30 dicembre 2007

Talkin' Oscar 2007 // Politica

PERSONAGGIO POLITICO DELL'ANNO // Nicolas Sarkozy

L'iperpresidente. Durante la campagna elettorale era ovunque: su tutte le tv, su tutti i giornali, su tutte le radio. Poi ha stravinto contro la Royal, promettendo la rottura col passato: gli scioperi che per giorni hanno paralizzato la Francia sembrano dargli ragione. Nel suo primo discorso ha detto che non avrebbe dimenticato gli oppressi del mondo: cita le infermiere bulgare, e poco dopo le libera. Re della Francia (in Italia tutti, da destra a sinistra, lo guardano con ammirazione: ma quel decisionismo, nel Belpaese, resta un sogno...) e Re dei del gossip: rompe con una moglie bellissima, piange due giorni poi va a Eurodisney con una donna ancora più bella (Carla Bruni). Viene in Italia e lancia l'Unione Medfiterranea, giusto in tempo per andare in Egitto con la nuova fiamma e chiudere sotto le piramidi un anno fantastico.

EVENTO POLITICO DELL'ANNO // Annapolis Conference

Un altro tentativo, l'ennesimo, per mettere fine al conflitto isrealo-palestinese. Dopo il fallimento di Clinton, questa volta ci prova Bush: come sempre, a scadenza del mandato, i presidenti americani cercano il colpaccio. Le trattative, durate mesi, sono state coordinate dalla brava Condoleezza: più volte il tavolo ha rischiato di saltare, lei lo ha tenuto dritto. Alla fine, a novembre, il sogno si realizza: Olmert e Abu Mazen si presentano ad Annapolis, nel Maryland; intorno a loro, tutto il mondo: l'Occidente, le istituzioni mondiali, gran parte degli Stati arabi (assoluta novità). I due promettono una pace entro il 2008: c'è la questione dei confini, di Gerusalemme, dei profughi, della sicurezza... Ma hanno promesso davanti al mondo. Sarebbe bello, alla fine del prossimo anno, dare l'Oscar per il miglior personaggio politico ai due artefici dell'accordo più difficile di sempre.

OUTSIDER DELL'ANNO // Barack Obama

Pensateci. Un presidente giovanissimo, che n0n si chiama Clinton ed è pure nero. Sì, sembra di tornare ai tempi del bel JFK, ed è per questo che Obama fa sognare tanti americani: sentitelo parlare, sembra il Messia. Ha una sogno da regalare a tutti, e lo fa con una voce irresistibile. Molti dicono che è troppo giovane e inesperto per guidare l'America minacciata dal terrorismo. Può essere: le sue probabilità di battere Hillary, e poi il candidato repubblicano, sono molto basse. Ma proprio per questo fa sognare l'America: perchè è completamente diverso da tutti gli altri. E chissà che i sogni di alcuni democratici non diventino realtà...

28 dicembre 2007

L'ennesima vittoria del fanatismo



I funerali di Benazir Bhutto (Reuters)

Uno di loro si è addormentato

La Germania non ha imbrogliato e lo si può constatare nella sua legge Finanziaria. Ad avere imbrogliato sono stati gli altri, la Francia e l'Italia. Durante un mio incontro con i capi di governo ad Heiligendamm uno di loro si è addormentato mentre stavo parlando. Forse è dipeso dal fatto che io sono un tipo noioso, ma la signora Merkel non si è addormentata. Ha mostrato interesse, e soprattutto non ha promesso molto e mantenuto poco. Sono stati specialmente gli italiani, invece, a violare tutte le promesse che avevano fatto.
Bono Vox,
sugli aiuti all'Africa

27 dicembre 2007

La pace tra israeliani e palestinesi passa anche per la Siria

Negli scenari politici internazionali, il 2007 è stato senza dubbio l’anno dell’Iran. Per dodici mesi si è assistito al tira e molla sulla corsa al nucleare di Ahmadinejad (obiettivo civile per il presidente iraniano, obiettivo militare per gli Stati Uniti), fino al recente documento del Nie (National Intelligence Estimate) per il quale la Repubblica islamica avrebbe interrotto il suo programma di armamenti nucleari nel 2003: in mezzo a tutto ciò, in occasione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, Ahmadinejad aveva poi monopolizzato l’attenzione dei media con una pubblica conferenza alla Columbia University di New York.

In questi giorni, però, sembra crescere anche l’attenzione sulla Siria: in una conferenza stampa di fine anno, il presidente americano George W. Bush ha dichiarato di aver perso la pazienza con Assad, mentre Israele – sul fronte della difficile partita mediorientale per giungere alla nascita di uno Stato palestinese di fianco a quello israeliano – sembra tendere una mano allo storico nemico per poter trattare più liberamente con il presidente dell’Anp Abu Mazen. La Siria – a fronte di un 2008 cruciale per americani, israeliani e palestinesi – sembra dunque assumere un peso sempre maggiore, ponendosi come una pedina importante nello scacchiere mediorientale.

La Siria, repubblica presidenziale retta da Bashar Assad (figlio di Hafez, generale baathista, che instaurò una dittatura personale nel 1971 per poi passare il testimone al figlio), si trova da tempo in rotta di collisione con gran parte del mondo occidentale. Svariate sono le accuse rivolte al presidente siriano: quella di sostenere (politicamente e con diretta fornitura di armi) Hezbollah, prezioso “alleato” contro Israele dal quale la Siria vorrebbe indietro le alture del Golan; quella di sostenere, per gli stessi motivi, l’altro grande movimento di resistenza contro Israele: Hamas, che ha instaurato il proprio regno nella Striscia di Gaza; quella di foraggiare, infine, il terrorismo internazionale facente capo ad Al-Qaeda.

Anche se Assad non è stato inserito da George W. Bush nel celebre “asse del male” – del quale, come annunciato nel discorso sullo Stato dell’Unione del 29 gennaio 2002, facevano parte Iraq, Iran e Corea del Nord –, l’attuale amministrazione americana ha sempre guardato alla Siria con molto sospetto. John Bolton, al tempo sottosegretario di Stato, la pose formalmente nella lista degli “Stati canaglia” in occasione di un discorso intitolato “Oltre l’asse del male”: Libia, Cuba e Siria, secondo Bolton, erano nel 2002 tra i maggiori sponsor del terrorismo internazionale.

Cinque anni dopo, Bush non ha cambiato idea. Il 13 dicembre scorso, in occasione dell’uccisione del generale libanese Francois al-Hajj (destinato a diventare capo dell’esercito), il presidente americano ha rilasciato un comunicato molto chiaro: “Mentre il Libano cerca di scegliere un presidente democraticamente e secondo la sua costituzione, le interferenze del regime siriano e dei suoi alleati, volte a intimidire il popolo libanese, devono finire”. Poco prima di Natale, nel corso di una conferenza stampa alla Casa Bianca, Bush ha poi rincarato la dose e chiarito le proprie accuse al regime siriano: stando alla presidenza statunitense, Assad “continua a tentare di destabilizzare il Libano, ad aiutare Hezbollah, a consentire agli attentatori suicidi di entrare in Iraq”. Principalmente le stesse accuse rivolte da tempo ad Ahmadinejad, anche se in questo caso sulle relazioni tra Siria e Stati Uniti non pende la spada di Damocle della corsa al nucleare.

Anche Israele, stretto alleato degli Stati Uniti, con la Siria ha sempre intrattenuto rapporti burrascosi. All’origine di tutte le controversie, un altopiano di 1250 km quadrati: il Golan. Nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta, la regione fu usata dai siriani come base per bombardare la Galilea: nel 1967, nel corso della guerra arabo-isreliana, Israele occupò l’altipiano, che annesse formalmente al proprio territorio nel 1981. Ancora oggi, oltre venticinque anni dopo, la questione del Golan è il principale motivo d’attrito tra Israele e la Siria: Assad, come il padre, vorrebbe indietro il territorio e da questa volontà scaturisce gran parte del sostegno fornito a Hezbollah e Hamas.

Di Golan si è parlato molto nei giorni precedenti alla conferenza di Annapolis: la Siria, infatti, accettò l’invito nel Maryland a patto che la questione dell’altipiano venisse messa nell’agenda ufficiale dei colloqui. Formalmente questo non è avvenuto, anche se la presenza della Siria all’Accademia Navale lascia ipotizzare un qualche accordo dietro le quinte.

Israele è ben consapevole dell’importanza della Siria nel quadro delle trattative con i palestinesi di Abu Mazen. L’idea è che rapporti distesi con Assad permetterebbero di negoziare con maggior forza e tranquillità: raggiunto un accordo la Siria potrebbe smettere di armare Hamas ed Hezbollah, assestando così un duro colpo ai principali ostacoli alla costituzione dei due Stati.

I rapporti tra Siria e Israele sono legati alla più sottile diplomazia. In entrambi gli Stati, infatti, forte è la contrarietà a concedere qualcosa all’“avversario”: le notizie che giungono da Tel Aviv, però, lasciano intendere che qualcosa si sta muovendo. Se nel 2006 l’allora ministro della Difesa israeliano, Shaul Mofaz, inserì la Siria in un (ulteriore) “Asse del male”, dopo la conferenza di Annapolis dello scorso novembre i toni sembrano essere maggiormente distensivi.

Il 21 dicembre, il quotidiano israeliano “Haaretz” ha riportato fonti vicine al premier Ehud Olmert per le quali “la questione siriana ha ancora maggiori possibilità di successo rispetto a quella palestinese”, mentre in vista della conferenza di Annapolis, Olmert ha mantenuto aperto un contatto con Assad per mezzo di Stati terzi, in particolare Turchia e Germania. Un lavorio diplomatico di successo, certificato dalle parole di un funzionario dell’entourage di Olmert secondo cui “il fatto che la Siria sia venuta ad Annapolis e abbia cancellato la conferenza dei gruppi terroristici che si sarebbe dovuta tenere a Damasco è un segnale positivo e incoraggiante”.

Il giorno di Natale Olmert si è esposto anche in prima persona. Nel corso di un incontro con il senatore statunitense Aarlen Specter, il premier israeliano ha stilato un messaggio che l’ospite consegnerà oggi ad Assad. Specter, un ebreo repubblicano, è uno dei maggiori sostenitori del dialogo con la Siria e il contenuto del messaggio verterebbe proprio sulla disponibilità del governo israeliano a riprendere i colloqui con Damasco.

Ma contro la disponibilità al dialogo con la Siria si pongono proprio gli Stati Uniti che tanto, nei mesi passati, hanno spinto Israele a una maggiore apertura nei confronti dei palestinesi, giungendo a criticare apertamente la costruzione di nuovi insediamenti a Gerusalemme Est. Condoleezza Rice, impegnata affinché le trattative tra Olmert e Abu Mazen vadano a buon fine, ha rincarato la dose nel corso della recente conferenza di Parigi dove sono state stanziate nuove donazioni a favore dei palestinesi: “Annapolis è stata una possibilità che abbiamo dato alla Siria e la prova del nove sono state le elezioni presidenziali in Libano. A questo punto, la Siria ha completamente fallito”, ha detto il segretario di Stato americano, lasciando intendere che l’interferenza di Assad nella terra dei Cedri è per gli Stati Uniti assolutamente inaccettabile.

L'Occidentale

26 dicembre 2007

Talkin' Oscar 2007 // Cultura

ROMANZO DELL'ANNO // "Badenheim 1939" di Aharon Appelfeld

Nell'anno della consacrazione di Hosseini (con "Mille splendidi soli"), scegliamo un vecchio libro riesumato da Guanda: "Badenheim 1939" dell'israeliano Aharon Appelfeld. Scritto in ebriaco nel 1978, Mondadori lo pubblicò in Italia due anni dopo: poi scomparve dagli scaffali. Parlando dell'autore, avevamo ricordato che "Aharon Appelfeld è nato il Bucovina nel 1932, sette anni prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale: presto i nazisti gli uccisero la madre, per poi spedirlo con il padre in un campo di concentramento in Ucraina". Dietro al romanzo, alcune domande poste dallo scrittore: "Come è possibile, si chiede, che gli ebrei siano precipitati in questo baratro? Che nessuno abbia posto resistenza, che il mondo sia rimasto a guardare? Non sentivano, gli ebrei del 1939, quello che stava per accadere?". Da qui parte il racconto dei giorni che precedono l'orrore: una placida vacanza nella sonnolenta Badenheim si trasforma per un gruppo di ebrei nello scivolo verso l'inimmaginabile. Straziante e immenso nella sua semplicità.

SAGGIO DELL'ANNO // "Le altissime torri" di Lawrence Wright

I saggi pubblicati nel 2007 sono moltissimi, parecchi quelli che avrebbero meritato l'Oscar. "La Casta" di Rizzo e Stella, che ha messo a nudo lo schifo della politica italiana vendendo oltre un milione di copie; "Sonderkommando Aushwitz" di Shlomo Venezia, la preziosa testimonianza di un sopravvissuto al più celebre campo di sterminio della storia; "La Israel Lobby e la politica estera americana", constestabile nei suoi contenuti ma foriera di un grande dibattito internazionale. La nostra scelta cade però sullo splendido lavoro del giornalista americano del "New Yorker" Lawrence Wright, che dopo 5 anni di ricerche ha pubblicato (in Italia per Adelphi) la più esaustiva storia di Al Quaeda dalla nascita dell'ideologlia terroristica all'11 settembre 2001. Bin Laden, Al Zawahiri, la Cia, l'Fbi, i presidenti americani: ci sono tutti nelle pagine di Wright, con le loro storie e le loro personalità. Avevamo descritto il libro come "un lavoro mastodontico, fatto d'interviste in Egitto, Arabia Saudita, Pakistan, Sudan, Inghilterra, Francia, Germania e Stati Uniti. Fatto di pile di documenti inediti, spesso riservati. Un lavoro che è appena stato insignito del Premio Pulitzer 2007, nella la categoria Non General Fiction". Un Pulitzer meritatissimo, almeno quanto il nostro Oscar.

FILM DELL'ANNO // "Espiazione" di Joe Wright

Curiosa la sorte della trasposizione cinematografica di "Espiazione" di McEwan: il film di Joe Wright, osannato in America, in Europa ha riscontrato uno scarso successo. Per noi, è film dell'anno. Perchè? Non solo perchè "Talkin' World War III" è inguaribilmente filoamericano, ma anche per motivi più seri: la storia di McEwan, la sceneggiatura, la scenografia, la fotografia. Tutto concorre alla creazione di un drammone come quelli di una volta, e Keira Knightly ci mette del suo: eccome se ci mette del suo. Un film che commuove e intrattiene con gran classe, fontana dopo fontana, tuffo dopo tuffo.

DISCO DELL'ANNO // "Gli ospiti" di Stefano Barotti

Lui è un giovane cantautore toscano, "Gli ospiti" il suo secondo disco: dopo l'esordio con "Uomini in costruzione", una splendida riconferma. Amore, neve, allegria, dolore: Barotti racconta un mondo bellissimo, venato a tratti dalla malinconia. Se "L'angelo e il diavolo" è una splendida favola, la titletrack è un capolavoro del cantautorato italiano: una festa di nozze piena di rimpianti, raccontata con il piglio del cantante di classe. In Italia, di cantautori così, ce ne sono pochi: troppo pochi, e avrebbero bisogno di molto più spazio.

CONCERTO DELL'ANNO // Lou Reed plays "Berlin"

Uno dei dischi più controversi (e fantastici) di Lou Reed. Una storia d'amore finita in tragedia, tradotta in un concept album eccezionale. Mai Lou Reed aveva portato "Berlin" in tour: l'ha fatto quest'anno, toccando il Teatro degli Arcimboldi di Milano in luglio (in occasione della Milanesiana). Lou Reed è perfetto, così il coro di bambini che lo accompagna: il risultato è di un'intensità da pelle d'oca. Senza dubbio il miglior concerto che l'Italia abbia offerto nel 2007: un Oscar alla leggenda del rocker newyorchese.

MOSTRA DELL'ANNO // Oriana Fallaci. Intervista con la storia (Milano, Palazzo Litta)

Tutta Oriana, a un anno dalla morte. Rcs Mediagroup e il Ministero dei Beni Culturali hanno imbastito una mostra fantastica per ricordare la più grande giornalista italiana. Una miriade di oggetti (compresi elmetto e zaino usati in Vietnam), foto, dipinti, pagine originali, interviste e testimonianze video. Non mancano tutti i suoi libri, in tutte le edizioni italiane e straniere: per contenerli, un lungo corridoio. Impagabili gli scritti preparatori per la stesura di "Insciallah". Un viaggio nell'Oriana giornalista e scrittrice, dagli anni partigiani a quelli della lotta contro il terrorismo islamico.

24 dicembre 2007

Birmania, l'opposizione continua a chiedere aiuto all'Occidente

Una disperata richiesta d’aiuto, di preghiera. Alcuni cattolici del Myanmar, costretti a mantenere l’anonimato, hanno fatto pervenire all’agenzia di stampa Asia News – vicina al Vaticano – un appello a Benedetto XVI perché in occasione del Natale “continui a pregare” per il popolo birmano e “contribuisca a non far dimenticare al mondo le sofferenze del nostro paese”. L’appello, ripreso anche dall’“Osservatore Romano”, è stato seguito da quello di alcuni buddisti birmani esuli in Thailandia: la richiesta è la stessa, che l’Occidente non dimentichi la tragedia birmana e mantenga accesi i riflettori sul sud-est asiatico.

La disperazione è comprensibile perché – anche se i media ne parlano sempre meno – nell’ex-Birmania gli abusi da parte della giunta di Than Shwe restano molteplici. Un esempio? Pochi giorni fa, tre abitanti di Monywa sono stati condannati a due anni e mezzo di carcere: l’accusa, terribile, è quella di aver fornito della “pericolosa” acqua ai monaci impegnati nelle proteste di questo autunno.

Incredibili testimonianze giungono poi da Asia News. Kyaw Lin Aung ricorda quello che ha visto e sentito raccontare dai parenti: “Gli spari contro i bonzi che recitavano preghiere di amore e pietà a Pakokku, gli incendi ai monasteri che si sono schierati contro il governo, ma anche i racconti di corpi di manifestanti bruciati nei forni crematori o sepolti in tutta fretta per alterare le reali cifre della repressione”. Sedate le proteste di agosto e settembre, la Birmania sembra essere ora un’enorme prigione a cielo aperto: “Nel Paese girano spie travestite da monaci che contribuiscono all’arresto di giovani attivisti e religiosi buddisti – racconta Kyaw – nelle carceri questi vengono torturati e viene negata loro l’assistenza medica”. Inutili anche gli interventi della comunità internazionale: “È successo anche che dopo le pressione di Onu e Usa a liberare i detenuti, prima di liberarli, i carcerieri hanno fatto iniezioni con virus letali per far morire i manifestanti una volta tornati a casa ed evitare così ogni critica o responsabilità”.

Nay Zey Tun, altro testimone, parla invece della drammatica situazione degli ospedali statali, dove mancano le più elementari forme di assistenza. “Diversi mesi fa ho assistito mio padre ricoverato per una settimana e mi sono ritrovato a fare l’infermiere per altri pazienti: c’era una donna che doveva partorire e nessuno la aiutava, si è poi scoperto che il suo bambino era morto già da 10 giorni e nessuno se ne era accorto”. Nay arriva alla conclusione che, dovendo scegliere dove morire, in Birmania la casa è più sicura delle strutture ospedaliere.

Nay Zey Tun non si fa illusioni: è ben consapevole dell’inutilità degli sforzi internazionali, almeno finché la Cina non toglierà il suo sostegno a Than Shwe. “Pechino sta praticamente colonizzando le nostre terre: le ditte cinesi delocalizzano le loro imprese in Myanmar, perché la manodopera costa ancora meno che in patria. Inoltre sfruttano il nostro territorio senza criterio, appropriandosi delle risorse energetiche e delle materie prime”.

Se la giunta può infatti continuare imperterrita sulla strada dell’intransigenza, dichiarando pubblicamente (come ha fatto in una conferenza stampa a inizio dicembre) che l’ordine e l’armonia sono stati ristabiliti – e che per la stesura della Costituzione non c’è alcun bisogno dei consigli dell’opposizione –, gran parte del merito va al sostegno cinese.

Piero Fassino, inviato speciale dell’Unione Europea, è volato a Pechino nel tentativo di ammorbidire la posizione del governo. Il 18 e 19 dicembre ha incontrato due personaggi di secondo piano (l’assistente del ministro degli Esteri e il capo del Dipartimento internazionale del Partito comunista), ma i risultati non sono stati confortanti: “Durante i miei incontri – ha dichiarato – le autorità cinesi hanno chiarito che il futuro circa la crisi birmana è nelle mani dei birmani stessi”. Insomma, la posizione di Pechino (da settembre a questa parte) non si è mossa di un millimetro: gli affari della Birmania vanno lasciati alla Birmania, scordatevi sanzioni o anche solo pressioni da parte nostra su Than Shwe. Fassino, che aveva chiesto senza successo di poter visitare il Myanmar a fine anno, ha ora reiterato la richiesta per i primi mesi del 2008: si attende il sì dei generali.

Mentre in Birmania la popolazione fa quel che può per contrastare il regime e aiutare i dissidenti – con donazioni spontanee di sangue e proteste del partito d’opposizione –, la comunità internazionale cerca altre vie per farsi sentire, almeno formalmente. Senza la collaborazione di Pechino non si va da nessuna parte, certo, ma questo non impedisce di tenere alta la pressione sulla giunta.

Tra le iniziative internazionali spicca quella del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon che, alle soglie del Natale, ha istituito un “gruppo di amici” per discutere della situazione birmana. I quattordici membri del gruppo sono Australia, Indonesia, Russia, Stati Uniti, Cina, Giappone, Singapore, Vietnam, Francia, Norvegia, Thailandia, India, Portogallo e Gran Bretagna e il loro compito è quello di tenere saltuarie riunioni informali, quando la situazione sul campo lo richiederà. Stando alle dichiarazioni di un portavoce di Ban Ki-moon, il gruppo dovrà essere un sostegno politico alle azioni dell’inviato delle Nazioni Unite Ibrahim Gambari: cosa ci facciano nel gruppo Cina e India, a questo punto, resta un mistero.

Forti critiche al regime vengono poi dagli Stati Uniti. La first lady Laura Bush ha preso a cuore la questione birmana sin dalle prime proteste. Lo scorso lunedì, dopo aver parlato direttamente con Gambari, Laura Bush ha ricordato a gran voce che “la giunta non ha fatto passi soddisfacenti nella direzione dell’incontro e del dialogo con gli attivisti democratici, anzi ha continuato a perseguitarli e arrestarli”.

A darle manforte, con considerazioni maggiormente accademiche, due professori. Secondo David Steinberg (direttore degli Studi Asiatici dell’Università di Georgetown, appena tornato da una visita sul campo), “a meno che non ci siano cambiamenti nella società, ci saranno altre dimostrazioni innescate da alcuni incidenti ma basate su questi profondi problemi”. Sean Turnell, professore di Economia all’Università australiana di Macquarie, ricorda invece che “i problemi restano gravissimi, ed è difficile essere ottimisti sull’immediato futuro della Birmania”.

L'Occidentale

23 dicembre 2007

Talkin' Oscar 2007 // Giornalismo

GIORNALE DELL'ANNO // Corriere della Sera

Oscar al principe dei quotidiani italiani, che più di ogni altro sa stampare su pagina autorevolezza antica e sguardo volto al futuro. Nel 2007 il "Corriere", così come il settimanale "Magazine", ha cambiato grafica: più agevole, moderna e piacevole, senza intaccare però quei tratti che lo hanno reso il primo giornale d'Italia. Le sue firme, poi, sono la créme del giornalismo italiano: impagabili i retroscena di Verderami e della Meli, gli spunti di Severgnini, i reportage di Cremonesi, le corrispondenze di Nava, Caretto, Farkas. Splendide sono infine le vignette di Giannelli, che più di ogni altro sa ritrarre l'Italia per quello che è: come da sempre fanno Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, principi del giornalismo divenuti quest'anno principi dell'editoria libraria.

RADIO DELL'ANNO // Radio 24

L'Oscar per il radiogiornalismo va alla stazione del Sole 24 ore. Massima professionalita e accuratezza, intrattenimento di qualità, servizi utili, cultura e massima apertura al pubblico: questi fattori rendono la radio di Santalmassi, io credo, la prima in Italia. Tra i programmi migliori: "Viva voce" e "La zanzara", condotte dal giovane Giuseppe Cruciani, e "Jefferson Ming" di Stefano Pistolini, uno sguardo innovativo e curioso sulla Cina e gli Stati Uniti.

TG DELL'ANNO // SkyTg24

SkyTg24 è quanto più si avvicina agli standard dei canali all-news europei e mondiali. Non è l'unico caso italiano: c'è anche RaiNews24, ma il canale diretto da Carelli è tutta un'altra storia. Informazione fresca e puntuale ogni mezz'ora, conduttori e inviati giovani, tecnologia al servizio della notizia: SkyTg24 ha saputo ritagliarsi un ruolo di primissimo piano nel panorama giornalistico italiano. Da segnalare la modalità interattiva, che apre sei finestre dedicate a tematiche specifiche o eventi in diretta. Oltre ai tg, oltre alla rassegna stampa serale, il canale vince anche per l'approfondimento di "Controcorrente", condotto dal bravissimo Corrado Formigli ogni sera alle 22.30. E in occasione delle presidenziali americane, per tutto il prossimo anno proporrà gli speciali "America 2008": una guida tutta italiana, con commentatori di grande rilievo, sulle elezioni più importanti del mondo.

TRASMISSIONE DELL'ANNO // Controcorrente (SkyTg24)

La scelta è molto ardua. Avremmo potuto dire "Matrix" o "Porta a Porta", ma quest'anno hanno perso punti con la loro morbosità sulle varie stragi italiane (Erba, Perugia, ecc). Avremmo potuto optare per "Ballarò" (ma la formula, e le tematiche trattate, iniziano un po' a stancare) o "Anno Zero" di Santoro. Poi abbiamo deciso. Dopo l'Oscar a SkyTg24, eccone uno per la sua trasmissione di punta: "Controcorrente", in onda tutte le sere dalle 22.35 alle 23.25. Corrado Formigli guida ogni sera i telespettatori alla scoperta delle questioni più interessanti: di Erba, Perugia e Garlasco nemmeno l'ombra. Si parla di politica (interna ed estera) e di ampi temi culturali, senza tralasciare grandi reportage e interviste a personaggi di sicuro interesse. Formigli non perde tempo in chiacchiere, con i suoi ospiti va dritto al sodo: quello che manca in tutti gli altri talk-show italiani.

SITO DELL'ANNO // L'Occidentale (www.loccidentale.it)

Con tutte le versioni digitali dei giornali cartacei (come lo splendido "Corriere.it"), scelgo "L'Occidentale" che è un quotidiano solo online. Ci scrivo sopra, potrei essere di parte: quindi la scelta va giustificata. Primo: "L'O" è un giornale nuovissimo (nato a marzo) e ha già fatto molta strada. Secondo: dopo il fallimento del "Nuovo.it", è l'unico giornale italiano completamente online (come dire, un occhio al futuro). Terzo: il suo direttore, Loquenzi, è molto aperto e disponibile nei confronti dei giovani. Quarto: il quotidiano ascolta tutti e dà una risposta a tutti. Quinto: se un articolo non lo condividete, potete commentare e dirne di ogni al suo autore (leggi: giornale democratico). Sesto: tra i collaboratori, Fiamma Nirenstein e Carlo Panella. E poi, gusto mio, ha una grafica semplice e snob: scusate se è poco.

I giornalisti che fanno la storia e i Meridiani che la raccontano

I “Meridiani” Mondadori non sono una semplice collana editoriale. Entrare nei “Meridiani”, infatti, significa essere consacrati come un classico della letteratura: ultimi casi degni di nota, tra le novità della collana Mondadori, sono quelli di Mario Soldati e Piero Chiara, le cui raccolte di romanzi sono state curate rispettivamente da Bruno Falcetto e Mauro Novelli – docenti di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Milano. Col passare degli anni la pubblicazione dei “Meridiani” va inevitabilmente a influenzare anche il nostro canone letterario, contribuendo a stabilire quali autori dovranno finire nei libri di testo per le scuole. Detto in altri termini, se tra vent’anni al liceo si studierà “Il piatto piange” di Chiara come un testo fondamentale del ‘900 italiano, parte del merito cadrà anche sulle scelte editoriali compiute oggi dallo staff della collana “Meridiani”.

Se l’ascesa di un nuovo autore nel pantheon della collana più prestigiosa della Mondadori è da sempre un importante evento culturale, la recentissima pubblicazione di due “Meridiani” dedicati al giornalismo italiano è un qualcosa di assolutamente sorprendente. Di fianco a Massimo Bontempelli, Franco Fortini, Elsa Morante, Umberto Saba ed Elio Vittorini – giusto per citare alcuni dei principali autori contemporanei della collezione –, Mondadori pubblica ora una selva di giornalisti che hanno fatto la storia di una professione raccontando la storia dell’Italia. Ecco che allora, per il Natale 2007, il tanto bistrattato giornalismo viene elevato al rango della letteratura e consegnato direttamente al prestigio (e all’immortalità) della principale collana letteraria italiana.

L’operazione, di fronte alla quali alcuni critici particolarmente intransigenti storceranno forse il naso, è maestosa e curata alla perfezione. I primi due testi, che raccolgono un’antologia di scritti giornalistici dal 1860 al 1901 (primo volume) e dal 1901 al 1939 (secondo volume), sono appena sbarcati in libreria. Gli altri due testi – dal 1939 al 1968 e dal 1968 al 2001 – usciranno invece a breve. L’opera è curata da Franco Contorbia, docente genovese di letteratura contemporanea: a lui l’arduo compito di selezionare un ventaglio di articoli rappresentativi delle storia d’Italia e della professione più intrigante del mondo.

Le possibili modalità di approccio ai testi sono molteplici, tutte avventurose e affascinanti. Si può scegliere di leggere i quattro “Meridiani” dal primo all’ultimo articolo, andando così a scoprire la storia nazionale (e quella internazionale, vista con gli occhi degli italiani) dalla vigilia della spedizione dei Mille fino al crollo delle Twin Towers. Ci si può concentrare su un determinato periodo storico, andando oltre la storia dei manuali e toccando con mano il punto di vista di giornalisti-testimoni differenti, magari ideologicamente lontani tra loro. Oppure, e mi fermo qui, si potrebbe pensare di studiare come la tematica della guerra sia stata affrontata dalla proclamazione del Regno d’Italia a oggi, dal “Corriere della Sera” così come dall’“Unità”. Comunque si scelga di leggerli, gli articoli raccolti da Contorbia si legano l’uno all’altro nella costruzione di un affresco fenomenale di quello che gli italiani hanno fatto, detto e pensato dal 1860 ai giorni nostri.

Godersi al meglio i primi due volumi del “Giornalismo italiano” significa sfogliare pigramente le pagine (le raffinate e sottilissime pagine del “Meridiani”, manna dal cielo per tutti i bibliofili) lasciando che un titolo, o un autore, catturi l’attenzione di chi legge. Tra i primi articoli, a colpire il lettore, c’è una schematica descrizione giornaliera della spedizione dei Mille, redatta dal signor Ippolito Nievo per il “Supplemento Straordinario al ‘Pungolo’”; subito dopo, il signor Giuseppe Mazzini scrive per “L’Unità italiana” un articolo di fondo nel quale analizza le differenti posizioni di Cavour e Garibaldi di fronte al problema dell’Unità: “Garibaldi segue la via diritta: Cavour l’obliqua; il primo è istintivamente inspirato dalla logica della rivoluzione: il secondo adotta deliberatamente la tattica opportuna a conquistare riforme”. Oggi come ieri, radicali e riformisti si giocano l’Italia.

Insieme all’Italia, cresce anche il giornalismo e la politica estera trova sempre maggiore spazio sui quotidiani. Nel 1865, con un articolo di Vincenzo Botta, “L’Opinione” dà la notizia dell’uccisione di Lincoln e dei suoi funerali: “Chiusi i negozi, sospesi i teatri, le vie e le case addobbate a lutto, lo squillo delle campane, e il tuono dei cannoni, i meetings improvvisati sulle pubbliche vie, oratori su ogni canto che celebrano le virtù dell’estinto, ci dicono benché imperfettamente il sentimento profondo che agita questo popolo nella disgrazia testé sostenuta”. Due anni dopo, ad essere ucciso, sarà invece in Messico l’Imperatore Massimiliano. A Milano, intanto, si inaugura la Galleria Vittorio Emanuele, e “Il Secolo” ne dà notizia con tutta l’enfasi possibile: “I piani superiori sono occupati da migliaia di spettatori. Il sole fiammeggiante versa un oceano di luce dall’alto sulle facciate scolpite, sugli affreschi, sul pavimento lucidissimo ed a colori vivi come quelli d’un tappeto”.

Tra questi giornalisti ottocenteschi, anche molti scrittori noti dediti alla pubblicistica: De Amicis (certamente migliore come reporter che come narratore), Carducci, Collodi, D’Annunzio, Pirandello (che recensisce “Piccolo mondo amico” di Fogazzaro) e Pascoli. Un ponte tra giornalismo e letteratura che continua anche nel secondo volume, dedicato al primo quarantennio del ventesimo secolo. Ad aprire il ‘900, secolo dei grandi inviati, è proprio un reportage di Luigi Barzini, inviato dal “Corriere della Sera” in Siberia. Culturalmente parlando, invece, Contorbia antologizza per il 1901 una recensione a più mani della prima di “Francesca da Rimini” di D’Annunzio: nel ruolo della protagonista, l’impareggiabile Eleonora Duse.

Molto più che per il volume precedente, il lasso temporale 1901-1939 è scandito da articoli storici su avvenimenti storici. Sfogliando le pagine del “Meridiano” leggiamo così dello sciopero generale del 1904 (“La Folla”), del Nobel a Carducci nel 1906 (“Corriere della Sera”) e della sua morte l’anno seguente, della straordinaria impresa di Barzini col suo viaggio da Pechino a Parigi – a bordo dell’automobile “Itala” (il tutto raccontato a puntate per il suo “Corriere”) – e avanti fino all’attraversamento della Manica in volo ad opera di Blériot, i primi articoli di Benito Mussolini e la sua irresistibile ascesa, gli articoli politici e culturali di Gramsci ed Einaudi fino alla tragedia del dirigibile Italia, guidato dal generale Nobile (e magistralmente descritta da Cesco Tomaselli per il “Corriere della Sera”, nel 1928).

Avanti così, di storia in storia, di personaggio in personaggio fino all’articolo conclusivo: è di un giovane inviato del “Corriere della Sera”, chiamato Indro Montanelli, mandato con le truppe del Reich sul fronte orientale. L’articolo si chiude con la descrizione di un grande silenzio, un silenzio che mette la parola fine a questi due “Meridiani” – per chi non l’avesse capito, il miglior regalo di Natale – e dà appuntamento al prossimo, quando il fragore delle bombe e il sangue dei soldati torneranno a infangare il suolo italiano: è il 1940, ma questa è un’altra storia (e Franco Contorbia non ce l’ha ancora regalata).

L'Occidentale

21 dicembre 2007

Talkin' Oscar 2007 // Costume e società

OGGETTO DELL'ANNO // Apple iPhone

In origine erano i Machintosh, alternativa ai classici pc. Poi quei computer sono diventati esteticamente irresistibili. A quel punto Steve Jobs ha deciso di puntare sulla musica: dal nulla ha dato vita all'iPod, il lettore musicale che ha rivoluzionato per sempre il mondo della musica. Tutti dischi del mondo in un oggetto grande poco più di una carta di credito: sembrava il massimo raggiungibile. Ma nel 2007 Jobs si è giocato un'altra carta, sbarcando nel mondo della telefonia: ecco l'iPhone, oggetto del desiderio dell'anno. Telefono, internet, macchina fotografica, lettore musicale: tutto insieme, tutto a portata di dito. Sì, perchè Jobs ha eliminato i tasti: per entrare nel mondo iPhone, basta sfiorare lo schermo. Sarà un'altra rivoluzione? Le interminabili code davanti ai negozi americani sembrano dire di sì...

COPPIA DELL'ANNO // Nicolas e Cécilia Sarkozy

Passata la sbornia per il duo Pete Doherty - Kate Moss, l'attenzione dei media è stata monopolizzata quest'anno dal presidente francese e la sua (ormai ex) first lady, Cécilia. Lui è l'uomo della rottura, che ha promesso di portare la Francia nel futuro. Lei, ex modella, gli è stata a fianco per qualche giorno (e in quei giorni è volata in Libia, portando brillantemente a termine una missione umanitaria), poi lo ha gradatamente lasciato solo. I giornali di mezzo mondo si sono scatenati: rottura coniugale? Sì, ora è ufficiale. Ma non disperiamo, Nicolas si sta già consolando con Carla Bruni. Resta il fatto che mai una first lady ha fatto tanto parlare di sè: per le sue assenze, i suoi splendidi vestiti, la sua emancipazione (e il salvataggio di infermiere condannate a morte). Il tutto, nel giro di pochi mesi.

CITTA' DELL'ANNO // New York City (Usa)

New York, sempre New York. New York città dell'anno perchè è ancora la capitale del mondo, la capitale dell'arte, la capitale del design, la capitale della cultura e la capitale della modernità. New York è il simbolo del mondo globalizzato, fulcro del XXI secolo. New York è la città dell'anno perchè Talkin' World War III vorrebbe parlare da New York: dove tutto succede prima, è più grande, più bello e più moderno.

TORMENTONE DELL'ANNO // Le votazioni in Senato

Ebbene sì, nessuna canzoncina da teenagers. Il tormentone del 2007 si chiama Senato della Repubblica: ore e ore di dichiarazioni di voto pesanti come una condanna a morte, conta dei senatori a vita, fiducia e non fiducia, lucine rosse sempre pronte a sorpassare quelle verdi. Una caduta sulla politica estera, con fogli volanti nell'aula come fossero stelle filanti. Maggioranza politica e maggioranza di fatto, Rita Levi Montalcini costretta a fare le notti: quella che era un'aula sorda e grigia, nel 2007 è diventata il centro del paese. Da questi senatori dipende il futuro del governo, e forse anche dell'Italia. Un Oscar dovuto, in attesa della prossima fiducia.

20 dicembre 2007

Nessuno ci potrà chiamare traditori

Se arriveranno voti negativi contro il governo, dopo tutti i nostri avvertimenti, nessuno ci potrà chiamare traditori. I veri traditori sono coloro che non si rendono conto della situazione del Paese, costretto a subire lo schiaffo del superamento per pil pro-capite dalla Spagna.
Lamberto Dini,
intervistato da "Il Giornale"

19 dicembre 2007

Talkin' Oscar 2007 // Calcio

SQUADRA DELL'ANNO // Ac Milan

Se il 2006 era azzurro, il 2007 è tutto rossonero. Il Milan ha dominato nel mondo, vincendo tutto il possibile: prima la Champions League, conquistata ad Atene nella splendida rivincita contro il Liverpool; poi la Supercoppa Europea; domenica, per chiudere in bellezza, la Fifa World Cup a Yokohama, un'altra rivincita questa volta contro il Boca. Dicembre, e il Milan è sul tetto del mondo. Per molti è un ciclo che si chiude: l'età media della squadra è preoccupante, in campionato la squadra è spesso inguardabile. Ma quando sente il profumo dell'Europa, e del mondo, questo Milan diventa micidiale: aspettiamo a mettere la parola fine a un ciclo fantastico... Se il Milan dovesse espugnare Mosca (dove si giocherà la finale della Champions League 2008), forse tra un anno saremo qui a consegnargli un altro Oscar. E non me ne meraviglierei troppo...

GIOCATORE DELL'ANNO // Kakà (Ac Milan)

Capocannoniere della Champions League, miglior giocatore della Fifa World Cup, Pallone d'oro e Fifa World Player. Sulle qualità del ragazzo, c'è ben poco da dire: è semplicemente un fenomeno, e appena tocca la palla se ne accorgono anche i suoi più acerrimi detrattori. Venticinque anni, una moglie splendida, un bimbo in arrivo e un futuro dorato: se il Milan è in cima al mondo, gran parte del merito va anche al suo pupillo. Premiando Kakà, non possiamo non menzionare altri fenomeni che hanno fatto grande il Milan 2007: su tutti, Andrea Pirlo (che inventa il gioco della squadra) e Filippo Inzaghi (miglior marcatore di sempre nelle competizioni europee, a segno in tutte le finali giocate quest'anno). Una parte di questo premio va anche a loro.

PARTITA DELL'ANNO // Milan-Liverpool

Tris rossonero. La miglior partita non può che essere l'impresa di Atene, che ha consacrato il Milan come campione d'Europa 2007. Era il 23 maggio 2007: senza dimenticare i tasselli che hanno composto questo splendido mosaico (le partite contro il Manchester United), è la finale a svettare su tutto il resto. Una lotta senza quartiere per cercare una rivincita alla beffa del 2003, quando in vantaggio per 3-0 il Milan venne rimontato e sconfitto ai calci di rigore. Questa volta non è stata così: i ragazzi di Ancelotti sono entrati in campo decisi come non mai. Non c'è stata storia, e lo si è capito dal primo minuto di gioco.

L'Occidente dona e Abu Mazen incassa

Le cifre sono da capogiro: 7.4 miliardi di dollari a favore dell’Autorità Nazionale Palestinese, un’immensa colletta messa in piedi da ottantasette paesi e organizzazioni internazionali. Il tutto finirà nelle casse di Abu Mazen nel corso dei prossimi tre anni: questo è stato deciso – e stanziato – lunedì a Parigi, nel corso della Conferenza internazionale dei donatori per lo Stato palestinese.

Sarà l’aria di Annapolis, sarà che la pace con Israele appare più vicina che in passato, fatto sta che la conferenza di lunedì passerà agli annali della storia come la più proficua raccolta di fondi per la causa palestinese, da undici anni a questa parte. Neppure Abu Mazen si aspettava tanto: si pensi solo che, nel suo discorso di fronte ai paesi e alle organizzazioni giunte nella capitale francese, il leader dell’Anp aveva chiesto un finanziamento di 5.6 miliardi. Risultato: quasi due miliardi in più.

Ma andiamo con ordine. La conferenza di Parigi, si diceva, è stata organizzata per raccogliere finanziamenti a favore della causa palestinese. Moltissimi i partecipanti, dagli Stati Uniti – nella persona del segretario di Stato Condoleezza Rice – all’Europa, rappresentata anche da esponenti dei singoli Paesi dell’Unione. L’urgenza degli aiuti è stata ben esplicitata dallo stesso Abu Mazen: “Senza il proseguimento di questi aiuti e senza la liquidità necessaria per il bilancio palestinese, avremmo una catastrofe nella Striscia di Gaza e nel West Bank”.

Insomma, stando all’Anp questi soldi sono necessari per evitare una catastrofe economica nei territori palestinesi. Non a caso, degli oltre sette miliardi stanziati, quattro saranno un immediato e “liquido” supporto al budget dell’organizzazione, al fine di favorire la creazione delle istituzioni per il futuro Stato palestinese tratteggiato a fine novembre nella tre giorni del Maryland.

Lo stretto legame tra l’iniziativa di Annapolis e quella di Parigi è stato messo in luce dal segretario di Stato americano Condoleezza Rice, che per mesi ha seguito da vicino le trattative tra Olmert e Abu Mazen: se ad Annapolis si è parlato delle questioni strettamente politiche, in primo piano a Parigi ci sono stati i problemi strettamente economici. La conferenza, ha detto la Rice, rappresenta “l’ultima speranza per evitare la bancarotta” dell’Autorità Nazionale Palestinese.

Passando ai dati concreti, tra i principali donatori svetta senza dubbio l’Unione Europea, con 650 milioni di dollari nel solo 2008. I singoli Stati dell’Unione si sono poi impegnati in offerte personali dilazionate nell’arco di un triennio: Francia e Svezia verseranno 300 milioni di dollari, la Gran Bretagna mezzo miliardo, la Norvegia 420 milioni, la Spagna 360 e la Germania 200. Nel solo 2008, lo stanziamento degli Stati Uniti sarà invece pari a 555 milioni. Degno di nota, infine, è il versamento triennale di 500 milioni di dollari da parte dell’Arabia Saudita.

Per quanto riguarda l’Italia, secondo le dichiarazioni del viceministro degli Esteri Patrizia Sentinelli, vi sarà un’aggiunta di 80 milioni ai 108 già programmati per il triennio 2008-2010. Il viceministro, che ha preso direttamente parte all’evento, ha parlato di una conferenza di “grande soddisfazione e molto partecipata”, foriera di un buon risultato in quanto “i tanti attori internazionali hanno contribuito a dimostrare con concretezza come è possibile trasformare in un qualcosa di reale e realizzabile le linee dettate ad Annapolis”. I soldi italiani, nello specifico, saranno utilizzati dall’Anp nei settori della giustizia, delle istituzioni, dell’istruzione e della sanità. Ma l’Italia non è nuova a queste iniziative: a novembre aveva già versato 850.000 euro all’Unrwa, l’Ufficio delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi, e 650.000 euro alla Fao per il sostentamento degli agricoltori della Cisgiordania.

Molto soddisfatto si è mostrato il primo ministro palestinese Salam Fayyad, che già da marzo potrà attingere dai primi versamenti: “Vediamo la conferenza come un importante voto di fiducia da parte della comunità internazionale”.

Un ruolo di primo piano, nella conferenza, lo ha avuto anche Israele. Il muro israeliano in Cisgiordania e la limitazione dei movimenti da e verso la Striscia di Gaza, infatti, sono additati dai palestinesi come la prima causa di povertà della popolazione dei Territori. A questo proposito, a Parigi, si è espresso anche il presidente francese Nicolas Sarkozy consigliando a Israele di assicurare la libertà di movimento e di congelare la pratica degli insediamenti. Solo così, ha concluso Sarkozy, per i palestinesi sarà possibile lavorare, rilanciare l’economia e smorzare l’odio nei confronti dei vicini israeliani. Le stesse richieste di Sarkozy sono giunte poi per bocca della Banca Mondiale e dello stesso Abu Mazen.

Di fronte a queste richieste non si è fatta trovare impreparata Tzipi Livni, ministro degli Esteri israeliano, secondo la quale gli israeliani “a dispetto delle difficoltà, sono pronti ad agire in questo senso e a rispettare gli obblighi della Road Map, inclusa la questione del congelamento degli insediamenti”. Maggior intransigenza, però, la Livni ha esibito sulla questione dei checkpoint (che Israele vede come irrinunciabili baluardi di sicurezza).

Niente di nuovo, verrebbe da dire: anche se quest’anno si è toccata una cifra record, da anni i maggiori Stati mondiali versano dei soldi per salvare l’Anp dalla bancarotta. Niente di nuovo anche perché i problemi sul tavolo restano sempre gli stessi: ma anziché cercare di risolverli, andando alla radice, l’Anp preferisce travestirsi da grande Organizzazione Non Governativa a caccia di fondi per garantire la vita della sua gente.

L'Occidentale

18 dicembre 2007

Hamas festeggia e prepara la terza Intifada

Trecentomila persone in piazza, bandiere verdi al vento, uomini incappucciati, mitra puntati al cielo e tanto odio contro Israele. Nel ventesimo anniversario della sua fondazione, l’organizzazione palestinese di Hamas ha celebrato sé stessa e la sua storia. Poche – ma chiare – certezze: Abu Mazen è un negoziatore illegittimo, i palestinesi non devono concedere un millimetro di terra e Israele va combattuto fino alla morte. E al ritmo dei razzi Qassam, lanciati contro il sud dello Stato ebraico, ci si prepara intanto a una possibile invasione israeliana della Striscia di Gaza.

Hamas vide la luce nel dicembre 1987 (in seguito alla prima Intifada palestinese) come costola dei Fratelli Musulmani in Terra Santa: obiettivo principale, esplicitato orgogliosamente nello Statuto fondativo del 1988, la distruzione d’Israele e la fondazione di uno Stato islamico in Palestina. Alla base dell’ideologia di Hamas, sviluppatasi nel corso dell’ultimo ventennio, il peggio dei miti antisemiti: secondo il movimento islamico di Gaza, ad esempio, i Protocolli dei Savi di Sion sarebbero autentici, così come massoneria, Lions e Rotary sarebbero pericolose organizzazioni create agli ebrei “per distruggere la società e promuovere gli interessi sionisti”.

In vent’anni, Hamas si è macchiata di numerosi atti di terrorismo contro Israele, concentrati prevalentemente nell’utilizzo di kamikaze sul suolo nemico (le terribili esplosioni che hanno flagellato per anni locali e mezzi di trasporto pubblici israeliani) e, più recentemente, nel continuo lancio di razzi Qassam dalla Striscia di Gaza al Negev, rendendo pressoché invivibile una città come Sderot.

Riconosciuta come organizzazione terroristica tanto dagli Stati Uniti quanto da Israele, il 25 gennaio 2006 Hamas vinse le elezioni palestinesi: ma in seguito al boicottaggio da parte di mezzo mondo, il governo di Hamas venne sostituito da un esecutivo misto, comprendenti membri del partito avversario Fatah. Hamas non ha mai digerito quella che considera un’illegittima usurpazione di potere: da qui la rivolta di giugno, nel corso della quale – dopo giorni di violenze inaudite contro i “fratelli” di Fatah – l’organizzazione ha assunto il controllo di tutta la Striscia di Gaza, e dividendo di fatto in due il territorio palestinese (“Hamastan” e la Cisgiordania, controllata da Fatah e Abu Mazen, leader dell’Autorità Nazionale Palestinese).

È questa la storia che lo scorso fine settimana Hamas ha festeggiato in piazza a Gaza, colma fino all’inverosimile (trecentomila persone secondo gli organizzatori, anche se alcune stime giungono a parlare di mezzo milione di persone). Un’occasione per autocelebrarsi, contarsi e dare nuova linfa alla lotta contro Israele, mentre Olmert e Abu Mazen, nelle trattative post-Annapolis, fanno come se Hamas non esistesse. Ci siamo anche noi, questo il messaggio della piazza: e se la pace fallirà, come i leader di Hamas auspicano fortemente, la colpa (o il merito, per la gente di Gaza) sarà prima di tutto dei militanti verdi che da vent’anni mietono vittime tra i cittadini israeliani.

Due i protagonisti indiscussi della manifestazione, l’ex premier Ismail Haniyeh e lo storico leader di Hamas – di base a Damasco – Khaled Meshaal. L’ex premier palestinese ha preso per primo la parola, dicendo la sua sulle principali questioni all’ordine del giorno. Primo, Hamas non soccomberà: “Il messaggio che oggi viene da voi è che Hamas e tutta questa gente non si arrenderà di fronte alle sanzioni”. Secondo, è tempo di lottare: “Oggi è il giorno del Jihad, della resistenza e della sommossa. Questo è Hamas: chi rimane fermamente ancorato ai diritti della sua gente, chi crede che l’America e l’occupazione sionista sia il nemico”. Terzo, Israele non verrà mai riconosciuto (come da anni chiedono Unione Europea e principali organizzazioni internazionali): “Chiunque insista sul non riconoscere Israele, abbraccia Allah e non si arrende di fronte ai blocchi americani e israeliani: la sua popolarità cresce a dispetto dell’ostilità americana”. In altri termini, la lotta contro Israele è un precetto divino e a mettere le cose in chiaro ci pensa un altro leader dell’organizzazione, al-Masri: “Giudei, abbiamo già scavato le vostre tombe”. A campeggiare sulla folla poi, giusto per dissipare ogni dubbio, uno striscione nero con un concetto molto chiaro espresso in Arabo, Inglese e Francese: “Non riconosceremo Israele”.

Ma il piatto forte viene con il messaggio televisivo del leader supremo di Hamas Khaled Mashaal, che si è rivolto al popolo di Gaza parlando da Damasco (dove risiede). Minaccioso e pericolosamente carismatico: Hamas non abbandonerà la violenza, che “è la nostra scelta reale, la nostra carta vincente, quella che farà soccombere l’avversario”. Profeta di sventura (per Israele) ed eccitatore degli animi dei trecentomila in piazza: “La nostra gente è in grado di lanciare una terza e una quarta Intifada, finché non arriverà la vittoria”. Chiaro anche nei confronti di Abu Mazen: è illegittimo, non si può permettere di trattare con i sionisti a nome di tutti i palestinesi. Applausi: quelli di una folla combattiva, pronta a combattere ancora una volta.

Con questa Hamas, in vena di celebrazioni e Intifade, Israele – ma soprattutto Abu Mazen – dovrà prima o poi averci a che fare. Abu Mazen perché, se vuole trattare seriamente con Olmert, dovrebbe prima accordarsi con Haniyeh sulla situazione di Gaza: chi comanderà nella Striscia? Ci saranno due palestine? Si può fare un governo insieme? Se sì, chi lo comanderà? Israele, dal canto suo, perché Hamas si può pure ignorare ma la popolazione di Sderot fatica a dimenticare i razzi che quotidianamente piovono sulle loro teste.

A questo proposito, dopo che domenica l’ennesimo razzo stava per uccidere un bambino di due anni, il ministro della Difesa Barak ha annunciato un investimento di trecento milioni per rafforzare le difese del sud di Israele. Fallita la pratica delle sanzioni, l’idea di un’invasione armata della Striscia resta prepotentemente sul tavolo e presto potrebbe forse diventare inevitabile.

Venti di guerra che trovano conferma anche dall’altro lato della barricata. Hamas è consapevole di giocare con il fuoco, e sa benissimo che Israele non starà per sempre con le mani in mano. Da qui l’annuncio, evaso sempre domenica (dopo l’ennesimo lancio di razzi) da parte del braccio armato dell’organizzazione, del completamento di un nuovo piano di difesa in caso di invasione israeliana. Così Abu Obeida: “L’esercito israeliano non saprà da dove vengono i colpi, e dove i loro carri armati saranno colpiti dai missili in nostro possesso”. Sembrano tattiche di guerriglia contro uno degli eserciti più forti del pianeta, certo. Ma quanto siano sofisticati questi missili, e quanto addestrati i militanti di Hamas, è qualcosa che si potrà scoprire solo sul campo.

L'Occidentale

17 dicembre 2007

Tempo di Oscar

Tempo di bilanci, anche per "Talkin' World War III". Da qui al 31/12 consegneremo i nostri Oscar virtuali ai personaggi, gli enti e gli eventi che hanno "fatto il 2007", nel bene e nel male. In attesa delle prime proclamazioni, ecco l'elenco dei premi che verranno assegnati:

POLITICA

Personaggio politico dell'anno

Evento politico dell'anno

Outsider dell'anno

CULTURA

Romanzo dell'anno

Saggio dell'anno

Film dell'anno

Disco dell'anno

Concerto dell'anno

Mostra dell'anno

GIORNALISMO

Giornale dell'anno

Radio dell'anno

Tg dell'anno

Trasmissione dell'anno

Sito dell'anno


COSTUME E SOCIETA'

Coppia dell'anno

Oggetto dell'anno

Città dell'anno

Tormentone dell'anno

CALCIO

Squadra dell'anno

Giocatore dell'anno

Partita dell'anno

14 dicembre 2007

L'Italia secondo il "New York Times"

Ieri il "New York Times" ha pubblicato un ampio servizio sul declino dell'Italia. Autore del servizio Ian Fisher, inviato del quotidiano da Roma, per il quale il nostro paese è ormai il più triste d'Europa: il servizio, comparso in prima pagina, ha provocato un fiume di di commenti. Tra i più autorevoli quello di Giorgio Napolitano, in visita negli Usa, che rivolgendosi agli americani li ha incoraggiati a investire sull'Italia: secondo il presidente della Repubblica, l'Italia si risolleverà. E se invece avesse ragione Fisher?

In a Funk, Italy Signs an Aria of Disappointment
By IAN FISHER

ROME — All the world loves Italy because it is old but still glamorous. Because it eats and drinks well but is rarely fat or drunk. Because it is the place in a hyper-regulated Europe where people still debate with perfect intelligence what, really, the red in a stoplight might mean.

But these days, for all the outside adoration and all of its innate strengths, Italy seems not to love itself. The word here is “malessere,” or “malaise”; it implies a collective funk — economic, political and social — summed up in a recent poll: Italians, despite their claim to have mastered the art of living, say they are the least happy people in Western Europe.

“It’s a country that has lost a little of its will for the future,” said Walter Veltroni, the mayor of Rome and a possible future center-left prime minister. “There is more fear than hope.”

The problems are, for the most part, not new — and that is the problem. They have simply caught up to Italy over many years, and no one seems clear on how change can come — or if it is possible anymore at all.

Italy has charted its own way of belonging to Europe, struggling as few other countries do with fractured politics, uneven growth, organized crime and a tenuous sense of nationhood.

But frustration is rising that these old weaknesses are still no better, and in some cases they are worse, as the world outside outpaces the country. In 1987, Italy celebrated its economic parity with Britain. Now Spain, which joined the European Union only a year earlier, may soon overtake it, and Italy has fallen behind Britain.

Italy’s low-tech way of life may enthrall tourists, but Internet use and commerce here are among the lowest in Europe, as are wages, foreign investment and growth. Pensions, public debt and the cost of government are among the highest.

The latest numbers show a nation older and poorer — to the point that Italy’s top bishop has proposed a major expansion of food packages for the poor.

Worse, worry is growing that Italy’s strengths are degrading into weaknesses. Small and medium-size businesses, long the nation’s family-run backbone, are struggling in a globalized economy, particularly with low-wage competition from China.

Doubt clouds the family itself: 70 percent of Italians between 20 and 30 still live at home, condemning the young to an extended and underproductive adolescence. Many of the brightest, like the poorest a century ago, leave Italy.

The stakes have risen so high that Ronald P. Spogli, the American ambassador and someone with 40 years of experience with Italy, warns that it risks a diminished international role and relationship with Washington. America’s best friends, he notes, are its business partners — and Italy, comparatively, is not high among them. Bureaucracy and unclear rules kept United States investment in Italy in 2004 to $16.9 billion. The figure for Spain was $49.3 billion.

“They need to sever the ivy that has grown up around this fantastic 2,500-year-old tree that is threatening to kill the tree,” Mr. Spogli said.

But interviews with possible prime ministers, businesspeople, academics, economists and other Italians suggest that the largest reason for this malaise seems to be the feeling that there is little hope that the ivy can be cut, and that is making Italians both sad and angry.

An Angry Message

“Basta! Basta! Basta!” Beppe Grillo, a 59-year-old comic and blogger with swooping gray hair, howled in an interview. The word means “enough,” and he repeated it to make his point to Italy’s political class clear.

In recent months, Mr. Grillo has become the defining personification of Italy’s foul mood. On Sept. 8, he gave that mood a loud voice when he called for a day of rage, to scream across Piazza Maggiore in Bologna an obscenity politely translated as “Take a hike!”

A few thousand people were expected. But 50,000 jammed into the piazza, and 250,000 signed a petition for changes like term limits and the direct election of lawmakers. (Voters now cast their ballots for parties, which then choose who serves in Parliament, without the voters’ consent.)

His message was enough inaction and excess (Italian lawmakers are the best paid in Europe, driven around by the Continent’s largest fleet of chauffeured cars), enough convicted criminals in Parliament (there are 24), enough of the same, tired old faces.

“The whole kettle of fish stinks to high heaven!” he yelled. “The stench rises from the sewers and swirls around and you can’t cope.”

Mr. Grillo leans to the political left, but he spares neither side in his sold-out shows and popular blog. The problem, he said, is the system itself.

There is a link between the nation’s errant political system and its worsening mood. Luisa Corrado, an Italian economist, led the research behind the study at the University of Cambridge that found Italians to be the least happy of 15 Western European nations. The researchers linked differences in reported happiness across countries with several socio-demographic and political factors, including trust in the world around them, not least in government.

In Denmark, the happiest nation, 64 percent trusted their Parliament. For Italians, the number was 36 percent. “Unfortunately we found this issue of social trust was a bit missing” in Italy, Ms. Corrado said.

Two popular books that set off months of debate capture the distrust of large powers that cannot be controlled. One, “The Caste,” sold a million copies (in a nation where sales of 20,000 make a best seller) by exposing the sins of Italy’s political class and how it became privileged and unaccountable. Even the presidency, once above the fray, was not spared; the book put the office’s annual cost at $328 million, four times as much as Buckingham Palace.

The other book, “Gomorrah,” which sold 750,000 copies, concerns the mob around Naples, the camorra. But politics, it argues, allows the camorra to flourish, keeping Italy’s lagging south poor, and organized crime, by a recent study, the economy’s largest sector.

These are Italy’s age-old problems, but Alexander Stille, a Columbia University professor and an expert on Italy, argues that this moment is different. While the economy expanded, from the 1950s to the 1990s, Italians would tolerate bad behavior from their leaders.

But growth has been slow for years, and the quality of life is declining. Statistics now show that 11 percent of Italian families live under the poverty line, and that 15 percent have trouble spreading their salary over the month.

“The level of anger is great because before you could slough it off,” Mr. Stille said. “Now life is harder.”

Italians rarely associate the current crop of aging leaders with a capacity to change. They are the same people who have traded terms in power for more than a decade. Last year, Silvio Berlusconi, Italy’s richest man who became prime minister for the first time in 1994, was voted out for not keeping his promises for American-style growth and opportunities based on merit. When he left office, economic growth was at zero.

But it became clear that getting rid of the center-right Mr. Berlusconi would be no magic cure. Romano Prodi, who had served as prime minister from 1996 to 1998, won, but he was saddled with a shaky coalition of nine warring parties.

He promised a clean slate, but his unwieldy center-left government disappointed with its first symbolic act: its cabinet had 102 ministers, a new record. He has pushed through two reform packages, and the economy is growing again. “Ours is not a happy situation, but it is better than before,” he said.

But the government has fallen once and threatens to fall again at every difficult vote. Small proposals bring protesters to the streets, one hurdle to making changes as protected interests seek to preserve themselves. Pharmacists shut their doors this year when the government threatened to allow supermarkets to sell aspirin. The cost for just 20 aspirin tablets at a pharmacy is $5.75.

The measure passed, but the government is largely paralyzed. Voters are fed up, and Mr. Prodi’s foes know it.

“I understand the bad humor, the malaise,” said Gianfranco Fini, leader of National Alliance, the second-largest opposition party. “People are starting to get strongly angry because you have a government that doesn’t do anything.”

The Generational Divide

“It’s a sadness that what could be isn’t — that we are not a normal country,” said Gianluca Gamboni, 36, a financial adviser in Rome, summing up how he feels about Italy, which he loves, but which drives him insane.

Unlike the older generation, he travels and sees how much better things work elsewhere. He does not spare himself: he still lives with his parents, not because he wants to, but because only now, after seven years at his job, can he afford Rome’s high rents. He is finally considering a place of his own.

Mr. Gamboni is on the younger side of Italy’s generational divide — a lens through which many of the country’s problems come into focus. It is one of several subterranean forces, easy to overlook at first, but that taken together make clear how much Italy has changed over the past several decades and how little that change has been digested.

Over a century, ending in the 1970s, 25 million Italians left for better lives elsewhere. Now, Italy is home to 3.7 million immigrants. The Roman Catholic Church’s position is diminishing, from a cultural pillar to a lobbying group.

Politically, Italy seems not to have adjusted to the death, in 1992, of the Christian Democrats, who governed for more than 40 years. Economically, it was once easy to solve problems by devaluing the currency, the lira. That is now impossible with the euro, which has also increased prices, particularly for housing.

Then there is the family. The divorce rate has risen. Large families are a thing of the past. Italy has one of Europe’s lowest birth rates, the fewest children under 15 and the greatest number of people over 85, apart from Sweden. Unemployment is low, at 6 percent. But 21 percent of the population between 15 and 24 did not work in 2006. And the old are not letting go.

Evidence of Italy’s age is everywhere. In parks, clutches of old ladies coo at a single toddler. On television, stars are craggy. (The median age for the presenters of this year’s Miss Italia contest was 70. The winner, Silvia Battisti, was 18.) In the political sphere, Mr. Prodi is 68, Mr. Berlusconi 71.

“The generational problem is the Italian problem,” said Mario Adinolfi, 36, a blogger and an aspiring lawmaker. “In every country young people hope. Here in Italy there is no hope anymore. Your mom keeps you home nice and softly, and you stay there and you don’t fight. And if you don’t fight, it is impossible to take power from anybody.”

“We don’t have a Google,” he added. “We can’t imagine in Italy that a 30-year-old opens a business in a garage.”

Selling a Notion of Italy

In September, word spread through a house of young Romans, over beer and pasta, that Luciano Pavarotti, the tenor and arguably the world’s most famous Italian, had died. “Damn it!” yelled Federico Boden, 28, a student. “Now all we have is pasta and pizza!”

Italy does not seem to rank as it once did for greatness. There is no new Fellini, Rossellini or Loren. Its cinema, television, art, literature and music are rarely considered on the cutting edge.

But it does have Ferrari, Ducati, Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, Barolo — all symbols of style and prestige. What Italy has is itself, and many believe that the future rests in trademarking mystique into “Made in Italy.”

Italian wine was an early test. Producers moved with success from quantity swill to quality. Illy, the coffee house, has flourished by combining quality and uniformity with innovation in methods and style in presentation.

“This is where Italians are winners,” said Andrea Illy, the company’s president. “Use your particular strengths, which are beauty and culture.”

But Italian industry depended on low wages, making it vulnerable to competition from China as labor costs rose. Alarms began ringing years ago, with fears that many of Italy’s traditional businesses — textiles, shoes, clothes — could not compete. Many could not. In Friuli-Venezia Giulia, a chair-making capital, the number of chair companies has shrunk to about 800 from 1,200.

“At first they thought this phase would just pass,” said Massimo Martino, director of Maxdesign, a furniture company. “But in reality, many businesses ended up closing because fundamentally the market didn’t need them anymore. They didn’t want to change.”

Some companies took up the challenge. Wood was the primary material there, but Mr. Martino began to create chairs, mostly of molded plastic, well designed but inexpensive. Others decided that competing against China on price was impossible. Instead, the aim would be quality and Italy’s uniqueness, something China could not match.

Pietro Costantini, who runs a third-generation furniture company, said he began focusing not just on the upper end — he makes extra-large furniture for big Americans — but also on creating lines that would sell the Italian lifestyle itself. Customers are returning.

But entrepreneurs complain that they are alone. Politicians offered little help making Italy competitive, and this remains a major impediment to making their gains grow. Businesses want less bureaucracy, more flexible labor laws and large investments in infrastructure to make moving goods around easier.

“Now it’s time to change,” said Luca Cordero di Montezemolo, the chairman of Fiat and the president of Ferrari and the influential business group Confindustria. “If not, why are we going down in every classification of competition in the country? The reason is that in the best of cases we are stopped.”

It is not clear that this “Made in Italy” strategy will be enough. Skeptics argue that foreign investment, research and development funds and money invested by venture capitalists remain too low, as does Italy’s competitiveness.

But the nation’s entrepreneurs are a bright spot in a landscape with few others. Some argue that the younger generation is another key, if not now then when those in power die. They are educated, they are well traveled and, as Beppe Grillo does when he is attracting his masses, they use the Internet.

Two center-left parties merged to produce the Democratic Party, aimed at overcoming the system’s crippling fragmentation. All sides finally agreed that a new electoral law must be redone to give more breathing room to the winner of the next elections — crucial for pushing through any major changes.

But understanding the problems is the smallest step. Many worry in the meantime that Italy may share the same fate as the Republic of Venice, based in what many say is the most beautiful of cities, but whose domination of trade with the Near East died with no culminating event. Napoleon’s conquest in 1797 only made it official.

Now it is essentially an exquisite corpse, trampled over by millions of tourists. If Italy does not shed its comforts for change, many say, a similar fate awaits it: blocked by past greatness, with aging tourists the questionable source of life, the Florida of Europe.

“The malaise is: ‘I can see all that, but there is nothing I can do to change it,’” said Beppe Severnigni, a columnist for Corriere della Sera.

But, he said, “to change your ways means changing your individual ways: refusing certain compromises, to start paying your taxes, don’t ask for favors when you are looking for a job, not to cheat when your child is trying to reach admission to university.”

“That’s the tricky part,” he said. “We have reached a point where hoping for some kind of white knight coming in saying, ‘We’ll sort you out,’ is over.”

“We Italians have our destiny in our hands more than ever before,” he said.

Peter Kiefer contributed reporting from Rome and Trieste, and Elisabetta Povoledo from Rome.

(C) The New York Times

13 dicembre 2007

Al via le trattative per la pace, ma Hamas resta un ostacolo

12 dicembre, suona la sveglia dei negoziati. Dopo lunghissime trattative culminate nel summit di Annapolis di fine novembre, le delegazioni israeliane e palestinesi hanno dato ufficialmente il via agli incontri che dovrebbero portare ad una pace definitiva entro il 2008, con la creazione di uno Stato palestinese a fianco di quello israeliano. Ma le premesse non sono delle migliori: più che dalla speranza per l’incontro tra le controparti, la giornata di mercoledì è stata segnata da un fitto lancio di razzi Qassam sul villaggio israeliano di Sderot: un chiaro messaggio di Hamas, che di pace non vuole sentir parlare.

L’incontro tra i negoziatori – guidati da Tzipi Livni e Ahmed Qurie – è avvenuto a Gerusalemme, e rappresenta il primo incontro di pace ufficiale in sette anni. L’obiettivo è quello sancito nel Maryland a fine novembre: una risoluzione definitiva del conflitto israelo-palestinese prima che George W. Bush lasci la Casa Bianca, insomma entro la fine del 2008. Le trattative sono molto complicate: al di là delle resistenze interne (la destra parlamentare in Israele e Hamas per l’Autorità Nazionale Palestinese), sul tavolo restano forti divisioni riguardanti alcune questioni fondamentali.

Primo, la sicurezza. Israele l’ha sempre detto: “Security first”. Questo significa che per Olmert la pregiudiziale ad ogni trattativa è l’incolumità dei cittadini israeliani: Abu Mazen, dunque, dovrebbe frenare gli attacchi a Israele che giungono quotidianamente dalla Striscia di Gaza, prevalentemente sottoforma di razzi. Ma, ad oggi, i risultati sono molto scarsi: Hamas non accetta alcun ordine dal West Bank di Fatah, e la Striscia di Gaza è sostanzialmente uno Stato a sé determinato a combattere lo “Stato sionista”.

Secondo, i confini. La questione è spinosa e duplice: si tratta di trovare un accordo sugli insediamenti israeliani nel West Bank e sulla suddivisione di Gerusalemme, che entrambi reclamano come capitale unica. La consegna dei territori palestinesi occupati da insediamenti israeliani è una questione capitale per Abu Mazen: Olmert si è mostrato ben disposto, parlando più volte della necessità di “dolorose concessioni” per giungere alla pace. Ma in Israele sono in molti a ritenere intoccabili – e dunque incedibili alla controparte – i territori occupati: la questione, più che al tavolo dei negoziati, si gioca dunque all’interno della Knesset. Stesso discorso vale per Gerusalemme: l’ipotesi sul tavolo è quella di dividerla equamente tra israeliani e palestinesi, cedendo ad Abu Mazen il controllo dei quartieri arabi di Gerusalemme Est. Ma anche nel caso della capitale, le resistenze sono fortissime: contro l’ipotesi di una concessione di parti della città – caldeggiata soprattutto dal vicepremier Ramon - sono scesi in piazza migliaia di ebrei ortodossi.

Terzo, i rifugiati. Olmert è contrario all’ipotesi che migliaia di rifugiati possano far ritorno nei confini di Israele dopo l’istituzione di uno Stato palestinese: e proprio in cambio dell’abolizione del “diritto al ritorno” da parte di Abu Mazen, Israele potrebbe fare importanti concessioni territoriali.

Ma mentre Livni e Qureia si preparavano a trattare di queste tematiche, nubi minacciose si sono affacciate sul cielo mediorientale. Da parte palestinese alcuni funzionari hanno minacciato di far saltare il tavolo delle trattative: la sfida sarebbe una risposta a 300 nuove case costruite dagli israeliani a Gerusalemme Est, proprio in quella parte della città che Abu Mazen vorrebbe come capitale. La minaccia è poi rientrata: i negoziatori palestinesi hanno infatti deciso di porre la questione direttamente alla controparte israeliana, nell’ambito del primo incontro negoziale. Prima dell’inizio delle trattative, Abu Mazen ha espresso il desiderio che il governo israeliano torni sui suoi passi bloccando le costruzioni; stesso auspicio è giunto anche da Washington, nel tentativo di non alterare subito i primi sforzi di pace.

Ma le maggiori rimostranze vengono sicuramente da Israele. Hamas, per mezzo dei gruppi terroristici che le gravitano attorno, ha fatto capire con le armi di non avere la minima intenzione di cedere Gaza e di spartire il territorio palestinese con gli ebrei: mercoledì mattina, infatti, quindici razzi Qassam sono stati lanciati nel Negev. La maggior parte dei colpi sono finiti in campi aperti, ma si sono comunque registrati cinque feriti – tra cui una ragazza colpita da una granata. La pioggia di Qassam, che esaspera da anni la popolazione di Sderot, ha portato alle immediate dimissioni del sindaco: parlando a Israel Radio, il primo cittadino Eli Moyal ha dichiarato non volere più “la responsabilità di gestire una città sotto attacco da sette anni”, accusando implicitamente il governo in carica di averlo lasciato solo con i suoi cittadini. La decisione, ha continuato Moyal, non è stata improvvisa: “Ci penso da molti anni. Un anno fa stavo per lasciare, e ora ho deciso. Per sette anni nessuno si è assunto la responsabilità di quello che sta accadendo qui. È irragionevole cominciare la giornata con otto Qassam. Non mi prenderà più questa responsabilità: avevo scelto di governare una città, non questa situazione”.

Difficile dare torto al sindaco di Sderot: la cittadina di 22.000 abitanti, a solo un miglio dalla Striscia di Gaza, si è trovata a essere il bersaglio di 4.500 razzi Qassam dal 2001. Il bilancio, a oggi, è di sette morti, dozzine di feriti e panico costante. E a sostegno delle tesi del sindaco si è pronunciata anche la Corte Suprema di Giustizia, che ha ammonito il governo per la sua incapacità di fornire adeguata protezione alla popolazione di Sderot, bersaglio continuo dei militanti di Gaza.

La risposta del governo non si è fatta attendere: il ministero della Difesa ha subito convocato una riunione straordinaria per valutare la situazione, mentre i raid dell’esercito nella Striscia – a caccia di delle postazioni di lancio – continuano da giorni. Raid brevi e mirati, evidentemente insufficienti: non a caso, dopo i lanci di mercoledì mattina, il capo dell’esercito israeliano Gabi Ashkenazi ha lasciato intuire ancora una volta che una massiccia penetrazione militare nella Striscia potrebbe essere inevitabile.

Dopo il fallimento delle sanzioni energetiche, e in seguito all’inefficacia di raid sporadici, l’invasione risulterebbe un’opzione obbligata: “Arriveremo al punto in cui non ci resterà che l’invasione su larga scala” ha detto Ashkenazi, sottolineando come i continui raid israeliani portino a una riduzione del lancio di razzi, ma non riescano a fermarlo. La sera prima, parlando a Tel Aviv, anche Olmert aveva espresso simili preoccupazioni: “La situazione nel sud del Paese, alla luce del lancio dei razzi Qassam, ha creato una difficile realtà” ha detto il premier israeliano, promettendo poi di non arrendersi fino a che la situazione non sarà tornata alla normalità.

Intanto, a Gerusalemme, si tratta. Si tratta sulle tre questioni fondamentali – confini, sicurezza e rifugiati –, ma tra le righe i problemi sono altri: Hamas – una seconda Palestina forte, amata e determinata a sconfiggere Israele –; un presidente (Abu Mazen) che non riesce a riprendere il controllo della Striscia di Gaza e a fermare gli attacchi contro Israele; e un premier (Olmert) attaccato da cittadini stanchi di essere bersaglio dei razzi palestinesi e da altri che di lasciare un po’ di terra ai palestinesi, davvero, non ne vogliono sapere. Per dipanare tutte queste nuvole, poco più di un anno.

L'Occidentale