31 gennaio 2008

Dopo Winograd, Olmert è più forte del giorno prima

Il giorno più lungo di Olmert – quello della pubblicazione del rapporto stilato dalla commissione Winograd, incaricata di far luce sugli errori commessi da governo ed esercito israeliano nel corso della seconda guerra del Libano (luglio 2006) – è cominciato con un’insolita nevicata, che ha imbiancato Gerusalemme e Israele. Nevica, il traffico è in tilt, alcune scuole hanno chiuso: ma attenzione, si diceva tra i nemici di Olmert, niente fermerà Winograd e il suo rapporto. E puntuale, con una conferenza stampa tenutasi ieri sera alle cinque ora locale, la commissione d’inchiesta ha detto la sua: ribadendo, senza eccessive novità, le conclusioni già anticipate ed evitando di puntare il dito contro Olmert.

Facciamo un passo indietro: cos’è la commissione Winograd? Quando nasce? E perché tutta questa attesa? Il signor Eliahu Winograd altri non è che un ex-giudice della Corte Suprema israeliana. Al termine della guerra tra Israele e Libano del luglio 2006 – scoppiata in seguito al rapimento di due soldati israeliani da parte del movimento sciita libanese Hezbollah, guidato da Hassan Nasrallah –, Winograd è stato chiamato a presiedere una commissione d’inchiesta sulla condotta del conflitto da parte del governo e dei capi militari israeliani.

Se il rapporto nella sua completezza è stato reso noto solo ieri, alcune anticipazioni erano state fornite all’opinione pubblica già a maggio 2007. Anticipazioni durissime, racchiuse in 171 pagine: come responsabili della cattiva condotta dell’esercito nel sud del Libano venivano additati infatti Ehud Olmert – al quale è stata imputata mancanza di ponderazione e prudenza –, il ministro della Difesa Amir Peretz – definito inesperto e poco informato della situazione sul campo – e il capo di Stato Maggiore Dan Halutz – impulsivo e poco professionale. I tre venivano accusati inoltre di aver maturato in sole due ore l’idea di rispondere militarmente al rapimento dei soldati: di qui tutti gli errori che sono seguiti.

L’anticipazione della scorsa primavera lascia intuire tutti i rischi che la pubblicazione integrale del rapporto portava con sé. Bastò l’antipasto, infatti, a portare il ministro degli Esteri Livni a chiedere la testa di Olmert, al tempo già indagato per corruzione in un’inchiesta legata ai suoi trascorsi da sindaco di Gerusalemme: alle affermazioni della Livni seguì una manifestazione di 100.000 israeliani, tutti uniti nel chiedere le dimissioni del premier. Niente da fare: Olmert rimase al suo posto, con una spada di Damocle pendente sulla testa.

Il premier israeliano, del resto, è un leader costituzionalmente debole sin dal gennaio 2006 (ben prima della guerra), quando prese il posto di Sharon alla guida del partito centrista di Kadima e del governo. Una debolezza endemica, insita nella compagine governativa: Olmert, infatti, guida una coalizione che conta sull’appoggio del suo partito, sui Laburisti, su Shas (un partito ultraortodosso fortemente critico nei confronti del premier) e sul partito dei pensionati. Un disgregazione che una batosta targata Winograd poteva distruggere immediatamente.

Ma già prima dell’attesa pubblicazione, Olmert aveva ribadito di voler restare in carica: per quanto lo riguarda, le dimissioni del ministro della Difesa dell’epoca – Perez, sostituito da Barak – e di Halutz possono bastare. Con Olmert si è schierato il ministro della Finanza Bar-On (Kadima), per il quale “non ci saranno elezioni”, ma anche il ministro della Difesa Ehud Barak: proprio Barak, che in passato aveva minacciato la richiesta di dimissioni, ha sibillinamente fatto sapere che la colpa degli errori non può ricadere tutta sul premier, anche se si pone la necessità di una concreta discussioni sugli errori compiuti. Un richiamo alla responsabilità è giunto poi dal ministro degli Interni Boim, per il quale bisogna evitare una “notte dei lunghi coltelli” all’interno di Kadima. Contro Olmert, però, ci sono un sondaggio televisivo di Channel 10 (secondo il quale il 58% degli israeliani vuole le dimissioni del premier) e decine di riservisti dell’esercito, che hanno invitato il ministro della Difesa Barak a ritirare la sua fiducia alla compagine governativa.

Ed è così che l’atteso momento della verità, al fine dei giochi, non ha spostato più di tanto le carte in tavola. La guerra in Libano, secondo Winograd, è stata una “grande e seria occasione sprecata”. “Un’organizzazione paramilitare ha tenuto testa al più forte esercito del Medio Oriente per settimane” ha dichiarato il giudice, sottolineando l’incapacità israeliana di mettere fine ai lanci di razzi su Israele e di giungere ad una vittoria concreta. Una guerra senza vincitori, insomma: ma viste le potenzialità di Israele, una guerra che andava vinta. Per quanto riguarda poi le ultime sessanta ore di conflitto, secondo Winograd “non hanno portato al raggiungimento di alcun obiettivo militare”: in linea teorica, però, l’idea dell’“assalto finale” era corretta. Accuse pesanti, certo, ma già note da quasi un anno.

Le colpe, ancora una volta, vengono fatte ricadere su gran parte delle scelte compiute “tanto dalla sfera militare quanto da quella politica”: c’è stata la fretta, c’è stata una visione insufficientemente lucida delle tattiche da mettere in atto. Questioni note da tempo, tanto tra i rivali di Olmert quanto tra i suoi alleati. Vera novità del rapporto, al di là dei giudizi tecnici sulle fasi del conflitto e sulle scelte dei capi politici e militari, è alla fine il non aggravamento della posizione del premier: Winograd sembra aver graziato Olmert, senza accusarlo esplicitamente di gravi errori (tutti condivisi e non imputabili ai singoli). Ecco perché funzionari vicini al premier, pochi minuti dopo aver ricevuto copia del rapporto, hanno fatto sapere che Olmert è “soddisfatto e ottimista”.

Particolare soddisfazione, viste le catastrofiche previsioni delle settimane precedenti, ha destato soprattutto il riconoscimento della correttezza dell’escalation finale – l’utilizzo delle forze di terra dopo giorni di bombardamenti –, una decisione “indispensabile” anche se non risolutiva. Un riconoscimento al quale funzionari vicini a Olmert si sono attaccati, richiedendo addirittura – tramite Channel 10 – le scuse dei detrattori del premier per il “charachter assassination” dei mesi passati. L’unico riferimento diretto all’azione del premier, fino a prova contraria, parla di “valutazione onesta” degli interessi di Israele.

Che la guerra non fosse stata vinta, insomma, per gli israeliani era chiaro da un pezzo: e subito sono corsi ai ripari militarmente – con nuove strategie – e politicamente – con due dimissioni importanti. Winograd, ieri, ha solo certificato considerazioni note ormai a tutti: le stesse forze armate, secondo quanto scrive Yuval Azoulay di “Haaretz”, stanno studiando da tempo gli errori commessi, cercando di rimediare con nuove tattiche e addestramenti. Un cambio di rotta tempestivo favorito dall’immediata assunzione di responsabilità da parte dei maggiori imputati: il ministro della Difesa e il capo di Stato Maggiore, che non hanno avuto bisogno della commissione d’inchiesta per rassegnare immediatamente le loro dimissioni.

Sia chiaro, Olmert non è in una botte di ferro. Ma l’attenuazione delle accuse, così come il sostegno degli Stati Uniti, potranno farlo respirare per un po’. Il 2008, del resto, è l’anno scelto per mettere in pratica le promesse di Annapolis: questo significa trattative a oltranza con Abu Mazen, per compiere un processo iniziato e portato avanti da Olmert. Lui è l’interlocutore di Fatah, e cambiare il cavallo in corsa potrebbe danneggiare i colloqui di pace: per questo, il futuro di Olmert si deciderà probabilmente a fine anno. E il banco di prova non sarà il Libano, quanto piuttosto la questione palestinese.

30 gennaio 2008

L'esploratore



"Mr. Marini, I suppose..."

L'uomo del mistero



No, proprio non lo capisco. Ma Giuliani c'è o ci fa? Snobba tutte le primarie nella certezza di sbancare in Florida: risultato, la Florida l'ha sbancata McCain e sembra che l'ex sindaco di New York stia per lasciare la competizione. Domanda: perchè non partecipare, come tutti, sin dall'inizio? Il suo entourage, dopo le prime vittorie di McCain, non si è reso conto che bisognava subito correre ai ripari? Una campagna kamikaze, praticamente mai iniziata. Viene il sospetto, forte, che Giuliani il presidente proprio non lo volesse fare... L'endorsement di Talkin' World War III, che tra i repubblicani sosteneva il vecchio Rudy, passa di diritto a Mr McCain: secondo alcuni, l'Obama del Gop... (Nytimes).

La chiamata di Bush e la risposta di Obama









28 gennaio 2008

Alla Fiera del libro di Torino fa da protagonista l'odio contro Israele

Mentre il fiume di polemiche sulla mancata visita di Benedetto XVI all’Università “La Sapienza” di Roma sembra stemperarsi, presto temi come “libertà d’espressione” e “opinioni altrui” potrebbero tornare alla ribalta della cronaca. Le avvisaglie, già ci sono: anche in questo caso, si inizia a parlare di “boicottaggio” e “contromanifestazioni”. Casus belli non è più il Santo Padre, ma qualcuno molto più avvezzo alla polemica: lo Stato d’Israele. La causa palestinese e il trattamento riservato alla popolazione di Gaza hanno in questa querelle un ruolo indiretto: ad essere messa in discussione, prima di tutto, è infatti la partecipazione di un manipolo di scrittori e intellettuali israeliani alla Fiera del libro di Torino (che si svolgerà dall’8 al 12 maggio 2008).

Tutto ha inizio sul finire del 2007 quando, come da consuetudine, gli organizzatori dell’annuale Fiera del libro hanno presentato la nuova edizione della kermesse letteraria. Tema del 2008 sarà una domanda posta da Dostoevskij, “Ci salverà la bellezza?”: fin qui, tutto bene. La Fiera di Torino, però, ha una felice peculiarità: ogni anno focalizza la sua attenzione sulla scena letteraria di un determinato Paese. Negli anni passati è stata la volta di Stati come Portogallo, Grecia, Canada e Olanda: tutti rappresentati dai loro migliori scrittori e pensatori. Per l’edizione 2008 – e qui sorgono i problemi – il paese ospite sarà lo scomodo, scomodissimo Israele: “In occasione della ricorrenza del 60° anniversario della sua fondazione, Israele ha scelto Torino come la vetrina più adatta per far conoscere e discutere la propria identità culturale. La letteratura israeliana gode da anni di un’attenzione crescente, che si è cristallizzata attorno ai nomi di tre dei suoi maggiori rappresentanti, David Grossman, Amos Oz e Abraham Yehoshua, o a scrittori che appartengono alla generazione successiva, come Etgar Keret” recita il comunicato ufficiale, ricordando come “i temi trattati nelle loro opere hanno assunto una valenza universale, che non riguarda soltanto Israele, ma si pongono come altrettante metafore dei dilemmi e delle contraddizioni che agitano il mondo contemporaneo”.

In apparenza, una splendida iniziativa: la Fiera di Torino darà la possibilità a tutti gli italiani di conoscere da vicino, nel sessantesimo anniversario della sua fondazione, lo Stato di Israele e la sua eccezionale letteratura. Ma c’è un problema: in Italia non si può parlare di Israele – o far parlare Israele – senza invitare anche la controparte palestinese. Non importa che si stia parlando di libri e di letteratura, non importa che Torino non sia il tavolo delle trattative di Annapolis: se un israeliano parla di qualcosa – dai libri alle ricette di cucina –, un palestinese deve poter ribattere.

Le associazioni solidali alla causa palestinese mostrano subito di non gradire. Già a dicembre Forumpalestina lancia l’idea del boicottaggio, da definire nelle sue linee concrete in una riunione prevista ai primi di febbraio. Intanto parte la campagna mediatica, giocata principalmente su internet. Si annunciano defezioni: quella del poeta Aharon Shabtai – “che ha chiesto di essere cancellato dalla lista degli invitati” spiega Forumpalestina “perchè non vuole essere tra gli scrittori rappresentanti Israele” – e quella degli scrittori giordani – riunitisi appositamente per definire una strategia comune.

E poi si discute dei massimi sistemi, cioè dell’opportunità di invitare un simile Stato a una delle maggiori manifestazioni culturali italiane. Sergio Cararo (cofondatore del Forumpalestina) spiega che “a essere contestata è la decisione di dedicare questa edizione ad uno stato come Israele in occasione dei sessanta anni dalla sua nascita, cioè di un evento che nessuno può omettere nelle sue ricadute concrete sui diritti dei palestinesi che la definiscono appunto come Nakba (la catastrofe)”, per di più in un periodo in cui “la politica di oppressione coloniale, di discriminazione razziale e di “politicidio” (per usare le parole di Kemmerling) contro i palestinesi è diventata ancora più spietata e ‘normale’ di quanto lo fosse anni fa”. E se qualcuno – come il democratico Caldarola, per il quale “certa sinistra cova un’avversione per Israele che confina con l'antisemitismo” – prova a difendere la scelta della Fiera, ci pensa Abu Dawood (vicepresidente della comunità palestinese di Roma e del Lazio) a definirlo “l’agente dello stato Razzista e pirata”.

A un livello più istituzionale, la sinistra si divide. Secondo Vincenzo Chieppa (Pdci) Israele si può invitare, a patto però che “si aggiunga come ulteriore ospite d'onore l’Autorità palestinese”. Sempre secondo Caldarola, invece, “ci sono settori della sinistra che considerano interlocutori necessari Hamas ed Hezbollah. Sì, parlo proprio di D’Alema e della sua sbagliatissima equivicinanza”. Lo storico Giovanni De Luna, ex di Lotta Continua, media invece tra le diverse posizioni: “Sono critiche da integralisti, frutto di pregiudizi anche pericolosi. Io sono totalmente dalla parte dei palestinesi. Per questo chiedo che si faccia della presenza di Israele una grande occasione di confronto”. Critiche montanti, alle quali il direttore della Fiera Ernesto Ferrero ha risposto su “La Stampa”: Israele “possiede una libera cultura, che ha dimostrato di saper essere indipendente da condizionamenti governativi” e di questi tempi “l’unica strada che ci resta, in un’epoca segnata dall’ingiustizia e dalla violenza, resta quella del confronto, del dialogo e della ricerca comune”.

Tra ambienti più propensi all’ipotesi del boicottaggio, parecchio sgomento ha provocato infine un editoriale di Valentino Parlato, apparso sul “Manifesto” il 24 gennaio. Già il titolo è eloquente: “Un boicottaggio sbagliato”. La contrarietà di Parlato – che difficilmente potrà essere tacciato come agente sionista – alle misure contro la Fiera del libro si può riassumere in pochi punti. Primo, “il libro va sempre rispettato”. Secondo, “gli israeliani per quanti torti abbiano nei confronti del popolo palestinese non sono in alcun modo paragonabili ai razzisti sudafricani” (come molti fautori del boicottaggio hanno esplicitamente affermato). Terzo, “c'è la storica persecuzione del popolo ebraico, ci sono i ghetti e i campi di sterminio”: e non si tratta di un dettaglio. Quarto, un ricordo: intervistato da Parlato, il rabbino capo di Roma raccontò che “nel ghetto di Varsavia l'ultimo canto che gli ebrei intonarono fu l'Internazionale. Poi furono massacrati dai tedeschi”.

Queste le ragioni della contrarietà di Parlato, per il quale la Fiera deve essere un’occasione “per discutere, per criticare la politica dello stato di Israele, per difendere i diritti dei palestinesi, che in questi territori sembrano diventati i nuovi ebrei. Discutiamo, scontriamoci, ma mandiamo al diavolo il boicottaggio”. Sì, perché non solo l’essenza stessa del libro richiama concetti come discussione e libertà d’espressione, ma anche perché – sottolinea Parlato – il boicottaggio “è un no senza argomenti. A Torino ci saranno scrittori ebrei di grande levatura e con loro dobbiamo discutere, ragionare, polemizzare, difendere i diritti del popolo palestinese”.

E una civile e sacrosanta discussione, come auspica Parlato, non dovrebbe essere un problema. Basta dare un’occhiata alla lista degli scrittori israeliani che interverranno a Torino: David Grossman, che ha perso un figlio in Libano ed è tra i maggiori sponsor della pace con i palestinesi; Amos Oz, che non perde occasione per criticare la pratica degli avamposti israeliani in Cisgiordania; Abraham Yehoshua, il cui bestseller “L’amante” è una delle migliori opere sulla convivenza e le diversità. Tra gli storici, poi, Benny Morris: capofila dei nuovi storici israeliani, capace di guardare al Medioriente senza il condizionamento della cultura sionista. Tutti costoro, a Torino, parleranno ben volentieri dei Palestinesi e degli errori compiuti dagli israeliani in tutti questi anni: è quello che fanno in ogni incontro pubblico, è quello che scrivono nei loro libri.

L’idea che sembra passare, ripeto, è che per ogni parola proferita da un israeliano debba essercene una palestinese. Mi sembra un’idea campata in aria, nel rispetto degli stessi protagonisti: dare sempre e comunque voce a entrambi – contemporaneamente – è svilire la “normalità” dello Stato ebraico (che deve poter essere invitato a una manifestazione culturale, al di là dei suoi problemi politici) così come la sacrosanta aspirazione palestinese a vivere in uno Stato “normale”, slegato dal vicino israeliano.

L’Italia è uno dei paesi più vicini alla causa palestinese, alla quale dà voce con manifestazioni, concerti, incontri e dibattiti: e non sempre alla presenza di una controparte israeliana. Di tutto possono lamentarsi le associazioni pro-palestinesi, ma certo non di mancanza di spazi nel dibattito culturale italiano. Vogliamo, per una volta, permettere che anche Israele possa essere rappresentato come uno Stato comune, con una sua (floridissima) letteratura? Nei prossimi anni, perché no, sarà la volta dei palestinesi.

Sarebbe davvero bello, e in questo Parlato ha assolutamente ragione, che tutti i contestatori mettessero via l’idea del boicottaggio e andassero alla Fiera: un luogo di confronto, di dibattito. Dove far valere le proprie idee – con le quali gli scrittori invitati, ne sono sicuro, in larga parte concorderanno – e ascoltare un uomo stupendo come David Grossman: uno scrittore che da anni si sgola per insegnare a “vedere il mondo con gli occhi del nemico”. Una buona occasione, una volta tanto, per vedere la realtà anche con gli occhi israeliani: e accorgersi, forse, che le differenze di vedute non sono poi così incolmabili. A guadagnarne, sarebbe la libertà d’espressione e di confronto civile: concetti che in Italia sono a volte troppo aleatori.

L'Occidentale

Una petizione per Hamzeh e Loghman

Hamzeh e Loghman sono due ragazzi omosessuali, di diciotto e diciannove anni. Sono innamorati. Ma vivono nel regime nazi-islamico di Mahmoud Ahmadinejad: il 23 gennaio sono stati arrestati e condannati a morte. Le accuse: "sodomia" e "nemici di Allah". La condanna è giunta dopo confessioni estorte con la tortura. Questa è la vita quotidiana nell'orrido Iran.

Every One Group ha lanciato una petizione indirizzata a diverse figure istituzionali, perchè intercedano a favore della grazia ai due condannati: cliccate QUI per firmare. Segue il testo della petizione.

The Islamic Republic of Iran is persecuting homosexuals, dissidents and free thinkers, and carrying out political crimes towards them. Homosexual relationships in Iran are considered a crime liable to sadistic corporal punishment and the death sentence. On January 23rd, 2008, Hamzeh Chavi and Loghman Hamzehpour, two homosexual young men of 18 and 19, were arrested in Sardasht, in Iranian Azerbaijan.

The authorities use physical and psychological torture to obtain confessions from people who fall into their hands, and the two young men admitted to being in love and having a relationship. Their confession was enough for the Islamic court to commit them to trial with two very serious charges: Mohareb, the crime of those who are “enemies of Allah” and Lavat, sodomy. Iranian criminal law envisages the gallows for homosexuals, who are considered “enemies of Allah”. Nevertheless, there are many moderate political and religious figures in Iran who would like to change things and prevent the loss of so many innocent lives. The majority of Iranians are against the horrors of capital punishment through hanging and stoning; only a few extremists believe torture and flogging are admissible methods. The clandestine human rights movements are fighting heroically against these barbaric practices, risking their own lives in an effort to build a better Iran, a country in which minorities are respected and human life becomes a value once more. Thousands of Muslims believe Allah is a God of love, that the death sentences and brutal corporal punishment are crimes against humanity. On December 5th, 2007 an innocent Iranian boy was martyred by the Teheran regime and then murdered on the scaffold.

From all over the world, in answer to the campaign for the life of Makwan Moloudzadeh - promoted by EveryOne Group - thousands of Muslims, Christians, Hindus, Buddhists and non-believers sent red and white flowers to President Ahmadinejad and the Iranian judges: red, in an attempt to avoid the spilling of innocent blood; white to implore his executioners to spare the life of yet another blameless condemned man. This vast international campaign served only to delay an execution which had already been decided. Today Makwan is the symbol of the martyrdom of the many innocent victims of a ruthless regime. Let us also remember Pegah Emambakhsh, the Iranian lesbian woman who is still waiting for the result of her appeal in the United Kingdom, and who risks being deported to Iran, where torture and stoning await her. EveryOne has received worrying news from the United Kingdom, where the Court of Appeal does not appear inclined to grant Pegah political asylum - in defiance of all the international conventions. Pegah is crushed by the attitude of the British Government and has told us she is tired of fighting, she is reluctant to appear in the newspapers and no longer believes in what Anne Frank defined as “man’s inner goodness”.

We must respect Pegah’s wishes, but we have to be ready to say no to the British Government, which has abandoned the path of respect for the rights of women, homosexuals and refugees. We have to be ready to raise a chorus of protest, throughout the world, in order to stop the hand of the executioner and his accomplices.

That is why we are asking you to devote a few minutes of your time to this petition; add your signature and send a protest to all the addresses listed below, because many human lives, the concept of justice itself and the value of human rights are at stake here.

Le ultime parole di Obama

Queste sono le parole maggiormente usate da Barack Obama, nel suo speech dopo la vittoria in South Carolina. Queste, dunque, le parole che accompagnano il senatore nero verso la sfida finale con Hillary (5 febbraio, supertuesday). "Change" è sempre la prima della lista, insieme a "People" (solo con la gente, senza divisioni, Barack vuole cambiare l'America) e "Country" (l'oggetto del Change). Tutto questo cambiamento, "Against" il vecchio e la politica dei politicanti di Washington. Discorsi semplici, immediati: "Yes, we can" urlano i sostenitori. Ma sarà davvero così? Pochi giorni, e lo sparemo.

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Un sogno targato Kennedy



Era nell'aria: bastava ascoltare i suoi discorsi ispirati, lasciarsi trascinare dalle sue parole chiave ("change" e "hope"). Ora anche Caroline Kennedy, figlia dell'icona JFK, si schiera apertamente con Barack Obama, affidando il suo endorsement alle colonne del "New York Times" (che si è invece schierato con Hillary): "Non ho mai avuto un presidente che m’ispirasse come la gente dice che mio padre la ispirò. Ma per la prima volta credo di averlo trovato. Un presidente come mio padre, che ispirerà una nuova generazione di americani". Bando agli indugi, dunque: dopo la certificazione di Caroline (e quella del fratello di John Fitzgerald, Ted), negli Stati Uniti Obama è il Kennedy del 2000. Per sapere quanto la scelta della famiglia più famosa d'America possa influire sulle elezioni presidenziali, dovremo aspettare il 5 febbraio: ma dopo la vittoria in South Carolina, quello che era semplicemente un sogno potrebbe diventare per Barack una concreta realtà. Con buona pace della premiata ditta Clinton&Clinton.

27 gennaio 2008

Obama verso il supertuesday

Verso il supertuesday: ecco il discorso di Barack Obama ai suoi fedelissimi dopo la netta affermazione nelle primarie del South Carolina.

Il colmo della virtù

Nel ghetto c'era una donna innamorata. Colui che amava fu ferito gravemente, gli uscivano i visceri. Lei li rimise a posto con le sue mani, lo portò all'ospedale. Lui morì. Lo misero nella fossa comune, lei lo esumò, gli diede sepoltura. Per Czerniakòv questo semplice episodio rappresenta il colmo della virtù.
Raul Hilberg,
da "Shoah" di Claude Lanzmann

Roma '43-Auschwitz '45. Non dimenticare perché non accada di nuovo

La giornata della Memoria che si celebra ogni anno il 27 gennaio, in seguito all'approvazione della legge 211 del 20 luglio 2000 ci aiuta a non dimenticare (per dirla con Primo Levi) "che questo è stato". "Questo" è l'Olocausto, il punto più basso mai toccato dall'umanità. Il 27 gennaio è sempre un profluvio di film, fiction, documentari e dibattiti più o meno validi; sul fronte librario, è l'occasione per pubblicare testimonianze e foto inedite, o per rivestire di nuova pelle opere che hanno fatto la storia della memorialistica: da Primo Levi ad Anna Frank, da Elie Wiesel a Imre Kertész.

Le più celebri opere di testimonianza sull'Olocausto riguardano principalmente la deportazione e la vita nel campo: lì, dietro al filo spinato, l'umanità ha cessato di esistere e il male ha regnato sovrano. Ma il male nazista e, dalla promulgazione delle leggi razziali del 1938, fascista non si è limitato alla deportazione nei campi. È stato un crimine contro l'umanità molto più lento e subdolo, fatto di progressiva limitazione della libertà dell'individuo fino all'annientamento emblematicamente rappresentato dalla camera a gas. Simbolicamente parlando, un'escalation di terrore che parte dall'imposizione delle stelle gialle sui cappotti fino all'abbattimento dei cancelli di Aushwitz da parte dell'Armata Rossa, avanzante verso ovest.

Di quegli anni di terrore, molte sono le storie che andrebbero raccontate. Parte di queste ha già visto la luce, ma non ha raggiunto la fama meritata. Vorrei riscoprire allora, in questa giornata della Memoria, un'opera essenziale a metà strada tra il racconto neorealista e la testimonianza che tratta in poche pagine della deportazione degli ebrei di Roma, avvenuta il 16 ottobre 1943 ad opera delle SS. Il racconto, intitolato appunto "16 ottobre 1943", è opera del critico letterario Giacomo Debenedetti. Illuminato intellettuale italiano, Debenedetti fu tra i primi ad accogliere la lezione delle scienze umane europee: fondamentale, in questo senso, sarà nel dopoguerra la sua collaborazione con Alberto Mondadori e la casa editrice Il Saggiatore.

"16 ottobre 1943" è una delle rarissime prove narrative del critico di Biella. Ebreo, negli anni delle leggi razziali Debenedetti dovette nascondersi e pubblicare sotto falso nome: caduto il fascismo, riversò l'esperienza della persecuzione in questa cronaca pubblicata dalla rivista romana "Mercurio", insieme all'ancor più breve (e saggistica) composizione intitolata "Otto ebrei". Oggi "16 ottobre 1943" è edito da Einaudi, con una bella introduzione della scrittrice Natalia Ginzburg.

La storia di quella maledetta mattina romana comincia in realtà a settembre, quando il comandante delle SS romane Herbert Kappler uno dei personaggi di Debenedetti riceve da Berlino un telegramma inequivocabile: "liquidare" tutti gli ebrei romani mediante "un'azione a sorpresa". "16 ottobre 1943" si apre sulla relativa calma degli ebrei romani, dopo che la richiesta giunta da Kappler il 26 settembre consegnare 50 chili d'oro, pena la deportazione di 200 uomini è stata colmata. Per ore e ore gli ebrei di Roma hanno raccolto tutto l'oro possibile, anche grazie alla solidarietà i molti cittadini romani (veri e propri benefattori dei quali purtroppo, annota l'autore, si sono perse le tracce), e dopo aver pesato e soppesato le casse in via Tasso Kappler si dice soddisfatto. Gli ebrei romani tornano nei loro letti, certi dello scampato pericolo.

Arriviamo allora alla sera del 15 ottobre 1943, vigilia della tragedia. Debenedetti racconta di una donna, "vestita di nero, scarmigliata, sciatta, fradicia di pioggia", che giunge nella comunità ebraica dicendo di aver saputo che un carabiniere "ha veduto un tedesco, e questo tedesco aveva in mano un lista di 200 capi-famiglia ebrei, da portar via con tutte le famiglie": la mattina seguente verranno deportati, si mettano in salvo. La donna strilla, si strappa gli stracci succinti che le coprono la pelle: "Ma nessuno volle crederci, tutti ne risero". Del resto, tutti sanno che la Celeste "è una chiacchierona, un'esaltata, una fanatica": ma chissà, riflette l'autore, cosa sarebbe accaduto se ha dare l'allarme fosse stata una signora di buona famigliaŠ Forse, molti di quegli ebrei oggi sarebbero in salvo.

La notte del 15 ottobre è una notte tumultuosa: si odono "schioppettate e detonazioni", ma non i soliti spari lontani giustificati dall'imposizione del coprifuoco. No, quella notte gli spari sono vicini, sono manipoli di uomini in movimento che sparano all'impazzata: "La gente lì per lì suppose che volesse essere un dispetto, una una beffa contro gli ebrei". Poi, il silenzio: nessuno ancora osa dare ragione a quella Cassandra venuta a preannunciare sventure, e gli ebrei tornano a dormire nei loro letti "che avevano forse custodito un po' di tepore".

A Roma, sulla Biblioteca di Storia e Archeologia dell'Arte in via del Portico d'Ottavia, c'è una targa che recita "qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei". Ed è proprio lì, infatti, che l'incubo del 16 ottobre 1943 ha inizio, secondo le previsioni della Cassandra-Celeste. Lì, all'alba, camion e soldati addetti alla razzia degli ebrei si riunirono per dare inizio alla spietata caccia. Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, racconta così quell'alba: "Era sabato mattina, festa del Succot, il cielo era di piombo. I nazisti bussarono alle porte, portavano un bigliettino dattiloscritto. Un ordine per tutti gli ebrei del Ghetto: dovete essere pronti in 20 minuti, portare cibo per 8 giorni, soldi e preziosi, via anche i malati, nel campo dove vi porteranno c'è un'infermeria".

È lo stesso biglietto presente nel lucido racconto di Debenedetti. Un biglietto che passa di casa in casa, mettendo la gente nella condizione di scegliere in 20 minuti cosa portare con sé: un caccia disperata tra gli affetti e i ricordi più cari. La caccia nazista avviene casa per casa, raramente viene arrestato chi si trova per via: "Il dramma entrava nella vita, vi si mescolava con una spaventosa naturalezza, che lì per lì non lasciava campo nemmeno allo stupore". La gente viene sbattuta in strada, costretta a mettersi in fila: "Dai camion veniva abbassata la sponda destra, e si cominciava a fare il carico". Urla, spintoni: il terrore, il 16 ottobre 1943, invade Roma città aperta. Infine gli ebrei vennero ammassati al Collegio Militare, dove avvenivano le operazioni di sasso: corpi umani come fossero dei sassi. Lì rimasero fino al lunedì mattina, quando dalla stazione di Roma Tiburtino vennero caricati su carri bestiame e lasciarono l'Italia.

"Né il Vaticano, né la Croce Rossa, né la Svizzera né altri Stati neutrali sono riusciti ad avere notizie dei deportati. Si calcola che solo quelli del 16 ottobre ammontino a più di mille, ma certamente la cifra è inferiore al vero, perché molte famiglie furono portate via al completo, senza che lasciassero traccia di sé, né parenti o amici che ne potessero segnalare la scomparsa". Più di mille, partiti verso l'oblio, la cenere. Oggi sappiamo che le SS coinvolte nell'operazione erano 300, gli ebrei catturati (secondo le registrazioni delle SS) 1024, 207 i bambini. Nessun quartiere romano venne risparmiato dalla razzia: quelli più colpiti, Testaccio, Trastevere e Monteverde. Dopo il 16 ottobre 1943, altri 3000 ebrei scomparvero dalla Capitale: tra loro, le vittime della strage delle Fosse Ardeatine.

Andrebbe riscoperto, questo "16 ottobre 1943". Andrebbe fatto leggere nelle scuole. Perché, a fronte dei capolavori di Levi, Wiesel e di altri sopravvissuti ai campi, Debenedetti racconta la vita quotidiana da perseguitati di coloro che ad Auschwitz ancora non ci sono stati. E come ha fatto Appelfeld con lo splendido "Badenheim 1939", anche Debenedetti si chiede: come è potuto accadere? Possibile che gli ebrei non si siano accorti di nulla, non abbiano fatto nulla per mettersi in salvo? Perché non hanno ascoltato Celestina? "Contrariamente all'opinione diffusa, gli ebrei non sono diffidenti" scrive l'autore, e ne è testimonianza il fatto che "verso i tedeschi furono, e si mostrarono, ingenui quasi con ostentazione". Molti i motivi i questo comportamento: "Gli ebrei hanno un disperato bisogno di simpatia umana: e per accattarla, la offrono. Fidarsi della gente, abbandonarvisi, credere alle loro promesse, è appunto una prova di simpatia". Dopo aver ricevuto 50 chili d'oro, infatti, le SS avevano promesso la sicurezza gli ebrei. "Coi tedeschi poi continua Debenedetti giocava anche il classico atteggiamento degli ebrei di fronte all'Autorità. Fina dalla prima caduta di Gerusalemme, l'Autorità ha esercitato sugli ebrei un potere di vita e di morte assoluto, arbitrario, imperscrutabile".

Assoluto, arbitrario e imprescrutabile come l'Olocausto. La Giornata della Memoria, e opere come quella di Debenedetti, hanno oggi un valore pedagogico immenso: non fate come gli ebrei del tempo, ci dicono, non fidatevi delle minacce incombenti. "Meditate che questo è stato": dunque, può accadere di nuovo.

L'Occidentale

55 volte Obama



Obama sfonda in South Carolina con il 55% dei voti: ora si gioca tutto nel supertuesday del 5 febbraio, quando saranno chiamati al voto oltre venti Stati.

26 gennaio 2008

Salviamo l'Italia

Talkin' World War III aderisce all'appello di Magdi Allam "Salviamo l'Italia". Per farlo, basta collegarsi al sito www.magdiallam.it e inviare i propri dati.

Cari amici,
è giunto il momento di mobilitarci per salvare l’Italia dai mercanti che hanno profanato il Tempio della politica, trasformandolo in un bordello dove coloro che dovrebbero rappresentare il popolo si vendono al miglior offerente, dove si svendono i valori e gli ideali in cambio di denaro e di potere. Nel giorno della caduta del governo Prodi, abbiamo assistito nell’aula del Senato a uno spettacolo incivile e ripugnante, con aggressioni verbali e fisiche, schiamazzi e urla. Ma tutto ciò è tutt’altro che una novità. Purtroppo è un tratto fisiologico di una classe politica che, oltre ad essere del tutto priva del senso dello Stato e della dignità nazionale, ha fatto venir meno il rispetto e l’onorabilità delle istituzioni che dovrebbero incarnare la volontà e le aspirazioni del popolo italiano.


A conferma della continuità della classe politica italiana, vi invito a leggere questo brano del mio penultimo libro “Io amo l’Italia”:
“Il 9 aprile 2006 ho deciso di non votare. Ho rifiutato di legittimare un sistema elettorale che ha violato uno dei cardini della democrazia sostanziale, il rapporto fiduciario tra l’elettore e l’eletto, tra il popolo e i suoi rappresentanti in Parlamento. Possiamo veramente definire democrazia sostanziale quella in cui il leader del partito decide in partenza chi entrerà a far parte della Camera dei deputati e del Senato, mentre agli elettori non resta altro che avallare le sue decisioni votando a scatola chiusa? E’ democratico un Parlamento i cui membri vengono eletti semplicemente perché collocati ai primi posti delle liste, senza che agli elettori sia consentito di pronunciarsi sui loro nomi? “Ho scritto io la legge elettorale, ma è una porcata”, ha confessato il ministro per le Riforme istituzionali Roberto Calderoli, “Una porcata fatta volutamente per mettere in difficoltà una destra e una sinistra che devono fare i conti con il popolo che vota”.

La verità è che l’Italia è stata trasformata in un forziere da depredare e il popolo italiano in una cavia da manipolare per far prevalere gli interessi faziosi della destra e della sinistra. La destra ha modificato la legge elettorale quando ha avuto sentore che con la precedente sarebbe stata sicuramente sconfitta. E la sinistra, ancor prima di vincere le elezioni, ha promesso che la cambierà. La destra ha emendato la Costituzione per favorire la devoluzione delle istituzioni, e la sinistra s’appresta a ripristinare il testo originale della “Bibbia civile”, come l’ha definita il presidente Ciampi. La destra ha varato nuove leggi di riforma del sistema giudiziario, del lavoro, del fisco, dell’istruzione e dell’informazione, e la sinistra intende annullarle integralmente. La destra ha assunto degli impegni internazionali al fianco degli Stati Uniti in Iraq, e la sinistra ha deciso di liquidarli. Berlusconi non ha riconosciuto la vittoria della sinistra, e Bertinotti l’ha dedicata “alle operaie e agli operai”.


Non ho votato perché non voglio essere complice di questa classe politica. A che spettacolo avvilente e preoccupante si è assistito nella campagna elettorale! Credo che, quanto a dignità dell’Italia e a onorabilità di chi la rappresenta, abbiamo davvero toccato il fondo. Da un lato, gli esponenti dell’Unione hanno accusato Berlusconi e Forza Italia di essere collusi con la mafia, di fare gli interessi di Cosa Nostra, di avere tra i propri collaboratori dei malavitosi. Ammettendo, al tempo stesso, che in Italia la mafia è certamente presente nella gestione della politica e degli affari dello Stato. Dall’altro, Berlusconi e la Casa delle Libertà hanno accusato gli esponenti dell’Unione di essere anti-democratici, istigatori degli squadristi, autocrati comunisti, responsabili di una “emergenza democratica” che mette a repentaglio la libertà e sta portando alla fuga di capitali all’estero.


E’ tangibile la grave deriva dei valori, del senso dello Stato, dell’interesse della collettività, del bene della nazione. Il livello di faziosità e di spregio delle istituzioni ha superato ogni limite in chi dovrebbe avere la responsabilità di gestire, come governo e come opposizione, il paese. Non è stata una campagna elettorale, ancorché accesa, tra partiti che hanno comunque a cuore l’Italia. E’ stata una campagna d’odio e di veleni tra mercanti della politica e politicanti di professione, che hanno trasformato il tempio della politica in un’arena dove regolare i conti a suon di colpi bassi, ingiurie e diffamazioni.


Questa classe politica è ormai del tutto delegittimata e non credibile. Sembra di assistere a un reality-show dove i politici non si confrontano civilmente per far trionfare chi ha meriti maggiori, ma sottostanno a una regia sensazionalista e provocatoria che si propone esclusivamente di catturare l’interesse dell’opinione pubblica, nel bene e nel male, a torto o a ragione.


Le cronache elettorali ci consegnano un’Italia dove i politici infieriscono contro l’avversario con la deliberata intenzione di diffamarlo e screditarlo agli occhi dell’opinione pubblica, senza venire sfiorati dal dubbio di doversi scusare laddove abbiano ecceduto e sbagliato. Per contro gli stessi politici non si fanno scrupolo a prodigarsi in scuse con i violenti e i prepotenti che hanno inequivocabilmente torto o hanno palesemente violato le leggi internazionali, come ad esempio è avvenuto con la Libia di Gheddafi. Dalla platea si ha la sensazione che, a secondo da dove vengono lanciate le invettive, l’Italia sia irrimediabilmente condannata a diventare una dittatura comunista o al contrario capitalista, in ogni caso sottomessa all’arbitrio di un tiranno sotto mentite spoglie, che pertanto deve essere smascherato, denunciato, bloccato, processato dai tribunali dell’inquisizione politica e messo alla gogna mediatica. Eppure nel medesimo spettacolo, tra un tempo e l’altro, gli stessi attori come d’incanto diventano fin troppo cortesi e riverenti con un tiranno vero che all’improvviso irrompe nella scena, urla e minaccia, distrugge il consolato italiano e saccheggia la chiesa cattolica a Bengazi, fa strage dei suoi stessi sicari, promettendo nuove violenze se gli italiani non si piegheranno alla sua volontà. (…)


Siamo in balia di una classe politica schiava di vecchie, logoranti e controproducenti logiche di potere, improntate al compromesso costi quel che costi, alla conservazione di status ereditati nel tempo e perpetuati nepotisticamente, alla miopia gestionale che limita il raggio d’azione a quel tanto che basta per il proprio tornaconto elettorale o comunque personale. La nostra Italia è avvelenata dalla cultura del buonismo, del “volemose bene”, del cerchiamo di andare d’accordo con tutti, dello stiamocene tranquilli nell’attesa che passi il peggio, della crescita parassitaria dei figli in seno alla famiglia sempiterna e dello Stato mammone, della ricerca ossessiva della pagliuzza negli occhi altrui senza vedere la trave conficcata nei propri occhi. La nostra Italia non conosce, e forse non ha mai conosciuto, la cultura della responsabilità del singolo, l’etica della preminenza per meriti oggettivi, il senso dello Stato come bene comune, l’attaccamento all’interesse supremo della collettività. Noi italiani siamo ancora in attesa di un leader e di una classe politica che affrontino i problemi reali anziché eclissarli, che godano di una reale investitura da parte degli elettori, che basino il loro programma sulle cose concrete fatte e su quelle da fare, non sulla demonizzazione dell’avversario e, soprattutto, che innalzino il vessillo dei valori, dell’identità e della civiltà come traguardo da perseguire e attorno a cui raccogliere il consenso dei cittadini. (…)


La battaglia comune che ci attende, in Italia, in Occidente e nei paesi musulmani, è essenzialmente una battaglia di idee affinché trionfino valori in grado di cementare una comune civiltà dell’uomo. Sono i valori del primato della vita, della centralità dell’individuo, del rispetto dei diritti fondamentali della persona. Che cosa ci impedisce oggi in Italia di affermare i nostri valori e la nostra identità? E’ solo la nostra incapacità o mancanza di volontà a risultare credibili, a far applicare le leggi e a far rispettare le istituzioni. Dobbiamo biasimare soltanto noi stessi. (…)

Cari amici, come vedete non è cambiato sostanzialmente nulla. Possiamo gioire o meno per la fine del governo Prodi, ma sinceramente non me la sento di gioire per la prospettiva del ritorno al governo di Berlusconi. Non commettiamo l’errore di confondere la contesa politica con un derby di calcio, così come è sembrato dalle reazioni euforiche degli elettori del centro-destra. I problemi di fondo ci sono e riguardano l’insieme della classe politica italiana. Sono problemi che concernono essenzialmente la perdita dei valori e il tradimento dell’identità e dell’interesse nazionale.


Ecco perché lancio l’appello “Salviamo l’Italia”. Eleviamo la nostra voce, sottoscrivendo questo appello, per dire "no" a questa cultura politica priva di valori e di ideali, "no" a questa classe politica che rinnega il senso dello Stato e non persegue il bene comune. Fintantoché non riusciremo ad avviare un percorso di riforma della cultura politica in Italia non cambierà assolutamente nulla. E il cambiamento deve partire da noi stessi. Perché possiamo dire tutto e il contrario di tutto di questa classe politica, ma siamo a noi a eleggerla. Che piaccia o meno siamo tutti corresponsabili del degrado etico e dell’inefficienza della nostra classe politica. Cominciamo da noi stessi cambiando la nostra testa, acquisendo consapevolezza della realtà, radicando in noi dei valori sani e assumendoci la responsabilità di agire da protagonisti per riformare l’Italia.


Facciamolo da subito, aderendo all’appello “Salviamo l’Italia”, proprio perché noi vogliamo costruire e non distruggere, non vogliamo nè sottometterci rassegnati all'arbitrio, alla faziosità e all'inciviltà, nè limitarci ad applaudire da gregari al "salvatore della patria" che raccoglie facili consensi tramite la denuncia e la demagogia. Cari amici, è giunta l’ora di assumerci la nostra responsabilità. Aderite all'Appello "Salviamo l'Italia".

Magdi Allam

25 gennaio 2008

Non riesco ad essere così felice

Personalmente, rimango favorevole alla seconda ipotesi: al voto a Giugno, dopo il referendum elettorale. Nel frattempo, ordinaria amministrazione, oppure un Governino istituzionale, senza uomini di partito, per approvare una legge migliore di quella referendaria. Altrimenti, c'è sempre il referendum. Ma andare al voto subito con questa legge, spingerebbe il centrodestra ad accogliere cani e porci pur di avere il maggior numero di preferenze. Col risultato che sarebbe forse più difficile del quinquennio 2001-2006, per Berlusconi, applicare una vera politica liberale, medicina indispensabile per l'Italia. Ecco perchè non riesco ad essere così felice, oggi. Domani, chissà, spero di essere smentito.
Nicola Rossini,
http://liberalista.splinder.com/

In South Carolina riparte il campionato americano



Giusto per evadere un po' da crisi e consultazioni nostrane: domani sera Barack Obama e Hillary Clinton tornano a sfidarsi in vista delle presidenziali americane. Barack è in vantaggio, potendo contare sul voto di molti afroamericani. Una vittoria in South Carolina rapresenterebbe una grande spinta verso il supertuesday del 5 febbraio. Che bella democrazia, che belle elezioni (Reuters).

L'Egitto richiude la frontiera e Israele teme il caos

Due giorni di libertà per fare rifornimento: dopo la breccia nel muro di Rafah, provocata martedì notte dai militanti palestinesi di Gaza, la popolazione della Striscia ha avuto libro accesso al territorio egiziano. Pane, sigarette, medicine: hanno comprato tutto quello che iniziava a scarseggiare dopo l’embargo imposto da Israele alla fine della scorsa settimana. Ma non solo beni di prima necessità: il rischio, secondo il governo israeliano, è che nella Striscia siano affluite grosse quantità di armamenti. Certo, i militanti di Hamas si sono improvvisati metal-detector: hanno controllato (apparentemente) le borse dei palestinesi che facevano ritorno nella Striscia. Ma secondo alcuni testimoni, proprio le armi sarebbero i primi “beni” entrati nella Striscia, sin da mercoledì.

Non è chiaro chi siano i responsabili dell’abbattimento: Hamas si è subito chiamata fuori, ma sono stati i suoi militanti a gestire l’afflusso di gente da e verso Gaza. Sami Abu Zuhri, funzionario del partito che controlla la Striscia, ha affermato che “è impossibile impedire lo scoppio di bombe sul confine”. Sono state infatti delle forti esplosioni, secondo quanto raccontano i testimoni, ad annunciare nel cuore della notte che qualcosa stava avvenendo. E i responsabili dell’accaduto, stando ai cittadini di Rafah, vanno ricercati però proprio tra i militanti di Hamas, così come tra quelli Comitato di Resistenza Popolare (che ad Hamas gravita attorno).

Abbattuto il muro, la polizia egiziana – presente sul confine in gran quantità – ha fatto finta di nulla: immobile, osservava la marea umana (si parla di centinaia di migliaia di palestinesi) entrare in territorio egiziano, armata di trolley e quant’altro per trasportare tutto il trasportabile. La risposta a tutte le domande sull’immobilismo della polizia di Mubarak è arrivata poco dopo, per bocca dello stesso presidente: a Gaza si muore di fame, questo il succo del discorso, quindi ho dato ordine di lasciar passare il popolo della Striscia.

Israele, evidentemente, non ha gradito: non solo l’abbattimento dei due terzi del muro di Rafah annulla gli effetti dell’embargo imposto da Tel Aviv – in risposta alla pioggia di razzi Qassam che quotidianamente piovono sul Negev, 250 solo la scorsa settimana –, ma l’afflusso di ulteriori armamenti potrebbe peggiorare la situazione della sicurezza dello Stato ebraico. Paradossalmente, poi, il vaso è traboccato proprio quando Israele, sotto pressione internazionale – non tanto quella di D’Alema, ma quella degli Stati Uniti –, aveva allentato la morsa permettendo il passaggio dell’energia e dei beni necessari al sostentamento della popolazione.

I rapporti tra Egitto e Israele si sono subito incrinati. Accuse più o meno velate sono venute da Arye Mekel, portavoce del ministro degli Esteri Tzipi Livni: “È responsabilità egiziana assicurare che quella parte del muro operi correttamente, secondo quanto stabilito dagli accordi firmati. Ci aspettiamo che gli egiziani risolvano il problema: ovviamente siamo preoccupati dalla situazione, potenzialmente potrebbe permettere il passaggio di chiunque”. E la linea, ieri come oggi, è rimasta la stessa: l’Egitto ha fatto il danno, Mubarak lo risolva.

Detto fatto: questa mattina gli altoparlanti hanno fatto sapere che il muro sarà nuovamente sigillato. Poi, l’annuncio ufficiale del portavoce del ministro degli Esteri egiziano: “Il muro tornerà alla normalità, la situazione corrente è solo un’eccezione per ragioni straordinarie”. Intanto è partita la gara allo scaricabarile. L’Egitto, che si è trovato con la patata bollente in mano, teme che Israele possa mettere la questione Gaza definitivamente nelle mani di Mubarak: una tentazione forte, sulla quale Barak sta seriamente meditando. Per questo, a sua volta, l’Egitto sta pensando di passare la pratica dei valichi al controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese. Un’opzione sulla quale riflette anche il ministro della Difesa israeliano: Barak ha dichiarato infatti che “se la sicurezza dell’Autorità Palestinese può essere efficiente come quella dell’Egitto, della Giordania o della Siria potremmo considerare di alleviare la situazione di Gaza in modo significativo”. Come? Affidando all’Anp l’apertura e il controllo dei valichi per la Striscia. Un’idea che il primo ministro palestinese Fayyad ha letto come “una speranza”.

Ma mentre si temono scontri per la definitiva chiusura della breccia di Rafah, il problema Hamas si fa sempre più spinoso. Forte della rottura dell’embargo israeliano, il partito radicale palestinese ha fatto sapere a Barak che la questione di Gaza riguarda israeliani e palestinesi, non gli egiziani: “Gli israeliani stanno provando a passare la palla in campo egiziano – ha tuonato Mushir al-Masri – ma il sogno israeliano non si realizzerà mai”. Per Hamas, insomma, la situazione di Gaza è responsabilità dei sionisti e sono i sionisti a dover essere combattuti. Poi, le minacce del funzionario Ahmed Youssef: “La prossima volta che ci sarà una crisi a Gaza, Israele dovrà fronteggiare mezzo milione di palestinesi che marceranno su Erez. Non uno scenario immaginario, molti palestinesi sarebbero pronti a sacrificare le loro vite”. Parole dettate dalla consapevolezza di aver forse guadagnato qualche punto di consenso tra la popolazione della Striscia.

Ma l’allarme più grande sta in quello che Hamas non può dire: l’abbattimento del muro ha provocato un afflusso di armi? C’è il rischio che alcuni militanti possano entrare in Israele dopo essere fuoriusciti dalla Striscia? Israele ne è convinto: questa mattina il governo ha innalzato il livello di allerta sulla frontiera con l’Egitto, in seguito ad alcune informazioni di “palestinesi implicati in operazioni terroristiche” tra la folla che ha varcato la breccia di Rafah. Insomma, secondo l’esercito israeliano il crollo del muro avrebbe portato molti terroristi dalla Striscia alla penisola del Sinai: terroristi pronti a entrare in azione. La situazione è seria: l’unità antiterrorismo ha sconsigliato la popolazione di visitare il Sinai, e ha invitato coloro che si trovano là a lasciare la zona.

Se la situazione sul campo è confusa, si immagini la diplomazia. Due sono i fronti sui quali si trova a “combattere” Israele: il primo è quello dei negoziati, ormai passati in secondo piano. Il ministro degli Esteri Tzipi Livni ha lasciato intendere che con Hamas a Gaza è ormai impossibile rispettare una tabella di marcia prefissata: scadenze troppo precise, infatti, “portano a frustrazione e violenza”. Lo scenario del dopo Annapolis è allora quello di una navigazione a vista: le trattative potranno avere luogo giorno dopo giorno, a piccoli passi, dando la priorità alle emergenze concrete.

Secondo fronte, infine, è quello della diplomazia internazionale. Il mondo si divide tra coloro che reputano Israele responsabile della crisi di Gaza (è il caso di D’Alema e di importanti esponenti delle Nazioni Unite) e coloro che puntano il dito contro Hamas (gli Stati Uniti, Frattini ma anche gli scrittori Yehoshua e Oz, solitamente non teneri verso il proprio governo). Una divisione che è approdata alle Nazioni Unite, dove le obiezioni americane mantengono in stand by un documento che l’Onu avrebbe voluto deliberare giorni fa. La querelle è di quelle importanti: il Consiglio voleva un documento di condanna a Israele per l’emergenza di Gaza, mentre gli Stati Uniti pretendono un riferimento ai lanci di razzi Qassam provenienti dalla Striscia. Un discussione che potrebbe protrarsi per giorni, probabilmente con un invito alla cessazione delle violenze rivolto a entrambi gli schieramenti. L’ambasciatore israeliano Dan Gillerman, intanto, ha duramente condannato quello che reputa un forte sbilanciamento delle Nazioni Unite a favore della causa palestinese: niente di nuovo, verrebbe da dire.

L'Occidentale

Highlights di una crisi







24 gennaio 2008

Il Senato non approva



156 sì, 161 no: il Senato non approva. E' la fine del governo Prodi.

L'indemoniato e lo svenuto






Barbato dell'Udeur irrompe al Senato contro il collega di partito Cusumano, reo di aver assicurato la fiducia a Prodi contro la linea del padre-padrone Mastella. Urla, insulti: Cusumano sviene e crolla sulla sua postazione. Questo il Senato della Repubblica: il governo sta per lasciarci, ma i politici resteranno gli stessi (Ansa).

Salvate il soldato Ryan

Mastella e Barbato, per carità: salvate il soldato Ryan, e cioè il povero Cusumano, che rischia di morire nella trincea, avendo equivocato gli ordini del capo. Magari fatevi dare cinque Asl in più in Campania...
Francesco Cossiga,
sull'aggressione al senatore dell'Udeur Cusumano

La fuga da Gaza mina i rapporti tra Egitto e Israele

“Ho l’occorrente per la casa, basta per un mese. Ho comprato cibo, sigarette e anche benzina per la macchina”: a parlare è Mohammed Saeed, un palestinese di ritorno a Gaza con un trolley pieno di provviste. Meno fortunata la casalinga Umm Raid: “I panettieri non lavorano più, è difficile trovare le cose di cui abbiamo bisogno. Io sono venuta per comprare del latte e delle medicine per il diabete”. Come loro, mercoledì mattina migliaia di palestinesi della Striscia sono andati a fare la spesa in Egitto. La notte precedente, infatti, una serie di esplosioni ha distrutto due terzi del muro che separa Hamastan dalla terra delle piramidi, permettendo così alla popolazione della Striscia di evadere nel sesto giorno del blocco israeliano. La breccia nel muro è stata forzata nella cittadina di Rafah, metà palestinese e metà egiziana. Ma già nei giorni scorsi si erano registrati tentativi di sfondamento: le forze egiziane avevano dovuto usare gli idranti per tenere lontana la folla di palestinesi; ieri notte, di fronte a 17 esplosioni, anche loro hanno ceduto. Secondo le Nazioni Unite, nel pomeriggio più 350.000 palestinesi sono passati dalla Striscia all’Egitto.

Non è chiaro chi siano i responsabili. Hamas si è subito chiamata fuori, ma ora sono i suoi militanti a gestire l’afflusso di gente da e verso Gaza: la polizia dirama il traffico umano in due grosse cavità del muro e controlla le borse di chi fa ritorno dalla spesa egiziana. Sami Abu Zuhri, funzionario del partito che controlla la Striscia, dice di non sapere chi siano i responsabili: ma “è impossibile impedire lo scoppio di bombe sul confine”. Sono state infatti delle forti esplosioni, secondo quanto raccontano i testimoni, ad annunciare nel cuore della notte che qualcosa stava avvenendo. I responsabili dell’accaduto, stando ai cittadini di Rafah, vanno ricercati però proprio tra i militanti di Hamas, così come tra quelli Comitato di Resistenza Popolare (che ad Hamas gravita attorno). Intanto, mercoledì mattina, la distruzione del muro è continuata su larga scala: palestinesi a bordo di Caterpillar hanno continuato l’opera dei militanti notturni, permettendo ora l’accesso all’Egitto anche alle automobili.

La forzatura del muro verso l’Egitto segue i tagli delle forniture a Gaza decisi da Israele lo scorso giovedì, una misura presa contro i ripetuti e incessanti lanci di razzi Qassam su Sderot (250 nella scorsa settimana). Ma il vaso è traboccato proprio quando Israele, sotto pressione internazionale – non tanto quella di D’Alema, ma quella degli Stati Uniti per bocca del segretario di Stato Condoleeza Rice –, aveva allentato la morsa permettendo il passaggio dell’energia e dei beni necessari al sostentamento della popolazione. La linea d’Israele, secondo quanto hanno affermato martedì (dunque prima dell’abbattimento) alcune fonti della sicurezza, sarebbe quella di mantenere chiusi i valichi per Gaza permettendo però il passaggio dei beni umanitari: lo scopo è quello di assecondare le critiche internazionali, ma una di queste fonti ha assicurato ad “Haaretz” che “finché continueranno i lanci di razzi Qassam non ci sarà più una situazione per la quale cento camion al giorno potranno entrare e uscire dalla Striscia”.

L’abbattimento del muro causerà un cambio di strategia? Israele non si aspettava una simile eventualità, forte della collaborazione egiziana che con l’ausilio delle sue forze di polizia aveva sempre evitato che una breccia nel muro potesse scatenare un flusso di popolazione nei territori egiziani. Alcuni testimoni dell’esodo di mercoledì mattina hanno affermato che la polizia egiziana, con 50 automezzi pronti all’uso, osservava immobile gli eventi. Insomma, dalla collaborazione Mubarak sembrava essere passato a una posizione di semplice osservatore. E la conferma è giunta in seguito dalla bocca dello stesso presidente, che ha presenziato alla Fiera del Libro del Cairo: “Ho detto alla polizia di lasciarli entrare per mangiare e comprare cibo e poi ritornare, a patto che non trasportassero armi”. La decisione, ha spiegato Mubarak, è scaturita dal fatto che la popolazione di Gaza “stava morendo di fame” in seguito all’embargo israeliano.

L’accondiscendenza egiziana potrebbe a questo punto minare i rapporti diplomatici con Israele. Olmert e il suo governo, pur non accusando apertamente l’Egitto, fanno capire che la responsabilità è tutta sua e a lui tocca risolvere la questione. Accuse più o meno velate sono venute da Arye Mekel, portavoce del ministro degli Esteri Tzipi Livni: “È responsabilità egiziana assicurare che quella parte del muro operi correttamente, secondo quanto stabilito dagli accordi firmati. Ci aspettiamo che gli egiziani risolvano il problema: ovviamente siamo preoccupati dalla situazione, potenzialmente potrebbe permettere il passaggio di chiunque”.

C'è vita su Marte?


Vita su Marte? Questa è l'immagine scattata dalla Nasa: a voi il giudizio.

Prodi alle Termopili



All'ultimo sangue. Incurante delle raccomandazioni del Pd e di Napolitano, Prodi conferma il suo discorso al Senato. Alle 20, il voto di fiducia: o dentro o fuori, o vita o morte. Come Leonida alla Termopili, il presidente se la gioca fino in fondo: se deve morire, avrà l'onore delle armi. Sempre che qualche soldato di Serse non vada a sostenere le file dei 300 di Leonida...

La breccia nella Striscia



La breccia nella Striscia: dopo due giorni di proteste, i palestinesi di Gaza hanno fatto crollare la parte del muro che dà sull'Egitto. Centinaia di migliaia di persone si sono riversate nella terra dei faraoni per fare la spesa, sotto l'occhio indifferente della polizia di Mubarak, rompendo così l'embargo imposto dagli israeliani come risposta ai lanci di razzi Qassam su Sderot (Ap).

23 gennaio 2008

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a dormire...

E' già stato definito "il sogno di Clinton". Il povero Bill, durante una celebrazione in ricordo di Martin Luter King, proprio non riesce a tenere gli occhi aperti: infatti crolla nel sonno più profondo. Effetto campagna elettorale? Una cosa è certa: sabato si voterà in South Carolina, Obama è in vantaggio e i voti degli afroamericani saranno fondamentali...

22 gennaio 2008

The Qassam rocket as collective punishment

Gerusalemme Est e le capitali islamiche ribollono di manifestanti contro i tagli delle forniture a Gaza imposte da Israele. Per D'Alema, la reazione israeliana è inspiegabile. Per tutti costoro, Sderot praticamente non esiste. E allora ce la facciamo raccontare da Bradley Burston, corrispondente del quotidiano israeliano "Haaretz".

Imagine a situation in which thousands and thousands of people, many of them children and the elderly, are plunged into a situation in which they must fear for their lives day in and day out, their livelihoods crippled, their schools and even pre-schools under siege. Entire communities are trapped, paralyzed. Whole childhoods are spent in a state of post-traumatic stress. Occasions which should be high points in a lifetime are routinely curtailed or cancelled.

The people of this place are forced to bear the burden of the whole of the Israeli-Palestinian conflict. They are the unarmed proxy warriors of their side, victimized by the tactical cruelty of the other.

They are the victims of collective punishment. And they live in Israel.

The world is unsympathetic. The world does not think highly enough of Hamas to hold it accountable for the actions of the gunners who use the launchers produced by Hamas and the rockets produced by Hamas.

The world believes that if Israel outguns Hamas with an arsenal that includes the most advanced fighter bombers and even nuclear weapons, the people of Sderot are somehow protected from the rockets that strike them day in and day out, year after agonizing year.

The people of Sderot have nothing but miracles to depend on. And even miracles betray them. Because if they are spared from death by one miracle after another, the world cannot be bothered to care about them. Even their fellow Israelis concede that they would do more to defend the people of Sderot, if more of them were being killed - yet another form of collective punishment.

When Israel cut fuel shipments to Gaza this month, the same defense establishment which had been given weeks and months to plan for the step, found itself taken aback that water and sewage pumps stopped working ? not because of Hamas subterfuge or Hamas hyperbole, but because Israel stopped supplying fuel to Palestinian power plants. Many Gazans, non-combatants, were left without water in a public health crisis akin to a natural disaster.

There's a certain perverse justice to how this works. When it comes to terrorism, the Palestinians practice intentional killing of civilians. When we kill civilians in the context of military activity, we view it as incidental, the regrettable by-product of necessary self-defense.

In the case of collective punishment, the opposite situation obtains. We practice collective punishment as an intentional tactic, believing it to be more humane than outright invasion and carpet bombing ? holding, as we do, to the preposterous hope that after 40 years of failing at it, we will persuade the people of Gaza to bring their own militants to heel.
The Palestinians who fire Qassams, meanwhile, see them not as collective punishment but as legitimate self-defense, employed because they have no other alternative.

They are wrong. Dead wrong. And so are we.

Collective punishment is abhorrent. It is morally reprehensible. It is functionally self-defeating. It destroys the moral fiber of those who order it, practice it, countenance it, turn a blind eye to it.

This may explain why the victims of collective punishment may find themselves resorting to its use.

We are guilty of it. The Palestinians are guilty no less.

Crimes against humanity are crimes against humanity. The victims of crimes against humanity never "had it coming to them" as we might persuade ourselves to believe.

We're going to have to find some other way to stop Qassams. After an eternity in which both sides resist it, we may have to talk to Hamas, which can actually get the job done. In the meanwhile, it is time to think long and hard about what we gain and what we lose by practicing collective punishment in Gaza.

The Israeli airwaves have been awash in recent days with learned, intelligent people arguing that no one who has a healthy mind supplies his enemies with the tools and the fuels of war. Their point is understandable. But it assumes that there is logic to this conflict. It assumes that the target of Palestinian anger over collective punishment will be Hamas and not Israel.

It assumes that the world is ready to change its rotation.

It also assumes that the world is ready to accept collective punishment. God help us all when that happens.

Bradley Burston
(C) Haaretz

21 gennaio 2008

L'esperienza politica del centrosinistra è chiusa

Ringrazio Prodi per lo splendido e prestigioso incarico di ministro, anche se è stato drammatico. Il rapporto umano con lui rimane e rimarrà sempre, ma l'esperienza politica del centrosinistra è chiusa.
Clemente Mastella,
sbatte la porta e tanti saluti

Nasrallah ha le teste dei soldati israeliani

Evidentemente non bastava la guerra in atto tra Israele e militanti palestinesi ai confini della Striscia di Gaza. A complicare ulteriormente l’infiammato scacchiere mediorientale, a ostacolare ancor di più i fragili incontri tra negoziatori israeliani e palestinesi, ora ci si mette anche Nasrallah. Il leader di Hezbollah, la formazione sciita libanese protagonista della guerra contro gli israeliani nel luglio del 2006, è ricomparso sabato – in carne e ossa – davanti a una folla oceanica, annunciando di essere in possesso di arti e teste di soldati israeliani, lasciati sul campo nella seconda guerra libanese. Immediato lo sdegno israeliano, che per bocca di alcuni ministri del governo Olmert chiede l’uccisione del leader di Hezbollah, eroe della sua gente nel sud del Libano.

Come un vaso di Pandora, il fronte libanese si è riaperto improvvisamente dopo un periodo di relativa calma. Le attenzioni di Israele – così come di Iran e Siria (tra i maggiori sostenitori di Hezbollah) – sono state catalizzate per mesi sulla preparazione e sugli effetti della conferenza di Annapolis: altre, insomma, erano le priorità. Una piccola avvisaglia di quello che sta accadendo l’abbiamo avuta però la notte tra i 7 e l’8 gennaio, quando la polizia israeliana locale e nazionale ha dato notizia del lancio di due razzi “del tipo Katyusha da 107 millimetri” dal Libano contro il piccolo villaggio di Shlomi, nel nord di Israele. Si è trattato dei primi razzi libanesi sparati dal 2006: una notizia passata in secondo piano – a causa dei problemi con la Jihad Islamica a Gaza e dell’imminente viaggio di Bush in Medio Oriente – che forse avremmo dovuto prendere maggiormente sul serio.

Lo scorso week end, infatti, è stato Nasrallah in persona a fare la sua comparsa nella periferia meridionale di Beirut: come i Katyusha, anche il leader di Hezbollah non si faceva vedere in pubblico da oltre un anno. Nasrallah si è posto alla testa di un corteo di decine di migliaia di fedeli sciiti, in occasione della festività della Ashura: poi ha preso la parola, segnando un prepotente ritorno sulle scene. “Oh sionisti, il vostro esercito vi sta mentendo” ha esordito lo sceicco “il vostro esercito ha lasciato parti dei corpi dei vostri soldati sui nostri campi e nei nostri villaggi: i nostri guerriglieri combattono questi sionisti, li uccidono e raccolgono le parti dei loro corpi”. Agghiacciante, ma Nasrallah non si ferma qui: “Non parlo di semplici parti del corpo. Io dico agli Israeliani: abbiamo le teste dei vostri soldati, le mani, abbiamo le gambe… C’è persino un corpo quasi integro, metà o tre quarti di un corpo”.

Questi sono i nemici che Israele si trova fronteggiare ogni giorno: nemici “irregolari”, senza neppure il rispetto per i cadaveri. La reazione israeliana alle parole di Nasrallah, giudicate attendibili da più fonti e analisti, non si è fatta attendere. Ci sono sdegno, dolore e odio nelle parole degli israeliani. Il primo a prendere la parola è stato il portavoce dell’Esercito israeliano, che ha giudicato il comizio “una mossa crudele cinica da parte di un’organizzazione ignora platealmente le più fondamentali norme etiche, e non mostra alcun rispetto per i diritti umani e per le convezioni internazionali che regolano queste materie”. Parole di sgomento anche da parte di coloro che dovrebbero essere i più avvezzi alla guerra.

Mentre il quotidiano Yediot Ahronot dà voce a tutto il suo sdegno titolando “il macellaio di Beirut”, chiaramente riferito a Nasrallah, domenica hanno detto la loro alcuni ministri del governo israeliano, impegnati nella riunione governativa settimanale. Il più duro di tutti è Yitzhak Cohen: “Nasrallah è un uomo crudele e pazzo, non capisco perché stia ancora respirando. Avremmo dovuto liquidarlo molto tempo fa. Io mi appello al governo perché lo uccida”. A fargli eco, il ministro dell’Interno Meir Sheetrit di Kadima: “Nasrallah è una persona che ha superato tutti i limiti dell’inumanità. Non abbiamo bisogno di negoziarci, dobbiamo eliminarlo”. Per Ze'ev Boim, semplicemente, il leader sciita “non deve rivedere la luce del giorno”. Più pacato invece l’unico membro arabo del governo israeliano, Ghalen Majadla, per il quale bisogna verificare le affermazioni del leader sciita senza cadere nelle sue trappole.

L’esecuzione mirata di Nasrallah potrebbe essere dunque il leitmotiv dei prossimi mesi: ma anche volendo, non sarà facile eliminarlo. Il leader di Hezbollah, negli ultimi tempi, non si è mai fatto vedere in pubblico: i suoi messaggi sono sempre stati affidati agli schermi dei televisori. E d’ora in poi, dopo le dichiarazioni dei ministri israeliani, tutto lascia pensare che la vita dello sceicco sarà ancora più “blindata”.

Ma cosa cerca Nasrallah, con questa uscita improvvisa? Molti analisti sostengono che il leader sciita abbia arringato la sua folla per giungere a una trattativa con Israele: pezzi di corpi sionisti in cambio della liberazione dei prigionieri libanesi nelle mani di Tel Aviv. Nasrallah del resto è ben consapevole dell’importanza dei cadaveri per gli israeliani: c’è un’epica bellica che racconta di azioni eroiche da parte dei militari con la stella di David, tutte tese a recuperare le spoglie dei soldati caduti in battaglia. Allo stesso tempo, in passato, Israele ha spesso pagato e trattato per avere indietro i corpi dei suoi figli. Ma questa volta il governo sembra seguire la linea dura: fonti militari e governative hanno fatto sapere di non avere la minima intenzione di avviare una trattativa per i presunti “pezzi di corpi”, preferendo concentrare l’attenzione sulla liberazione dei soldati Ehud Goldwasser e Eldad Regev – rapiti da Hezbollah nell’estate 2006 e casus belli del conflitto tra Israele e il Paese dei Cedri. Dietro alla ricomparsa in grande stile del capo di Hezbollah, comunque, c’è anche qualcosa di più grande.

Nel corso del comizio di Beirut, Nasrallah ha riservato qualche commento alla situazione di Gaza e al recente viaggio di Bush in Medio Oriente. Prima di tutto, Hezbollah ha rinsaldato il legame con Hamas per mezzo del suo leader: “Non accetteremo questa oppressione contro i palestinesi. Mi appello agli Stati arabi perché reagiscano e ritornino alla resistenza militare e finanziaria per fronteggiare il massacro della gente di Gaza da parte di Bush”. Bush e Israele, per Hezbollah, rappresentano evidentemente la stessa entità: il presidente degli Stati Uniti, secondo Nasrallah, ha inoltre “un progetto satanico per il Medio Oriente”.

In attesa del rapporto Winograd sulla seconda guerra del Libano, che verrà reso pubblico il 30 gennaio e potrebbe far saltare il governo Olmert, Nasrallah ha acceso un nuovo focolare potenzialmente disastroso per la regione. Primo: il richiamo di Al Qaeda a Hezbollah – giunto a inizio anno per bocca dell’egiziano Zawahiri – perché tornasse a lottare contro Israele sembra aver sortito il suo effetto. Secondo: dopo un anno relativamente calmo, che ha permesso a Israele di concentrare l’attenzione sulla situazione della Striscia di Gaza, il fronte libanese potrebbe riaprirsi togliendo ulteriormente forza al processo di pace israelo-palestinese. Nasrallah, a scanso di equivoci, ha fato sapere di essere pronto a una nuova guerra contro i sionisti. Terzo: il ritorno sulla scena di Hezbollah coincide con il ritorno prepotente dell’Iran, maggior finanziatore della formazione libanese insieme alla Siria.

Non è un caso, allora, se Ahmadinejad ha caldeggiato una riunione straordinaria dei ministri degli Esteri dell’Organizzazione della conferenza islamica (Oci) per discutere “le atrocità israeliane” a Gaza: il presidente iraniano vuole tornare a dire la sua, evitando con ogni mezzo – politico e militare (Hamas ed Hezbollah servono a questo) – che Israele e i palestinesi possano raggiungere un accordo. E se per giungere a tale scopo ci sarà bisogno di una nuova guerra, a Gaza o in Libano, Ahmadinejad sembra pronto a correre il rischio.