lunatic nevertheless. The problem is this: The world - and especially we Jews - have had bad experiences with lunatics who have military power; we have seen their mad visions become reality.

Amnon Rubinstein,
"The Jerusalem Post"

Blitz in Russia, Olmert chiede il conto a Putin

C'è qualcosa di profondamente kafkiano nell'incontro tra Ehud Olmert e Vladimir Putin, avvenuto ieri pomeriggio a Mosca. Ma la diplomazia è anche questo: vedere il premier israeliano, in prima linea contro la corsa al nucleare dell'Iran, e il presidente russo, novello (miglior) alleato di Mahmud Ahmadinejad, seduti allo stesso tavolo. L'uno, Olmert, denuncia da tempo i rischi a cui il mondo andrebbe incontro se l'Iran si dotasse della bomba atomica. L'altro, Putin, con Ahmadinejad ha appena stretto un accordo di collaborazione militare e diplomatica: impedirà che bombardieri americani possano decollare dagli stati confinanti, bloccherà le sanzioni delle Nazioni Unite e sosterrà, anche materialmente, la corsa al nucleare civile iraniano.

La visita lampo di Olmert è stata imbastita in tutta fretta mercoledì. Il premier israeliano ha telefonato a Putin, richiedendo un incontro faccia a faccia: di qui l'invito a Mosca e l'organizzazione del viaggio a sorpresa. Olmert, che ha lasciato a terra i giornalisti ed è stato accompagnato solo da un ristretto gruppo di collaboratori, è giunto in Russia nella tarda mattinata, per ripartire poi a sera tarda. Nel corso dell'ultimo incontro tra i due, oltre un anno fa, Putin aveva rassicurato Olmert: un Iran dotato di tecnologia nucleare, disse il presidente russo, non era nei suoi interessi. Ma ora sembra aver cambiato idea.

Cosa ha spinto Olmert a richiedere una riunione immediata? Senza dubbio il recente incontro tra Putin e Ahmadinejad, in occasione del meeting tra i cinque paesi che si affacciano sul Mar Caspio. In quell'occasione il presidente russo ha stupito tutto l'Occidente, sancendo un'alleanza di fatto con il regime iraniano e una netta contrapposizione – da guerra fredda – tra Russia, da un lato, e Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna dall'altro. E se George W. Bush ha immediatamente chiesto spiegazioni al collega russo, paventando perfino il rischio di una terza guerra mondiale (nel caso in cui l'Iran dovesse ottenere l'atomica), immaginate come si deve essere sentito Olmert, a capo di uno Stato che Ahmadinejad dichiara apertamente di voler "cancellare dalla cartina geografica" – o "estirpare come un cancro": il concetto è chiaro –. Aggiungete poi l'eterno ritardo delle Nazioni Unite nell'imposizione di sanzioni più dure ad Ahmadinejad – sempre a causa di Rusia e Cina, apertamente contrarie – e capirete la preoccupazione degli israeliani, così come l'impellente bisogno di un chiarimento da parte di Olmert.

Ulteriore preoccupazione poi, mentre Olmert era in viaggio per Mosca, hanno destato le parole del presidente israeliano Shimon Peres. Così recita la dichiarazione ufficiale del presidente: "Nonostante Putin dica di non credere che l'Iran stia sviluppando la tecnologia nucleare per fini bellici, tutti conosciamo le sue intenzioni, e molte agenzie di intelligence sparse in tutto il mondo possono provare che l'Iran sta cercando di ottenere armi atomiche per la guerra e la morte". Insomma, il presidente non se la beve: Putin si allei pure per Ahmadinejad, avrà le sue buone ragioni economiche e militari, ma non faccia finta di non capire quali siano le vere intenzioni dell'Iran.

In questo contesto, Olmert ha messo piede in Russia con obiettivi precisi: capire quali siano le vere intenzioni di Putin con Ahmadinejad e convincerlo dell'assoluta pericolosità del soggetto in questione, così come della necessità imporre al più presto sanzioni efficaci all'Iran. Prima che sia davvero troppo tardi per qualsiasi azione diplomatica. A questo proposito – promuovere la pratica delle sanzioni contro l'arricchimento dell'uranio – Olmert si recherà domenica a Parigi (dove, con Sarkozy e Kouchner, troverà fedeli alleati) e martedì a Londra. Il fronte più delicato, quello cinese, lo lascerà invece al ministro degli Esteri Livni, che starebbe già organizzando una visita diplomatica. Prima del viaggio a Mosca, Olmert ha ricevuto inoltre una telefonata del leader dell'opposizione Binyamin Netanyahu, il quale ha voluto far sapere a Putin che "in Israele siamo tutti uniti nel credere che l'Iran non debba ottenere armi atomiche".

Non è dato sapere quanto Putin abbia realmente rassicurato Olmert: la doppiezza del presidente russo è proverbiale, e i suoi interessi vengono prima di tutto. Sul piano formale, però, lo "zar" si è mostrato comprensivo. Olmert ha messo subito in chiaro le cose: "Mi piacerebbe che mi parlasse dei risultati del suo viaggio in Iran" ha detto a Putin, "e parlare di altre questioni". Altre questioni che, secondo il quotidiano londinese in lingua araba "Al-Hayat", riguarderebbero la detenzione dei due soldati israeliani Ehud Goldwasser e Eldad Regev, rapiti da Hezbollah nel luglio 2006, così come i progressi sulla via della conferenza di pace di Annapolis – sulla quale Putin ha espresso apprezzamento per gli sforzi israeliani sulla via di un accordo. "Spero che questo incontro possa aiutarci nel progresso delle nostre relazioni bilaterali" ha poi auspicato Olmert, ricevendo l'assenso di Putin: "Mi fa piacere vederla a Mosca, mi ricordo che la sua ultima visita nella capitale russa è stata esattamente un anno fa" ha detto il presidente, ricordando che "le relazioni tra la Russia e Israele riguardano tanto la sfera politica quanto quella economica". "Abbiamo molto da discutere", ha chiuso Putin.

Protocollo diplomatico a parte, difficilmente Putin si sarà sbilanciato sulla questione iraniana. Le rassicurazioni date a Olmert saranno state probabilmente le stesse date al mondo ieri mattina, nel corso di un incontro televisivo con la stampa: "La Russia sta facendo progressi, insieme agli negoziatori internazionali, per risolvere il problema del nucleare iraniano attraverso sistemi pacifici nell'interesse della Comunità Internazionale e della popolazione iraniana". Il dialogo, secondo il presidente russo, viene prima delle sanzioni: "Il dialogo con gli Stati è sempre la soluzione migliore, una via più breve verso il successo di quanto lo sia una politica di minacce, sanzione e pressione militare". Le molte facce di Putin sono emerse chiaramente durante il dibattito televisivo, quando – dopo aver predicato il dialogo e la pace – ha annunciato che la Russia sta lavorando a nuove tipologie di armi nucleari, al fine di incrementare le capacità difensive. Un bel progetto pacifico, con tanto di missili e sommergibili.

Una cosa è certa: senza la Russia, nessuna sanzione potrà mai essere efficace. Lo ha ribadito venerdì mattina, ad "Army Radio", il Generale Giora Eiland: se non si vuole arrivare a una guerra con l'Iran, bisogna chiarirsi con la Russia. La palla passa ora a Tzipi Livni: anche lei, in Cina, avrà da lavorare.

18 ottobre 2007

Si allontana la conferenza di pace tra israeliani e palestinesi

Ce l'ha messa tutta Condoleezza Rice. Domenica è atterrata in Medio Oriente, e subito ha incontrato i negoziatori palestinesi e israeliani. Martedì ha fatto una scappata in Egitto, a caccia del sostegno di Mubarak. Ieri si è nuovamente messa attorno a un tavolo, prima con Abu Mazen e poi con Olmert e la Livni, ministro degli Esteri israeliano (da domenica ufficialmente a capo dei negoziatori di Tel Aviv). Niente da fare: le distanze tra i contendenti restano abissali. In un sondaggio pubblicato negli ultimi giorni, il 56% degli israeliani si è detto "pessimista" sulla possibilità di un accordo di pace. E la data della Conferenza, intanto, scivola verso dicembre.

Le premesse del viaggio non erano delle migliori: la stessa Rice, scesa dall'aereo, aveva dichiarato i non aspettarsi molto. Scaramanzia? Forse anche quella, ma già negli incontri di domenica e lunedì i nodi sono venuti al pettine. La questione è semplice: Israele non ha la minima intenzione di stilare un documento congiunto che lo vincoli a scadenze precise, mentre Abu Mazen ha detto chiaramente che senza un testo preciso ad Annapolis i palestinesi non ci andranno.

Qui entra in gioco la Rice: il segretario di Stato americano, in questo caso più vicino alle posizioni di Abbas – il sogno di Bush, del resto, è quello di mettere fine al conflitto israelo-palestinese prima che scada il suo mandato presidenziale – ha cercato di convincere Olmert e la Livni ad impegnarsi maggiormente nell'indicazione di date precise. Niente da fare: Olmert sarebbe pure disposto a cedere ai palestinesi i quartieri arabi di Gerusalemme, ma non gli si chieda un calendario vincolante. Attenzione, non si tratta d'indisponibilità: israeliani e palestinesi hanno piuttosto una visione completamente diversa della conferenza di Annapolis, che rappresenta un inizio dei negoziati per i primi e un traguardo definitivo per i secondi.

Condoleezza non si è persa d'animo, e martedì ha lasciato momentaneamente i consueti interlocutori per far tappa in Egitto. Se Olmert e Abu Mazen sono ancora lontani, deve aver pensato, tanto vale ingraziarsi uno dei principali stati arabi che prenderanno parte alla conferenza del Maryland. E nella terra delle piramidi la Rice ha avuto miglior fortuna, strappando il sostegno di quel presidente Mubarak che nelle scorse settimane aveva espresso profondo scetticismo sulla conferenza organizzata dagli americani. Il ministro egli Esteri egiziano, Ahmed Aboul Gheit, ha affermato infatti che "Condoleezza Rice ci ha aiutati a comprendere gli obbiettivi americani", concludendo che "ci sentiamo incoraggiati da quello che ci ha detto la Rice e le abbiamo promesso di aiutare le parti per raggiungere l'obiettivo, che è il lancio di negoziati che portino alla creazione di uno stato palestinese su parte dei territori della Palestina".

Ottenuto il beneplacito egiziano, il segretario di Stato americano è poi tornato nei territori palestinesi, da dove provenivano segnali di buon auspicio. Mentre la Rice era da Mubarak, infatti, i ministri del turismo israeliano e palestinese si sono incontrati: sul tavolo, il progetto di promozione turistica comune. Spiragli anche da parte di Hamas: Ghazi Hammad, portavoce dell'ex premier destituito Haniye, ha fatto marcia indietro dichiarando che "Hamas non è più contraria a negoziati politici con Israele". Dichiarazioni da prendere con le pinze, vista la volubilità del gruppo, ma pur sempre qualcosa.

Ma ieri è tornato lo stallo. In mattinata la Rice ha visitato la Chiesa di Betlemme, dove ha acceso un cero nella speranza che la religione possa aiutare i negoziati. E dopo la commozione – "Essere lì, nel luogo di nascita del Signore e Salvatore Gesù Cristo, è stata un'esperienza davvero speciale e commovente" ha dichiarato Condoleezza, molto religiosa – è tornato il momento dei negoziati. Prima con Abbas, poi con la Livni. Stesse richieste, stesse questioni. Secondo Abbas, Israele perde tempo: "Non possiamo andare alla conferenza ad ogni costo. Abbiamo detto alla Rice che non abbiamo molto tempo, dobbiamo far fruttare ogni minuto". Secondo Olmert, invece, porre dei vincoli temporali troppo stretti sarebbe solo un ostacolo sulla via di un accordo definitivo. A complicare il tutto, infine, una dichiarazione del presidente israeliano Shimon Peres: secondo quanto riportato da "Israel Radio", il presidente avrebbe smentito la possibilità di dividere Gerusalemme; secondo Peres, i luoghi sacri dovranno in ogni caso restare sotto il controllo israeliano. Una sortita in contraddizione con le aperture di Olmert, che negli scorsi giorni aveva ventilato l'ipotesi di cedere ai palestinesi il controllo dei quartieri arabi così da poter avanzare "richieste legittime" su altri fronti.

Nessuno sbocco in Medio Oriente, dunque? Una soluzione sembra lontana. Tanto che una fonte palestinese, citata dall'agenzia di stampa cinese Xinhua, ha divulgato la notizia secondo la quale Condoleezza Rice inviterà a Washington i negoziatori d'ambo le parti. Una sorta di viaggio americano per assaggiare l'aria che si dovrà respirare in Maryland, nella speranza di un accordo che appare irraggiungibile sul terreno mediorientale.

Un passo avanti, uno indietro. Vanno così le cose nella regione palestinese. E gli stessi eventi sembrano ricalcare i difficili negoziati. Ieri è stato lanciato un censimento della popolazione palestinese, il primo da dieci anni a questa parte: un segno della volontà di negoziare una pace che veda due stati convivere pacificamente, con regole chiare. Ma sempre ieri, questo il passo indietro, la Jihad islamica ha rivendicato l'uccisione di un soldato israeliano negli scontri divampati nei pressi di Khan Yunes nella Striscia di Gaza. Ordinaria amministrazione, forse: ma quanto di più lontano ci sia nella ricerca di una pace duratura.

17 ottobre 2007

World War III

We've got a leader in Iran who has announced that he wants to destroy Israel. So I've told people that, if you're interested in avoiding World War III, it seems like you ought to be interested in preventing them from having the knowledge necessary to make a nuclear weapon.
George W. Bush,
dopo il patto Putin-Ahmadinejad

16 ottobre 2007

La Rice in Medio Oriente per rafforzare Olmert e Abu Mazen

Condoleezza Rice sembra sempre più il deus ex machina del conflitto israelo-palestinese. Quando le trattative preliminari tra i due contendenti sembrano arenarsi, ecco che il segretario di Stato americano prende un aereo e atterra in Israele, nel tentativo di gettare acqua sul fuoco. L'ultima visita, in ordine cronologico, risale a domenica: la Rice è giunta in Medio Oriente per parlare con Olmert e Abu Mazen, nel tentativo di spianare la strada a quella conferenza di Annapolis (Maryland) che dovrebbe sancire una pace definitiva tra israeliani e palestinesi. Più che un progetto, un sogno ricercato da decenni.

Il segretario di Stato ha subito incontrato Olmert, il ministro degli Esteri Livni e quello della Difesa Barak. Ieri, invece, la Rice ha avuto un incontro a Ramallah con il leader dell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen. Il viaggio della Rice, che dovrebbe durare cinque giorni, si configura come un tentativo di dare forza ai due leader delle opposte fazioni: tanto Olmert quanto Abbas, infatti, sembrano troppo deboli per poter giungere ad una conferenza risolutiva. In occasione della visita mediorientale, la Rice dovrebbe incontrare anche Re Abdullah di Giordania.
Condoleezza, appena scesa dall'aereo, ha indirettamente confermato lo stallo delle trattative: "Non mi aspetto che ci sarà nessun particolare risultato nel senso di una svolta sul documento, voglio avvertirvi in anticipo di non aspettarvi questo perché si tratta di un autentico work in progress". Il documento di cui parla il segretario di Stato americano è il nodo principale dell'attuale contesa: da un lato, i palestinesi premono per arrivare in Maryland con un testo che esprima scadenze e indicazioni precise sulle tappe che dovrebbero portare alla creazione dei due stati, mentre Israele vorrebbe stilare un documento condiviso che affronti solo in termini generali temi spinosi come le frontiere, il destino di Gerusalemme e la questione dei profughi. Domenica mattina, Olmert ha ribadito che "il documento non è una condizione, e non è mai stato una condizione, per l'incontro di novembre": l'opposto di quello che dicono i palestinesi e il loro ministro degli Esteri, Riad Malki, per il quale "senza un documento per risolvere questo conflitto, non potremo andare alla conferenza di novembre". Le distanze, insomma, sembrano insormontabili sin dalle fasi preparatorie: secondo i negoziatori israeliani, la conferenza di pace dovrà segnare l'inizio delle trattative, mentre secondo i palestinesi – e secondo la Rice, che cerca un successo tangibile per il presidente Bush – Annapolis dovrà essere una sorta di traguardo che metta fine alle dispute.

Il compito del segretario di Stato americano è dunque quello di gettare un ponte tra Olmert e Abu Mazen. Al termine dei colloqui di domenica, Olmert ha dichiarato di essere "molto interessato al fatto che le basi del documento congiunto possano essere approvate da israeliani e palestinesi, con conseguenti trattative per l'eventuale nascita di uno stato palestinese a fianco di quello israeliano". Riguardo all'imposizione di un calendario preciso, però, Olmert ha parlato di "ostacolo" più che di aiuto per il raggiungimento di un accordo. Tzipi Livni, invece, ha messo in guardia dal rischio di una crisi nelle trattative a causa di "aspettative esagerate tanto da parte palestinese quanto da parte della comunità internazionale". Olmert ha ribadito le proprie convinzioni anche durante l'incontro con la Rice, che ha cercato invece di spingerlo alla stesura di un testo maggiormente vincolante e vicino alle richieste palestinesi: "Le decisioni devono essere prese senza evitare le questioni fondamentali".

È venuto poi il turno di Abu Mazen. Durante la conferenza stampa congiunta, la Rice ha ribadito innanzitutto come la fine del conflitto israelo-palestinese sia uno dei principali obiettivi della presidenza Bush – ed è soprattutto per questo che gli Stati Uniti vorrebbero delle indicazioni preliminari concrete, al pari dei palestinesi –, per poi passare alle questioni concrete. "Francamente è venuto il momento della creazione di uno stato palestinese", ha detto la Rice, e l'amministrazione americana "ha di meglio da fare che invitare gente ad Annapolis per una foto di gruppo". Abbas, dopo aver chiesto agli Stati Uniti di vigilare sull'espansione delle colonie israeliane, ha ostentato ottimismo: "Non ci sono dubbi che il documento sarà pronto prima di andare in America", salvo rimarcare che "i negoziati non dovrebbero essere a tempo indeterminato, ma stabiliti da scadenze certe".

L'aria della Rice sembra fare bene ai contendenti: Olmert, per la prima volta, ha parlato ieri pubblicamente della possibilità di dividere Gerusalemme. Nel corso di una manifestazione in ricordo di un parlamentare ucciso da terroristi palestinesi, il premier ha sottolineato come assumere il controllo dei quartieri arabi di Gerusalemme sia stato "inutile": dando quei quartieri ai palestinesi, secondo Olmert, sarebbe infatti "possibile avanzare richieste legittime". Fortemente contrari alla spartizione di Gerusalemme, però, sono molti esponenti della destra in parlamento.

Ma la debolezza dei due leader in campo si configura sempre più come il maggior ostacolo sulla via per il Maryland. Partiamo con Olmert. Il premier israeliano è fortemente osteggiato dall'opposizione, che lo accusa di voler cedere altri territori che finiranno nelle mani di Hamas: la nomina della Livni, più "dura" di Ramon, come capo dei negoziatori può essere letta come una risposta ai detrattori. Tra gli oppositori alla politica del premier, poi, in prima linea ci sono i Rabbini: i religiosi temono infatti di perdere il muro del pianto nell'eventuale spartizione di Gerusalemme. Ma i problemi di Olmert non finiscono qui. Ieri il procuratore generale Menachem Mazuz ha annunciato l'apertura di una terza indagine penale nei suoi confronti, riferita a presunti favori elargiti ad un proprio amico quando era ministro dell'Economia: in molti, anche tra le fila del suo partito, gli hanno chiesto di rassegnare le dimissioni.

E se Olmert appare debole, Abu Mazen non è certo da meno. Il maggior problema per il leader dell'Anp è come sempre Hamas, che regna indisturbata in quella Striscia di Gaza che dovrà essere parte importante del futuro stato palestinese. Il leader di Hamas Ismail Haniyeh, qualche giorno fa, ha nuovamente ammonito Abu Mazen di non cadere in una trappola: Hamas teme che vengano garantite concessioni ad Israele, una pericolosa eventualità che potrebbe creare "gravi rischi per i palestinesi". Parlando di fronte a diecimila fedeli, Haniyeh ha poi "consigliato" di "non fare concessioni sulle fondamentali questioni di Gerusalemme, dei rifugiati e dei territori". Sul fronte dei paesi arabi, invitati a prendere parte alla conferenza, si è invece espressa la guida suprema dell'Iran, l'ayatollah Khamenei: riprendendo l'appello al boicottaggio della conferenza inizialmente lanciato da Hamas, Khamenei ha ribadito che "il risultato di tutte le conferenza tenute in nome della pace è stato finora dannoso per la nazionale palestinese".

Che ne sarà allora della conferenza? Si arriverà a un documento congiunto? La Rice ci crede, e i suoi continui viaggi stanno lì a dimostrarlo. Ma l'unica certezza, al momento, è che la data dell'incontro di Annapolis potrebbe slittare ancora: inizialmente previsto per metà novembre, è già stato rimandato alla fine del mese. Ieri è giunta notizia della possibilità di un ulteriore slittamento: tutto dipenderà dai progressi tra Olmert e Abu Mazen, sotto l'occhio vigile di Condoleezza.
L'Occidentale

15 ottobre 2007

Birmania: finte manifestazioni a favore del regime

Weekend di follia nelle strade dell'ex-Birmania. Sabato mattina circa 50.000 persone sono scese in piazza, nei pressi dello stadio Thawanna di Rangoon, per una manifestazione a favore del regime di Than Shwe e contro le proteste dei monaci. Il quartiere è stato circondato da mezzi militari, che hanno poi regolato l'afflusso dei manifestanti giunti a bordo di pullman: rigorosamente vietato l'accesso ai giornalisti stranieri. Secondo alcuni testimoni, la folla avrebbe urlato slogan contro le iniziative dei monaci buddisti, per poi auspicare a gran voce il ritorno di "pace e sicurezza". Il corteo avrebbe inoltre condannato l'ingerenza internazionale negli affari della Birmania.

Che la giunta possa ancora contare su un gran numero di sostenitori? In apparenza sembrerebbe così: dal 1962, quando la dittatura militare prese il potere, molte sono state le manifestazioni di sostegno al regime. Ma le testimonianze di alcuni cittadini, così come le notizie che filtrano dalla rete di sorveglianza, lasciano intendere che le cose stanno molto diversamente.
Sabato, in piazza per Than Shwe, erano davvero decine di migliaia. Ma perché erano lì? Cosa li ha spinti, oltre alla paura che imperversa in Birmania da quando i monaci hanno invaso le strade – provocando le ire, e la repressione, del regime? Prima di tutto, i soldi: fondamentali in un paese ridotto alla fame. Stando ad alcuni funzionari locali, infatti, ai partecipanti sarebbe stata garantita una ricompensa in denaro: non a caso l'accesso all'area della manifestazione era controllata, e i comuni cittadini non potevano neppure avvicinarsi al luogo dell'evento. E forse per evitare che quella di sabato sembrasse una giornata "normale", ai non manifestanti è stato vietato di lavorare, andare a scuola e al tempio.

Per quanto concerne il reclutamento dei supporter, fonte principale d'approvvigionamento sono state le fabbriche: secondo svariati testimoni oculari, la giunta avrebbe ordinato di prendere parte alla manifestazione ad "almeno cinquanta operai per ogni fabbrica privata". In caso contrario, la licenza lavorativa concessa dallo stato agli imprenditori sarebbe stata ritirata. Oltre ai soldi, dunque, anche il ricatto. L'obbligo di partecipazione, poi, è stato evidentemente esteso anche a tutti i lavoratori statali: pena licenziamento immediato.

Forte di una manifestazione di sostegno costruita sul ricatto, la giunta militare si è inoltre espressa sul documento di condanna emanato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Parlando alla televisione di Stato, un portavoce del regime ha espresso "rammarico" per il richiamo internazionale, rinnovando però l'impegno al dialogo con il Palazzo di Vetro e il suo emissario, Ibrahim Gambari. Il governo birmano, ha detto il portavoce della giunta, continuerà "con la sua tabella di marcia" verso le riforme democratiche, anche perché la situazione del paese "non minaccia la pace e la sicurezza nella regione o internazionale".

Una serie di prese in giro che l'Occidente fatica ad accettare. La Casa Bianca, che ha nella First Lady Laura Bush la maggiore oppositrice al regime birmano, ha chiesto ad Ibrahim Gambari si recarsi immediatamente in Birmania, saltando le tappe asiatiche previste per l'inizio di questa settimana: "Visto che la giunta continua a maltrattare la gente, esortiamo Gambari a tornare in Birmania il più presto possibile – ha detto il portavoce statunitense Tony Fratto –, in modo da incontrare i responsabili governativi e Aung San Suu Kyi, per una transizione pacifica della Birmania verso la democrazia". Molto più diplomatico della First Lady, che aveva suggerito alla giunta di "andarsene" senza mezzi termini. Sull'operato delle Nazioni Unite, invece, si è aggiunto al coro delle critiche anche il primo ministro thailandese Surayud Chulanont: "I recenti richiami da parte del Consiglio di Sicurezza non hanno portato cambiamenti in Birmania. Tutti si chiedono se le Nazioni Unite siano in grado di favorirne lo sviluppo".

Sul fronte europeo, invece, il problema restano le sanzioni. Da venerdì si parla di "divisioni" tra gli Stati dell'Unione Europea: le divergenze non riguarderebbero tanto i contenuti, quanto il calendario di applicazione delle misure punitive. A questo proposito, la presidenza di turno portoghese ha indetto per oggi una riunione straordinaria degli ambasciatori Ue. Il ministro degli esteri Massimo D'Alema ha indirettamente confermato le divergenze, invitando tutti i paesi a fare "sacrifici" per giungere a "sanzioni efficaci". Secondo alcune fonti diplomatiche, le sanzioni dovrebbero riguardare in linea di massima tre classi di beni: legnami, pietre e metalli preziosi. Sul tavolo anche l'ipotesi di un embargo che coinvolga la compagnia petrolifera Total.

Misure di protesta "civili" contro Than Shwe e la sua giunta si stanno intanto diffondendo in tutto il mondo. L'idea del biocottaggio sta dando i suoi frutti sul fronte turistico: numerosi voli tra Bangkok e Ragoon sono infatti stati cancellati, e dall'inizio della repressione il flusso del turismo occidentale ha registrato una forte battuta d'arresto. "Asianews" riferisce poi che la London Market Aviation Insurer ha sospeso le polizze assicurative con la compagnia aerea birmana, la Myanmar Airways International. L'iniziativa avrebbe già portato alla cancellazione di molti voli giornalieri. Contro il regime si sono registrate poi le iniziative di molti colossi del lusso: Bulgari ha interrotto l'acquisto di pietre preziose dalla Birmania, così come la francese Cartier e l'americana Tiffany & Co. Molto più difficile risulta invece bloccare l'acquisto delle pietre che dall'ex-Birmania vengono esportate nei paesi confinanti, da dove prendono il volo verso l'Occidente. Nel suo piccolo, infine, la città di Parma ha proposto il conferimento della cittadinanza onoraria alla leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi.

La vita in Birmania, intanto, procede tra arresti e terrore. Il quotidiano inglese "Guardian" parla di militari ancora in forza a presidio della pagoda di Shwedagon, epicentro elle proteste. Molti monasteri della zona, dove vivevano oltre mille monaci, restano chiusi e vuoti: se chiedi agli abitanti che fine abbiano fatto, questi rispondo semplicemente che "non possiamo parlare, non possiamo difenderci. Non abbiamo le armi, le hanno tutte loro". Al numero degli arrestati si sono sommati lo scorso week end quattro attivisti di primo piano, facenti parte del gruppo "Studenti della Generazione 88": lo ha denunciato Amnesty International, la quale ritiene "che queste personalità di alto profilo dell'opposizione siano a grave rischio di tortura e maltrattamento". Tra quattro fermati, anche uno dei "most wanted" del regime: si tratta di U Htay Kywe, che ha guidato l'inizio delle proteste di agosto contro il rincaro dei prezzi del carburante. Dall'inizio della repressione, altri tredici membri del gruppo "Studenti della Generazione 88" sono finiti nelle mani dei militari.

L'Occidentale

14 ottobre 2007

Pechino 2008, la religione fuori dagli stadi

Alle Olimpiadi cinesi mancano meno di trecento giorni. Mentre i preparativi procedono senza sosta, il mondo si interroga: è giusto affidare i Giochi Olimpici, simbolo di pace e fratellanza, ad una dittatura che reprime dissenso e minoranze?

Alcuni sostengono che l’assegnazione dei Giochi a Pechino sia un modo per spingere la Cina sulla strada di un maggiore rispetto dei diritti umani. Altri, al contrario, credono che nulla cambierà: e la miglior forma di protesta contro il governo cinese sarebbe quella di boicottare le Olimpiadi, ritirando le proprie delegazioni. Nessuno, evidentemente, arriverà a tanto: è assai più probabile che le Olimpiadi si svolgano secondo copione, con tanto di feste e medaglie.

La questione più concreta, allora, è come comportarsi durante lo svolgimento dei Giochi. La Cina teme fortemente clamorosi episodi di dissenso, che avrebbero il pregio di richiamare l’attenzione di tutti i media mondiali, simultaneamente concentrati su Pechino. E su quale fronte la Cina rischia maggiormente le proteste? Senza dubbio su quello religioso.

In questo contesto si spiega l’annuncio lanciato giovedì dagli organizzatori della manifestazione, in occasione del secondo World Press Briefing – un incontro rivolto ai giornalisti che seguiranno i Giochi –: nel villaggio olimpico sarà proibito portare “opuscoli e materiali usati per qualsiasi attività religiosa o politica”, per la prima volta nella storia delle Olimpiadi. Insomma, niente religione nel più grande paese comunista del mondo.

In seguito alle proteste giunte da tutta la comunità internazionale, però, il Comitato organizzatore ha dovuto fare un passo indietro: venerdì è stato precisato che il divieto riguarda solo il “materiale promozionale” – senza chiarire se Bibbia e Corano siano considerati tali –. Saranno inoltre permesse le manifestazioni “personali” di fede: croce al collo e velo in testa dovrebbero insomma essere garaniti. Insieme alla propaganda religiosa, poi, è ovviamente vietata anche quella politica: il portavoce del Comitato, Anthony Edgar, ha ricordato infatti che “in nessun caso le Olimpiadi devono essere usate per la propaganda politica”, in conformità a quanto afferma la Carta olimpica.

Cosa c’è dietro la decisione cinese? Certo non sarà una Messa a preoccupare il partito comunista. Più che dai grandi paesi occidentali, infatti, i maggiori problemi verrebbero dalle minoranze religiose costantemente represse dal governo cinese. In prima linea, sul fronte del dissenso, i buddisti Tibetani, i mussulmani Uighuri e i discepoli del Falun Gong, un movimento spirituale consierato fuorilegge. Ma il doppio divieto – religioso e civile – al materiale propagandistico non può che rimandare anche alla maggiore protesta – religiosa e civile – di questi mesi: quella dei monaci birmani.

La Cina, invisa al mondo per il suo sostegno (neanche troppo celato) al regime militare di Than Shwe, teme fortemente che le Olimpiadi possano rappresentare un’occasione per superare le maglie della censura e riportare in auge la protesta degli arancioni, ad un anno dalla repressione di quella attuale. La Birmania presenta inoltre un ulteriore motivo di preoccupazione: la rivolta buddista contro la giunta del Myanmar potrebbe un giorno essere imitata dai tibetani, questa volta contro il regime comunista cinese. Un’eventualità che il governo cercherà di evitare con ogni mezzo.
I partecipanti ai Giochi si chiedono intanto che fare. Come si comporterà l’Italia, che nelle scorse edizioni è sempre stata accompagnata da Monsignor Mazza? Saranno permesse le celebrazioni pubbliche, alle quali in passato hanno partecipato anche atleti stranieri? E poi che fare con i Vangeli, si potranno mettere in valigia?

Sul fronte istituzionale Giovanna Melandri, ministro delle Attività Sportive, ha espresso soddisfazione per il mezzo passo indietro compiuto dal Comitato organizzatore: “Sarebbe stato inammissibile che il diritto fondamentale di espressione della propria fede religiosa potesse essere censurato durante le Olimpiadi, manifestazione che rappresenta il momento di massima espressione dell’esistenza umana”. Ma il problema resta: gli organizzatori infatti, quando gli è stato chiesto cosa intendessero per “materiale propagandistico”, non hanno dato risposte precise.
Monsignor Carlo Mazza, Vescovo di Fidenza e responsabile per lo sport della Conferenza Episcopale Italiana, rinuncia alle polemiche: “Per me è un privilegio accompagnare gli atleti, non voglio commentare questa vicenda”. Ma, se le direttive restano queste, qualcosa dovrà cambiare: se a Sydney celebrava Messa all’aperto – anche per atleti stranieri – e in un clima gioioso, a Pechino forse dovrà rintanarsi nelle camere degli atleti. Comitato Organizzatore permettendo.

12 ottobre 2007

Birmania, si sblocca il Consiglio di Sicurezza

Il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite ha approvato ieri un documento, firmato da tutti i quindici membri, in cui "deplora" la condotta del regime birmano. Il testo, riscritto più volte per mettere d'accordo l'unanimità dei firmatari, non è vincolante: non si tratta di una risoluzione, ma di una semplice presa di posizione politica. Da segnalare l'adesione della Cina: per la prima volta dall'inizio delle proteste e della repressione da parte della giunta, il gigante asiatico si trova a fianco delle maggiori potenze occidentali in una presa di posizione condivisa.

Il testo si apre con un apprezzamento del lavoro svolto dall'inviato delle Nazioni Unite, il nigeriano Ibrahim Gambari, che ha recentemente trascorso quattro giorni in Myanmar – incontrando tanto il leader della giunta, Than Shwe, quanto la leader dell'opposizione, Aung San Suu Kyi. In seguito i quindici del Consiglio "deplorano fortemente l'uso della violenza contro dimostrazioni pacifiche nel Myanmar e accolgono la Risoluzione S-5/1 del Consiglio per i Diritti Umani".

Cosa chiede nello specifico il Consiglio di Sicurezza? Primo, l'immediato rilascio di tutti i prigionieri politici e dei restanti detenuti: ma proprio oggi l'agenzia di stampa "Mizzima" dà notizia del trasferimento di quarantacinque prigionieri nella prigione i Thayet, scortati da imponenti misure di sicurezza. Secondo, cooperazione tra la giunta e i partiti d'opposizione per il raggiungimento di una soluzione pacifica. Terzo: la giunta al potere deve parlare, e trattare, con il Nobel Aung San Suu Kyi, considerando le raccomandazioni fornite da Ibrahim Gambari. Di dialogo tra giunta e opposizione si è molto parlato nei giorni scorsi: le condizione poste dal regime (un sostanziale abbandono della protesta da parte della donna) sono parse però inaccettabili ai dissidenti. Quarto: la giunta deve prendere tutte le misure necessarie per garantire i diritti fondamentali al popolo birmano. In chiusura, il Consiglio accoglie positivamente la collaborazione da parte dell'Asean, l'unione dei paesi del sud-est asiatico.

Il documento del Consiglio di Sicurezza rappresenta un ulteriore tassello nella "moral suasion" contro la giunta di Than Shwe: da un punto di vista pratico, più utili saranno però le sanzioni che l'Unione Europea discuterà nei prossimi giorni. Dai membri del Consiglio provengono comunque commenti positivi: secondo l'amabasciatore britannico alle Nazioni Unite, John Sawers, il documento "è significativo, perché mette in assoluta evidenza che il governo della Birmania è isolato rispetto all'opinione mondiale". Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia si sono però premurate di far sapere che "le promesse del regime di colaborare con le Nazioni Unite e il signor Gambari devono essere seguite dai fatti": in caso contrario, la questione tornerà sul tavolo del Consiglio di Sicurezza nel giro di due settimane. "Non rallenteremo, persisteremo" ha aggiunto l'ambasciatore americano Khalilzad.

E la Cina? Il suo ambasciatore all'Onu, Liu Zhenmin, ha misurato le parole limitandosi a sperare che il documento possa supportare l'azione di Gambari. Nessun commento su eventuali future iniziative da parte del Consiglio: sta al governo del Myanmar e alla popolazione "risolvere questa questione". Un colpo al cerchio e un colpo alla botte, come sempre: gli interessi cinesi in Birmania sono troppo forti per fermarsi di fronte a migliaia di arresti e centinaia di morti. L'"Economist", il settimanale britannico più prestigioso al mondo, ha ricordato come per tutti gli anni novanta la Cina abbia rafforzato i rapporti con il regime fornendogli armi, tra cui caccia e lanciarazzi, in cambio di importanti risorse energetiche. Secondo l'americana Earth Rights International, inoltre, le imprese cinesi sono attualmente impicate nei progetti per la costruzione di quaranta centrali idroelettriche in Birmania, così come in diciassette progetti per il trasporto di gas e petrolio. A breve seguirà la costruzione di un gas-oleodotto.

Novità consistenti sono giunte poi sui futuri progetti dell'inviato Ibrahim Gambari. Lunedì il nigeriano sarà in Thailandia, per poi visitare Malaysia, Indonesia, India, Cina e Giappone. Una sorta di accerchiamento che dovrebbe riportarlo in Myanmar: lì potrà chiedere conto alla giunta dei presunti "progressi" sul fronte della protesta.

Contrastanti, e sempre più esili, le notizie dal Myanmar. Mentre Laura Bush, in un aticolo pubblicato dal "Wall Street Journal", ha invitato senza mezzi termini la giunta ad "andarsene", Than Shwe e i militari tengono sotto stretto controllo la situazione. Qualche giorno fa internet è stato riattivato, ma solo nelle ore notturne (quando tutti gli internet point sono chiusi), mentre la repressione mediatica continua su altri fronti. "Mizzima" parla di censura nei confronti del celebre vignettista Awpikye, colpevole di aver sostenuto le manifestazioni dei monaci. Censurato anche l'attore Kyaw Thu, protagonista di un film (intitolato "Total Security") contro la diffusione del virus Hiv: secondo il governo, il lungometraggio sarebbe stato "temporaneamente sospeso". In attesa di ulteriori indagini.

L'Occidentale

10 ottobre 2007

Olmert e Abu Mazen vogliono la pace, Hamas la guerra

Una pace definitiva in Medio Oriente: sembra essere questo il sogno ricorrente di ogni presidente degli Stati Uniti, giunto alle soglie di fine mandato. Contribuire alla creazione di due stati, Israele e la Palestina, capaci di convivere civilmente l'uno accanto all'altro: un colpo di teatro che assicurerebbe un posto nella storia. L'ultimo a provarci è stato Bill Clinton, e per poco non ci è riuscito: ma a Camp David, nel luglio 2000, Arafat rifiutò all'ultimo le proposte di Barak. Risultato: niente di fatto.
Oggi, sette anni dopo, è il turno di George W. Bush (con il fondamentale contributo di Condoleezza Rice, alla quale il presidente sembra aver affidato la pratica israelo-palestinese). Da mesi si parla infatti di una nuova conferenza di pace sul Medio Oriente, organizzata dagli Stati Uniti, che dovrebbe tenersi a fine novembre ad Annapolis. Oltre a Bush, il premier israeliano Olmert e il leader palestinese Abu Mazen, dovrebbero partecipare anche alcuni stati arabi. E secondo molti osservatori, il successo (o l'insuccesso) dell'iniziativa dipenderà proprio dal numero dei "vicini di casa" che accetteranno l'invito degli americani.
Una conferenza di pace non è mai frutto di improvvisazione. Nonostante la scarsa copertura mediatica dedicata ai preparativi del vertice, le diplomazie dei principali protagonisti sono al lavoro da tempo. Obiettivo: evitare un ulteriore fallimento, da sommare ai molti che hanno sinora contraddistinto la tormentata storia del conflitto israelo-palestinese. Per quanto riguarda Bush, poi, un "nulla di fatto" non aiuterebbe certo a risollevare il suo consenso presso il popolo americano. Gli ostacoli da aggirare, come sempre, sono molti: a partire da Hamas, contraria a qualsiasi concessione allo Stato ebraico.
La strada che porta ad Annapolis è contrassegnata da incontri preliminari tra delegati israeliani e palestinesi. Il senso di questi incontri, ritenuti fondamentali da ambo le parti, è quello di giungere negli Stati Uniti con le idee chiare e possibilmente una bozza condivisa, senza la quale - stando a quanto affermato da Ahmed Qureia, leader della delegazione palestinese - l'incontro potrebbe anche saltare. Non a caso George W. Bush, che ha ostentato ottimismo in vista dell'incontro americano, ha lasciato intuire che la data della conferenza verrà decisa in base ai progressi che emergeranno dagli incontri tra i due contendenti.
A dare il via alle discussioni, un vertice privato tra Olmert e Abu Mazen, avvenuto il 3 ottobre. Ben poco è trapelato, ma secondo il quotidiano israeliano "Haaretz" Abu Mazen avrebbe presentato ad Olmert le questioni di primaria importanza per il popolo palestinese. Tra i punti esposti da Abbas comparirebbero la richiesta di un immediato congelamento degli insediamenti, un ritorno dei confini a quelli del 1967, la creazione di una territorio sovranazionale per permettere il passaggio tra Gaza e il West Bank, la sovranità su Gerusalemme e un indennizzo monetario per le sofferenze provocate ai palestinesi. Richieste pesanti, certo: come tutte le condizioni iniziali, inevitabilmente soggette a lunghi negoziati. Dall'incontro tra i due leader (il sesto nel corso del 2007) sono emerse anche alcune informazioni sulla futura conferenza: Abu Mazen si aspetta la partecipazione di 36 paesi (tra cui dodici stati arabi, tre islamici, i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e i paesi del G8). Olmert ha invece ricordato che la conferenza di pace negli Stati Uniti "non sostituisce negoziati diretti fra israeliani e palestinesi".
Lunedì 8 ottobre si è tenuto invece il primo incontro ufficiale tra le due delegazioni diplomatiche. Shimon Peres, presidente d'Israele, ha parlato alla Knesset: "Non bisogna dare modo di pensare che a Israele non interessi il raggiungimento della pace", mentre Olmert ha rassicurato sulla credibilità dell'attuale leadership palestinese - "Non sono terroristi", ha affermato - e sulla comune volontà di raggiungere un accordo condiviso. Pressochè nulla è trapelato sui contenuti dell'incontro: un membro del governo israeliano ha voluto far sapere che "questi incontri non sono segreti, ma l'idea è quella di lavorare intensamente e non sotto gli occhi dei media", per poi mettere in guardia da tutte le indiscrezioni infondate che riempiranno nelle prossime settimane le pagine dei giornali mondiali. Lavoro duro e nessuna dichiarazione: questo sembra essere il leitmotiv che accompagnerà le trattative dei prossimi giorni. Una riservatezza, visto il contesto nel quale ci si trova a dialogare, che suona francamente indispensabile.
Una certezza, però, c'è: al centro del tavolo ci sarà il futuro di Gerusalemme. Abu Mazen ha dichiarato senza mezzi termini che "Gerusalemme è sempre stata nei nostri cuori, e la speranza che ci ha accompagnato fino a qui", per poi ribadire che "non può esserci una Palestina indipendente senza Gerusalemme capitale. E' una considerazione che terremo ben presente nei difficili giorni a venire". Anche il vicepremier israeliano Haimi Ramon ha sottolineato l'importanza di Gerusalemme: "Chiunque pensi che l'oggetto delle discussioni sarà limitato alla struttura delle istituzioni palestinesi è fuori strada. Israele ha interesse che vengano riconosciuti tutti i quartieri ebraici di Gerusalemme, e consegnati quelli arabi ai palestinesi". L'idea del vicepremier, sulla carta, è semplice ed "in linea con i principi di Kadima": "Ci saranno scambi territoriali. A Gerusalemme quello che è arabo sarà palestinese e quello che è ebreo sarà israeliano". Secondo il quotidiano londinese "Times", le due parti starebbero pensando di mettere la Città Vecchia – la zona più santa e maggiormente contesa della città – nelle mani di un'amministrazione speciale vicina al governo giordano.
Ed è ancora la “questione Gerusalemme” a infuocare i maggiori oppositori alle trattative: entrambe le leadership devono infatti confrontarsi con "nemici interni". Alla Knesset, l'opposizione guidata dal leader del Likud Netanyahu ha attaccato la condotta di Olmert e di Kadima: la strategia del governo, secondo il Likud, porterebbe ad una presenza di terroristi iraniani a Gerusalemme e in Israele. "Il ritiro unilaterale dal Libano ha creato un avamposto iraniano al nord, dal quale Israele è stato attaccato, e il ritiro unilaterale da Gaza ha creato un secondo avamposto iraniano, Hamastan. Adesso il governo sta pianificando un terzo ritiro, dalla Giudea e dalla Samaria, che creerà una terza base iraniana", ha riflettuto Netanyahu, che ha concluso il suo discorso al parlamento mettendo in guardia da Hamas: "Dare ad Hamas metà di Gerusalemme renderebbe invivibile il resto della città". Nel corso di una riunione di governo tenutasi domenica, anche Tzipi Livni ed altri ministri hanno messo in guardia Olmert dai rischi di troppe concessioni "solo per arrivare al summit con in mano un pezzo di carta".
Sull'altra sponda, oppositori di Abu Mazen sono evidentemente i militanti di Hamas: di trattative di pace, dopo aver preso il controllo totale della Striscia di Gaza ai danni di Fatah, non vogliono proprio sentir parlare. Il portavoce del movimento islamico ha dichiarato a "France Press" di voler organizzare una contro-conferenza a Damasco, prevista per il 7 novembre e immediatamente bollata come "illegale" da Fatah. Il primo ministro di Hamas, Ismail Haniyeh, si sta inoltre prodigando per boicottare il vertice ufficiale di Annapolis: per farlo, si è appellato direttamente agli stati arabi - Egitto e Arabia Saudita su tutti - pregandoli di "rivedere la decisione di prendere parte alla conferenza". Tempi duri all'orizzonte.

L'Occidentale

08 ottobre 2007

Myanmar: spuntano i forni crematori, ma all’Onu è paralisi

Dove sono finiti i monaci? Quanti sono i morti? La risposte a queste domande stanno forse nelle agghiaccianti testimonianze che filtrano in queste ore dal Myanmar. A supportare l'ipotesi di religiosi schiacciati e poi cremati in massa sono una fotografia, inviata a "Repubblica" da un giornalista birmano, e alcune testimonianze raccolte sul posto dal londinese "Times".

"Le notizie e le immagini dei media hanno mostrato al mondo il vero volto dei militari killer birmani. Ma ora che le manifestazioni sono state represse, le notizie censurate e le macchine fotografiche vietate, non crediate che le uccisioni e le torture siano finite...": comincia così la lettera ricevuta dal quotidiano "Repubblica", accompagnata da una fotografia di un monaco buddista che sta per essere schiacciato da un automezzo presumibilmente governativo. L'attendibilità assoluta non è garantita: i dissidenti potrebbero aver scelto di utilizzare la pratica del fotomontaggio per tenere alta l'attenzione mondiale. Il quotidiano, che ovviamente non rivela il nome della fonte, scommette però sulla sua attendibilità. E le altre foto che nei giorni scorsi hanno fatto il giro del mondo – l'uccisione del fotografo giapponese e il cadavere di un religioso gettato in una pozza – lasciano pochi dubbi sulle pratiche di repressione attuate dal regime di Than Shwe.

Secondo l'anonimo giornalista birmano, i monaci (così come i dissidenti civili) verrebbero gettati a terra ancora moribondi, per poi essere schiacciati sotto "autotreni a dieci ruote". A dirci poi che ne è dei corpi, ci pensa il "Times" di ieri: "l'esercito birmano ha bruciato un indeterminato numero di cadaveri in un crematorio aperto da guardie armate nel corso degli ultimi sette giorni". Del luogo delle cremazioni, sito nel nord-est di Rangoon, hanno parlato numerosi residenti, testimoni dei "fuochi": a insospettirli, il continuo via vai notturno di camion militari e il fumo proveniente dagli edifici. Secondo la popolazione locale, le cremazioni sarebbero cominciate la notte del 28 settembre: solo ventiquattr'ore dopo l'apertura del fuoco contro i manifestanti da parte della giunta militare. Le cremazioni sarebbero poi continuate ad intervalli regolari. Ad oggi, i taxi si rifiutano di portare stranieri nell'area.

La giunta militare, intanto, ostenta sicurezza. Ieri hanno annunciato di aver confiscato armi nei monasteri, ma sono ormai in pochi a sfidare la repressione per strade: le misure di sicurezza, nell'ex capitale Rangoon, sono state fortemente ridimensionate. In un clima di maggiore tranquillità, la giunta può procedere tranquillamente con interrogatori e arresti: secondo fonti birmane, ieri sarebbero stati arrestati 78 sospetti, mentre oltre mille sarebbero stati rilasciati da parte delle autorità. La gente ha paura, e non lo nasconde più: mentre internet resta ancora isolato, sfidare la giunta significa ormai andare incontro alla morte o a una lunghissima detenzione.
Una calma apparente che fa a pugni con le dichiarazioni dei leader della protesta. Ancora venerdì e sabato, erano in molti a proclamare una lotta "fino alla morte" contro il regime. Gli stessi leader che hanno poi attaccato senza mezzi termini l'Onu e il suo inviato Gambari, colpevoli a loro dire di eccessiva accondiscendenza nei confronti di Than Shwe e dei militari al potere. "Ci avevamo sperato molto", ha dichiarato un'attivista riferendosi alla visita dell'inviato nigeriano, "e quello che sentiamo è che non sia servito a nulla. Avrebbe dovuto visitare i luoghi della dimostrazione – come Pakkoku e Shwedagon Pagoda. Avrebbe dovuto visitare la prigione Insein, così avrebbe visto la verità", ha continuato, per poi rispondersi sconsolata che "abbiamo fatto molti sacrifici e molte persone sono state uccise, e non è giusto per lui venire e vedere solo quello che la giunta vuole fargli vedere".

Sono in molti, effettivamente, a sottolineare come Gambari sia stato una sorta di "ostaggio" della giunta per ben quattro giorni: uniche concessioni, i due incontri con la leader dell'opposizione Aung San Suu Kyi. Che la missione sia stata un fallimento? Tornato al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Gambari ha denunciato come un ritorno alla status quo precedente alle dimostrazioni sia "inaccettabile": il Consiglio ha stabilito che "è impossibile tornare alla situazione precedente: vi sono questioni socioeconomiche e politiche che vanno affrontate", rimanendo in attesa di "risposte concrete" da parte della giunta. La stessa giunta che, sedate le manifestazioni, schiaccia e brucia le prove della repressione. "Esiste un'apertura al dialogo, ma serve un vero dialogo che conduca ad una riconciliazione nazionale, un dialogo serio con un calendario", ha concluso Gambari: un dialogo, quello tra giunta e opposizione, frenato però da troppe condizioni inaccettabili. Altri hanno provato a parlare con Than Shwe: su tutti, l'ambasciatore americano Villarosa, che ha poi bollato l'incontro come "inutile".

L'unica via percorribile resta ancora quella pressione internazionale. Nonostante il governo indiano abbia richiesto ufficialmente la liberazione del Nobel Aung San Suu Kyi, dimostrando una maggiore apertura rispetto al passato, l'opposizione della Cina all'imposizione di sanzioni internazionali resta un ostacolo insormontabile. Ecco allora l'apertura di singoli fronti d'iniziativa. Al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna – i tre paesi occidentali maggiormente esposti contro il regime birmano – hanno fatto circolare una bozza di risoluzione, che verrà discussa oggi: "Il Consiglio di sicurezza - si legge nel comunicato - condanna la repressione violenta di manifestazioni pacifiche da parte del governo della Birmania", così come l'uso della forza contro personalità religiose. Se anche la bozza dovesse essere approvata dagli otto membri del Consiglio, non avrebbe alcun valore legale: insomma, un semplice avvertimento. Gli Stati Uniti hanno poi fatto sapere di essere disposti ad attuare un embargo di armi nei confronti del regime, mentre il premier inglese Gordon Brown ha affermato che "il mondo non ha dimenticato, e non dimenticherà, il popolo birmano", manifestando poi seria preoccupazione per "le centinaia, se non migliaia, di bonzi o di altre persone che semplicemente sono scomparse".

Molte belle parole e molta solidarietà. Ma la sensazione è che dopo lo sgomento, l'irritazione e la vicinanza al popolo birmano, il mondo debba decidersi a fare un passo avanti: sanzioni ed embargo sono ormai una necessità impellente, purtroppo incompatibile con i tempi e i modi di queste Nazioni Unite.
L'Occidentale