28 febbraio 2008
La querelle Fegiz-Cotugno
Io, Pippo e la tv violenta
Ora che scende a picco, l’Auditel piace meno a Pippo. Che tuttavia, dopo aver scomunicato in conferenza stampa la rissa al Dopofestival («Allora scazzottiamoci e prendiamoci a pesci in faccia, ma così fottiamo il pubblico e avremo un'Italia di merda») l’ha puntualmente replicata (avendo poi dall’Auditel la conferma che nella tv di oggi «il delitto paga»). Di fronte a un calo di ascolti così vistoso, caro Pippo, le ragioni si contano sulle dita di almeno tre mani. Nessun cast canoro, nessuna superstar straniera, nessuna formula magica può inchiodare la gente davanti alla tv per quasi quatto ore (dopofestival esclusi) per cinque giorni spalmati sull’arco di sei.
Tutti i quotidiani hanno ormai diversi percorsi di lettura che vanno dai 10 minuti alle due ore. Sanremo non si è adeguata alla penuria di tempo, alla fretta della gente. Non esiste Sanremo in sintesi. Chi è interessato alle canzoni (e sono i più) se ne frega del contorno, dei balletti, delle vallette e degli attori con film in promozione. Non è corretto costringere chi è interessato alle canzoni a tirare l’una di notte per vedersi tutti gli artisti in gara. Il gigantismo di Sanremo lo hai inventato tu, Pippo, negli anni Ottanta. Altri tempi — senza Sky e senza Internet, senza YouTube e senza iPod. Da anni i critici musicali denunciano lo scollamento di Sanremo dal variegato mondo della musica che la gente ascolta.
E la risposta è sempre stata: «Sanremo è una grande festa che riguarda tutta la platea televisiva e non solo gli amanti della musica». Sarà. ma adesso anche questa platea sta facendo le valigie, è diventata infedele e fa zapping col satellite salvo essere richiamata per qualche istante, dal modesto botto di un giornalista e un cantante che litigano. Per chi ama la buona musica il rimpianto per le edizioni brevi e intense resta molto forte. In molti programmi elettorali si promette la potatura delle istituzioni (ministeri, Senato, ecc). Anche Sanremo deve «potarsi». O almeno lasciare al pubblico la possibilità di ascoltare le canzoni senza altre zavorre.
(C) Corriere della Sera
Ancora razzi su Sderot, Israele perde la pazienza con Hamas
Ieri è stata l’ennesima giornata di sangue al confine tra Israele e la Striscia di Gaza. Una giornata di guerra a tutti gli effetti, anche se non formalmente dichiarata. Tutto comincia la mattina, con l’uccisione di 5 militanti di Hamas nella Striscia di Gaza da parte dell’aviazione israeliana: secondo Tel Aviv, le vittime stavano progettando un attacco terroristico su larga scala dopo essersi addestrati in Iran. Come ormai quotidianamente accade, è la prima scintilla della giornata a provocare un’escalation di batti e ribatti che va avanti fino a notte fonda.La risposta di Hamas è infatti immediata. Dalla Striscia di Gaza parte immediatamente una pioggia di razzi Qassam, lanciati verso il Negev occidentale e Ashkelon. Alla fine della giornata, gli ordigni caduti in terra d’Israele saranno circa 50. Oltre a qualche ferito e a numerosi casi di ricovero sotto shock, uno dei Qassam ha ucciso un uomo che si trovava nella sua auto vicino al Sapir College di Sderot. Marito e padre di quattro figli, Roni Yechiah è morto per le ferite riportate al torace: si tratta della prima vittima di un Qassam negli ultimi nove mesi.
Forte di un’opinione pubblica che ha richiesto al premier israeliano Olmert una dura rappresaglia militare, l’esercito israeliano è così passato al contrattacco. Difficile a questo punto tenere il passo della cronaca: stando al “Jerusalem Post”, all’alba di oggi i morti palestinesi dovrebbero essere 17. Tra loro, militanti di Hamas e del PRC (Popular Resistance Committees) ma, secondo quanto dichiarato da alcuni funzionari palestinesi, nelle prime ore della rappresaglia israeliana sarebbero stati erroneamente colpiti anche tre bambini.
Difficile, a questo punto, raccapezzarsi tra le diverse agenzie di stampa: ognuno ha la sua versione dei fatti, ognuno il suo numero dei morti. Due sono però le certezze: Israele si è subito mobilitato con raid aerei tanto sulla Striscia quanto sulla Cisgiordania, mentre Hamas ha continuato imperterrito a lanciare razzi Qassam sul suolo israeliano. A mezzanotte, un razzo è caduto vicino all’ospedale di Ashkelon: altri feriti, corrente elettrica interrotta. Questa mattina, infine, l’ennesimo razzo ha ferito una delle guardie del ministro israeliano di Pubblica Sicurezza: il funzionario si trovava a Sderot per visitare il Sapir College, tra gli edifici più bersagliati dai militanti palestinesi.
In questa guerra di fatto, tutto lascia presagire il peggio. In altre parole, ha lasciato intuire Israele, la guerriglia potrebbe diventare guerra formale: con tanto di dichiarazione e carri armati. La situazione, per il governo israeliano, si sta facendo di fatto sempre più insostenibile: l’opinione pubblica non ne può più, chiede a gran voce una risposta definitiva da parte dell’esercito. E Olmert lo sa bene: venuto a conoscenza dell’uccisione di un civile israeliano a Sderot, il premier ha minacciato di guerra i militanti palestinesi, chiarendo come “nessuno in Hamas, né i funzionari di livello inferiore né i capi, saranno immuni di fronte a questa guerra”.
Olmert, che si trova in visita di Stato in Giappone, segue costantemente la situazione. Uno dei suoi funzionari, David Baker, ha rilasciato ieri una dichiarazione ufficiale in risposta ai lanci di razzi Qassam sul Negev: “Israele prenderà le misure appropriate per mettere fine a questi razzi mortali”. Tutte le opzioni restano insomma sul tavolo, compresa quella di un ritorno delle truppe israeliane nella Striscia. Qualsiasi cosa, basti garantire la sicurezza della popolazione: “Coloro che attaccano Israele si renderanno conto di fronteggiare un Israele determinato a difendere i suoi cittadini”.
Olmert ha nuovamente parlato in pubblico questa mattina, dopo un incontro con Condoleezza Rice – garante dell’impegno di pace stabilito ad Annapolis, ma con Hamas nella Striscia sempre più utopistico. Nuove minacce, a ribadire la stanchezza di uno Stato che si trova da troppo tempo di fronte a una situazione insostenibile: “I palestinesi stanno portando al limite la nostra pazienza, e ci stanno portando al limite della nostra tolleranza”.
Condoleezza Rice, alla quale Olmert ha parlato diffusamente della situazione di Sderot e del Negev, ha dato man forte allo Stato ebraico. Secondo la Rice, i lanci di razzi Qassam “devono necessariamente cessare” parallelamente alle violenze al confine tra Israele e la Striscia. Pur essendo consapevole della situazione umanitaria della popolazione, ha detto la Rice, “dobbiamo ricordare che le attività di Hamas sono responsabili di quello che accade nella Striscia”. Regina di queste attività nocive, “il colpo di Stato illegale che hanno perpetrato contro le legittime istituzioni dell’Autorità Palestinese”.
Sostegno a Israele è venuto poi dalla Gran Bretagna. Il sottosegretario agli Esteri Kim Howells ha immediatamente risposto alle notizie provenienti da Israele asserendo che “noi condanniamo senza riserve la raffica di razzi Qassam sul sud di Israele, causa della morte di un uomo e di molti feriti. Esprimo le mie più sentite condoglianze alle famiglie”. Un dura presa di posizione contro Hamas, e a favore di Olmert e Abu Mazen: “Noi chiediamo a tutte le fazioni palestinesi di mettere fine agli attacchi, inclusi i lanci di razzi, contro civili innocenti. La Gran Bretagna offre il suo completo supporto ai leader israeliani e palestinesi che hanno confermato la loro disponibilità a proseguire con le trattative di pace”.
Segnali di solidarietà importanti, quelli di Washington e Londra. Forse proprio il sostegno esplicito mancato sino ad oggi per poter mettere in pratica un’operazione militare su larga scala. E non è forse un caso che ieri lo stesso Abu Mazen abbia preso fortemente le distanze da Hamas, dichiarando addirittura che “Al Qaeda è presente a Gaza e credo che i membri di Hamas siano suoi alleati”. Di più, “è Hamas che ha portato Al Qaeda a Gaza ed è Hamas che li ha aiutati a entrare e uscire con i mezzi conosciuti”. Un’accusa molto pesante, lanciata dalle colonne del quotidiano “al Hayat”: il presidente dell’Anp, in altri termini, accusa esplicitamente Hamas di collusione con il terrorismo internazionale.
Probabilmente, anche Abu Mazen si è reso conto dell’insostenibilità della situazione corrente: il presidente dell’Anp sa bene che, con Hamas nella Striscia, qualsiasi trattativa di pace è destinata a fallire. Accusare di terrorismo la “seconda Palestina” è allora un modo per giustificare (almeno in parte) quello che Israele potrebbe decidere di fare nei prossimi giorni. Perché solo una vero intervento militare israeliano potrebbe ormai spodestare Hamas: e, anche se non potrà mai ammetterlo pubblicamente, solo così Fatah potrebbe forse tornare a controllare uno Stato unitario.
27 febbraio 2008
Appello alla Rai: chiudete Sanremo
Qualche considerazione. Pippo crede davvero che con una bella scazzottata tra lui e Chiambretti la gente tornerà a seguire la diretta dall'Ariston? Troppa qualità canora, è per questo che la gente non segue più Sanremo? E allora, viene da chiedere, perchè quando Benigni legge Dante (con tutto il rispetto, di qualità lievemente superiore al cast di Baudo) lo share si impenna? Forse i problemi stanno da un'altra parte, anche se la sacralità di Sanremo (sacro ormai solo per la Rai) impone il silenzio.
Ma una buona volta diciamolo chiaramente quali sono i problemi, senza accusare "Chi l'ha visto?" e gli spettatori a caccia di scandalo. Primo: "Sanremo" ha fatto il suo tempo, oggi la sua formula risulta vecchia e incredibilmente noiosa. Secondo: la qualità della musica italiana, soprattutto quella che accetta di prendere parte alla kermesse, è ai minimi storici; le canzoni sono brutte, talvolta pessime, e ascoltare quella musica per tutta una serata è un atto masochistico. Terzo: gli ospiti stranieri non fanno più notizia, vuoi perchè quelli che vengono non sono più le star di un tempo vuoi perchè ci siamo talmente abituati al mondo dello star-system che vederli sul palco dell'Ariston non fa nè clado nè freddo. Quarto: Pippo Baudo ha fatto il suo tempo, Chiambretti pure. Quinto: Sanremo, ormai noiosissimo, dura troppe serate e nessuno è più disposto a sorbirselo per una settimana intera. Sesto: i canali televisivi sono così pieni di bellissime ragazze (poco vestite) a ogni ora del giorno che la valletta di turno non ha più il richiamo di un tempo.
Potrei continuare a lungo. Ma è giunto il momento, visto che il canone lo paghiamo noi, di dire forte e chiaro che la Rai dovrebbe ripensare al sacro Sanremo. Rivedendone radicalmente la formula. O, prima o poi dovrà pure accadere, liberandocene definitivamente. Con buona pace di Pippo e Chiambretti.
Le elezioni secondo Tocqueville
Da Parigi a Londra, Auschwitz riaccende la polemica politica
Auschwitz e Shoah, il dramma e Due iniziative apparentemente lodevoli, volte a favorire il ricordo della più grande tragedia del Novecento presso le generazioni più giovani. Ma le critiche, in entrambi i casi, non si sono fatte attendere: se in Francia intellettuali, politici, insegnanti e comuni cittadini hanno espresso più di un dubbio di fronte alla trovata di Sarkò, investendo le colonne dei principali quotidiani, a Londra la tempesta nasce da un’affermazione del leader conservatore Cameron che ha bollato come “una trovata propagandistica” le gite scolastiche del rivale Brown.
Il primo a caso a scoppiare è stato quello francese, sull’onda della giornata della Memoria – e, dicono i maligni, sull’onda del calo di popolarità che ha investito il presidente. A metà febbraio Nicolas Sarkozy ha reso pubblico il suo progetto: “Ho chiesto al governo, e in particolare al ministro dell'istruzione Xavier Darcos, di fare in modo che ogni anno, a partire dal prossimo, tutti i bambini dell'ultima classe delle elementari assumano il compito di custodire la memoria di uno degli undicimila bambini francesi vittime della Shoah” ha annunciato il presidente, specificando che “niente è più commovente per un bambino della storia di un bambino della sua età, che aveva gli stessi giochi, le stesse gioie e le stesse speranze”.
L’iniziativa, lanciata nel corso di una cena ufficiale del Consiglio rappresentativo delle istituzioni ebraiche di Francia, ha inizialmente raccolto il sostegno politico dell’opposizione socialista – Francois Hollande, ai microfoni di “France Info”, ha dichiarato che “ogni volta che si può trasmettere l'esigenza del dovere della memoria, bisogna farlo” – scatenando però aspri dibattiti in seno agli altri partiti, ai sindacati degli insegnanti e alla popolazione francese. Distinguo che hanno investito anche l’ex premier della destra neogollista Dominique de Villepin, per il quale semplicemente “non si può imporre la memoria”. Scontata poi la protesta della destra estrema, capeggiata da Jean-Marie Le Pen che reputa l’iniziativa di Sarkozy quantomeno “aberrante”: “È orrendo sul piano morale, e criminale dal punto di vista psicologico obbligare dei bambini così piccoli a confrontarsi in modo così intimo con drammi della storia”.
E gli insegnanti? Il loro ragionamento, in fondo, è lo stesso di Villepin e Le Pen. Il Se-Usna – tra i maggiori sindacati delle scuole elementari – si chiede se “si è riflettuto sul possibile impatto psicologico sugli alunni”, mentre la Snuipp-Fsu – altra sigla sindacale – ha messo in luce il rischio che nei bambini si sviluppi una sorta di “senso di colpa per il destino di un alunno, del quale non è assolutamente responsabile”. Insomma, la posizione della scuola è chiara: troppo piccoli per un dramma troppo grande, ogni cosa a suo tempo. Stesso concetto espresso dell’ex ministro della sanità Simone Veil – deportata ad Auschwitz all’età di 16 anni –, oggi ottantenne: “Mi si è gelato il sangue” ha confidato ad un settimanale francese, “non si può chiedere a un bambino di identificarsi con un coetaneo morto”.
Più articolata, infine, la posizione del filosofo Bernard-Henry Lévy. È certamente una buona cosa, articola l’intellettuale in un intervento ripreso dal “Corriere della Sera”, “far sì che la memoria morta diventi una memoria viva” e “permettere ai morti d’essere nominati, individuati, personificati”, ma perché l’idea di Sarkozy fosse davvero buona si dovevano seguire alcuni criteri. Primo, consultare la Fondazione per la memoria della Shoah (presieduta dall’inorridita Simone Veil); secondo, consultare gli insegnanti; terzo, chiedersi come distribuire il ricordo di undicimila morti su un numero molto maggiore di bambini. Forse, conclude Lévy, sarebbe stato meglio pensare di adottare un bambino per classe: un modo, verrebbe da dire, per distribuire meglio il dolore. I francesi, comunque, non ci sentono: secondo la Reuters la percentuale dei contrari tocca l’85%, mentre il “Nouvel Observateur” ha già raccolto oltre 10.000 firme per invitare il presidente a tornare sui suoi passi.
Da Parigi a Londra, dal gemellaggio alla gita scolastica: stesso tema, stesse polemiche. A far discutere i britannici è una trovata dei laburisti, che hanno istituito un fondo per finanziare gite scolastiche al campo di sterminio di Auschwitz. Per ogni gita nel corso dei prossimi tre anni, la scuola dovrà procurarsi 100£ mentre le restanti 200£ saranno a carico del governo: viaggi brevi ma incisivi, un vero e proprio tour de force che prevede andata e ritorno dalla Polonia in aeroplano nel corso dello stesso giorno. Tornati in patria, i ragazzi seguiranno poi un seminario per riflettere sull’esperienza vissuta. Karen Pollock, a capo dell’Holocaust Education Trust, spiega: “Siamo molto preoccupati del fatto che verrà un giorno in cui non ci saranno più sopravvissuti che porteranno la loro esperienza nelle scuole”. Ecco allora che gli educati possono diventare i futuri educatori: “I giovani attraverso queste visite diventano testimoni loro stessi”.
In Inghilterra la bufera non è scoppiata tanto per l’età dei visitatori, quanto per le rimostranze mosse dall’opposizione al governo. A innescare la bufera, il leader dei conservatori David Cameron secondo il quale i laburisti avrebbero promosso le gite a scopo propagandistico. L’iniziativa del governo rientra addirittura nella lista delle “26 trovate pubblicitarie di Gordon Brown”, precisamente in quarta posizione. Immediate le reazioni delle comunità ebraiche, che hanno espresso disappunto per la scelta di definire propagandistici i viaggi della memoria, mentre Karen Pollock ha fatto notare che “non si dovrebbero usare i viaggi ad Auschwitz per segnare dei punti in politica”.
Di qui il passo indietro di Cameron e del suo partito, che per bocca di un portavoce ha precisato che ad essere propagandistica non è la visita ad Aushwitz, quanto piuttosto l’annuncio del governo non accompagnato da una spiegazione sulla raccolta dei fondi necessari. Qualcuno, nel partito sotto accusa, si è spinto perfino a dichiarare che i conservatori – contrariamente ai laburisti che chiedono alle scuole di procurarsi 100£ a gita – avrebbero finanziato l’intero importo da versare alla compagnia aerea. Tentativi di salvataggio in extremis, insufficienti per fermare le polemiche.
Ma c’è anche chi, come il leader conservatore Hague, crede che Cameron non debba chiedere scusa a nessuno: nel corso di un congresso del partito a Bolton, Hague ha affermato infatti che “la gente capisce benissimo cosa Cameron e il partito intendevano dire”. I conservatori, ha continuato, sono favorevoli alle visite del campo di Auschwitz ma il problema del finanziamento governativo non può essere sottovalutato: “La gente dovrebbe essere abbastanza matura per riconoscerlo. La gente che reagisce istericamente lo fa perché cerca una qualsiasi cosa alla quale reagire istericamente”. Il dibattito, a Londra e Parigi, continua: i bambini sono pronti per Asuchwitz? È giusto che un governo si accolli il finanziamento dei viaggi della memoria? Le risposte, in fondo, stanno alla sensibilità dei singoli cittadini.
26 febbraio 2008
Il problema del Partito Democratico è e resta D'Alema
Max D'Alema sull'uccisione del capo militare di Hezbollah Imad Mughniyeh, definito il bin Laden sciita: «E' terrorismo». Massimo D'Alema, ministro degli Esteri, non concede attenuanti. Se uno Stato, per qualsiasi motivo, si rende responsabile di omicidi mirati, compie «atti terroristici». Perciò la pratica israeliana di scovare ed eliminare esponenti di Hamas a Gaza è del tutto «inaccettabile». Altro che Di Pietro, il problema del Partito Democratico è e resta D'Alema.
quanto hai ragione...
25 febbraio 2008
Hillary lancia l'Obama somalo

Dice "Drudge Report" che questa foto è stata messa in circolo dallo staff di Hillary Clinton. Ritrae Obama con abiti tradizionali somali, nel 2006. Allora: Obama indossa abiti tradizionali in segno di rispetto e simpatia per il paese ospitante (come fanno tutti i politici del mondo) e noi, secondo Hillary, cosa ci dovremmo vedere? Forse l'equazione Obama = abiti somali = (falso) passato da studente in una madrassa indonesiana = amico di Al Qaeda? Cara Mrs Clinton, se vuoi riconquistare qualche elettore non trattarlo da cretino... (Drudgereport.com)
Obama non piace agli israeliani: «Non ci è vicino»
(C) Corriere della Sera
24 febbraio 2008
Il ritorno dei Borboni
Dall’altra parte dell’Adriatico un piccolo Stato è appena diventato indipendente. E’ il Kosovo, ha due milioni di abitanti. Voi siete sei milioni in Campania e chissà quanti milioni in giro per il mondo. Avete una storia millenaria. Lo Stato Italiano vi ha ridotto a un letamaio. Diventate kosovari. Fate un referendum per diventare indipendenti. Io appoggerò la vostra campagna. Proponete un plebiscito per il ritorno dei Borboni. Peggio di così non potete essere governati.
il Bossi del Mezzogiorno
7 punti nei sondaggi
Questa è l’Emilia, mi ha detto un giornalista mentre mi accoglievate così calorosamente. Gli ho risposto che finora è andata bene dappertutto, e abbiamo recuperato già più di 7 punti nei sondaggi, anche se poi contano i voti veri.
troppi film di fantascienza?
23 febbraio 2008
Obama conquisterà Israele?
In breve, cosa chiede Israele al nuovo presidente americano – senza fare distinzioni tra democratici e repubblicani? Primo, che Washington continui a sostenere con tutti i mezzi il diritto a difendersi di Tel Aviv. Secondo, che il nuovo presidente degli Stati Uniti continui a seguire le trattative di pace tra israeliani e palestinesi senza sbilanciarsi eccessivamente dalla parte di Abu Mazen (come fanno, ad esempio, le Nazioni Unite). Terzo, che la nuova Casa Bianca tenga alta l’attenzione sul dossier iraniano – che, stando alle ultime dichiarazioni di Olmert, diventerà col tempo sempre più bollente.
Poste queste premesse, ci sono due candidati che per Peres, Olmert e gli israeliani sarebbero pressoché perfetti. Il primo è John McCain: con la nomination repubblicana ormai conquistata, l’eroe del Vietnam sarebbe decisamente in prima linea nella difesa degli interessi israeliani. Senza contare che, tra i pretendenti alla presidenza, McCain si presenta come il più intransigente di fronte alla minaccia rappresentata da Ahmadinejad (contro il quale non esclude l’uso della forza militare). Perfetta, però, sarebbe anche Hillary Clinton: suo marito Bill, infatti, si è sempre dimostrato buon amico di Israele e attento alle necessità dello Stato ebraico. E viste le dichiarazioni della moglie, c’è da aspettarsi che anche Hillary prosegua su quella strada – senza contare che nel rapporto con il Medio Oriente lo stesso Bill potrebbe assumere un ruolo decisivo.
Resta insomma l’incognita rappresentata dal senatore dell’Illinois, fino a qualche mese fa anni luce lontano dalla nomination. Ma ora che l’onda Obama si ingrossa giorno dopo giorno, risucchiando sempre più sostenitori, sono in molti (a Tel Aviv e dintorni) a chiedersi cosa rappresenterebbe per Israele il primo presidente nero della storia. I dubbi sulla possibile condotta di Obama, sollevati da più parti, si sono poi accresciuti in seguito al riuscito “character assassination” messo a segno dai suoi detrattori: menzogne, ora lo sappiamo, che parlavano di Obama come di un ex mussulmano tirato su in una madrassa indonesiana. È vero, ha rivelato poi la Cnn, che Obama ha vissuto per due anni a Jackarta: ma la scuola frequentata era una normalissima scuola laica, e certo non un covo di fondamentalisti.
Al di là della madrassa, gli interrogativi suscitati dalla possibile nomination democratica per Obama riguardano prevalentemente l’atteggiamento che assumerà in politica estera. Come Hillary, anche Obama si è mantenuto piuttosto sul vago: forse è ancora presto per scendere nei dettagli, ma è proprio questo “silenzio” a dare adito alle maggiori preoccupazioni. Cosa sappiamo, al momento, delle sue posizioni internazionali? Sappiamo che vuole gradualmente ritirare le truppe dall’Iraq, focalizzando piuttosto l’attenzione su Pakistan e Afghanistan. Sappiamo che vorrebbe trattare con Ahmadinejad, senza precondizioni, e anche con la Siria di Assad – due aspetti certamente poco graditi in Israele. Sappiamo, o meglio possiamo immaginare, che si voglia spendere per una maggior collaborazione tra Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite. Da queste posizioni ancora poco definite ha preso spunto l’ex-ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Danny Ayalon, che sul “Jerusalem Post” ha retoricamente chiesto “chi è davvero quest’uomo?”: secondo il diplomatico, infatti, “la sfida del terrorismo islamico e del fanatismo sono concetti che sono stati trattati da Obama nel modo più ambiguo possibile”. Così la pensano in tanti: e allora la domanda da porsi è se Barack Obama rappresenterebbe un passo indietro nei rapporti tra Israele e gli Stati Uniti d’America.
Le incognite, abbiamo visto, ci sono: probabilmente Obama sarà più duro nel ricordare a Olmert i suoi impegni per la road map, così come sarà maggiormente disponibile a concedere qualcosa ad Ahmadinejad nel nome del mantenimento di un fragile status quo. Ma che possa essere un “pericolo” per Israele, questo è difficile crederlo. Insieme ai “preoccupati”, del resto, non sono pochi coloro che sostengono Obama da un punto di vista ebraico: è il caso di Mel Levine, che rispondendo ai detrattori del candidato sulle pagine del “Jerusalem Post” parla di lui come l’unico capace di attirare gran parte degli ebrei d’America, affascinati dal suo carisma e dalla sua visione del futuro.
Di particolare interesse è poi un articolo comparso sul prestigioso “Foreign Affairs”, che riprendendo le vaghe affermazioni sparse qua e là da Obama negli ultimi anni giunge a delineare una visione di politica estera che ha del sorprendente. Secondo la rivista, infatti, Obama si dichiara favorevole alla soluzione dei due Stati (Israele e Palestina) mettendo al primo posto la sicurezza di Israele e il sostegno alle forze palestinesi moderate. Insomma, quello che i repubblicani hanno fatto sino ad oggi. Per quanto riguarda poi Iran e Siria, insieme al dialogo tanto sbandierato Obama avrebbe più volte ribadito di non escludere la possibilità dell’inasprimento delle sanzioni e perfino della forza. Posizioni che non sono poi così distanti da quelle di McCain, anche se Obama le ha raramente espresse in modo limpido e compiuto.
Una cosa, però, è certa: Barack Obama è consapevole dell’importanza del sostegno degli ebrei d’America, così come della centralità della politica estera (della quale il rapporto con Israele è una costante) per conquistare gli indecisi. In questo quadro si spiegano i tentativi del candidato di conquistare il favore di Israele, a partire dalla conferenza tenuta all’Aipac (American Israel Public Affairs Commitee) già nel marzo del 2007 – quando le possibilità di giungere a Pennsylvania Avenue erano ancora scarse. In quell’occasione Obama ha ricordato il suo primo viaggio in Terra Santa, ha parlato della necessità di una pace che passi prima di tutto dalla sicurezza di Israele, del dramma rappresentato da Qassam e razzi Katiushia e del pericolo di Ahmadinejad. Passi volti a conquistare una fiducia che però, ancora oggi, sono in molti a mettere in discussione: alle parole, chiedono i sospettosi, seguiranno i fatti? O si tratta di assicurazioni da campagna elettorale, volte a conquistare gli indecisi, per poi lasciare spazio a un’anima liberal più radicale?
Troppo presto per dirlo, ma c’è un fattore che dovrebbe tranquillizzare tutti. Tra i valori condivisi dal popolo americano (democratico o repubblicano che sia), Israele occupa infatti una posizione di assoluta rilevanza: gran parte degli americani lo vede come un baluardo della democrazia in Medio Oriente, e in quanto tale Washington lo deve tutelare. Quest’idea è stata implicitamente sottoscritta già dal “visionario” Wilson nel 1917, quando approvò la dichiarazione del ministro degli Esteri britannico Balfour volta a favorire la costituzione di un focolare ebraico in Palestina. È questa una salda tradizione che in America continua ancora oggi: e poco importa che il presidente in carica vesta casacca rossa o blu.
21 febbraio 2008
L'Italia di "Newsweek"
La manager Usa che rischia la vita per un caffè in Arabia
Ci risiamo: iper-conservatori sauditi (sempre più forti) contro riformatori (ogni giorno più deboli). Ma anche Riad contro Gedda. Ovvero: la dura regione del Najd, terra di Islam wahhabita e codici beduini, contro il dolce e (relativamente) liberale Hijàz, da sempre cosmopolita per commerci e pellegrinaggi. In mezzo — come spesso avviene — una donna, che vive barricata in casa da giorni e ora teme perfino per la propria vita. Yara (il cognome è meglio non diffonderlo), 37 anni, partner di una società finanziaria, madre di tre figli, doppia nazionalità americana (nata in Libia da genitori giordani, è cresciuta in Utah) e saudita (come il marito, di Gedda appunto, dove vive la famiglia). Che il 4 febbraio è stata incarcerata a Riad per khulwa, promiscuità: insieme a un collega siriano era stata «sorpresa » in pieno giorno (ma loro certo non si nascondevano) in un moderno e trendy caffè Starbucks della capitale. Seduti a parlare di lavoro nel «settore famiglie », dove ristoranti e caffè relegano le donne e i gruppi misti, legali se composti da consanguinei o coniugati.Yara, abituata agli Stati Uniti prima e a Gedda poi, non ci ha pensato molto ad entrare con il collega in quel caffè al pian terreno del loro ufficio, dov’era saltata l’elettricità e non poteva usare il laptop. Portava la regolare abaiya (il soprabitone nero) e lo hijab (il velo in testa). Non aveva intenzioni trasgressive. Ma una telefonata anonima alla «Commissione per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio», leggi la polizia religiosa o mutawwa (come è chiamata con un certo disprezzo nel Regno), ha dato il via all’ennesimo dramma saudita. Un uomo con barba e tunica corta (segni di «ascetismo»), che non ha voluto identificarsi, ha intimato al siriano di uscire (poi è stato arrestato), a Yara di firmare l’ammissione del suo peccato-reato. Rifiutatasi (la donna non sa leggere l’arabo, tra l’altro), è stata trascinata in un taxi, privata di borsa e cellulare (per impedirle di avvisare il marito), consegnata alla centrale mutawwa (e non alla polizia normale come avrebbe dovuto per legge).
Ha dovuto subire la filippica di uno shaikh («finirai bruciata all’inferno»), firmare
Dopo le critiche di media, organismi per i diritti umani, Onu e molti intellettuali, la Commissione è infatti passata al contrattacco. Due giorni fa ha smentito la ricostruzione dei fatti pubblicata da Arab News con le parole della protagonista. «È una peccatrice e ha infranto la legge: lavorare insieme è haram, proibito, per donne e uomini non parenti», ha ribadito la polizia «morale», che conta 10 mila effettivi uomini e donne, è guidata da una sorta di ministro e fa capo al Re. E che è stata recentemente implicata in due omicidi, nonché in una serie di casi al di fuori di ogni rispetto dei diritti umani (una povera donna analfabeta, ad esempio, è stata condannata a morte per «stregoneria»). Yara, intanto, ha deciso di tacere. Giura che non rimetterà più piede a Riad. Pensa di tornarsene in America. «Temiamo per le nostre vite, e ulteriori persecuzioni — dice il marito —. Adesso molti sauditi sono furiosi e usano la storia di Yara per dire "basta con questa gente, con i mutawwa". Ma che abbiano ragione o no, noi non vogliamo trovarci nel mezzo».
Cecilia Zecchinelli
(C) Corriere della Sera
20 febbraio 2008
Il cappio di Ahmadinejad
Wisconsin, e sono nove
19 febbraio 2008
Ce ne siamo liberati
18 febbraio 2008
Campagna elettorale? Mesi di frasi al vento
Non votate
Quando vi arriva il certificato elettorale strappatelo e buttatelo per strada. I politici devono fare qualcosa di concreto già prima delle elezioni, e non promettere e basta chiedendo voti. Invece di chiedere devono dare. Se non risolvono il problema dei rifiuti a Napoli, non votate.
o Beppe Grillo?
17 febbraio 2008
Walter batte Silvio, ma solo su internet...
Partito Democratico
Il sito del Partito Democratico riesce a mettere insieme la ricchezza dei contenuti con la sobrietà della grafica. Bianco, rosso, nero e verde i colori dominanti. Ci sono video (per i quali bisogna però scaricare un plug-in della Microsoft), articoli, agenda, manifesti e documenti informativi (ebbene sì, mancano ancora programma e carta dei valori). Presto sarà possibile aprire blog legati al partito. Ma il vero elemento di modernità sta nei programmi di social-network legati al sito: Youtube, Flickr, Il Cannocchiale e Twitter.
Popolo della Libertà
Il Cav punta sulla grandezza, anche in internet. Risultato: un logo gigante nel mezzo dello schermo, il "Punto del giorno" (piacevole) e poi una sorta di altarino dedicato a Silvio e alle sue aspirazioni. Troppo grande e troppo autoreferenziale: più che il sito di un partito, sembra un fan site di Berlusconi. Buona la sezione "Vivavoce", che dà la parola agli elettori e mette i video a disposizione di tutti: ma si tratta di filmati presi dalla "Tv della Libertà", e non di filmati spontaneamente girati dai sostenitori. Perde, infine, sul fronte socialnetwork: Youtube, Facebook, Blog e compagnia sono e restano i grandi assenti.
Promosso Walter, mentre Silvio dovrebbe rinunciare a un po' del suo web-ego e affidare il portale ai giovani del partito (più pratici di new media). Tutto ciò nella consapevolezza che l'influenza di internet sull'elettorato italiano è pari a zero: non ditelo a Veltroni, ma non siamo mica in America...
16 febbraio 2008
Codici morali
La sensibilità che dimostriamo verso qualcuno che è stato rapito è molto più profonda di quella nei codici dei palestinesi. Noi abbiamo i nostri codici morali, gli arabi i loro. Mandano la gente a farsi saltare in aria. Non credo che neppure durante l'Olocausto qualcuno avrebbe potuto chiederlo a suo figlio. E non sto parlando di uccidere bambini tedeschi, neppure per ammazzare i soldati. Noi non vogliamo distruggerli. I palestinesi a Gaza invece distribuiscono caramelle dopo un attentato.
su Hamas e Israele
Chi è la Bolena più bella del reame?
Per molti è un sogno: Scarlett Johansson e Natalie Portman, insieme sul grande schermo. Il film in questione è "The Other Boleyn Girl" di Justin Chadwick: Natalie e Scarlett interpretano le due sorelle Bolena, Anna (seconda moglie di Enrico VIII) e Mary. Al di là del film - visto il cast, un successo annunciato -, su internet ci si scatena: specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame? Mereghetti vota Natalie: la sensualità di Scarlett, dice il critico, "finisce per essere controproducente per il personaggio timido e sottomesso che deve interpretare". Nella foto sopra, la passerella di presentazione: lì vince Scarlett, senza se e senza ma (Afp).
Franklin Obama Roosevelt
I dodici punti di Walter
1) Primo: modernizzare l'Italia significa scegliere come priorità le infrastrutture e la qualità ambientale per colmare il ritardo che l'Italia ha accumulato. Diciamo no alla protesta Nimby e sì al coinvolgimento e alla consultazione dei cittadini. Sì agli impianti per produrre energia pulita, ai rigassificatori, ai termovalorizzatori e al completamento della Tav. Insomma, Veltroni promette di fare quella che la sinistra radicale ha sempre bloccato, da Napoli a Torino, dai rigassificatori alla Torino-Lione. Correndo da solo, senza più il pesante e retrogrado fardello che oggi si chiama Sinistra Arcobaleno, sulla carta gli si può pure credere.
2) Il grande obiettivo di innovazione del Mezzogiorno, della sua crescita, che è la crescita dell'Italia. Il Sud Italia al secondo posto: i soliti temi della crescita e dello sviluppo, quello che la politica promette da quando Giuseppe Garibaldi incontrò il Re a Teano. Chi ci crede davvero? Nessuno, ma è un must dei programmi elettorali e va inserito: i termini sono molto vaghi, meglio in questo Berlusconi che con il ponte di Messina (al di là della sua utilità e fattibilità) si pone un "miraggio" concreto.
3) Il controllo della spesa pubblica: in altri termini, spendere meglio, spendere meno. In altri termini ancora, quella che dovrebbe essere la base di un qualsiasi programma elettorale di una qualsiasi forza politica.
4) Ridurre le tasse ai contribuenti leali, ai lavoratori dipendenti e autonomi che oggi pagano troppo. Altro must delle campagne: tutti lo promettono (chi voterebbe un partito che annuncia di aumentare le tasse?), ma Veltroni è in questo poco credibile. Vince Berlusconi, che nel suo quinquennio le abbassate poco e per pochi ma perlomeno non le ha alzate.
5) Investire più di quanto mai sia stato fatto sul lavoro delle donne: perchè, spiega Walter, oggi in Italia ci sono tre patologie: bassi tassi di occupazione femminile, bassa natalità e alti tassi di povertà minorile. E noi vogliamo trasformare il capitale umano femminile in un asso per la partita dello sviluppo. Quote rosa nel lavoro: un buon progetto, magari incominciando proprio dalla compilazione delle liste elettorali.
6) Problema della casa: aumentare le case in affitto e costruire circa 700 mila nuove case da mettere sul mercato a canoni compresi tra i 300 e i 500 euro. Non sarebbe male però, come consigliano dall'altra parte, rendere più accessibile l'acquisto dell'immobile.
7) Invertire il trend demografico mediante l'istituzione di una dote fiscale: 2500 euro al primo figlio e aiuti per gli asili nido. La boutade della campagna: posto che Veltroni trovi tutti soldi necessari a coprire l'iniziativa, siamo sicuri che il trend demografico si inverta con una detrazione fiscale di 2500 euro di fronte alle spese sostenute da una famiglia per mantenere un figlio fino alla maturità?
8) Cento nuovi campus universitari e scolastici entro il 2010, perché la società dovrà contare sul talento e sul merito dei ragazzi italiani. Meritocrazia negli atenei: qualcuno ci crede ancora?
9) La lotta alla precarietà, la qualità del lavoro e la sua sicurezza. Questo è uno dei punti forti di Walter: ottima la proposta di portare a 1.000 euro la retribuzione minima per i giovani precari.
10) La sicurezza, perché far sentire sicuri i cittadini è uno dei principali obiettivi del Pd. Come? Con maggiori fondi alle forze dell'ordine e certezza della pena. Posto che la mancata certezza della pena è uno dei più grandi scandali della storia d'Italia, su questo punto Veltroni è molto poco credibile. Basti ricordare l'indulto (votato, a onor del vero, anche da Forza Italia). Che l'allenza con Di Pietro possa portare acqua al mulino della sicurezza?
11) Giustizia e legalità: da troppi anni c'è uno scontro nel Paese sulla giustizia e tra politica e magistratura. Proporremo norme innovative per la trasparenza delle nomine di competenza della politica. Nel nostro ordinamento inseriremo il principio della non candidabilità in Parlamento dei cittadini condannati per reati gravissimi connessi alla mafia, camorra e criminalità organizzata o per corruzione o concussione. Lo schifo fuori dal Parlamento: normale nei paesi normali, in Italia è bene rimarcarlo.
12) Innovazione: vogliamo portare la banda larga in tutta l'Italia e garantire a tutti una tv di qualità. Ottima trovata: sulla tecnologia, il PDL è un po' indietro. E anche dalla banda larga passa la modernità di un paese che appartiene al G8.
Dodici punti chiari, tutti ampiamente condivisibili. Che spingono a due brevi considerazioni:
- Aspettiamo il programma del PDL, ma sembra proprio (come disse Blair) che destra e sinistra non esistono più: i dodici punti sopra citati, infatti, sono tranquillamente sottoscrivibili dal Cavaliere in persona. E lo stesso Walter potrà fare con i punti che usciranno dalla campagna di Fini e Berlusconi. Le larghe intese, insomma, partono forse proprio dai programmi.
- La politica estera, ce la siamo dimenticata? L'Afghanistan? Cosa faremo quando ci verrà chiesto di inviare più truppe? Il PD è d'accordo? Al momento, tutto tace. In attesa dei punti di Silvio.
15 febbraio 2008
Come i giovani della Fiamma Tricolore
Mi piacerebbe che mio figlio, che ha ancora undici anni, si comportasse come i giovani della Fiamma Tricolore, che vanno ad attaccare i manifesti o ad assaltare la casa del Grande Fratello.
e non sta scherzando
14 febbraio 2008
Ready, Steady, Go!
11 febbraio 2008
Costituzione ed elezioni: la Birmania che non ti aspetti
Avevamo lasciato il Myanmar al “ritorno dell’ordine”, dopo le proteste dei monaci buddisti dell’autunno 2007. C’era stato qualche incontro di facciata tra emissari del dittatore Than Shwe e la leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, ma nulla più. Ma sabato sera, come un fulmine a ciel sereno nel corso del telegiornale serale, ecco una notizia apparentemente incredibile: la giunta ha annunciato che a maggio si terrà un referendum per l’approvazione di una nuova Costituzione. Nel 2010, inoltre, la consultazione referendaria sarà seguita da libere elezioni multipartitiche. Le ultime si tennero nel 1990: il premio Nobel per Tutte queste novità stanno in un annuncio ufficiale, firmato dal segretario della giunta Lt Gen Thura Tin Aung Myint Oo e letto dallo speaker della tv di Stato. Stupore nel mondo, ma anche in Birmania. La commissione di 54 esperti – costituita lo scorso autunno – ha dunque terminato la scrittura della nuova Costituzione, che sarà sottoposta al volere del popolo. La giunta inoltre, per la prima volta, mette dei paletti chiari (referendum a maggio, elezioni nel 2010) dopo aver stabilito una vaga road-map per la democrazia nel 2003. Così il governo militare spiega la svolta: “È raccomandabile portare l’amministrazione militare a un sistema amministrativo civile e democratico. Solide fondamenta sono state gettate: le infrastrutture basilari del paese sono state costruite, nonostante vi sia ancora molto da fare mentre ci battiamo per il bene della Nazione”.
Sì, sembra assurdo. Ricapitoliamo: la dittatura di Than Shwe ha torturato, ucciso e bruciato moltissimi monaci che protestavano pacificamente proprio per chiudere una maggior dose di libertà. Nell’indignazione mondiale, il governo ha continuato sulla strada della brutalità fino al completo ristabilimento dell’ordine. E ora, di punto in bianco, annunciano nuova Costituzione e nuove elezioni. La domanda viene spontanea: Than Shwe è impazzito o c’è sotto qualcosa?
La quasi totalità degli esperti propende per la seconda ipotesi. Secondo alcuni analisti, la mossa rappresenterebbe un modo per diluire la pressione interna e quella internazionale: Win Min, esperto militare, afferma che “
Il sospetto, insomma, è che tanto il varo della Costituzione – che sarà il prodotto di una consulta emanata unilateralmente dalla giunta – quanto le elezioni siano l’ennesima farsa per prendersi gioco di birmani e Nazioni Unite. La pensa così la Nld (National League for Democracy, il partito di Aung San Suu Kyi), per bocca del suo portavoce Nyan Win: “Sono stupefatto che i dirigenti della giunta abbiano fissato una data per le elezioni”. Lo scetticismo dell’opposizione nasce da diversi fattori: primo, nessuno ha ancora visto la bozza della Costituzione sottoposta a referendum; secondo, sembra che Aung San Suu Kyi non possa prendere parte alle elezioni in quanto è stata sposata con un inglese (il professor Michael Aris, morto nel 1999) e ha due figli con passaporto britannico.Le opposizioni procedono dunque con i piedi di piombo. “Senza la partecipazione di Suu Kyi, dell'Ndl e dei partiti etnici – assicura Zin Linn, portavoce del governo birmano in esilio, che include parlamentari eletti nel 1990 e fuggiti successivamente – il popolo non accetterà questa costituzione”. Troppe volte i birmani sono stati presi in giro, e chissà che anche questa volta la dittatura non decida di invalidare le elezioni subito dopo lo svolgimento – sempre che si arrivi alla fatidica data. La Nld crede che sia “troppo presto per parlare di elezioni”: bisogna attendere l’esito del referendum, e non è affatto certo che il testo proposto dalla giunta sia accettabile. Sempre che, verrebbe da pensare, non sia la giunta farlo accettare con
Wait and see, ma con una buona dose di disillusione: questo lo stato d’animo imperante, anche a livello delle istituzioni internazionali. È la posizione di Gambari – che ora continuerà a premere presso Cina e India e gli altri paesi dell’Asean – ma anche quella di Piero Fassino – inviato dell’Unione Europea per la questione birmana. L’ex segretario dei Ds invita alla calma: “Per ora c’è solo un annuncio, per dare un giudizio ragionato occorre saperne di più”. Perché si possa parlare di rinnovata libertà, infatti, occorre una campagna elettorale, un voto permanete libero e la possibilità che Suu Kyi prenda parte alle elezioni in qualità di candidata dell’opposizione. Da quanto è trapelato, poi, sembra che
Se le Nazioni Unite rimandano al loro inviato Gambari, senza sbilanciarsi in dichiarazioni decise, il ministero degli Esteri britannico ha invece richiesto l’immediato rilascio di Suu Kyi e dei detenuti politici: un passo, secondo il ministero inglese, fondamentale per assicurare “un genuino e generale processo di riconciliazione nazionale”.
La soluzione, ancora una volta, sembra passare attraverso Cina e India. Solo loro, infatti, possono spingere Than Shwe ha dare una vera Costituzione al popolo birmano. Ma i primari interessi nell’area, a dispetto della democrazia, continuano a essere gli affari: dal 9 al 20 marzo, infatti, la giunta ha annunciato una nuova asta di pietre preziose. Quella precedente, tenuta due mesi fa nel mezzo dei boicottaggi internazionali, non ha impedito al governo di trovare a acquirenti per tutti i 1500 lotti disponibili. E i mercanti di preziosi sono i primi a trarre vantaggio dalla permanenza della dittatura al potere. Ecco perché Fassino, intervistato dal “Corriere della Sera”, può giustamente sottolineare la differenza di vedute tra Europa e Asean: alla prima interessa la libertà in Birmania, alla seconda la stabilità politica del Paese. Una stabilità che, per Cina e colleghi, passa indifferentemente attraverso un regime o una democrazia.
10 febbraio 2008
Sta in Grossman la risposta al boicottaggio
Mentre montano le polemiche sulla Fiera del Libro di Torino, “rea” di aver invitato Israele come ospite d’onore all’edizione 2008, l’Italia e il mondo arabo si dividono. La gran parte degli intellettuali, degli scrittori, dei giornalisti e della gente comune – a onor del vero – reputa assolutamente corretta la scelta della Fiera. Non mancano, però, coloro che preannunciano il proprio boicottaggio e invitano a seguire la stessa strada: Gianni Vattimo, Tariq Ramadan, le associazioni a favore della causa palestinese e molti scrittori arabi.
A tutti costoro gioverebbe forse prendere in mano un libricino di David Grossman, pubblicato lo scorso anno da Mondadori. Si intitola Con gli occhi del nemico: breve e lucido, si legge in due ore. Due ore nelle quali l’autore dà prova di un coraggio, di una saggezza e di un rispetto del tutto inediti per coloro che vorrebbero tappare la bocca alla Fiera. David Grossman, per chi non lo sapesse, è uno dei più celebri (e celebrati) scrittori israeliani. La sua ascesa nel mondo della letteratura prese il via con libri e programmi televisivi per bambini, per giungere poi al romanzo-capolavoro Vedi alla voce: amore – nel quale raccontò la Shoah con gli occhi di un bambino figlio di sopravvissuti.
Con gli occhi del nemico, però, non è un romanzo. Pubblicato nel 2007 da Mondadori, quest’opera assembla quattro saggi dell’autore (due strettamente legati a tematiche letterarie, due di carattere politico-sociale) il cui senso si potrebbe riassumere semplicemente con il sottotitolo del libro in questione, “Raccontare la pace in un paese in guerra”. Un paese, Israele, con un passato e un futuro quanto mai tormentati, visto con gli occhi di un intellettuale che nel corso dell’ultima guerra del Libano (luglio 2006) ha perso suo figlio Uri, giusto due giorni dopo l’appello congiunto con i colleghi Oz e Yehoshua perché si giungesse a un accordo per porre fine a combattimenti che stavano pericolosamente degenerando. Una perdita, quella del figlio, avvenuta fatalmente nel corso delle ultime sessanta ore di “surge” militare – un’escalation per la quale la Commissione Winograd ha recentemente scagionato Olmert.
I primi due saggi, si diceva, riguardano da vicino la letteratura. Nel primo, “Conoscere l’altro dall’interno, ovvero la voglia di essere Gisele” (letto in occasione del Congresso Nazionale dei Bibliotecari a Tel Aviv, gennaio 2006), Grossman parla del proprio lavoro di romanziere, mettendo in luce l’assoluta necessità di immedesimarsi nei personaggi, cercando di provare quello che provano loro. In questo modo lo scrittore può dare un grande aiuto alla politica, insegnandole a guardare al mondo con occhi altrui: solo così, infatti, “possiamo anche cogliere – in un modo che prima non potevamo permetterci – il fatto che quello stesso nemico mitico, minaccioso e demoniaco non è altro che un insieme di persone spaventate, tormentate e disperate quanto noi”. Insomma, per Grossman il libro e la letteratura sono al servizio della pace e dell’intelligenza di chi ci governa: esattamente quello che una fiera del libro dovrebbe promuovere, come Torino ha deciso di fare incurante delle polemiche.
Nel più breve “L’arte di scrivere nelle tenebre della guerra” (più recente, letto al Pen Club di New York City a fine aprile 2007), Grossman riflette poi sulla scrittura come via di fuga da un presente-trappola, legato alla morte (quella del figlio sui campi di battaglia libanesi) e al pericolo continuo. Solo scrivendo, dice Grossman, “non siamo più vittime impotenti di tutto ciò che ci asserviva, o ci sminuiva, prima che cominciassimo a scrivere” e solo scrivendo “il mondo non ci si chiude intorno, non diventa più angusto”. La scrittura è vista qui come liberazione, come un mezzo per conoscere il mondo circostante senza rinchiuderci dietro alle nostre barriere ideologiche: un campionario di sincera intelligenza e democrazia letteraria.
La seconda parte del libro è invece dedicata prevalentemente alla situazione politica di Israele. In “Meditazioni su una pace che sfugge” (letto al Circolo Lévinas di Parigi nel dicembre 2004) il pensiero di Grossman va alla difficile vita degli israeliani, per i quali sembra addirittura impossibile concepire l’idea di futuro. Come pensare al domani, viene da chiedersi, con uno Stato minacciato per ogni dove, bersagliato quotidianamente dai razzi Qassam e circondato da entità che non ne riconoscono il diritto all’esistenza? Hanno mai provato, i novelli inquisitori che chiamano al boicottaggio, a mettersi nei panni degli israeliani (magari di Sderot) come Grossman ha fatto con il popolo palestinese? Anche a questo dovrebbe portare una grande fiera del libro, con Israele ospite d’onore.
Il conclusivo “Il dovere di Israele è scegliere la pace” è invece un diretto j’accuse al premier Olmert e al suo governo, al quale Grossman – in occasione della commemorazione di Rabin tenuta a Gerusalemme nel novembre 2006 – raccomanda di non perdere alcuna occasione, di parlare con tutti coloro che sembrano cercare uno spiraglio di tregua. Una soluzione forse utopica, Grossman ne è consapevole, ma allo stesso tempo unica possibilità. Il saggio risale al novembre 2006: l’autore ha appena perso il figlio, lo scoramento è forte. Sappiamo però, con gli occhi del poi, che Olmert e Abu Mazen hanno in fondo seguito questo consiglio: impegnandosi nella conferenza internazionale di pace di Annapolis e invitando persino la Siria, uno degli “storici” avversari di Tel Aviv.
Se i romanzi di Grossman sono la poesia, Con gli occhi del nemico, soprattutto nei primi due saggi, contiene schegge di poetica. Un libro a tratti illuminato, per guardare alla funzione sociale della letteratura e alla situazione attuale d’Israele e del suo popolo con gli occhi di un grande intellettuale, un viandante sulla via di una pace difficile e sempre aleatoria. Ci vorrebbero più Grossman, nel mondo: personaggi capaci di costruire ponti, di mettersi nei panni del nemico. Questo è infatti l’insegnamento più grande dell’autore che – se tutto va bene – parteciperà alla Fiera del libro dall’8 al 12 maggio: provate a osservare il mondo con lo sguardo altrui. Lui lo ha fatto, come lui lo fanno i colleghi che la Fiera di Torino ha invitato per l’edizione di quest’anno. Tutti, da Grossman a Oz a Yehoshua, passando per lo storico Morris, sanno mettere l’obiettività e la ricerca della pace prima di tutto il resto.
Perché, allora, c’è qualcuno che non vuole ascoltare questi personaggi? Forse è la paura di non avere risposte da dare, quando questi scrittori riconosceranno tutte le sofferenze palestinesi per mettersi poi a parlare di quelle israeliane. Forse è la paura di essere messi di fronte a due popoli sofferenti, senza più l’esclusiva palestinese. Ma un conto è la partigianeria, un altro la cultura: la seconda, infatti, punta al confronto e alla verità. E la verità, talvolta, è dura da accettare.
Obama-valanga

Obama-valanga. Washington, Louisiana e Nebraska - tutto in una notte - segnano una nettissima affermazione su Hillary e rilanciano Barack nell guerra dei candidati. Chi ne ha di più? Questo resta un mistero, ma il senatore dell'Illinois è in grande vantaggio nella raccolta fondi. Oggi la sfida si sposta nel Maine, che sembra però favortevole alla Clinton (Nytimes).
08 febbraio 2008
In Rete la "black list" di 162 professori ebrei accusati di fare lobby
Prima è stato impedito a Benedetto XVI di tenere un discorso per l’inaugurazione dell’anno accademico all’Università La Sapienza di Roma. Poi, smaltita (ma solo in parte) quella polemica, è esploso il caso della Fiera del Libro di Torino: scrittori e intellettuali arabi, esponenti della politica e della cultura italiana, centri sociali e associazioni pro-palestinesi hanno invitato a boicottare la manifestazione in segno di protesta contro la partecipazione di Israele come ospite d’onore.Ma ora abbiamo toccato il fondo. La denuncia, che ha dell’incredibile, viene dalla comunità ebraica romana: il 16 gennaio, su un blog ospitato da una delle piattaforme facenti capo alla società Dol, è apparsa una lista con i nominativi di 162 professori universitari ebrei accusati di “fare lobby” a favore della causa israeliana. Gran parte di quei nominativi, ironia della sorte, rimandano all’Università La Sapienza di Roma. Il blog, intitolato “Re”, era noto per le sue posizioni di estrema destra e per il revisionismo sull’Olocausto.
Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica romana, ha immediatamente sporto denuncia alla polizia postale: il ministro dell’Interno Giuliano Amato ha disposto una verifica, mentre il leader del Pd Walter Veltroni ha invitato ad oscurare immediatamente il blog incriminato. “La reazione non può rimanere limitata ai diretti interessati come singoli e come comunità – ha dichiarato Pacifici – ma deve riguardare tutta la società. Una volta che si saprà chi sono gli estensori del blog, ci deve essere una risposta generale delle istituzioni, va messo un punto fermo”.
L’autore del blog, che ovviamente pubblica sotto pseudonimo, si fa chiamare H5N1: una sigla che rimanda al virus dell’aviaria. La pubblicazione dei nomi è accompagnata da frasi farneticanti come “l’intero popolo italiano è stato strumentalizzato da una minoranza etnica ideologizzata e culturalmente solidale ad una entità politica extranazionale quale Israele”. Tra i professori citati, anche Giorgio Israel – docente della Sapienza e collaboratore de “L’Occidentale”.
Ad accomunare le reazioni politiche e culturali è una condanna unanime. Condanna Renato Guarini, rettore de La Sapienza, per il quale l’antisemitismo “è completamente in antitesi rispetto ai valori e alla missione della Sapienza Università di Roma”. Anna Foa, docente di Storia moderna e membro della “black list”, sottolinea che “siamo in presenza di un evento inquietante: chi si e' reso autore di questa iniziativa delirante ha commesso un reato e va punito”: del resto, continua la professoressa, non si tratta di un caso isolato anche se “non si era mai arrivati a vere e proprie liste. Apprezzo che la Comunità ebraica di Roma abbia subito presentato una denuncia, questi sono fenomeni che non vanno sottovalutati”. Parole chiare anche da Alessandro Ruben, presidente dell’Antidefamation League: “È molto grave quello che sta avvenendo. Vedere i nomi dei professori ebrei pubblicati su internet ci ricorda quello che avvenne in passato. L’antisemitismo c'è ancora”.
Già, l’antisemitismo c’è ancora. Magari travestito da antisionismo, come ha ricordato in passato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ma è forte e va combattuto. Le avvisaglie sono sempre presenti: al di là della querelle sulla Fiera del Libro, dove ad essere messa in discussione è la politica israeliana nei confronti dei palestinesi, sembra essere internet la nuova frontiera di uno dei mali più antichi del mondo. E un’avvisaglia l’abbiamo avuta pochi giorni fa, con una notizia passata in sordina: il sito della casa editrice Lindau è stato attaccato da un hacker turco, che ha riempito il sito di scritte “Hacked by aLp TurkTegin TURKISH hacker”.
“Considerati i nostri libri –ha commentato la casa editrice – e considerato il clima politico di questi giorni a Torino, ci siamo preoccupati. Abbiamo cominciato a pensare che pare un gesto molto mirato: innanzitutto perchè pubblichiamo titoli di politica internazionale con riferimento al dibattito politico sul Medio Oriente e poi non si può non pensare alle polemiche in corso riguardo alla partecipazione di Israele alla Fiera del Libro di Torino. E noi siamo una casa editrice torinese controcorrente, sempre presente alla Fiera”.
Attacchi estemporanei, fino alla pubblicazione della black list che rappresenta un inquietante passo avanti sulla via dell’antisemitismo. Un caso che ci porta indietro alla cupa Europa degli anni Trenta: alle leggi di Normiberga del 1935 e alla nostra Italia del 1938 (esattamente settant’anni fa), quando il Parlamento votò (e il Re firmò) le leggi razziali. Un lista di proscrizione, come quella che avevano in mano le SS naziste quando il 16 ottobre 1943 si presentarono alla comunità ebraica romana per deportare le famiglie della capitale verso i campi di sterminio nazisti.
Quello a cui ci troviamo di fronte è uno dei casi denunciati a suo tempo da Napolitano, con una lista che cerca di nascondersi dietro all’antisionismo: l’accusa principale, infatti, è quella di fare lobby a favore dello Stato ebraico. Ma il titolo è drammaticamente chiaro: lista di professori “ebrei”, segnalati in quanto tali.
Riccardo Pacifici, portavoce della comunità ebraica romana, apre poi un altro fronte di riflessione: la black list è strettamente legata al mondo accademico, dunque vuole essere un modo per frenare la collaborazione tra le università italiane e quelle israeliane. Un altro caso noto, scoppiato lo scorso anno in Inghilterra quando parte dei docenti inglesi propose lo stop degli incontri e degli scambi culturali con le università dello Stato ebraico. Una misura frenata a suo tempo, oltre che dalle proteste, dalla legge inglese. E non a caso – tutto torna – parte dei professori della lista (non tutti della Sapienza, anche di Milano, Venezia e Bologna) si era segnalata per aver firmato un appello contro quel tentato boicottaggio britannico.
Se fino a poco tempo fa le proteste contro lo Stato ebraico si limitavano alla sua politica, ora assistiamo a un’inquietante escalation che prende di mira direttamente la cultura. Case editrici, Fiera del Libro, professori universitari: nel mirino è il mondo intellettuale, custode delle tradizioni di ogni popolo. Le istituzioni, almeno quelle, rispondono compatte: il sito è stato oscurato definitivamente alle ore 13.25, più difficoltosa sarà la caccia al responsabile della pubblicazione.
A dover cambiare, al più presto, è la cultura di fondo. Notizie come questa non devono mai passare sotto silenzio, devono essere denunciate con tutto il possibile risalto e i responsabili devono essere trovati e perseguiti per legge.La Fiera del Libro, intanto si avvicina: e il clima che la circonda si fa sempre più cupo, giorno dopo giorno. Mai come quest’anno, si dice, le misure di sicurezza saranno così imponenti.
Popolo delle libertà
Dentro il Popolo delle libertà saranno accolti tutti, spero anche l'Udc e tutti i rappresentanti dei partiti più piccoli che vorranno unirsi a noi, mentre la Lega, che è un partito territoriale, si federerà al Pdl.
sulla lista unica FI-An
07 febbraio 2008
No a liste di destra fascista
Non ce l'ho con Storace che è stato ministro con me al Governo ed ha fatto una sua revisione, ma no a liste di destra fascista.
sulle elezioni del 13 aprile
Veltronama e Obamoni
06 febbraio 2008
Nel nome della letteratura
Con queste firme esprimiamo una solidarietà senza riserve nei confronti degli organizzatori della Fiera del Libro di Torino, nel momento in cui questo evento di prima grandezza della vita letteraria nazionale viene attaccato per aver scelto Israele come paese ospite dell’edizione 2008.
L’appello a cui aderiamo s’intende apartitico, e politico solo nell’accezione più alta e radicale del termine. Non intende affatto definire uno schieramento, se non alla luce di poche idee semplici e profondamente vissute.
In particolare, l’idea che le opinioni critiche, che chiunque fra noi è libero di avere nei confronti di aspetti specifici della politica dell’attuale governo israeliano, possono tranquillamente – diremmo perfino banalmente! – coesistere con il più grande affetto e riconoscimento per la cultura ebraica e le sue manifestazioni letterarie dentro e fuori Israele. Queste manifestazioni sono da sempre così strettamente intrecciate con la cultura occidentale nel suo insieme, e rappresentano una voce talmente indistinguibile da quella di tutti noi, che qualsiasi aggressione nei loro confronti va considerata un atto di cieco e ottuso autolesionismo.Raul Montanari
Prime adesioni:
Alessandra Appiano, Alessandra C., Andrea Carraro, Gabriella Alù, Cosimo Argentina, Sergio Baratto, Paola Barbato, Antonella Beccaria, Silvio Bernelli, Gianfranco Bettin, Daria Bignardi, Gianni Biondillo, Riccardo Bonacina, Laura Bosio, Elisabetta Bucciarelli, Gianni Canova, Fabrizio Centofanti, Benedetta Centovalli, Piero Colaprico, Giovanna Cosenza, Sandrone Dazieri, Francesco De Girolamo, Girolamo De Michele, Donatella Diamanti, Paolo Di Stefano, Luca Doninelli, Riccardo Ferrazzi, Marcello Fois, Francesco Forlani, Gabriella Fuschini, Giuseppe Genna,Michael Gregorio (Daniela De Gregorio, Mike Jacob),Helena Janeczek, Franz Krauspenhaar,Nicola Lagioia,Loredana Lipperini,Valter Malosti, Antonio Mancinelli, Valentina Maran, Federico Mello, Antonio Moresco , Gianfranco Nerozzi, Chiara Palazzolo, Gery Palazzotto, Paolo Pantani, Leonardo Pelo, Guglielmo Pispisa, Laura Pugno, Luca Ricci, Andrea Raos, Roberto Moroni, Mariano Sabatini, Rosellina Salemi, Flavio Santi,Tiziano Scarpa,Beppe Sebaste, Gian Paolo Serino, Luca Sofri, Monica Tavernini, Annamaria Testa, Maria Luisa Venuta, Andrea Vitali,Vittorio Zambardino,Zelda Zeta (Pepa Cerutti, Chiara Mazzotta, Antonio Spinaci)






