30 novembre 2007

Soltanto in Europa

Il comunismo passa, il maoismo pure, il capitalismo avanza dappertutto, ma quel che non si cancella è la storia, il cui peso si calcola in secoli. In Russia eliminare gli avversari, chiudere la bocca ai dissidenti, asservire l'informazione e l'economia sono tuttora, per il potere, altrettante tentazioni irresistibili come sotto Pietro il Grande. La Cina sta per diventare il Paese più ricco del pianeta, ma la vita e i diritti dei suoi abitanti continuano ad avere più o meno lo stesso valore di quando c'era il Celeste Impero. Quanto all'Islam, neppure a dirsi. Soltanto in Europa la storia (a conti fatti una storia non indegna) sembra essere stata cancellata. Ogni ruolo politico che fu, ogni valore e significato trascorsi, appaiono desiderosi unicamente di naufragare nella fiacca nullità dell'europeismo, di annullarsi nello spettacolo soddisfatto dell'inconsapevole oblio di se stessi. Soltanto in Europa la potenza del rimorso e del pensiero è riuscita ad annichilire il passato.
Ernesto Galli Della Loggia,
"Corriere della Sera"

29 novembre 2007

Annapolis: vincitori e vinti della conferenza di pace

Dopo mesi di preparativi, la lunga tre giorni di Annapolis ha chiuso i battenti. Lunedì i primi incontri di Bush con Olmert e Abu Mazen. Martedì la conferenza, aperta dal tanto atteso documento congiunto – firmato da israeliani e palestinesi all’ultimo minuto. Mercoledì, infine, gli incontri del presidente George W. Bush con il premier israeliano e il presidente dell’Anp: in altre parole, l’inizio ufficiale dei negoziati.

Prima domanda, difficilissima: Annapolis è stata un successo? Sicuramente più di quanto si aspettassero la maggior parte dei partecipanti e degli analisti. L’accordo raggiunto (una pace entro il 2008, che sarà un’annata di contatti seri e continuativi tra i due contendenti) è una perfetta via di mezzo tra quello che chiedevano israeliani e palestinesi: Annapolis non ha sancito un traguardo finale negli accordi – come voleva Abu Mazen –, ma neppure una semplice (e vaga) dichiarazione d’intenti – come volevano gli israeliani. Israele e l’Anp hanno messo direttamente la faccia di fronte al mondo, assicurando tutto l’impegno possibile per giungere ad un accordo prima che il presidente degli Stati Uniti lasci la Casa Bianca. E se le trattative dovessero arenarsi, sarà lo stesso Bush (o meglio, il Segretario di Stato Condoleezza Rice) a dare una spintarella alle due parti. Insomma, parlare di successo è certo prematuro: ma le condizioni per fare qualcosa, e farlo bene, ci sono tutte. Il solo raggiungimento del documento condiviso (cercato per mesi), i partecipati discorsi di Olmert e Abu Mazen e la grande partecipazione internazionale – che era venuta meno nelle scorse (mancate) occasioni di pace – lasciano ben sperare.

Se dovessimo indicare dei “vincitori” – evidentemente sul breve termine, dato che le trattative potrebbero sfumare nel corso del 2008 (come è sempre accaduto in passato) –, questi sono sicuramente i due protagonisti – Israele e l’Anp – e gli Stati Uniti. I due contendenti, per mesi, hanno fronteggiato nemici interni ed esterni, senza perdersi d’animo: anche quando le divisioni sembravano insuperabili, i due team di negoziatori non hanno mai perso la pazienza e sono giunti, in extremis, alla dichiarazione congiunta. Stesso discorso vale per gli Stati Uniti, e vera vincitrice appare più Condoleezza Rice che il presidente Bush: il Segretario di Stato ha seguito passo dopo passo le trattative israelo-palestinesi, intervenendo quando necessario per sbloccare il tavolo sulle questioni più spinose. Il ruolo della Rice, ora che i negoziati non riguardano più un documento generico ma una pace definitiva, assume un rilievo ancora maggiore: una pace stabile in Medio Oriente passerà anche dagli sforzi degli Stati Uniti e della loro intraprendente mediatrice.

Ma solo a fine 2008 sarà possibile parlare di successo o insuccesso. Il tavolo dei volenterosi, infatti, è sin d’ora fortemente minacciato da coloro che escono sconfitti dal vertice di Annapolis: Stati, organizzazioni e partiti che non si daranno certo per vinti e fino all’ultimo cercheranno di far saltare gli accordi.

Partiamo dai nemici esterni, capeggiati da Ahmadinejad. La tre giorni del Maryland ha segnato un duro colpo all’immagine dell’Iran: gli Stati Uniti hanno infatti portato alla conferenza Siria e Arabia Saudita, sordi ai richiami all’ordine del presidente iraniano. Ahmadinejad si è adoperato per mesi nel tentativo di convincere l’alleato siriano a boicottare il vertice, ma ha miseramente fallito nei suoi intenti. Dopo aver esternato il suo stupore per il “tradimento” di Assad, Ahmadinejad ha inveito ieri contro Israele e la conferenza tradendo un certo nervosismo: “È impossibile che lo Stato sionista sopravviva. Il collasso è nella natura di questo regime perché è stato creato con l’aggressione, la menzogna, l’oppressione e il crimine” ha detto il presidente iraniano, aggiungendo poi che presto tutti capiranno che “questa conferenza è stata un fallimento sin dall’inizio”.Ma anche gli Stati Arabi presenti alla conferenza non sono andati troppo per il sottile con Israele. Il ministro degli Esteri siriano Faisal al-Miqdad ha dichiarato ieri pubblicamente che la Siria prenderà in considerazione una normalizzazione dei rapporti con lo Stato ebraico solo quando si vedrà restituito il Golan. Secondo alcuni funzionari israeliani, citati dal Jerusalem Post, il ministro siriano avrebbe inoltre chiesto agli israeliani di lasciare le fattorie di Sheeba. Duro anche il delegato libanese alla conferenza, il ministro della Cultura Tarek Mitri: alle richieste siriane ne avrebbe aggiunte delle altre, tanto che un funzionario israeliano l’ha paragonato ad un portavoce di Hezbollah. Toni maggiormente concilianti ha usato invece il ministro degli Esteri saudita Saud al-Faisal, che ha ribadito l’importanza dei negoziati e il supporto dell’Arabia Saudita nella ricerca di una normalizzazione della convivenza israelo-palestinese.

Ma ben più temibili, tanto per Israele quanto per l’Anp, sono i nemici sul fronte interno. Israele deve fronteggiare una folta frangia della popolazione assolutamente contraria a qualsiasi compromesso: la conferenza, in terra israeliana, è stata salutata da 15.000 fedeli che hanno pregato di fronte al muro del pianto chiedendo il blocco di ogni concessione. In questo senso si sono espressi poi i leader di tre delle maggiori organizzazioni cristiano-evangeliche: il Rev. Malcom Hedding, fattosi portavoce del dissenso, ha dichiarato che ogni tentativo di dividere Gerusalemme è per loro tragico e inaccettabile. Ma Abu Mazen, ad Annapolis, ha parlato chiaro: i palestinesi vogliono Gerusalemme Est, e pazienza se la maggior parte degli israeliani si dichiara contraria. Il capo del Likud all’opposizione Benjamin Netanyahu, infine, si è spinto sino a chiedere ai partiti conservatori che appoggiano Olmert di uscire dalla coalizione di un governo che “svende il paese”. Tutti fattori con i quali Olmert si troverà presto a fare i conti: da qui la presa di coscienza, espressa ad Annapolis, della necessità di concessioni senza dubbio “dolorose”.
Se la situazione in Israele è critica, nei territori palestinesi è davvero drammatica. Hamas, che ha preso il controllo della Striscia di Gaza, è infatti la spada di Damocle che pende sulla testa di Fatah e della pace. Così Ismail Haniyeh, capo di Hamas a Gaza, in una controconferenza alla presenza di Jihad islamica, Resistenza Popolare e Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina: “Che tutto il mondo ci ascolti: non cederemo un pollice di Palestina e non riconosceremo mai Israele”. Dalle parole ai fatti: a poche ore dall’apertura della conferenza di Annapolis, Hamas ha chiamato in piazza la popolazione di Gaza City, che ha risposto con decine di migliaia di persone. Anche in questo caso Haniyeh ha arringato – e infiammato – la folla: “Restiamo fermi e determinati di fronte a chi attacca la volontà della nostra gente, i nostri gruppi e le nostre armi di resistenza. Ribadiamo la legittimità della resistenza, che è un diritto naturale”. Ai margini della Striscia, a questo punto, sono partiti i primi disordini e i lanci di mortaio contro il vicino israeliano.

E ieri, come nel peggiore degli incubi, i disordini si sono spostati in Cisgiordania: nel West Bank, controllato da Fatah, si sono registrati forti scontri tra militanti di Hamas e membri dell’Anp. Qualcuno inizia a dare a voce al rischio più grande: quello di un golpe di Hamas in Cisgiordania, nel tentativo di prendere possesso dei territori controllati da Abu Mazen. L’operazione, evidentemente, è molto difficile: ma nessuno sa esattamente di quali armamenti possa fregiarsi Hamas, e un ulteriore colpo di stato sarebbe forse l’azione definitiva per mettere fine al sogno di Annapolis. Senza contare che altri nemici esterni, come l’Iran, potrebbero premere in questo senso: non solo spiritualmente, ma fornendo armi alle organizzazioni terroristiche che operano nella Striscia. Fantapolitica? Per ora, forse sì. Ma la strada verso la pace è una salita ancora molto ripida.

L'Occidentale

27 novembre 2007

Il Dalai Lama mette in difficoltà politica e imprese

La situazione, in apparenza, è farsesca. Ai primi di dicembre il Dalai Lama – al secolo Tenzin Gyatso – atterrerà in Italia, una delle tante tappe toccate dal leader buddista nel corso dei suoi viaggi senza fine. Tra il 7 e il 9 dicembre, Tenzin Gyatso sarà a Milano e al PalaSharp terrà alcune lezioni seguite da una conferenza pubblica prevista per domenica 9, ore 15 (l'iniziativa è patrocinata dalla Provincia di Milano); il 16 dicembre, invece, sarà a Torino: seguiranno poi Udine e Roma. Ma come è accaduto per paesi che lo hanno precedentemente ospitato, anche sull'Italia si è abbattuta l'ira della Cina: l'ambasciatore del dragone ha fatto sapere di non gradire assolutamente la visita del leader tibetano, ed è pronta a mettere in moto tutti i mezzi per guastare la festa alle imprese italiane in Cina – così come a deviare l'Expo 2015 da Milano a Smirne. Anziché accogliere a braccia aperte il prestigioso premio Nobel per la Pace tibetano, ecco allora che le istituzioni italiane iniziano a tentennare: che fare con l'ospite che scotta? All'improvviso le agende si riempiono d'impegni per non doverlo incontrare, in una corsa allo scaricabarile tipicamente italian-style. Anche il Vaticano, intanto, ha smentito un precedente annuncio secondo il quale Benedetto XVI avrebbe incontrato il Dalai Lama a dicembre – suscitando le ire della Cina –: secondo Padre Federico Lombardi, portavoce della Senta Sede, “non c’è in agenda alcun incontro” tra il Santo Padre e il leader tibetano.

Un passo indietro. Perché la Cina odia il Dalai Lama? E perché lo reputa così pericoloso da intromettersi – con la palese arma del ricatto – nelle libere scelte degli altri Stati? Il Dalai Lama (72 anni, residente in India da esiliato dal 1959), rappresenta la più alta autorità tibetana e il capo spirituale della scuola buddista di Gelug. Lo scontro con la Cina è del tutto politico: il gigante asiatico considera il Tibet roba sua, mentre il Dalai Lama lotta per l'indipendenza della regione. Dopo essere stato cacciato in India nel 1959, Tenzin Gyatso ha fondato un governo tibetano in esilio (Central Tibet Administration) subito bollato come illegale dal partito comunista cinese. Nel 1960 il governo tibetano provvisorio si è instaurato definitivamente nella città indiana di Dharamsala: il suo ruolo, sul piano pratico, è quello di accogliere e amministrare gli esuli tibetani in attesa della definitiva indipendenza della regione. Per quanto riguarda la Cina, il Dalai Lama altro non è che un pericoloso separatista dissidente: unico effetto dei suoi viaggi intorno al mondo sarebbe quello di mettere in cattiva luce il governo cinese. Ma a dare pieno riconoscimento alla resistenza pacifica del leader buddista è stata l'Accademia di Svezia, che nel 1989 lo ha insignito del premio Nobel per la Pace.

Il discorso della Cina è chiaro: il Dalai Lama è un nemico, e incontrarlo con tutti gli onori significa mettersi contro di noi. Gli Stati mondiali devono scegliere: o con la Cina, o con il Tibet. Recentemente, davanti a questo bivio si sono trovati tanto la Germania di Angela Merkel quanto gli Stati Uniti di George W. Bush: entrambi non hanno avuto il minimo dubbio, accogliendo il Dalai Lama con tutti gli onori. La Merkel ha ricevuto l'ospite il 23 settembre in Cancelleria a Berlino, rispondendo picche alle minacce cinesi: "Decido io chi ricevere e dove" ha detto la cancelliera. Bush è andato addirittura oltre, insignendolo ad ottobre della Medaglia d'Oro del Congresso statunitense, la più alta onorificenza americana.

Ma in Italia, soprattutto a Milano, sembra mancare questo coraggio. Il primo a sollevare il problema è stato Roberto Formigoni, presidente della Lombardia, chiedendo lumi a Roma sul comportamento da tenere in occasione della visita: "In questo campo, dove si gioca un settore importante della politica estera dell'Italia, è il Governo che deve prendere l'iniziativa e accogliere la nostra disponibilità a sederci intorno allo stesso tavolo per decidere insieme cosa fare". Insomma, accoglierlo o non accoglierlo? A Milano regna l'incertezza: Formigoni annuncia un incontro, ma fuori dai palazzi istituzionali; Letizia Moratti, sindaco meneghino, per quei giorni ha già l'agenda fitta d'impegni: visita di Napolitano e Prima Scaligera di Sant'Ambrogio; nessun incontro ufficiale col sindaco di Milano, dunque, che ha però fatto sapere di poterlo accogliere nell’ambito di una serie di incontri con i premi Nobel (tra cui Shimon Peres e Al Gore). Il più agguerrito sembra Vittorio Sgarbi, assessore alla Cultura: "Riceverò io il Dalai Lama. C’erano effettivamente stati alcuni imbarazzi in giunta quando si era trattato di decidere se dare o meno il patrocinio all'iniziativa del PalaSharp. Alla fine, dietro mia insistenza, il patrocinio è stato concesso, quindi non vedo il problema". Il critico d'arte ha inoltre espresso il desiderio di portare l'ospite ad Arcore, per farlo incontrare con Silvio Berlusconi: del resto, dice Sgarbi, "lo ha fatto con gli ispettori dell'Expo, perché non dovrebbe farlo col Dalai Lama?".

Il problema di Milano è semplice e duplice: imprese e Expo 2015. Sul piano imprenditoriale, sono molti i milanesi che hanno forti interessi in Cina: una presa di posizione del governo cinese contro l'Italia certo non favorirebbe coloro che hanno investito in Asia. Ma l'incubo peggiore resta l'Expo 2015: come ripicca, la Cina potrebbe votare contro la candidatura milanese favorendo la città turca di Smirne. Un'eventualità che la giunta non vuole neppure prendere in considerazione. La Cina, del resto, è stata chiarissima: accogliere il Dalai Lama è una "provocazione" e si tratta di "interferenza negli affari interni" cinesi. Ma su questo punto Marilena Adamo, capogruppo dell'Ulivo al consiglio comunale, è chiarissima: il problema di Milano è "che si fanno calcoli di opportunità in vista del voto della Cina per l'assegnazione dell'Expo, si stanno perdendo di vista le regole della buona educazione e dei doveri istituzionali".

Più coraggiosa di Milano, in effetti, si è dimostrata Torino – anche se non ha candidature pendenti sulla testa. Il 16 dicembre il Dalai Lama parlerà di fronte alle assemblee piemontesi, in seguito ad una decisione assolutamente bipartisan. Il presidente del consiglio regionale piemontese, Davide Gariglio, ha dichiarato che gli appuntamenti torinesi "non sono iniziative ostili nei confronti della Cina, ma rivendichiamo il diritto di incontrare il leader spirituale indiscusso di un popolo con una storia millenaria". Ma un po' di preoccupazione non manca, anche sotto alla Mole: "Speriamo che non ci siano ritorsioni, anche se potrebbero esserci delle conseguenze economiche".
Ma una brigata di coraggiosi è presente anche a Roma, in Parlamento. Guidati dal forzista Benedetto della Vedova (ex Radicale), già 156 deputati hanno firmato una petizione per richiedere che il Dalai Lama possa essere accolto alla Camera dei Deputati, "cuore della democrazia". L'obiettivo di Della Vedova è raggiungere le 315 firme, corrispondenti alla metà del Parlamento. Tra i seguaci del deputato di Forza Italia presenziano anche esponenti di An (guidati dalla vicepresidente della Camera Giorgia Meloni), dell'Udc (tra cui Luca Volntè) ed esponenti della maggioranza di governo: Pd (Roberto Giachetti e Pietro Marcenaro), Prc (Pietro Folena), Verdi (Grazia Francescano) e l'intera Rosa nel Pugno. Ma per ora Fausto Bertinotti non ci sente: "Nell'emiciclo si svolgono solo lavori parlamentari, non celebrazioni" hanno spiegato i suoi collaboratori. L'alternativa è un incontro nella Sala Gialla, ma l'effetto simbolico non sarebbe lo stesso.

La raccolta firme, intanto, continua: c'è ancora tempo per convincere le istituzioni italiane ad avere lo stesso coraggio di Stati Uniti e Germania, senza farsi intimorire dal Partito Comunista cinese. I cittadini italiani, intanto, sembrano avere le idee chiare: secondo un sondaggio on-line di
Corriere.it, per nove italiani su dieci "è giusto sfidare la Cina e affrontare la minaccia di ritorsioni economiche incontrando il Dalai Lama in visita in Italia".

L'Occidentale

26 novembre 2007

Pace tra questi due popoli

Questa conferenza segnerà il sostegno internazionale all'intenzione di israeliani e palestinesi di iniziare colloqui sulla costituzione di uno stato palestinese e la realizzazione della pace tra questi due popoli.
George W. Bush,
accogliendo Olmert e Abu Mazen ad Annapolis

25 novembre 2007

Aspettando il Dalai Lama

In Italia abbiamo paura ad incontrarlo: il ricatto della Cina sortisce il suo effetto. Germania e Stati Uniti, al contrario, l'hanno accolto con tutti gli onori: nel video, la benedizione finale al Congresso degli Stati Uniti dopo aver ricevuto la Medaglia d'Oro a metà ottobre.

Quando il giornalismo in Italia lo faceva Moravia

Il 28 novembre l'Italia celebra il centenario della nascita di Alberto Moravia: sono molte le iniziative per ricordare uno degli autori maggiormente significativi – e prolifici – della letteratura italiana novecentesca. Solo sul fronte editoriale, Bompiani ha appena pubblicato un romanzo inedito ("Due amici", scritto negli anni cinquanta e rinvenuto nel 1995, in una valigia appartenuta all'autore) e una riedizione del suo romanzo d'esordio, "Gli Indifferenti" (pubblicato nel 1929, eccezionale capostipite del realismo letterario anni trenta), con tanto di audiolibro in sei cd. Non bisogna dimenticare però che Alberto Moravia è stato anche un grandissimo reporter.

La letteratura italiana vanta molti casi di scrittori prestati al giornalismo: si pensi solo a Edmondo De Amicis e al successo dei suoi reportages, pubblicati da Treves. Moravia è un grande di questo filone, fedele collaboratore del "Corriere del Sera" per gran parte della sua vita: parlare di lui e della sua attività culturale significa allora leggere un attento testimone del Novecento. La storia del reportage italiano si potrebbe suddividere in tre fasi. In origine ci sono i grandi reporter, inviati in giro per il mondo dai maggiori quotidiani italiani: si pensi a Barzini, Vergani, Fraccaroli e Tomaselli. La seconda fase del reportage vede invece il reporter affiancato da uno scrittore: l'idea è quella di giungere a corrispondenze maggiormente letterarie, con note di colore (garantite dalla presenza del letterato) a coronamento del resoconto dei fatti (dei quali si occupa il giornalista). La terza ed ultima fase, infine, si sviluppa quando tutto il mondo è stato esplorato e raccontato: a partire è allora il solo scrittore, che valorizza l'aspetto letterario del viaggio. Protagonisti della terza fase sono celebri autori del calibro di Anna Maria Ortese (che raccontò l'Unione Sovietica per "L'Europeo"), Alberto Arbasino (celebre, ad esempio, il viaggio di formazione in Grecia raccontato in "Dall'Ellade a Bisanzio), Pier Paolo Pasolini (del quale è stato recentemente pubblicato lo splendido reportage dai litorali italiani, "La lunga strada di sabbia") e, appunto, il nostro Alberto Moravia.

Per farsi un'idea degli interessi e dei luoghi toccati dallo scrittore romano, basta dare un'occhiata al catalogo Bompiani. C'è prima di tutto molta Africa, grande amore dell'autore: "A quale tribù appartieni?", una serie di corrispondenze pubblicate dal "Corriere" tra il 1963 e il 1972 in cui lo scrittore descrive l'Africa post-coloniale, "Lettere dal Sahara", che raccoglie le corrispondenze scritte tra il 1975 e il 1981 (dopo il viaggio, ebbe a dire che l'odore del continente nero "non si dimentica mai"), e "Passeggiate Africane". Poi c'è l'Unione Sovietica: "Un mese in URSS", diario di un viaggio compiuto nel 1958, e "L'inverno nucleare", che raccoglie articoli e interviste del periodo 1982-1985 (Moravia parla, tra gli altri, con Ernst Junger, il professor Kato, il reverendo Shimizu e il bonzo Morimoto) per giungere ad un'articolata riflessione sul rischio di un suicidio nucleare collettivo. Non manca infine la politica: in "Diario europeo", il giornalista Moravia racconta un anno (il 1984) da parlamentare europeo.

Molte sono le riviste che sono fregiate della sua penna: il "Corriere della Sera", certo, ma anche "Oggi" di Pannunzio, la "Gazzetta del Popolo", "Caratteri", "Omnibus" di Longanesi, "Pospettive" di Malaparte, il "Popolo di Roma" di Alvaro, "L'Espresso" (per il quale fa il critico cinematografico) e "Nuovi Argomenti", da lui stesso fondata insieme a Carocci. Un'intensa attività giornalistica che ben presto si scontrò con il fascismo e le leggi razziali: dai primi anni '40 – mentre i suoi libri sono già censurati dalla "Commissione per la bonifica libraria" in quanto "autore ebreo" –, Moravia si trova costretto a scrivere sotto pseudonimi: Pseudo, Tobia Merlo, Lorenzo Diodati e Giovanni Trasone.

Fatta eccezione per il periodo della fuga dai nazisti negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, moltissimi sono stati i suoi viaggi: Gran Bretagna, Messico e Stati Uniti, Cina, Grecia, Brasile, Iran, Giappone e ancora tanta Africa e tanta Russia (ai tempi, Unione Sovietica). Tutti questi viaggi Moravia li ha raccontati in pagine bellissime. E tra tutte le sue avventure, una in particolare merita di essere raccontata: il viaggio in India in compagnia di Pier Paolo Pasolini.
L'India, per l'Occidente, è un luogo mitico e fiabesco: da quando Quinto Curzio Rufo, nel I secolo d.C., parlò delle affascinanti bellezze orientali e delle inestimabili ricchezze dei sultani, quel mondo non ha mai smesso di affascinare gli occidentali. In molti ne parleranno: tra gli altri Marco Polo – per il quale il valore delle perle di un marajà superava quello di una città –, Cristoforo Colombo – che partirà alla ricerca di quelle ricchezze, salvo poi finire in America –, Kipling – forse il maggior responsabile dell'idea dell'India che hanno gli europei – e via fino a Salgari.

Nel 1961, tempo prima che i Beatles ci vadano a meditare, il "Corriere delle Sera" manda Moravia in India per una serie di reportage: dal 19 febbraio al 30 luglio lo scrittore sforna undici pezzi, poi lievemente ritoccati per la pubblicazione in volume del 1962 ("Un'idea dell'India", Bompiani). E nello stesso periodo un giornale al tempo molto in voga, "Il Giorno", manda in India – a fare compagnia, e concorrenza, a Moravia – un altro grande scrittore: Pier Paolo Pasolini, che raccoglierà le sue impressioni in sei "puntate" anch'esse pubblicate in volume ("L'odore dell'India", Longanesi).

Lo spunto per il viaggio dei due intellettuali è un convegno organizzato per il centenario della nascita del poeta Tagore. La partenza è fissata per il 31 dicembre 1960: il primo gennaio 1962 i due scrittori sono a Bombay, dove alloggiano al celebre Taj Mahal. Tra una sessione del convegno e l'altra, c'è tempo per un'escursione aerea ad Aurangabad: qui Moravia inizia la sua corrispondenza per il giornale. Poi, il 10 gennaio, eccolo a Nuova Delhi dove incontra Nehru, primo ministro indiano ed erede spirituale di Gandhi.

Nehru colpisce molto Moravia: "La fronte è alta, serena, armoniosa; gli occhi, molto scuri, hanno uno sguardo inquieto, acuto, ambiguo; la bocca ha un'espressione al tempo stesso benevola, annoiata e dura". Ma, messa a parte l'emozione, lo scrittore veste i pani del reporter intervistatore per verificare se nel politico indiano fossero presenti "i tre caratteri che gli attribuiscono": "La vanità dell'uomo che sa di essere attraente e pieno di fascino; la facilità all'impazienza e alla collera del demiurgo liberale (…); l'inclinazione alla noia dell'uomo pubblico". Nerhu è così? Solo in parte: quello che nota il giornalista Moravia è prima tutto un grande magnetismo, proprio solo dei grandi leader.

Ma prima dell'incontro con Nehru, Moravia ha parlato dei roghi di Benares. Le pire funerarie della città sacra – che tanta liricità destano nel resoconto di Pasolini – sono per Moravia lo spunto per parlare della concezione della vita nella società indiana, che "rappresenta per l'europeo al tempo stesso un paradosso e una tentazione, nel senso che essa è non soltanto il contrario della sua ma anche la sola alla quale in un momento di stanchezza e di disgusto egli possa ricorrere con qualche utilità". Moravia, da giornalista, non si lascia emozionare troppo dai corpi che bruciano e riesce a descriverli con grande professionalità: "Le fiamme divampano in un'oscurità completa; alla loro luce rossa e mobile si intravede, intorno al rogo, un cerchio di persone accoccolate sui calcagni, immobili, non tanto raccolte o meditabonde quanto indifferenti". E non c'è troppo da essere tristi, se è vero che "in quel rogo, secondo una nota sentenza, non si consuma una persona unica e irripetibile bensì un vestito logoro, che non serviva più, una pelle vecchia abbandonata per una nuova".

Per tutte le dodici sezioni che compongono il reportage, Moravia segue sempre la stessa linea: parte dall'esperienza diretta, per fornire una guida turistico-intellettuale al lettore interessato alla regione indiana. Riflette sul politeismo – materializzato in templi magnifici –, sulla povertà – le cui cause, secondo l'autore, sono il sistema delle caste, la superstizione, la dominazione inglese e la situazione geofisica – piuttosto che sul concetto d'impurità. Ma dietro alle idee, la fisicità del lungo viaggio indiano si riesce sempre a toccare con mano.

"Un'idea dell'India" è solo una delle tante prove giornalistiche di Moravia. Ma è anche emblematica nel ricordare a tutti noi come i più grandi reportages della storia siano sempre emersi dall'unione di due fattori fondamentali: il rigore giornalistico e la genialità dello scrittore. Così era per Moravia, così per Hemingway e avanti fino alla Fallaci. Ricordare Moravia oggi, a cento anni dalla nascita, è ricordare anche una stagione magnifica: quando il giornalismo, non ancora soffocato dalla televisione, sapeva ergersi al rango della letteratura lasciando un segno nella storia.

L'Occidentale

23 novembre 2007

Se critichi l'Islam sei razzista: il caso Amis

Da qualche giorno, in Inghilterra, gli intellettuali non parlano d'altro: Martin Amis, che ha criticato pesantemente gli aspetti più radicali dell'Islam, è razzista? Il dibattito, che affonda le sue radici nelle accuse del professor Terry Eagleton, ha invaso le pagine dei quotidiani. Contro Amis, Eagleton e l'irlandese Ronan Bennett; con Amis, i vecchi amici Christopher Hitchens e Ian McEwan. Con questo articolo cerchiamo di fare chiarezza in un dibattito che in Italia, sinora, è giunto solo frammentariamente.

Settembre 2006, quinto anniversario degli attentati di New York e Washington. Una domenica come tante, l'Observer pubblica un saggio di Martin Amis – celebre romanziere inglese conosciuto anche in Italia per "Cane Giallo" (Einaudi 2006), "Il treno della notte" (Einaudi 1997), "Money" (Einaudi 1999) e "L'informazione" (Einaudi 2006) – intitolato "The Age Of Horrorism". Il compito dello scrittore è semplice: mettere per iscritto idee, riflessioni e sentimenti cinque anni dopo l'11 settembre. Il risultato delle sue fatiche è una summa di quanto Oriana Fallaci ha spiegato agli italiani per anni: secondo Amis, l'Islam radicale ha vinto la sua battaglia con l'Islam moderato e presto vincerà anche contro l'Occidente, fiaccato dal relativismo culturale. La critica di Amis si spinge poi all'oppressione delle donne, al soffocamento dei diritti umani, alla follia degli attentai suicidi: un ritratto spietato, senza peli sulla lingua, dell'Islam più totalitario e antidemocratico. Per chi ha letto la trilogia della Fallaci, niente di trascendentale.

In Inghilterra, intanto, passa un anno: siamo nell'ottobre 2007, un mese fa. Terry Eagleton – intellettuale marxista di formazione cattolica, professore di Teoria della Cultura all'Università di Manchester – manda alle stampe una nuova edizione di un suo testo classico, "Ideology: An Introduction". Tutto bene, se non fosse che nell'introduzione al testo Eagleton spara a zero contro Martin Amis – per altro suo collega all'Università di Manchester, dove il romanziere insegna Scrittura Creativa –: secondo l'intellettuale marxista, dopo l'11 settembre Amis avrebbe abbandonato i valori del liberalismo in nome della "cosiddetta guerra al terrore". La colpa dello scrittore, secondo Eagleton, sarebbe quella di scagliare dardi contro l'Islam anziché promuovere la tolleranza, avvicinandosi così ai modi del British National Party. Sedici anni prima, aggiunge Eagleton, Amis "avrebbe riconosciuto la follia e l'ignoranza insita nel credere che l'autoritarismo e l'ingiustizia possano assicurare la difesa della libertà". Dalle critiche alle questioni personali, il passo è breve: Eagleton se la prende con il padre del romanziere (Kingsley Amis, scrittore, poeta e critico letterario che passò dal comunismo al conservatorismo dopo l'invasione dell'Ungheria da parte dell'Unione Sovietica), definendolo "un razzista, uno zoticone antisemita, un ubriacone, misogino e omofonico". Niente male, insomma.

L'attacco di Eagleton è la goccia che ha fatto traboccare il vaso delle polemiche, che in questi giorni infiammano le pagine culturali inglesi. Ma procediamo con ordine. Qualche giorno dopo le accuse da parte dell'autore di "Ideology: An Introduction", Martin Amis partecipa ad un dibattito al londinese Institute of Contemporary Arts. E se da un lato rifiuta di commentare le parole del collega, non rinuncia a rinnovare le sue accuse contro l'Islam militante che definisce "un velenoso culto della morte" e "un'ideologia mortifera". Ma ce n'è anche per l'Islam moderato, che non è stato in grado di mettere all'angolo il fondamentalismo "legittimando tacitamente le posizioni più estreme". Il fondamentalismo islamico, secondo il romanziere, va paragonato a Nazismo, Trotskysmo e Maoismo: da qui anche la consapevolezza che la guerra dell'Occidente contro Al-Qaeda sarà lunga e dolorosa.

È a questo punto che la polemica torna sui quotidiani. Sul The Guardian del 19 novembre, lo scrittore irlandese Ronan Bennett interviene sulla questione con un articolo dal titolo "Shame On Us": "Le idee di Amis sono sintomatiche di una più larga e profonda ostilità nei confronti dell'Islam e d'intolleranza per la diversità". Secondo Bennett, l'islamofobia può eccome essere razzismo: perché pur essendo una religione e non una razza, "una religione non riguarda solo la fede ma anche l'identità, lo stile di vita e la cultura, e i mussulmani sono irresistibilmente non-bianchi". Insomma, se Martin Amis attacca l'Islam può essere definito razzista: "L'islamofobia è razzismo, così come lo è l'antisemitismo". A sostegno delle sue tesi, Bennett cita poi altre affermazioni di Amis non contenute nell'articolo dell'Observer, nonostante – secondo lo scrittore irlandese – Amis celi spesso le sue invettive dietro la scusa che ad essere attaccato da lui è il solo Islam radicale.

Siamo agli sgoccioli, e a scendere in campo – in perfetta par condicio, dopo i due attacchi di Eagleton e Bennett – sono i difensori di Martin Amis: Christopher Hitchens – autore, giornalista e critico, columnist di Vanity Fair – e Ian McEwan – forse lo scrittore inglese più celebre, autore di "Espiazione" (Einaudi 2002) e del recentissimo "Chesil Beach" (Einaudi 2007).

Secondo Hitchens, Bennett ha sbagliato ad attaccare Amis: "Un razzista è un razzista precisamente perché non riesce a distinguere tra un ebreo e un altro ebreo, o un asiatico, o un indiano o un ceceno", ma Amis sa distinguere bene tra l'Islam e l'Islam fondamentalista. "Io ho criticato tanto Mark Steyn quanto Oriana Fallaci per aver scritto troppo ossessivamente di demografia applicata all'immigrazione mussulmana. Ma ogni volta che critico qualche pratica religiosa reazionaria, io stesso sono subito accusato di insultare due miliardi di mussulmani". Quindi? Quindi, se è fondamentale distinguere tra Islam e Islam radicale, quando si attacca il fondamentalismo non si deve essere accusati di razzismo, prendendo il particolare per il tutto.

Più sbrigativo, nella sua difesa, McEwan: "Settant'anni fa, un critico dell'Unione Sovietica poteva aspettarsi di essere definito fascista. Qualcosa di simile accade oggi in relazione all'Islam, specialmente sulle pagine del Guardian". Secondo McEwan bisogna essere liberi di attaccare l'Islam, così come tutte le religioni: molti dei contenuti dell'Antico Testamento – argomenta il romanziere – possono apparire oggi moralmente ripugnanti, e "mi piacerebbe essere libero di dirlo". Allo stesso modo, vi sono aspetti dell'Islam quantomeno criticabili: e farlo, chiude McEwan rivolgendosi al collega irlandese Bennett, "non è essere razzisti, ma esercitare il dono della consapevolezza e il privilegio della libertà". Due a due: ma la sensazione è che siamo solo a fine primo tempo.

L'Occidentale

Sgomento nel mondo

Sgomento nel mondo: ieri in Italia non è stato annunciato alcun nuovo partito.
Beppe Severgnini,
"Corriere della Sera"

22 novembre 2007

Struttura Delta

La realtà è che in questo Paese ha operato e probabilmente sta operando da anni una vera e propria intelligence privata dell'informazione che non ha uguali in Occidente, un misto di titanismo primitivo e modernità, come spesso accade nelle tentazioni berlusconiane. Potremmo chiamarla, da Conrad, "struttura delta". Un'interposizione arbitraria e sofisticatissima, onnipotente perché occulta come la P2, capace di realizzare un'azione di "spin" su scala spettacolare, offuscando le notizie sgradite, enfatizzando quelle favorevoli, ruotando la giornata nel senso positivo per il Cavaliere.
Ezio Mauro,
sullo scandalo intercettazioni Rai-Mediaset

21 novembre 2007

35 per cento di elettori potenziali

La scommessa di Berlusconi è tutta in una cifra: in Italia esiste un 35 per cento di elettori potenziali del nuovo partito. Non importa se si chiamerà Partito della Libertà o Partito del popolo della libertà. Sarà comunque il partito di Berlusconi che riesce, nonostante le annunciate trasformazioni, l' "assassinio" politico della Cdl e di Forza Italia in un colpo solo, nell'alchimia di poter confermare il gradimento del suo zoccolo duro (28 per cento) e di allargarlo "potenzialmente" fino al 35 per cento.
"La Repubblica",
sondaggio Ipr marketing del 19 novembre

Il 27 novembre ad Annapolis sarà solo l'inizio

Ci siamo, il dado è tratto. All'Accademia Navale di Annapolis, nel Maryland, tutto è pronto: ieri sera gli Stati Uniti hanno messo fine a ogni pronostico, spedendo gli inviti ufficiali per la conferenza di pace sul Medio Oriente. Data: 27 novembre. Gli ospiti saranno moltissimi: più di 40 paesi, organizzazioni e istituzioni internazionali.

Gli Stati Uniti, promotori dell'evento, saranno rappresentati dal presidente George W. Bush e dal segretario di Stato Condoleezza Rice. Per Israele ci saranno il premier Ehud Olmert e il ministro degli Esteri Tzipi Livni, mentre l'Autorità Nazionale Palestinese figurerà con Abu Mazen ed altri esponenti di rilievo: questi i protagonisti principali. Tra gli altri invitati ci saranno poi rappresentanti del Quartetto (oltre agli Usa, Ue – Russia – Onu) e il suo inviato in Medio Oriente, Tony Blair; i paesi del G8 e altri tra cui Città del Vaticano, Cina e Turchia; istituzioni internazionali come il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e l'Organizzazione per la Conferenza Islamica. E poi, ovviamente, la Lega Araba: oltre al segretario generale Amr Mussa saranno presenti 18 paesi, tra cui la Siria – per la presenza della quale si erano spesi in prima persona Egitto e Turchia.

Ora che la data è certa, i pochi giorni che separano israeliani e palestinesi dal vertice sono fondamentali: bisogna appianare – per quanto possibile – le divergenze più vistose, cercando di giungere ad un documento di principi condiviso. E alla ricerca di una convergenza di massima, sotto la spinta di Condoleezza Rice e dei paesi mediatori (come la Turchia), stanno lavorando in queste ore tanto Olmert quanto Abu Mazen. Le divisioni restano, ma entrambi i contendenti si rendono conto dell'importanza dell'iniziativa americana e dei rischi del suo fallimento.

Che le trattative siano ormai agli sgoccioli lo dimostra anche l'accentuazione dello stato d'allerta in Israele, in vista di possibili attacchi terroristici. Il rischio è infatti che gruppi estremistici palestinesi possano cercare di sabotare – o quantomeno insanguinare – il meeting di Annapolis per mezzo di atti violenti, tanto contro gli israeliani quanto contro i sostenitori di Fatah in Cisgiordania. Qualcosa di simile è accaduto lunedì notte, quando Ido Zuldan – un israeliano di 29 anni – è stato ucciso a colpi d'arma da fuoco nei pressi dell'insediamento di Kedumim, nel West Bank. L'omicidio è stato rivendicato dalle Brigate di Al-Aqsa, affiliate a Fatah, e le motivazioni non lasciano dubbi: il gruppo ha fatto sapere di aver agito per protestare contro il vertice di Annapolis e "i crimini israeliani contro i palestinesi". L'episodio ha provocato l'innalzamento dell'allerta da parte del ministero della Difesa israeliano.

Ma la diplomazia non si ferma: Olmert, i cui incontri con Abu Mazen sono ormai all'ordine del giorno, è volato in Egitto a parlare con il presidente Mubarak. E sempre in Egitto, a giorni, si incontreranno i ministri degli Esteri della Lega Araba: l'obiettivo è quello di trovare una linea comune per il vertice di Annapolis, dove i paesi arabi avranno uno spazio inedito e importante.

L'ennesima settimana della diplomazia è incominciata lunedì con un incontro di due ore tra il premier israeliano Olmert e il presidente dell'Anp Abu Mazen. Il meeting tra i due, che un assistente di Abu Mazen ha definito "difficoltoso", ha fatto emergere tutte le divisioni che ancora permangono tra le controparti: divisioni non indifferenti, dal momento che la data della conferenza si avvicina sempre più. Quali sono le questioni sul tappeto? Sempre le stesse: significato della conferenza – inizio delle trattative per Israele, fine delle trattative per i palestinesi –, confini, sovranità su Gerusalemme, rifugiati palestinesi e insediamenti israeliani nel West Bank. Da qui la necessità di venirsi incontro, e al più presto.

Dal canto suo, Israele ha incominciato a liberare 441 dei 9000 palestinesi detenuti nelle sue carceri (anche se i palestinesi ne avrebbero voluti liberi 2000). E i due leader sembrano anche aver trovato un accordo di massima sulla conferenza: non sarà un traguardo definitivo (come chiedeva Abu Mazen), ma dovrà essere seguito da incontri intensivi per giungere ad una pace definitiva entro fine 2008 (quando scadrà il mandato Bush, come chiedeva tra gli altri il segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice). Per il resto, stando a fonti palestinesi citate dalla stampa israeliana, dall'incontro non sarebbero venuti significativi passi avanti sulle questioni pratiche: non è da escludere, allora, che ad Annapolis le parti si presentino con due dichiarazioni differenti.

Sulle singole questioni "tecniche", le trattative sono poi proseguite fino a tarda notte tra i due gruppi di negoziatori guidati da Ahmed Qureia e Tzipi Livni. Al termine dell'incontro, il negoziatore palestinese Erekat ha dichiarato ad Army Radio: "Non so se riusciremo a finalizzare il documento", lasciando intuire come il tempo stringa e le distanze restino ancora notevoli. Gli incontri tra i negoziatori, comunque, continuano in questi giorni senza sosta.

Importanti novità sulla conferenza sono venute poi dall'Egitto, dove Olmert è atterrato martedì per incontrare il presidente Mubarak. Il ruolo dell'Egitto, al pari della Turchia recentemente visitata dal presidente israeliano Peres, è quello di fungere da mediatore non solo tra israeliani e palestinesi, ma anche tra loro e gli stati arabi circostanti. E non a caso proprio in Egitto, da giovedì, si incontreranno i paesi della Lega Araba per decidere se andare ad Annapolis il 27 novembre e, in caso affermativo, quali posizioni sostenere.

Nella conferenza stampa congiunta al termine dell'incontro, il presidente Mubarak ha sponsorizzato (con successo) la presenza al meeting della Siria, mentre Olmert ha ufficialmente dichiarato di aspettarsi un accordo definitivo per la fine del 2008: queste le affermazioni principali. "A una settimana dalla conferenza, entrambe le parti devono lavorare per renderla un successo" ha dichiarato Mubarak, auspicando che da Annapolis possano partire negoziati seri e serrati legati ad un calendario preciso. Olmert ha poi ribadito come la conferenza rappresenti un inizio delle trattative, che dovranno essere serie e continue fino al raggiungimento di due stati confinanti: "I negoziati riguarderanno tutte le questioni fondamentali. Non eviteremo alcun problema. Non salteremo alcuna questione che preoccupi noi o i palestinesi" ha concluso il premier israeliano.

Ma il fallimento, o quantomeno lo stallo delle trattative, è sempre dietro l'angolo. E Olmert lo sa bene: "Non sarà facile. Pensate che dopo 60 anni possiamo sederci e risolvere tutti i problemi in una o due settimane?". Ma la speranza, al di là del rischio di feroci delusioni, resta forte. E intanto Tony Blair, inviato in Medio Oriente del quartetto (Ue, Usa, Russia e Onu), sembra già guardare avanti: a fianco del ministro della Difesa israeliano Barak e del premier palestinese Fayyad, ha annunciato alcune iniziative per far decollare l'economia della regione, tra cui il rilancio dei pellegrini verso Betlemme e un piano di fognature per Gaza, approvato dagli israeliani.

L'Occidentale

Stato canaglia fra gli Stati canaglia

Il mondo in generale e gli Stati Uniti in particolare stanno scoprendo quel che numerosi osservatori si affannavano a dire da anni: se oggi c'è uno Stato canaglia fra gli Stati canaglia, se c'è uno Stato dispotico e al tempo stesso terrorista, minato dall'islamismo radicale e, per di più, marchiato da una fragilità preoccupante, questo è il Pakistan.
Bernard-Henry Lévy,
"Corriere della Sera"

18 novembre 2007

Partito del popolo italiano

Oggi nasce ufficialmente qui il nuovo grande partito del popolo italiano, un partito aperto che è contro i parrucconi della vecchia politica. Invito tutti ad entrare senza remore e a venire con noi, questo è quello che la gente vuole.
Silvio Berlusconi,
addio a Forza Italia?

Bandiera a stelle e strisce

Quella che sta bruciando è una bandiera a stelle e strisce, la bandiera dei veri terroristi e degli sfruttatori. L'America affama e uccide e i nostri politici strisciano ai suoi piedi, la sinistra italiana vuole una democrazia all'americana, una democrazia finta.
Un manifestante,
mentre brucia la Stars & Stripes a Genova

17 novembre 2007

Leadership e followship

La piazza non basta. Un leader politico deve avere la capacità di non cedere a ciò che chiede la gente ma di guidarla: per gli inglesi è la differenza tra leadership e followship.
Gianfranco Fini,
sulle manifestazioni contro i governi in carica

Viaggio nella Milano che chiede elezioni anticipate

Diecimila gazebo sparsi in tutta la penisola, mille solo in Lombardia. Gli azzurri di Milano sono fortunati: fa molto freddo, ma il sole splende e la gente per la strada si sofferma volentieri a parlare con i volontari di Forza Italia e poi a firmare per chiedere di andare quanto prima ad elezioni anticipate. Obiettivo nazionale: cinque milioni di firme. E Milano, baluardo del centro-destra, si presenta questo week-end come il centro propulsore della protesta dei cittadini del Nord stanchi di questo governo. Votare è semplice: basta recarsi in uno dei gazebo, che abbondano nel centro città così come nelle province limitrofe, versare un euro e mettere la propria firma per chiedere di andare subito al voto.

Il viaggio nella Milano che chiede le urne non può che cominciare da Piazzale Cadorna, principale porta d'accesso alla città. Responsabile del gazebo è Giuseppe, per il quale la raccolta delle firme sta andando molto bene: "Ieri abbiamo raccolto intorno alle 400 firme, oggi contiamo sul passaggio pomeridiano della gente che uscirà per fare compere e quindi l'affluenza sarà maggiore". Già da oggi – ma soprattutto domenica, con l'arrivo in Piazza San Babila del Cavaliere – il centro nevralgico della raccolta firme sarà spostato verso piazza Duomo: in tutta la città, comunque, i gazebo sono sessanta (tra centro e periferia). Ma cosa dice la gente che va a firmare? "Sono tutti contenti dell'iniziativa, sono stanchi di questo governo – dice Giuseppe –. Forse ci si aspettava qualcosa in più dalla Finanziaria, solo che Prodi dorme, dorme anche quando è sveglio, quindi…".Tra i votanti, qualche pentito di centro-sinistra? "Il malcontento è enorme, quindi ce ne saranno tantissimi che hanno cambiata idea: hanno voluto prendere una strada nuova, ma era meglio quella vecchia: l'iniziativa è estesa a tutti, destra come sinistra".

Ci spostiamo allora verso il centro città, e prima di arrivare in piazza Duomo ecco il gazebo di largo Cairoli dove Edoardo Brambilla, pensionato, ha appena firmato. Quali sono i maggiori problemi di questo governo? "Tutti, se ne deve andare: non fa niente". L'identikit del governo, secondo il signor Brambilla – che di esperienza sulle spalle ne ha parecchia – è il seguente: "Sono culo e camicia coi poteri forti, e basta. Con le banche, con le assicurazioni, con le multinazionali". Ma approvata la finanziaria, il futuro non è così limpido: "Io spero che cada presto, ma è dura. Le firme possono essere importanti, ma loro se ne fregano". Ma il gazebo dove ha votato, in due ore, ha raccolto più di duecento firme: a preoccupare di più i votanti, secondo le due volontarie, sono sicuramente le tasse. Obiettivo di largo Cairoli? "Io esagero: mille firme".

Ed eccoci in Piazza Duomo, vicini all'epicentro dell'iniziativa. Da qui parte corso Vittorio Emanuele II, e qui hanno il loro gazebo i giovani di Forza Italia. Parliamo con Filippo Fasulo, vicecoordinatore dei giovani azzurri milanesi: "La raccolta sta andando molto bene, siamo qui da stamattina: è venuta un sacco di gente e i moduli sono già quasi tutti riempiti". La frangia giovanile del partito si sta però dando da fare da giorni: "Abbiamo cominciato qualche giorno fa davanti alle università: tra i giovani universitari, un successo strepitoso. C'era una coda mai vista". Cosa non va in Prodi, secondo i più giovani? "Prodi dà l'idea che non ci sia un futuro, perché le sue politiche spaventano un po' tutti i nostri ragazzi: sia per la sicurezza, sia per le prospettive di lavoro così come per l'andamento economico". Da qui il dissenso: "Molti si lamentano e fanno la gara: quando diciamo 'Ragazzi, una firma contro Prodi' corrono qua, sembrerebbe un'esagerazione ma è proprio così".E l'approvazione della finanziaria non ha intimorito nessuno: secondo Filippo è stata una delusione, ma "il malcontento è talmente forte che non ha fermato nessuno: il nuovo significato delle firme è andare avanti cercando di mandare giù il governo Prodi".

Lasciati i giovani, un gazebo di grande successo, arriviamo in Piazza San Babila, epicentro del malcontento diffuso tra gli azzurri milanesi. Solo ieri qui sono state raccolte duemila firme, questa mattina settecento. A farci da guida, qui, è Stefano Pellitteri – assessore dei servizi civici di Milano –, attento testimone "Sta andando molto bene, sicuramente questa proposta ha un appeal intrinseco che non rende neanche troppo necessarie le grida promozionali: la gente si avvicina e ha voglia, evidentemente, di firmare" dice l'assessore, che chiarisce le idee anche riguardo i possibili delusi del centrosinistra che vorrebbero archiviare l'esperienza Prodi: "Basta fare un po' di conti: i sondaggi parlano chiaro, c'è stata un'erosione del consenso di Prodi che non può non aver interessato anche la sua area. Evidentemente la gente capisce il fallimento di un modello politico, ma soprattutto che questo governo è ormai in grado di fare soltanto danni". Sui motivi di maggior scontento dell'elettorato azzurro, Pellitteri ha le idee chiare: "Sicuramente la sicurezza in questi giorni è uno dei temi più sentiti, e si ricollega direttamente a un problema di degrado: se facciamo un'analisi strettamente statistica, negli ultimi dieci anni c'è stato un calo della criminalità, ma il degrado molto forte porta a una situazione di insicurezza". E tra i maggiori problemi di sicurezza, sicuramente l'immigrazione incontrollata: "Quando vedi in città torme di persone che non si capisce cosa facciano, e sicuramente non lavorano, è chiaro che la percezione diventa molto ansiogena". Poi c'è la pressione fiscale: "Aumentata per tutti, non solo per i professionisti: si chiede un sacrificio agli italiani e non si vede in cambio assolutamente nulla".

Pellitteri, come tutti gli intervistati, è conscio del fatto che non saranno queste firme a causare lo scioglimento delle camere. Il significato dell'iniziativa, dunque, si riversa soprattutto sul dopo-Prodi: "Avere un avallo forte da parte dei cittadini, rispetto al fatto che si vuole tornare alle urne senza più perdere tempo, ha un suo significato". Un significato da far valere sul tavolo delle trattative, quando ci sarà da decidere se tornare al voto o dar vita ad un governo istituzionale.

La risposta di Milano alla chiamata di Berlusconi sembra aver confermato le attese. Milano, storico baluardo del centrodestra così come la Lombardia, si pone allora in prima fila nel richiedere un repentino cambio di rotta: venerdì e sabato, a incanalare il malcontento, tutti i volontari che hanno sfidato il freddo a suon di caffè per raccogliere le adesioni. Domenica pomeriggio, poi, a scendere in campo – o meglio, in piazza San Babila alle 16.00 – sarà il Cavaliere in persona: per ringraziare i suoi e per tirare la volata finale.

L'Occidentale

16 novembre 2007

Oasis – “Lord Don’t Slow Me Down”

Maggio 2005: dopo aver pubblicato "Don't Believe The Truth", sesto album in studio, gli Oasis danno il via al loro maggior tour mondiale dal 1994 a questa parte. Insieme ai fratelli Gallagher parte anche il regista Baillie Walsh, allo scopo di documentare la "road life" di una delle maggiori band britanniche. Risultato dell'operazione è "Lord Don't Slow Me Down", un documentario di 95 minuti – quasi integralmente in bianco e nero – che cattura ogni istante di un viaggio che in dieci mesi ha toccato Europa, America, Giappone e Australia. Presentato in anteprima nel corso dell'ultima edizione del Glastonbury Festival, il dvd esce inizialmente in edizione limitata sottoforma di un lussuoso cofanetto. Ad accompagnare il documentario, in questa prima edizione, un secondo dvd che cattura quasi integralmente il concerto tenuto dagli Oasis al City of Manchester Stadium il 2 luglio 2005, di fronte a 75000 fans adoranti.

"Lord Don't Slow Me Down" è un gran prodotto per i fans e poca cosa per gli amanti del rock in genere. Questo perché al centro del documentario non ci sono tanto i concerti – presenti con numerosi (ma brevi) spezzoni –, quanto i dietro le quinte: le interviste, il backstage, i pomeriggi a fare shopping, i brindisi nei camerini. Se non conoscete gli Oasis, tanto vale acquistare allora "There And Then", che raccoglie i migliori concerti dei Gallagher dei tempi di "Morning Glory", o lo splendido cofanetto realizzato per celebrare il decennale di "Definitely Maybe". Se invece siete dei fans, e il gruppo lo conoscete bene, sicuramente trarrete gran piacere dal montaggio di Walsh: presenza costante ma mai ingombrante, il regista è un oggettivo osservatore capace di catturare al meglio l'essenza di una band che ha rivoluzionato il Brit Pop per poi avviarsi verso la maturità. Alcune immagini sono davvero splendide, così come i continui passaggi davanti-dietro le quinte seguendo il ritmo serrato del rock 'n' roll.

Molteplici le chicche. Noel a Rtl 102.5 e il suo sguardo allucinato quando viene presentato come "Liam Gallagher"; il compleanno di Liam, festeggiato nei camerini di Denver (Colorado) da due nani da circo che portano la torta e recitano un motivetto; una gita in motoscafo in Australia con tanto di sosta per mangiare ostriche fresche; le visite dei fans – ragazzi, ragazze, donne, uomini e bambini – prima dei concerti, le richieste di foto e autografi; gli effetti del fuso orario nelle prime interviste giapponesi. Insomma, la dolce vita da tour che da sempre leggiamo nelle autobiografie senza mai poterla gustare "live", in diretta.

Tra gli extra, un'intervista a Noel sulla realizzazione del dvd e la possibilità di vedere il documentario con i commenti della band. Esilarante, con questa opzione, Noel che illustra la sua sortita sul balcone di "Trl", affacciato su Piazza Duomo a Milano: "Sono considerato una sorta di santo, in Italia", mentre i fans giù sotto lo fanno apparire come un Papa che pontifica dall'alto.

Il secondo dvd ripropone invece 16 canzoni del concerto di Manchester: una buona prova live e un pubblico incredibile, anche se la scaletta scelta non è all'altezza della band. Tra gli extra, davvero di scarsa qualità, alcuni contributi dei fans: foto e video di pessima qualità, registrati nella maggior parte dei casi con un telefonino.

Il sito ufficiale degli Oasis ha annunciato che il 5 novembre il gruppo è rientrato negli studi di Abbey Road, a Londra, per dare il via alle registrazioni del settimo album: "Lord Don't Slow Me Down", così come il frizzante omonimo singolo in vendita solo online (Radiohead insegnano), è un ottimo mezzo per ingannare l'attesa. Ma attenzione, solo per i fans.

Mescalina.it

Cambiare strategia

Per il centrodestra, se non vogliamo che Prodi abbia gli anni contati, è davvero doveroso riflettere e cambiare strategia. Alleanza nazionale si augura che ciò accada in fretta e unitariamente, perché dividerci oggi sarebbe davvero imperdonabile. Al centrodestra serve una strategia semplice e chiara che parta da un dato politico tanto ovvio quanto fin qui pervicacemente negato da Berlusconi. Il governo cadrà un secondo dopo che si avrà certezza che dopo Prodi non si torna subito alle urne con l’attuale legge elettorale. Giusto o sbagliato che sia è così, perché continuare a negarlo contro ogni evidenza? L’attesa dell’implosione della maggioranza rischia di essere l’attesa di... Godot se il centrodestra non contribuisce alla sollecita rimozione del macigno che sbarra la strada alle nuove elezioni: l’attuale legge elettorale, una legge che obbliga tutti ad alleanze eterogenee in cui è enorme il potere di interdizione e di ricatto anche di formazioni ultraminoritarie, con ridottissimo consenso popolare e che non a caso proliferano come i funghi dopo le piogge.

Gianfranco Fini,
lettera al "Corriere"

15 novembre 2007

Justice Italian-style

This is justice Italian-style, no holds barred, full disclosure, fact and speculation freely intermingled; the word “alleged” has been notable for its absence. This is the polar opposite of the much-criticised Portuguese system applied to the Madeleine McCann case, in which no details were officially issued and suspects, named by police, were legally forbidden to speak.
The Times,
sul reality-show del delitto Meredith

Hamas alza il tiro in vista di Annapolis

La conferenza di Annapolis, organizzata dagli Stati Uniti d'America per mettere la parola fine al conflitto israelo-palestinese, si avvicina. Qualcuno parla del 26 novembre, altri credono che si slitterà a dicembre, ma una cosa è certa: al punto in cui siamo, la conferenza si terrà e sarà nel 2007. Olmert e Abu Mazen stanno ancora lavorando, col supporto del segretario di Stato statunitense Condoleezza Rice, ad un documento condiviso: le divisioni ci sono, nessuno lo nasconde. Ma da entrambe le parti, allo stesso tempo, trapela un pacato ottimismo. Al tavolo di Annapolis dovrebbero sedere anche alcuni stati arabi: di questo, tra le altre questioni, hanno parlato Peres e Gul in occasione del viaggio in Turchia del presidente israeliano. Olmert intanto, in un incontro con l'organizzazione Yesha – che rappresenta diversi gruppi di cittadini israeliani –, ha detto chiaramente che Israele sarà costretto a fronteggiarsi con alcune concessioni alla controparte: su tutte, il congelamento degli insediamenti.

Tutto bene, insomma? Non proprio. Perché, a starci bene attenti, in tutte queste manovre c'è una grande incognita: Hamas. L'assenza di Hamas, riconosciuta come entità terroristica da Europa e Stati Uniti, al tavolo delle trattative (così come a quello degli accordi preliminari) si potrebbe teoricamente interpretare come un fattore positivo: ma i rischi legati alla sua (inevitabile) esclusione dai negoziati non dovrebbero essere sottovalutati. Se è infatti altamente improbabile che Fatah, Israele e gli Stati Uniti si mettano a discutere con un'organizzazione che reputano terrorista, allo stesso tempo Hamas – che lo scorso giugno ha preso il potere con la forza occupando la Striscia di Gaza – rappresenta sempre di più un grande problema, tanto per la politica quanto per la sicurezza della regione. I leader del movimento armato, evidentemente scontenti dell'isolamento al quale sono sottoposti – tanto da parte di Fatah quanto della comunità internazionale –, stanno infatti incrementando il tasso di violenza contro i nemici storici: Israele, in primis, e Fatah, visto come un partito di traditori che ha deciso di trattare con americani e sionisti.


L'offensiva violenta di Hamas – e dei gruppi jihadisti che le gravitano attorno – contro Israele si materializza da mesi sottoforma dei razzi Qassam. Da quando il gruppo armato ha preso il controllo di Gaza, non c'è stato giorno in cui Israele non sia stato preso di mira dalle rampe di lancio jihadiste. Sull'emergenza razzi, che ha portato le popolazioni d'interi villaggi sull'orlo di uno shock, si è espresso anche il presidente israeliano Peres in occasione del suo discorso di fronte al parlamento turco: riferendosi al contributo della Turchia nella lotta contro gli attacchi terroristici, il presidente ha ricordato che solo se "i razzi saranno fermati e i prigionieri liberati, la popolazione di Gaza conoscerà la calma".

Il problema non è secondario. Ad essere costantemente nel mirino, infatti, è la sicurezza della popolazione di villaggi come Sderot, costretta a vivere nell'incubo delle sirene e nella preoccupazione per la sorte dei propri figli (un razzo, poco tempo fa, sfiorò una scuola elementare portando i genitori fino alla Knesset in segno di protesta). E il problema, in Israele, è tanto sentito da far pensare sempre più alla possibilità di un attacco militare contro Gaza: parzialmente fallita la pratica delle sanzioni energetiche, secondo il quotidiano arabo di base a Londra "Al-Quds Al-Arabi" il tanto temuto attacco potrebbe avvenire proprio dopo Annapolis, sempre che l'esito della conferenza non cambi le carte in tavola.

Ad ulteriore conferma dell'accresciuta aggressività di Hamas nei confronti di Israele, una dettagliata relazione dei servizi di sicurezza egiziani citata dall'"Associated Press" ha evidenziato come l'Egitto, negli ultimi sei mesi, abbia portato alla luce 60 tunnel volti a facilitare l'ingresso in Israele dei militanti islamici. Lo scopo è semplice: tornare alla vecchia strategia del kamikaze sul suolo israeliano, molto più devastante del lancio di razzi dalla lunga distanza.


Ma il nervosismo in vista di Annapolis si manifesta sempre più anche nei confronti dei "fratelli" di Fatah, già uccisi e torturati in occasione della presa di Gaza dello scorso giugno. Il culmine della tensione si è registrato lunedì, quando nella Striscia di Gaza sono scesi in piazza moltissimi sostenitori di Fatah per il terzo anniversario della morte dello storico leader politico Yasser Arafat. Nel corso della manifestazione, uomini di Hamas hanno aperto il fuoco contro i manifestanti: risultato, sette morti e decine di feriti.


Ma non è tutto. Il giorno dopo Islam Shahwan, portavoce del braccio armato di Hamas, ha dichiarato di aver arrestato oltre 50 manifestanti: "Sono quelli che hanno pianificato e organizzato la manifestazione di ieri, e sono sospettati di essere i responsabili del caos che ne è seguito". Hazem Abu Shanab, esponente di Fatah, afferma invece che Hamas avrebbe arrestato oltre 400 sostenitori dell'ex partito di Arafat nel corso di veri e propri rastrellamenti. Il messaggio di Hamas è chiaro: ci siamo, siamo forti e nella creazione di uno Stato palestinese dovrete vedervela anche con noi.


Ma i palestinesi cosa pensano? Da quando ha preso il controllo della Striscia, tutti i sondaggi concordano nel mettere in evidenza un deciso calo di consenso popolare nei confronti di Hamas. E alla crescente opposizione al partito di Haniyeh, tanto nella Striscia quanto nel West Bank, fa inoltre da contrappeso un incremento del sostegno a Fatah e Abu Mazen: come se, in vista di Annapolis, i palestinesi vedessero una luce di speranza nell'unico possibile interlocutore per il "nemico" israeliano. Non è mancata, a questo proposito, la soddisfazione dei dirigenti di Fatah un tempo operanti a Gaza – e ora di base a Ramallah o in Egitto, dopo essere scappati a giugno alla furia di Hamas –: "Al Jazeera", che di certo non è tra i principali sostenitori di Abu Mazen, ha infatti stimato in 200.000 i partecipanti alla manifestazione in ricordo di Arafat.


Insomma, una decisa inversione di rotta in vista dell'unica opportunità per giungere a qualcosa di simile alla pace – cioè la conferenza di Annapolis –, sostenendo gli unici in grado di parlare con la controparte israeliana – cioè i membri di Fatah. Ma una cosa è certa: Hamas non starà a guardare, mentre Olmert e Abu Mazen si stringeranno la mano.

L'Occidentale

13 novembre 2007

Peres e Gul rilanciano il dialogo tra Israele e Turchia

Le reciproche visite diplomatiche tra capi di stato, o grandi personalità della politica, sono una costante della storia. Alcune però, per diversi motivi, vengono registrate dagli annali come veri e propri eventi. Sembra essere questa la sorte che toccherà al viaggio di Shimon Peres, presidente d'Israele, in Turchia, dove si è recato insieme al leader dell'Anp Abu Mazen.
Cosa rende eccezionale il viaggio di Peres ad Ankara? Primo: l'invito è giunto da un governo islamico – moderato, ma pure sempre islamico. Secondo: Peres terrà un discorso in ebraico davanti a un parlamento di mussulmani. Insomma, ce n'è abbastanza per ricordare questo incontro come un importante passo avanti nella costruzione di un Medio Oriente basato su una pacifica convivenza reciproca.

A rendere eccezionale il soggiorno turco di Peres, però, concorrono anche fattori maggiormente legati alla stretta attualità. Giorni prima del suo arrivo ad Ankara – dove è atterrato domenica, seguito ieri dall'altro ospite Abu Mazen – Peres ha ricordato che "la Turchia può svolgere un ruolo di primo piano nel processo di pace israelo-palestinese". Detto in altri termini, la moderata Turchia può essere un prezioso appoggio al tavolo di Annapolis, dove tra qualche settimana israeliani e palestinesi siederanno nel tentativo di dare un volto definitivo alla pace. Non secondario, inoltre, è il fatto che il presidente israeliano visiti la Turchia in uno dei momenti più bassi del rapporto tra Ankara e Washington, minato dalla questione curda che divide profondamente Bush ed Erdogan.

Fatta la storia, insomma, il presidente turco Abdullah Gul e Shimon Peres cercheranno poi di far fruttare l'incontro nel campo delle maggiori problematiche mediorientali. Il programma diplomatico ha visto ieri un incontro tra i due presidenti, mentre per oggi è previsto il tanto atteso discorso di Peres in ebraico – definito dal primo ministro Olmert entusiasticamente "senza precedenti" – seguito da quello di Abu Mazen, entrambi davanti al parlamento turco. Ma al di là dei simboli e delle foto di rito, è proprio dall'incontro privato tra i due capi di stato che potranno venire le maggiori novità per il mondo mediorientale. Due i temi maggiormente dibattuti, di assoluta centralità tanto per Israele quanto per il mondo: la conferenza di Annapolis, da un lato, e il dossier iraniano dall'altro.

Per quanto concerne la conferenza di pace, che si terrà tra novembre e dicembre in Maryland sotto lo sguardo attento degli organizzatori – George W. Bush e Condoleezza Rice –, i due presidenti si sono trovati a discutere in privato degli insediamenti israeliani in Cisgiordania. A questo proposito, Gul ha consigliato all'omologo israeliano Peres di mettere fine all'espansione delle colonie per poter raggiungere un accordo con i palestinesi. Gul, ricordando alcuni incontri con esponenti palestinesi, ha reso noto un aneddoto: "Hanno tirato fuori mappe prima di me, mostrandomi la crescita degli insediamenti. Non mi ha lasciato molto da dire sulla questione". Insomma, per Gul la sicurezza d'Israele è importante ma "non si possono ignorare i problemi palestinesi: la crescita degli insediamenti deve fermarsi".

Peres, dal canto suo, si è mostrato possibilista sul raggiungimento di un accordo: ma ci vorrà del tempo. Nella conferenza stampa congiunta al termine dell'incontro, Peres ha dichiarato: "Ci credo, ora possiamo fare la pace con i palestinesi. Ma ci vuole tempo per fare la pace". Ed è proprio il calendario dei futuri passi verso una pacifica convivenza a segnare ancora la maggior distanza tra i due contendenti: per Israele la conferenza dovrà segnare l'inizio della collaborazione tra i due popoli, per i palestinesi invece il traguardo di accordi definitivi.

Legata ad Annapolis, i due presidenti hanno dibattuto poi la questione siriana. Come è noto, infatti, alla conferenza prenderanno parte anche alcuni stati arabi, ma sulla Siria l'accordo ancora non c'è. A questo proposito, da presidente di uno Stato islamico moderato, Gul ha giocato la carta del mediatore sottolineando l'importanza della presenza di Assad al tavolo di Annapolis: "Assad è interessato ad una pace reale", ha detto il presidente turco. Peres non ha escluso l'ipotesi a priori, ma ha richiamato prima ad una maggiore dimostrazione di serietà da parte del presidente siriano. Ruolo da mediatore, inoltre, Gul ha svolto sulla questione dei due soldati israeliani ancora nelle mani di Hezbollah in Libano: la Turchia, ha detto il presidente, ce la metterà tutta per ottenere il rilascio dei militari.

Chiarite le questioni sul tavolo in vista del viaggio in Maryland, Peres e Gul sono poi passati ad un'altro tema spinoso: l'Iran di Ahmadinejad e la sua corsa al nucleare. Peres è stato chiaro, ripetendo quello che Israele – così come Francia, Germania e Stati Uniti – vanno ripetendo da tempo: "L'Iran non ha bisogno della tecnologia nucleare", e un Iran con la bomba atomica è semplicemente inaccettabile. Gul, che si è dichiarato contrario all'arricchimento dell'uranio ai fini del raggiungimento della bomba atomica, si è però detto favorevole alla scelta del nucleare civile come diritto per tutti.

Tra gli altri temi trattati, infine, la questione degli armeni. Per Gul non è tollerabile che la questione torni alla ribalta ogni mese, mentre Peres ha dato il suo appoggio alla costituzione di una commissione di storici turchi e armeni che emetta finalmente una parola definitiva sugli anni 1915-1917. Il presidente israeliano ha poi consigliato a Gul di prendere spunto dalle iniziative israeliane nel contrasto del terrorismo: a questo proposito, lo ha invitato a mandare in Israele una delegazione turca per studiare l'utilizzo delle nanotecnologie contro la proliferazione del terrore.
L'incontro storico tra Turchia e Israele, in ultima analisi, è stato un dibattito complesso nel quale non sono mancate le divisioni. Dietro alle foto ricordo, i due leader – ai quali certo non manca l'esperienza – si sono confrontati senza reticenze sulle questioni maggiormente spinose del momento: nessuno ha rinunciato ad esprimere il proprio punto di vista, a costo di scontrarsi con quello altrui. E in fondo, di fronte a tanti incontri diplomatici buoni solo per le macchine fotografiche dei media, anche questo è un piccolo passo storico: solo da un dibattito serrato e sincero tra punti di vista contrastanti potrà nascere un Medio Oriente finalmente pacificato.
L'Occidentale

12 novembre 2007

Dietro alle curve manca la certezza della pena

Domenica mattina. In un autogrill nei pressi di Arezzo si scontrano alcuni tifosi di Lazio e Juve. Giunta sul posto, la polizia prima urla, poi mette le sirene per farsi sentire. Niente. Poi, all'improvviso, parte un colpo: Gabriele Sandri, rinomato dj romano, muore. A sparare, uno degli agenti della Polstrada accorsi sul posto, interrogato nel pomeriggio alla questura di Arezzo. Il questore, Vincenzo Giacobbe, ha parlato di "tragico errore": "Il nostro agente era intervenuto per evitare che i tafferugli tra due esigui gruppi di persone, che non erano stati individuati come tifosi, degenerassero con gravi conseguenze per entrambi. Esprimo profondo dolore e sincere condoglianze alla famiglia della vittima".

Un errore, certo, sul quale la procura ha già aperto un'indagine: sarà il tribunale a stabilire come e perché la tragedia ha potuto verificarsi. Chi sarà ritenuto responsabile, pagherà tutto quello che deve pagare. Ma prima che ancora che i tribunali emettano una sentenza, qualcuno ha già il suo verdetto in tasca: un poliziotto ha ucciso un tifoso, manna dal cielo per il popolo degli ultras italiani. I primi tifosi della Lazio si assembrano davanti alla questura di Arezzo, al grido di "assassini, assassini". La partita Inter-Lazio viene sospesa: fuori, scontri con le forze dell'ordine. E mentre sui siti web dei tifosi compaiono i primi slogan inneggianti alla morte di Raciti – il poliziotto rimasto ucciso in occasione degli scontri di Catania dello scorso anno –, a Bergamo la curva dell'Atalanta cerca di sfondare le protezioni. Risultato, partita prima sospesa poi rinviata. La scintilla è scoccata: la polizia torna ufficialmente il nemico da abbattere nell'eterna sfida tra Stato e ultras. Una sfida che in Italia, ciclicamente, si ripete con gli stessi atti e gli stessi protagonisti.

Come accadde in occasione dell'omicidio Raciti, parte il balletto delle dichiarazioni: chiudiamo gli stadi, anzi chiudiamo il campionato; no, forse è meglio lasciare fuori i violenti; cosa dite, semplicemente le società devono recidere ogni legame con le curve. Su un fatto, almeno per qualche giorno, saranno tutti d'accordo: questa è la goccia che ha fato traboccare il vaso, adesso via con linea dura. Basta violenza, cambierà tutto. Le stesse (noiosissime) frasi che ci vengono propinate due o tre volte a campionato. Sì perché in Italia va così: per qualche settimana ci si scandalizza dei nostri stadi, poi tutto torna come prima. Con gli stessi tifosi, gli stessi slogan, le stesse curve. Contro lo stesso nemico giurato: la polizia, e quindi lo Stato.

E allora fa particolarmente male sentire quello che la vedova di Raciti ha da dire. Constatazioni semplici e razionali: "Ma come si fa a chiamarli ancora tifosi, i protagonisti di questa vicenda chiamiamoli con il loro vero nome: delinquenti autorizzati. La morte di mio marito durante il derby Catania-Palermo del 2 febbraio scorso non ha insegnato alcunchè perché viviamo in un Paese che si sta abbrutendo sempre di più, in un Paese sempre più incivile. Purtroppo mi aspettavo notizie del genere perché ho visto che dalla tragica sera del Massimino poco o quasi niente è cambiato: questi delinquenti che si fanno chiamare tifosi non cambieranno. Mai. Allora non è possibile che altre persone estranee alla loro cultura di violenza paghino con la vita". Soluzione? "Chiudere gli stadi".

Chiudere gli stadi, dice la signora Raciti. Ma in fondo non ci crede neppure lei, perché in Italia il calcio è sacro quanto la famiglia: toglietemi tutto, ma non il campionato. Lasciamo che i politici facciano la voce grossa per qualche settimana, poi tutto torna come prima: come sempre, nel paese dell'eterno ritorno dove nulla sembra poter cambiare di una virgola.

Eppure, mi chiedo, è possibile che i tifosi italiani siano geneticamente più cattivi e devastanti di quelli del resto del mondo? È possibile che solo in Italia gli scontri con la polizia si verifichino con tale ferocia e frequenza? Tutti a noi, i delinquenti? E sì che in Inghilterra avevano gli Hooligans, i supporter più temibili del mondo… E sì che i tifosi del nord Europa, dopo litri e litri di birra, dovrebbero essere più suscettibili dei nostri. E invece niente: in Inghilterra si va allo stadio senza barriere, da noi quelle barriere vengono sfasciate.

Siccome non credo che il popolo delle curve italiane sia geneticamente più cattivo di quello del resto d'Europa, la risposta sta forse da un'altra parte. E la risposta, io credo, va ben oltre gli stadi: i problemi si chiamano legalità, arresti e certezza della pena. Concetti, nella nostra Italia, molto aleatori. Se i tifosi italiani sono di gran lunga i peggiori d'Europa, è solo perché in Italia hanno le mani completamente libere: al massimo si fanno una o due notti di prigione, giusto il tempo per riposarsi e tornare in curva la domenica seguente. I tifosi inglesi, francesi, tedeschi e spagnoli non sono dei santarellini: semplicemente non hanno intenzione di finire di fronte a un tribunale inglese, francese, tedesco e spagnolo. Perché finirebbero dietro alle sbarre e ci starebbero per un bel po'. E state certi che se ai tifosi europei fosse garantita l'assoluta impunità italiana, si comporterebbero come i nostri se non peggio.

Un caso su tutti. 3 ottobre, Champions League: in Scozia si sta disputando Celtic Galsgow-Milan. Al'ultimo minuto Dida, portiere dei rossoneri, prende un gol: un tifoso del Celtic, con fare canzonatorio e certo non violento, entra in campo e fa una carezza a Dida – il quale simulerà un infortunio, ma questa è un'altra storia. Un gesto goliardico, lontanissimo dalle nostre spranghe, le nostre molotov e compagnia bella. Bene, quel tifoso (Robert McHendry, 27 anni) è stato condannato a 120 ore di lavoro socialmente utile, e il Celtic l'ha bandito a vita dal suo stadio. Immaginate un po' a quale trattamento sarebbero sottoposti in Scozia i tifosi italiani: gli ultras dell'Atalanta, piuttosto che i tifosi del Catania…

Chiariamo: l'inchiesta sulle responsabilità delle forze dell'ordine in occasione della tragedia dell'autogrill deve essere seria e celere. Se quello che sembra davvero un terribile incidente, una disgrazia, non dovesse risultare tale, l'agente implicato nell'uccisione di Gabriele Sandri dovrà pagare secondo la legge. La stessa legge alla quale siamo sottoposti tutti noi. Ma la tragedia di domenica mattina è stata presa come pretesto per riaccendere una sfida ininterrotta, che va oltre i singoli episodi: a detta degli stessi ultras, che spesso si prestano tutti intabarrati alle interviste tv per regalarci le loro "confessioni", la polizia è e sarà sempre il nemico da abbattere.

E allora discutiamo pure di chiudere gli stadi, o di non mandare i tifosi in trasferta. Ma qualcuno crede davvero che possa servire a qualcosa? Molto più utile sarebbe applicare le leggi italiane anche quegli strani soggetti che si fanno chiamare "ultras": ostacolando con tutti i mezzi le rivolte fuori dagli stadi, fermando gli esagitati, processandoli e lasciandoli dietro alle sbarre fino al completo esaurimento della pena. Che di devastazione, resistenza a pubblico ufficiale o omicidio si tratti.

11 novembre 2007

Con Shlomo Venezia verso il cuore dell'Inferno

"Mi chiamo Shlomo Venezia. Sono nato a Salonicco, in Grecia, il 29 dicembre 1923". Semplice, diretto e chiaro: comincia così Sonderkommando Aushwitz (Rizzoli 2007), l'autobiografia i un ebreo italiano sopravvissuto all'Olocausto. L'autore di questo libro fa parte della schiera di coloro che hanno toccato l'inferno, per poi tornare a vedere le stelle. E al pari di Primo Levi, o di Elie Wiesel, anche Shlomo Venezia ha deciso di raccontare. Con una differenza, però: Sonderkommando Aushwitz, tratto da un'intervista di Béatrice Prasquier, non lascia alcuno spazio alle sfumature letterarie e si limita alla dura, durissima testimonianza. Tornato alla vita, Venezia ha deciso raccontare quello che aveva visto, quello che aveva vissuto sulla propria pelle: lo ha fatto, e lo fa tuttora, viaggiando instancabilmente per le scuole italiane e portando i ragazzi fin dentro al campo di Birkenau. Il libro, edito da Rizzoli, nasce da questa esperienza: quella di Venezia è una scrittura piana, semplice, rivolta a tutti. E proprio per questo universale, rivolta alle generazioni di oggi e a quelle future.

Shlomo Venezia, sin dal cognome, porta i segni di una persecuzione che affonda le radici nell'alba del mondo moderno: "La mia famiglia dovette abbandonare la Spagna al momento dell'espulsione degli ebrei nel XV secolo, ma prima di stabilirsi in Grecia, i miei antenati si fermarono in Italia, per questo mi chiamo 'Venezia'". Cacciati dalla Spagna, infatti, gli ebrei approdati in Italia presero il nome della città in cui trovarono asilo. L'importanza simbolica attribuita alla riconquista di Granada del 1492, che portò alla cacciata degli islamici dalla penisola iberica, fa passare spesso in secondo piano il trattamento riservato dai cattolici agli ebrei: visti come un pericolo per le fondamenta stesse del cristianesimo – in quanto la religione ebraica, molto più "anziana" del cristianesimo, non si poteva liquidare come eresia o aberrazione –, gli ebrei vennero espulsi con un editto firmato il 31 marzo 1492; quattro anni dopo, gli ebrei portoghesi verranno cacciati ancor più brutalmente. Due le possibilità: lasciare la penisola iberica, come fecero gli antenati di Shlomo Venezia, o convertirsi al rango di "marrani" – per essere poi perseguitati e guardati con sospetto.

Dopo la sosta italiana, la famiglia Venezia si trasferì in Grecia: a Salonicco, nel 1923, nasce Shlomo, terzo di cinque figli. La vita in Grecia, ricorda l'autore, scorre inizialmente tranquilla: le notizie, laggiù nel Mediterraneo, arrivano incomplete e distorte, tanto che il padre "non intese mai la vera natura del fascismo: per lui Mussolini era socialista" e, fiero della sua italianità, "non esitò mai a indossare la camicia nera e a sfilare con l'orgoglio dell'ex combattente in tutte le manifestazioni e le parate organizzate dagli italiani". Ma le cose cambiano in fretta. Nel 1938 Maurice, fratello maggiore di Shlomo, torna dall'Italia – dove era stato mandato a studiare – in seguito alla promulgazione delle leggi razziali. Nel 1940, con l'occupazione italiana dell'Albania, la guerra arriva anche in Grecia: "L'Italia bombardò Salonicco incendiando le case e terrorizzando la popolazione". Infine, come preludio all'orrore che verrà, l'istituzione del ghetto di Baron-Hirsch: per Shlomo e per gli ebrei non c'è più nulla da fare. Trasferito ad Atene con la sua famiglia, Venezia viene deportato con il primo convoglio diretto ad Aushwitz-Birkenau, l'11 aprile 1944. Sul treno, secondo il museo di Aushwitz, c'erano 2500 ebrei.

I ricordi dell'arrivo al campo sono incredibilmente simili a quelli di Primo Levi e degli altri testimoni: la discesa dal treno, la separazione dalle donne, la selezione da parte delle Ss, il passaggio dai barbieri – che "non avendo né gli strumenti giusti né sapone, ci scorticavano a sangue" – e dalle docce: "Era tutto organizzato, come in una catena di montaggio di cui noi eravamo i prodotti finali". Shlomo Venezia, prima di ritirare i suoi indumenti, viene marchiato con la matricola 182727.

Rispetto alle testimonianze dei detenuti comuni, quella di Shlomo Venezia ha però una particolarità: è il racconto di chi ha lavorato nel Sonderkommando trasportando corpi, pulendo camere a gas, spogliando gli ebrei in arrivo. Allettato dalla possibilità di una maggior quantità di cibo, Venezia accettò l'incarico senza sapere a cosa stava andando incontro: quando chiese cosa significasse il termine "Sonderkommando", si sentì rispondere "Comando speciale": speciale, perché "lavoriamo nel Crematorio… dove la gente viene bruciata". Al termine della sua testimonianza, l'autore riflette sulle differenze tra i detenuti del Sonderkommando e quelli comuni: "Gli altri sopravvissuti hanno certamente sofferto la fame e il freddo più di me, ma non sono stati costantemente a contatto con i morti. Vedere ogni giorno tutti quei gruppi arrivare ed entrare senza speranza, senza più alcuna fiducia, allo stremo delle forze. Era davvero uno spettacolo terribile".

In cosa consisteva il lavoro nel Sonderkommando? Nel favorire l'efficienza e la rapidità dello sterminio, dall'arrivo dei convogli alla bruciatura dei corpi nelle fosse comuni, passando per le camere a gas. Le vittime venivano prima costrette a spogliarsi davanti alla porta, poi fatte entrare nella "casetta". Chiusa la porta, ecco arrivare un camioncino "con il simbolo della Croce Rossa sulle portiere": a questo punto un tedesco apriva una botola in cima all'edificio, versandoci il contenuto di una scatola. È l'atto finale: "Dopo qualche istante, le grida e i pianti, che non si erano mai interrotti, raddoppiarono. Dopo dieci o dodici minuti, nessun rumore". Di fronte a questo spettacolo, ricorda l'autore, nessun pensiero: "Eravamo diventati degli automi che obbedivano agli ordini e cercavano di non pensare per poter sopravvivere qualche ora in più".
La posizione "privilegiata" del testimone permette a Venezia di prenderci per mano, alla stregua di Virgilio, e di condurci fino al culmine dell'Inferno: l'interno delle camere a gas. Lasciamo la parola a Shlomo Venezia, come risposta a qualsiasi rigurgito negazionista ancora presente nel mondo: "Trovavamo persone con gli occhi fuori dalle orbite a causa della reazione dell'organismo. Altri sanguinavano dappertutto, o si erano sporcati coi propri escrementi o con quelli altrui. Per effetto della paura e del gas spesso le vittime evacuavano tutto quello che avevano in corpo. Alcuni corpi erano completamente rossi, altri pallidissimi, ognuno reagiva diversamente, ma tutti soffrivano durante la morte. Li trovavamo aggrappati gli uni agli altri, ognuno alla ricerca disperata di un po' d'aria. Il gas, buttato a terra, sviluppava degli acidi dal basso; tutti cercavano di raggiungere l'aria, anche se dovevano salire gli uni sugli altri fino a quando anche l'ultimo moriva".

Tra i lavori "da privilegiato", quello di sgomberare le camere a gas: "La scena che ci si presentava aprendo la porta era atroce, impossibile farsene un'idea". I primi giorni, ricorda Venezia, faceva fatica persino a mangiare: "L'odore rimaneva sulle mani, mi sentivo insudiciato dalla morte". Ma col tempo ci si abitua a tutto: anche a dover aiutare il tedesco ad aprire la botola per immettere il gas. Quando il tedesco decide che tutti sono morti, la porta viene riaperta: "Difficile distinguere tra il fetore del gas e quello dei cadaveri e del liquame umano". Venezia doveva tagliare i capelli delle donne, dopodichè i corpi potevano essere cremati: "Per tirar fuori i corpi dalla camera a gas non c'era bisogno di versare dell'acqua per terra; il pavimento era già bagnato di tutto: sangue, escrementi, urina, vomito, tutto… e a volte ci scivolavamo dentro".

Sì, l'Inferno. Dopo aver guardato in faccia il diavolo, si può solo morire o risalire. Shlomo è risalito, dopo essere stato trasferito a Mauthausen, Melk ed Ebensee. Infine, la libertà: "Arrivarono un mattino verso le undici. Sul primo carro armato c'erano degli americani di origine italiana; non capivo il loro accento siciliano. Per caso, sul secondo blindato c'erano dei figli di immigrati greci. Mi raccontarono delle migliaia di morti che avevano trovato negli altri campi liberati lungo il cammino". Tornare a vivere, per Shlomo Venezia, significa anche ammalarsi di tubercolosi e trascorrere molti anni in un ospedale a Merano, gestito dall'organizzazione ebraica "American Joint Committee": la stessa organizzazione che l'aiuterà a reinserirsi nella società e a farsi una nuova vita, una nuova famiglia. A Grottaferrata, dove si trova per un corso d'inglese, Venezia conosce Marika, che diventerà sua moglie e madre dei suoi figli. Sette anni dopo la liberazione, a Napoli, Shlomo rivede suo fratello. Nel 1957, ad Haifa, la sorella: "Di tutta la nostra famiglia eravamo sopravvissuti in tre: un miracolo, se si pensa a tutte le famiglie che sono state completamente sterminate e di cui non resta nessuno a conservare il ricordo".

Non è stato facile scegliere la via della testimonianza. Ma, scriveva Primo Levi nella poesia che apre Se questo è un uomo, "Meditate che questo è stato: / Vi comando queste parole. / Scolpitele nel vostro cuore / Stando in casa andando per via, / Coricandovi alzandovi; / Ripetetele ai vostri figli". E Shlomo Venezia, quelle parole d'orrore, le ripete incessantemente: "Ho iniziato a raccontare quello che avevo visto e vissuto a Birkenau molto tempo dopo, non perché non ne volessi parlare ma per il fatto che le persone non volevano ascoltare, non volevano crederci". Sei milioni di ebrei gasati nei campi di sterminio? Per la maggior parte degli ascoltatori, era semplicemente assurdo: "Per me parlarne era una sofferenza e quando mi trovavo di fronte a persone che non mi credevano mi dicevo che era inutile".

Poi, nel 1992, Venezia inizia l'interminabile serie delle sue testimonianze: dalla liberazione, sono passati 47 anni. Quasi mezzo secolo alle prese con una malattia oscura, quella del sopravvissuto: "La nostra è una malattia che ci rode di dentro e che distrugge ogni sentimento di felicità. Ce l'ho dal tempo della sofferenza nel campo e on mi lascia mai un momento di felicità o di spensieratezza, è uno stato d'animo che logora le mie forze continuamente". E la vita non sarà mai più la stessa: "Tutto mi riporta al campo. Qualunque cosa faccia, qualsiasi cosa veda, il mio spirito torna sempre nello stesso posto. […] Non si esce mai, per davvero, dal Crematorio". Secondo alcuni, è stata proprio quella malattia divorante a spingere Primo Levi giù dalla tromba delle scale. Vent'anni fa: era l'11 aprile 1987.

09 novembre 2007

Birmania, contro il regime inutili gli sforzi diplomatici

Ibrahim Gambari, inviato in Birmania per conto delle Nazioni Unite, ha lasciato ieri il paese mettendo fine alla sua seconda visita durata cinque giorni. Anche questa volta il diplomatico ha incontrato membri della giunta al potere e la leader dell'opposizione, Aung San Suu Kyi. Ma se le Nazioni Unite ostentano ottimismo, sono ormai in pochi a credere ancora nella diplomazia delle parole.

Partiamo dai fatti. Le Nazioni Unite, dopo la partenza di Gambari, hanno fatto il punto della situazione in un comunicato ufficiale. Stando all'Onu, grazie al lavoro dell'inviato nigeriano e ai suoi incontri con governo e opposizione, "non siamo al punto in cui eravamo qualche settimana fa". Progressi, dunque? Secondo la dichiarazione ufficiale, sì: si sarebbe infatti avviato un processo che porterà "al dialogo tra il governo e Aung San Suu Kyi come strumento chiave per la riconciliazione nazionale". Ma attenzione, "prima il dialogo incomincerà, meglio sarà per la Birmania": più che una certezza, dunque, un auspicio.

Il comunicato prosegue assicurando che le Nazioni Unite continueranno a collaborare con la Birmania, con il "completo supporto e la fiducia del governo della Birmania e della comunità internazionale": una frase assurda, se pensiamo alla totale indisponibilità della giunta e all'ostruzionismo cinese in seno alle Nazioni Unite. A questo proposito, Gambari è già stato invitato a visitare nuovamente il paese nelle prossime settimane: dopo aver capito che le sue possibilità d'azione sono pressoché nulle, per Than Shwe l'ospite diventa quasi gradito.

In cosa consiste il mandato di Gambari? Portare la Birmania alla riconciliazione nazionale, alla liberazione di Aung San Suu Kyi e alla libertà d'espressione politica. Unico strumento per raggiungere i suoi scopi, però, è il dialogo: ben poco di fronte ai bastoni della dittatura.

Sul fronte governativo, Gambari ha incontrato mercoledì il primo ministro Thein Sein – al quale ha consegnato una lettera per il leader supremo, Than Shwe: questa volta, il dittatore non si è neppure degnato di "salutare" personalmente l'ospite. Nel corso dell'incontro, i due hanno discusso dei possibili sviluppi nella collaborazione tra Stato e Nazioni Unite: a questo proposito, Gambari ha ribadito come "un ritorno allo status quo sia inaccettabile", per poi consigliare alcuni passi necessari per andare incontro alle aspettative internazionali (Cina esclusa…). Cosa chiede il mondo alla Birmania? Di avviare un dialogo con l'opposizione, d'intraprendere misure concrete a favore dei diritti umani, di migliorare le condizioni socioeconomiche della popolazione. A questo proposito, Gambari si è poi spinto fino a suggerire la costituzione di una commissione governativa finalizzata all'alleviamento della povertà.

E una risposta secca alla sua proposta – quella della commissione – l'ha data il ministro dell'Informazione, Kyaw San, secondo quanto riportato dal quotidiano "New Light of Myanmar". Secondo il ministro, "invece di rimproverare e suggerire la formazione di una commissione per alleviare la povertà del paese, dovrebbe (Gambari, ndr) giocare un ruolo chiave nel convincere gli altri ad abbandonare le sanzioni: in questo caso, la commissione non sarebbe necessaria". Una vera e propria presa per i fondelli, con tanto d'ironico invito ad unirsi a coloro che sostengono il regime militare.

Dopo le batoste governative, Gambari ha poi dialogato ieri con il premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Ancora una volta, i contenuti sono top secret: a Suu Kyi è vietata qualsiasi esternazione pubblica, e pertanto sarà forse l'inviato delle Nazioni Unite a rilasciare una dichiarazione sull'incontro al termine della missione. Un minimo passo avanti, forse solo di facciata, si è comunque registrato: oggi la leader dell'opposizione potrà incontrare qualche esponente del suo partito (Lnd). Secondo la televisione di stato birmana, che ha dato l'annuncio, all'incontro prenderà parte anche un alto funzionario della giunta militare, incaricato di tenere i rapporti con l'opposizione. Un contentino dovuto all'invito al dialogo lanciato dall'Onu.

Ibrahim Gambari ce la mette davvero tutta, ma la via diplomatica molto difficilmente porterà a qualcosa. E anche la nomina di un incaricato europeo per la Birmania – Piero Fassino – non porterà certo ad alcuno sviluppo finché il protagonista di maggior peso nella partita, la Cina, non si schiererà di fianco ai paesi occidentali. E tutto lascia pensare che ciò non avverrà mai. Il pessimismo per l'attuale situazione emerge ormai anche a livello ufficiale: secondo un diplomatico di base a Rangoon, interpellato dalla Reuters, "non c'è alcun dubbio che questo regime non ha la minima intenzione di cooperare con Gambari o di dare il via ad un processo di genuino dialogo politico". Difficile dargli torto: non si tratta più di analisi politiche, quanto di evidenza.

E poche sono le speranze, ormai, anche sul fronte dei monaci. Se la presenza di Gambari sul territorio evita repressioni violente o ulteriori arresti, è pur vero che i religiosi buddisti sembrano essersi arresi all'evidenza: senza un forte supporto internazionale, scendere in piazza è pressoché inutile. Ma se l'arancione è sempre meno presente sulle strade, qualcosa sta forse montando tra le fila della società civile: l'agenzia di stampa Mizzima, infatti, dà notizia di alcuni pamphlet anti-giunta distribuiti a Rangoon da gruppi di attivisti.

I nuovi protestanti si fanno chiamare "Generation Wave", e puntano a raccogliere il testimone della celebre Generazione 88 – che ha visto molti attivisti arrestati nel corso della recente repressione governativa. Attraverso manifesti e poster, gli attivisti vorrebbero riaccendere lo spirito di settembre: i messaggi sinora lanciati sono "CNG" (Change New Government) e "FFF" (Freedom From Fear). Kyaw Kyaw, membro della "Generation Wave", ha rilasciato una vera e propria dichiarazione d'intenti – o meglio, di speranza –: obiettivo del gruppo è distribuire il poema "Bah Kah Tah" (scritto da uno dei leader studenteschi della Generazione 88) ai più giovani, così che capiscano "di avere un compito da portare avanti". Il compito della lotta per un futuro democratico, che da vent'anni a questa parte accompagna la vita quotidiana della popolazione birmana. Anche quando la comunità occidentale guardava da un'altra parte.

L'Occidentale