31 marzo 2008

L'Expo 2015 rilancia l'immagine dell'Italia all'estero

In fondo al cuore, i milanesi ne erano certi: l'Expo 2015 sarebbe stato ospitato all'ombra della Madonnina. Ma vuoi per scaramanzia, vuoi per l'imprevedibilità degli scenari internazionali, nessuno ostentava certezza. "Vedremo", "Speriamo", "Sarebbe importante, per la città e per l'Italia": questi le voci che correvano per la città.

Oggi, il sogno di Milano è realtà. Nell'Ampitheatre Blue di Parigi, i 154 Stati del Bie – Bureau des Expositions – hanno sancito il verdetto definitivo: 86 voti per la capitale finanziaria italiana, 64 per la turca Smirne. Un buon margine, sicuramente superiore al numero dei voti dati per certi fino a ieri sera.

Un risultato ottenuto dopo un primo "falso allarme": la prima votazione, infatti, è stata annullata in seguito ai problemi incontrati da molti delegati con la pulsantiera. Tutto da rifare, via con il secondo voto. E come nei migliori concorsi, è un urlo di gioia a sancire la vittoria italiana: a seguire, un grande applauso ha riempito il Palazzo dei congressi parigino. E all'interno del palazzo, mentre le immagini scorrono in diretta sulle televisioni di tutto il mondo, compaiono i primi tricolori e gli scudi crociati meneghini.

«Sono contenta per Milano, ma sono contenta per tutto il mondo perché sarà un'Esposizione universale per tutto il mondo»: così Letizia Moratti, sindaco di Milano, ha commentato a caldo l'assegnazione dell'Esposizione Universale 2015. Ed è proprio a Milano, come capita solo per le partite degli azzurri, che si è respirata tutta la gioia che la vittoria comporta. Nessuna divisione politica, quasi assenti gli immancabili contrari a qualsiasi occasione di rilancio per il Paese: Milano, in un crescendo sempre più palpabile nel corso degli ultimi giorni, ha salutato l'Expo 2015 con una sola voce.

E la stessa vittoria, caso più unico che raro nella nostra penisola, altro non è che il risultato di un progetto concepito dalla Moratti (centrodestra) nel corso di un pranzo con Enrico Letta (centrosinistra), e di uno sforzo che ha visto andare nella stessa direzione tanto un governo centrale di centrosinistra quanto una regione e un'amministrazione comunale di centrodestra. Larghe intese, insomma, finalizzate a rilanciare Milano nell'Olimpo delle grandi città europee. L'unica sbavatura quella di Romano Prodi che sicuro della vittoria ha tentato di accaparrasi il merito della scelta.

Se Raitre ha trasmesso in diretta tutta la manifestazione d'assegnamento dell'Expo, gran parte dei milanesi ha voluto però soffrire (con le dita rigorosamente incrociate) insieme ai propri concittadini. Due i punti di raccolta nevralgici: la Fiera di Rho, situata nella zona periferica che sarà maggiormente investita dalla rivoluzione edilizia finalizzata a ospitare l'Esposizione, e il teatro Ciak, dove molti bambini e ragazzi delle scuole hanno potuto festeggiare insieme agli insegnanti. A Palazzo Marino, sede del Municipio, è comparso poi uno striscione per ringraziare del sostegno tutti i cittadini.

29 milioni di visitatori, 44 euro di miliardi per le imprese del capoluogo lombardo: dati che non possono sfuggire agli abitanti del principale centro finanziario italiano. Ma a dirla tutta, la soddisfazione di Milano non riguarda – perlomeno non principalmente – gli aspetti economici dell'affare Expo. A vincere, oggi, è l'immagine di una città che si sente più di altre in competizione con i maggiori centri europei: un'immagine offuscata dalla depressione italiana, dallo spettacolo offerto dai rifiuti della Campania e del cosante declassamento del nostro paese nei raking internazionale.

Una sconfitta, commentava "L'Espresso" qualche settimana fa, sarebbe stato un colpo durissimo per la Madonnina. Ma il sostegno di tutta la cittadinanza e – va detto – il grande lavoro compiuto dalla giunta Moratti e dalla Regione con il sostegno del governo ha evitato il peggio. Milano, oggi, ha un ottimo motivo per tornare a guardare avanti: al futuro, al rilancio economico e culturale. In una parola, alla modernità: non dimentichiamo che è stato proprio un Expo a lanciare il simbolo dell'Europa lanciata verso il futuro, la Tour Eiffel di Parigi.

Milano, quando avrà finito di festeggiare, dovrà rimboccarsi le mani per giungere preparata all'evento del 2015. Replicando, possibilmente, il successo del suo ultimo Expo: era il 1906, e a ospitare l'Esposizione Universale era stato il Sempione. Una manifestazione che contribuì a lanciare Milano nel XX secolo, come l'Expo del 2015 dovrebbe fare per il XXI.

Ci sarà tempo per parlare dei progetti, dei temi, delle problematiche urbanistiche. Di come ospitare un enorme afflusso di turisti, invogliandoli a tornare di nuovo in Italia. Oggi, però, Milano vuole solo godersi la sua vittoria: e la frase più ricorrente, a fronte della scaramanzia dei giorni passati, è "ne ero certo. Milano non poteva certo perdere l'Expo". Dopo tante batoste, una splendida notizia per l'Italia intera.

L'Occidentale

30 marzo 2008

Promises, but no delivery

Come da tradizione, "The Economist" dice la sua sul Cav prima delle elezioni italiane. Berlusconi, che l'ultima volta era giudicato "unfit to lead Italy", questa volta è accusato di promettere molto e mantenere poco. Vero? Certo: ma è il malcostume di tutta la politica italiana, da decenni a questa parte...

PRINCESS ALESSANDRA BORGHESE is no ordinary parliamentary candidate. A member of the family that produced the pope who finished St Peter's, she spent years in the international jet-set, briefly marrying a shipping heir who later died of a massive cocaine overdose. Ten years ago, the princess discovered religion. She is a friend of Pope Benedict and author of such improving works as “Lourdes. My Days in the service of Mary”. Last month she announced that she would run for the Senate in Lazio, the region round Rome, in the election on April 13th and 14th, as head of the list for the Union of Christian and Centre Democrats (UDC).

“I want to contribute to the rebirth of this country,” she told a press conference. The princess may not be typical. But her noble (if perhaps ingenuous) reason for standing is espoused by many first-time candidates. There are more in this election than at any time since 1994, when the media tycoon Silvio Berlusconi first burst onto the scene with a political movement composed largely of his executives.

Italy is a country in deep trouble. The Naples rubbish emergency (see article) is symbolic of a broader crisis in a country that, to use a word now much in vogue, is “blocked”: its economy is underperforming; its politics are stagnant; and all attempts at reform are apparently doomed to failure. Italy has also, however, been a country in profound denial. At least that is now changing.

There may be widespread disagreement over the causes of Italy's difficulties. But there is a common acceptance of their extent—and mounting anger at the shortcomings of a cronyistic political class, made up largely of ageing white males, often referred to as “the caste”. In an attempt to satisfy the public's appetite for change, the main parties have been outbidding each other to bring in new blood.

Of more than 300 lawmakers elected in 2006 who threw in their lot with the Democratic Party, the new movement on the centre-left, 134 have been ditched. The party leader, Walter Veltroni, astounded his longest-serving parliamentarian by replacing him with a 26-year-old woman. Around 30% of the party's candidates for the lower-house Chamber of Deputies are under 40, and 42% are women.

Mr Berlusconi is insisting on new faces too. Characteristically, several belong to former showgirls. But they also include the leader of a Moroccan women immigrants' association. Mr Berlusconi, whose People of Freedom movement now embraces the former neo-fascists, has told associates that women will have at least a quarter of the seats in his cabinet.

After years of stultification, there is a new spirit of openness abroad. Yet the chances of an “Italian spring” are small. The opinion polls suggest that, rather than elect the relatively youthful (52-year-old) Mr Veltroni, the voters will return his 71-year-old rival, even though Mr Berlusconi's two previous governments (in 1994-95 and 2001-06) did Italy little good and much harm. This is a measure of the unpopularity of Romano Prodi's outgoing centre-left government, and especially of the tax increases it imposed.

In the early stages of the ten-week campaign, Mr Veltroni sought to latch on to developments in America by depicting himself as Italy's Barack Obama: the man who would surprise everyone by coming from behind. But, although demonstrably willing to innovate, Mr Veltroni has none of Mr Obama's inspiring rhetorical skills. The latest polls give Mr Berlusconi and his two main allies (in the Northern League and a Sicilian regional party) a lead of between 6.5 and 9.4 percentage points over the Democratic Party. That is little different from a month ago. Depressingly for the centre-left, a poll in La Repubblica on March 23rd suggests that Mr Berlusconi has a clear edge, of more than five points, among voters under the age of 29.

Mr Veltroni's hopes rest on two factors. One is the large number of voters who remain undecided and who, according to pollsters, are more left- than right-leaning in their outlook. The other is the idiosyncrasy of Italy's electoral system. On the present polling data, Mr Berlusconi would get a thumping majority in the lower house, in which the winner earns a “victor's premium” of extra seats. But in the Senate the picture is muddier. There, premiums are allotted region by region. And in five (out of 20) regions, the main parties are running neck-and-neck.

They are not the only ones in the race. The UDC, part of Mr Berlusconi's centre-right coalition until 2006, has split away. Its leader, Pier Ferdinando Casini, says he will not help make either main candidate prime minister. There is also a Marxist-Green alliance, the Rainbow Left, that would doubtless vote for Mr Veltroni if push came to shove. Like the UDC, it needs 8% of the vote in any one region to win seats. Polls give both groupings around 7% nationwide. Beyond the ballot box, then, rears the spectre of a possible stalemate, with one side controlling the Chamber of Deputies and the other the Senate.

That explains why both candidates have been urging voters to cast “useful” votes and hinting at a readiness to cut deals after the ballot. These are not the only points of agreement in a campaign that has been bland by Italian standards. To meet Mr Berlusconi's attacks on the Prodi administration, Mr Veltroni is, like his opponent, offering to cut taxes. Both promise higher pensions. Mr Berlusconi has also promised to stop the planned sale of Alitalia to Air France. But with the world economy deteriorating and Italy lumbered with a public debt that still exceeds GDP, whoever takes office will find promises much easier to make than to fulfil.

(C) The Economist

Taking Out the Trash

Silvio Berlusconi e Walter Veltroni, insieme. Insieme come unica arma possibile per rilanciare l'Italia. A suggerirlo sono tre giornalisti del celebre settimanale "Newsweek", distribuito in tutto il mondo. La copertina di questa settimana è dedicata a quello strano mostro mitologico detto "Veltrusconi"... Ecco la loro lettura del futuro politico italiano.

Eating mozzarella cheese is becoming a test of patriotism in Italy. But not just any mozzarella. No, this has to be cheese made from the milk of water buffaloes raised in the region around Naples. The product is a prestige export and the industry is vital to the local economy, but after years in which mountains of garbage have piled high on Neapolitan streets and people have taken to dumping rotting refuse more or less anywhere they please, poisonous dioxins have started turning up in the buffalo milk. The levels are only fractionally above European norms. But the crisis is so symptomatic of what's gone wrong in Italy that it's become an issue in the current political campaign.


"When was the last time you ate buffalo mozzarella?" NEWSWEEK asked center-left candidate for prime minister Walter Veltroni on a dusty campaign bus rumbling through the Sicilian countryside last week. "A couple of days ago," said the mild-mannered former mayor of Rome. "I'm not afraid. Our world today is a world that embraces fear—and that is what scares me." His tone may be quiet, but after 30 years in politics he knows how to stay on message. His main rival, center-right former prime minister Silvio Berlusconi, has built his political career not least by playing on concerns among small-business owners and conservative Roman Catholics about the power of erstwhile communists like Veltroni in Italian politics. "Fear is something that is easy to sell," says Veltroni. "It is much easier to sell fear than hope. We are investing in hope.”


Yet the greatest fear of each candidate may well be that he'll win—only to preside over yet another Italian government crippled by fractious political parties and shaky coalitions in the two houses of Parliament. Such a regime cannot even begin to save Italy from a mountain of economic and political woes. The economy is flat, verging on recession. Technically a member of the G8, a group of the world's most industrialized countries, Italy has had almost no growth for a decade and salaries, as a function of purchasing power, are half that of Britain. Its debt is so massive that every man, woman, child and newborn is being charged €1,200 a year for interest payments alone. And all signs point to the situation getting worse.


For that very reason, only a few months ago Veltroni and Berlusconi were moving toward each other like old heavyweight fighters asked to sit on the board of the same charity. A jab here, a feint there, and they were just about to get down to the first order of business: an electoral law that would take away the power of the splinter groups that have made and broken so many governments. The then Prime Minister Romano Prodi proved unable to prevent the collapse of his lackluster leftist government (which included 11 parties); new elections were called and Italy looked like it would go back to politics as usual. But that isn't what's happened—and in that fact lies some real hope for the future.


Veltroni refused to run in a coalitionn with the troublesome little parties of the extreme left. Berlusconi teamed up with some of his old allies, but made it absolutely clear it was all about him, not them. For the first time in modern Italian history, the election, to be held on April 13 and 14, presents the semblance of a real two-party contest. If the candidates are serious about solving Italy's problems, they'll leave the door wide open to the possibility of a "grand coalition" once the votes are counted—even if neither is quite ready to say yes to that proposal in public, although Veltroni strongly hints that he would. Berlusconi rejects the idea for the moment, but has joked that their policies on several issues are so close that Veltroni has been stealing from his platform.


The personalities don't mix well, that's for sure. Berlusconi, a former singer on cruise boats who became a billionaire by building an empire of privately owned television stations, is without question Italy's most entertaining politician. During his one full term as prime minister, from 2001 to 2006, Berlusconi's family not only kept control of his own empire, but he gained control of the powerful state broadcasting networks. He also has major interests in leading media outlets. Although the courts have pursued Berlusconi relentlessly on various charges of shady business dealings, he managed to beat the rap in every case. Now 71, he looks much younger, thanks to his undeniable personal energy and a few equally undeniable cosmetic touches, including the color and quantity of his hair.


Veltroni, at 52, would be the youngest prime minister ever elected in postwar Italy, but his look is gray with glasses, a little disheveled, shy and professorial. But Veltroni is no neophyte. His career in politics goes back 30 years, beginning as a young activist in the Italian Communist Party and developing into a full-blown apparatchik. After the collapse of the Soviet Union discredited the message, Veltroni saw centrism as the key to his political future. Compared with the previous leader of the left, the soporific Prodi, Veltroni appears animated even when he's understated. Like any shrewd politician he tries to turn his opponent's strengths against him. "For the past 15 years," he tells a crowd in the Sicilian town of Caltanissetta, "politicians have focused on TV and advertising as if these are the real issues in the country." But Veltroni is not above borrowing, quite blatantly, from the mediagenic campaign of a star in the United States. His slogan is pure Barack Obama: "Si può fare"—"Yes we can."


What would it take to turn "yes we can" into "Silvio and I can"? Conventional wisdom holds that if there were to be a grand coalition, it would come together mainly for electoral reform and then, in relatively short order, everyone would be back at the polls. Yet the basic agenda for Italy may be better addressed by keeping that coalition together. Much of what needs to be done is painful. A weak government can't make it work, and the country's two leading politicians could conclude they're better off taking joint responsibility rather than shouldering the blame for the pain alone. Perhaps most crucial are welfare and labor reforms. Unemployment is low, but so are salaries, trailing behind Spain and Greece. One reform on which both candidates could agree would be to encourage work by lowering taxes on overtime, as the French are doing. Both candidates also recognize the need to make provisions for workers employed on short-term contracts. Their incomes are too low to live on, and they have no income at all when their contracts run out. Equally urgent is the need to reform public administration. The Italian state costs the taxpayer more than the German state does, but provides considerably less. Berlusconi wants to reduce public expenditure by one point every year. Veltroni would do the same, but wants to wait a year before beginning.


An issue that rankles the electorate is the high salaries and seemingly limitless perks of Italy's political class. Again, only a grand-coalition government would stand a prayer of cutting those perks and salaries. And when it comes to taxes, and it always does, both Veltroni and Berlusconi want them reduced. Berlusconi would like to see the total burden on income taken below 40 percent, down from 44 percent now. Both want to spur tourism by reducing the value-added tax on things like travel-agency bookings. The Prodi government halted or canceled several big public works and infrastructure projects that Berlusconi had begun. He wants to restart them. So does Veltroni. The only major difference is whether to build a bridge across the Strait of Messina between the mainland and Sicily. Berlusconi wants it. Veltroni's core constituents on the island aren't so enthusiastic.


In the town of Caltanissetta, deep in Sicily's hinterland, 75-year-old pensioner Emilio Serra listened to Veltroni's calls to escape the old chaos of multiple parties with a certain bemused wonderment. "It is more an American way of thinking," says Serra. "I don't see why that wouldn't work here, but I don't think the politicians will allow something so sane." If they do not, then Italy's mad decline will only continue—and that would be something to fear indeed.


Barbie Nadeau
Jacopo Barigazzi
Christopher Dickey

(C) Newsweek

La memoria di San Sabba

“L’ebraismo mondiale è stato durante i sedici anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile col fascismo. Tuttavia gli ebrei di cittadinanza italiana, i quali abbiano indiscutibili meriti militari o civili nei confronti dell’Italia e del regime, troveranno comprensione e giustizia. Quanto agli altri, si seguirà nei loro confronti una politica di separazione: alla fine il mondo dovrà forse stupirsi più della nostra generosità che del nostro rigore. A meno che i semiti d’oltre frontiera e quelli dell’interno – e soprattutto i loro improvvisati e inattesi amici che da troppe cattedre li difendono – non ci costringano a mutare radicalmente cammino”.

Siamo a Trieste, 18 settembre 1938. Dal municipio, di fronte alla folla assiepata in piazza Unità d’Italia, Benito Mussolini annuncia ufficialmente l’istituzione delle leggi razziali. La questione razziale, anche in Italia, è diventata “in politica interna il tema di più scottante attualità”: gli imperi, continua Mussolini, si tengono con il prestigio e “per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime”. Settant’anni fa, nella cornice di una delle più belle piazze d’Europa, l’Italia si accodava ufficialmente alla Germania nazista nel tunnel dell’antisemitismo e della tanto sbandierata inferiorità della razza ebraica.

Ricordare le leggi razziali, con tanto di “Manifesto degli scienziati razzisti” e del quindicinale “La difesa della razza”, è ripercorrere la tragedia di tutti gli ebrei d’Italia. Un tragedia che tocca l’abisso – con l’occupazione nazista di parte della penisola italiana – nel 1943: è in quell’anno, precisamente il 16 ottobre, che la comunità ebraica romana viene deportata. Negli stessi anni, l’Europa centro-orientale è costellata dei campi di concentramento nazisti: l’orrore si manifesta concretamente in Germania (Bergen Belsen, Ravensbruck, Neuengamme, Dachau, Buchenwald, Flossenburg, Sachsenhausen), Polonia (Auschwitz, Belzec, Treblinka, Sobibor, Chelmno, Lipoma, Majdanek, Stutthoff), Austria (Mauthausen).

Ripercorrere l’orrore non implica necessariamente un viaggio ad Auschwitz o una visita al memoriale Yad Vashem di Gerusalemme. Anche in Italia, infatti, i nazisti hanno lasciato ampie tracce della loro politica di annientamento degli ebrei e degli oppositori: a Bolzano, a Fossoli, a Carpi. E poi a Trieste, la città della promulgazione delle leggi razziali: qui, in una risiera appositamente riadattata, si trova l’unico campo di concentramento su suolo italiano provvisto di forno crematorio. Si tratta della Risiera di San Sabba, un monumento alla Memoria sito a pochi chilometri dal centro della città, e ancora poco conosciuto dalla popolazione italiana se paragonato ai (tristemente) più celebri campi tedeschi e polacchi.

La scelta di Trieste come “tappa dello sterminio” non è causale. Oltre che per ragioni geografiche – per la sua posizione, Trieste favoriva lo smistamento di gran parte degli ebrei verso i campi di sterminio del centro Europa –, la città è sempre stata un importante crocevia per la comunità ebraica. Ebrei erano molti dei suoi intellettuali, a partire da Umberto Saba. Ebrei molti esponenti della borghesia cittadina, tra i quali figurano i fondatori delle Assicurazioni Generali e quello del blasonato quotidiano cittadino “Il Piccolo”, Teodoro Mayer. Non è un caso, allora, che la sinagoga di Trieste sia una delle più grandi d’Europa: vistandola (la sinagoga apre le porte per visite guidate la domenica mattina e il giovedì pomeriggio) si scoprirà come i nazisti pensassero addirittura di trasformarla in una piscina. Ma non c’era molto tempo per disfarsene: il risultato è che la sinagoga – insieme al museo ebraico Carlo e Vera Wagner – è oggi ancora qui. Insieme alla terribile Risiera di San Sabba.

È incredibile, per il visitatore della Risiera, pensare a quanto un campo di concentramento possa essere vicino alla città. Da piazza Goldoni basta prendere l’autobus 10: sono meno di cinque chilometri. La Risiera, oggi, è circondata da industrie e dallo stadio cittadino. Un lungo tunnel a cielo aperto conduce direttamente nel cortile centrale, attorno al quale ruotano le stanze di prigionia così come i musei. Al centro esatto del cortile, un solco: qui c’era il forno crematorio, fatto esplodere dai nazisti per non lasciare tracce. Ma le tracce, sui muri e sul pavimento lucido, restano eccome: così come resta, preannunciato da una lunga striscia di piastrelle, il luogo dove si trovava il camino. Una scultura cupa ed essenziale, lanciata minacciosamente verso il cielo, ricorda il fumo dei terribili anni quaranta.

La Risiera – divenuta campo di concentramento e in seguito campo profughi – è oggi il risultato del lavoro di ristrutturazione portato a termine nel 1975. Nel gennaio 1966 il comune di Trieste emette un bando ufficiale per rendere l’ex-risiera monumento alla Memoria: partecipano dieci gruppi di architetti, ma il risultato è un nulla di fatto. A spuntarla sarà infine Romano Boico, celebre architetto triestino che presenta un secondo progetto dopo la chiusura del primo concorso. Alla base del progetto, una missione: “Rammemorare le vittime, ammonire i viventi”. Un obiettivo reso possibile dall’essenzialità delle forme e dal silenzio imperante: emozioni fortissime controbilanciate da istanze didattiche nei due musei, quello sulla Risiera e quello sulle vicende storiche della regione.

Così l’architetto descrive il suo lavoro: “La Risiera semidistrutta dai nazisti in fuga era squallida come l’intorno periferico: pensai allora che questo squallore totale potesse assurgere a simbolo e monumentalizzarsi. Mi sono proposto di togliere e restituire, più che di aggiungere. Eliminati gli edifici in rovina ho perimetrato il contesto con mura cementizie alte undici metri, articolate in modo da configurare un ingresso inquietante nello stesso luogo dell’ingresso esistente. Il cortile cintato si identifica, nell’intenzione, quale una basilica laica a cielo libero. L’edificio dei prigionieri è completamente svuotato e le strutture lignee portanti scarnite di quel tanto che è parso necessario. Inalterate le diciassette celle e quelle della morte. Nell’edificio centrale, al livello del cortile, il Museo della Resistenza, stringato ma vivo. Sopra il Museo, i vani per l’Associazione deportati. Nel cortile un terribile percorso in acciaio, leggermente incassato: l’impronta del forno, del canale del fumo e della base del camino”.

L’orrore che si prova nel visitare la Risiera sta tutta nelle minuscole celle adibite alla detenzione dei prigionieri: più le guardi, più ti chiedi come potessero sopravviverci sei persone contemporaneamente. E poi sta nel cortile, osservato attraverso le inferiate nere della cella della morte: sembra di vederlo ancora, il forno, il cui perimetro è marchiato a fuoco sulle mura dell’ex opificio. Ma ancora più forte è il dolore racchiuso negli oggetti: gli occhiali, gli orologi e la lettera di un ragazzo che scrive a fidanzata e genitori come la sua morte “per voi sarà cosa tremenda, per la massa sarà il nulla”. Tra questi oggetti, compaiono poi due polveri diametralmente opposte: un’ampolla di cenere proveniente da Auschwitz e una di sabbia proveniente da Gerusalemme. L’orrore che fu – inaugurato per l’Italia dalle leggi razziali – e la speranza nel futuro – rappresentata dalla fondazione dello Stato d’Israele, dieci anni più tardi.

Nella Risiera di San Sabba trovarono la morte migliaia di oppositori politici, partigiani italiani, sloveni e croati. I moltissimi ebrei che transitarono dalla Risiera, invece, trovarono in buona parte la morte ad Auschwitz e nei lager nazisti dell’Europa centrale. Il forno crematorio venne messo in funzione il 4 aprile 1944, per poi essere distrutto tra il 29 e il 30 aprile 1945 dai tedeschi in fuga. La cremazione notturna dei cadaveri era seguita dal trasbordo delle ceneri al porto di Trieste, dove venivano gettate in mare. Visitare la Risiera, oggi, significa fare un viaggio negli orrori della storia fascista e nazista: fin qui, viene da pensare davanti allo scheletro del forno e alle braccia nere che simboleggiano il camino fumante, l’uomo è riuscito a spingersi fin qui. E anche l’Italia, in tutto questo orrore, ha il suo pesante carico di responsabilità.

L'Occidentale

27 marzo 2008

Quando parlano le armi, gli scrittori non devono tacere

Su "La Stampa" di oggi, Geraldine Brooks spiega il suo no al boicottaggio della Fiera del Libro di Torino. La Brooks ha vinto il premio Pulitzer con il romanzo "L'idealista" (Neri Pozza) ed è stata corrispondente di guerra - anche sul fronte israelo-palestinese - per "Wall Street Journal", "New York Times" e "Washington Post".

Come corrispondente estera incaricata di coprire il conflitto israelo-palestinese, ho dormito per terra nelle affollatissime baracche dei profughi di Gaza e della Cisgiordania. Sono mezza soffocata per i gas urticanti, mentre madri agitatissime, prese in mezzo al fuoco incrociato, cercavano invano di trascinare al sicuro i loro bambini. Ho aspettato sotto il sole cocente nelle lunghe code ai posti di blocco, mentre giovanissimi soldati israeliani vessavano e umiliavano i palestinesi che andavano ai loro malpagati lavori. Come membro del consiglio di una Fondazione che offre borse di studio universitarie a profughi palestinesi dotati ma poveri, ho fatto sterili pressioni per tirar fuori studenti innocenti da quella prigione che è Gaza sotto il blocco israeliano.

Eppure io non boicotterò la Fiera del Libro di Torino e sono dispiaciuta che così tanti scrittori arabi abbiano invece deciso di farlo. Dicono di agire per protesta contro il presunto omaggio della Fiera ai sessant’anni dello Stato israeliano. Non si ottiene però nulla dall’assenza proprio di quelle voci che più ardentemente possono sostenere la causa araba. Perché scegliere il silenzio rispetto al dibattito? Il ritiro rispetto all’impegno? In questo atto di negazione e di assenza, io sento l’eco dei tanti errori che nei decenni hanno costellato la tragedia israelo-palestinese.

Se il protetto di Hitler Haj Amin Al Husseini e i suoi alleati non avessero combattuto la spartizione nel 1948, se il capo della Lega Araba, Azzam Paha, non avesse chiesto a gran voce una «guerra di sterminio e un colossale massacro», oggi i palestinesi potrebbero celebrare i sessant’anni di un loro Stato pacifico e prospero. Se il vertice arabo di Khartoum non avesse risposto con i tre «no» (al riconoscimento di Israele, alla trattativa, alla pace) all’offerta israeliana di negoziare la restituzione della terra dopo la Guerra dei sei giorni, le colline della Cisgiordania non sarebbero state schizzate di insediamenti israeliani incontrollati, le sue falde acquifere prosciugate e il suo accesso spezzettato dalle strade israeliane. Se Arafat non avesse voltato le spalle agli Accordi di Camp David del 1979, i palestinesi non sarebbero dove sono ora, ingabbiati come animali dal potere militare israeliano, mentre il nichilismo di Hamas minaccia di condannare un’altra generazione all’oppressione e alla sofferenza.

Gli scrittori arabi dovrebbero portare le loro voci eloquenti e poetiche a Torino. Se, come sostengono, la scelta di Israele come ospite d’onore è pura propaganda, allora controbattano. Facciano sentire le loro ragioni. Rifiutino le bugie, se vengono raccontate; raccontino le storie dei dimenticati e degli invisibili. Il cambiamento arriva dal rumore, non dal silenzio. Mostrino al mondo una faccia cortese e pensosa, anziché quei visi esaltati di estremisti in festa per l’assassinio di civili che sono diventati l’immagine corrente dei palestinesi. In un conflitto dove le armi e le bombe parlano più forte, facciano sentire invece la letteratura e la poesia.

Il poeta israeliano Aaron Shabtai, che si è unito al boicottaggio, dice che «non c’è motivo per celebrare» i sessant’anni di esistenza di Israele. Eppure Israele ha prodotto una vitalissima cultura letteraria, facendo pure rivivere una lingua morta. Questo non merita una celebrazione? La letteratura di Israele è autocritica e dissidente. Questo non merita una celebrazione? E se non lo meritano loro, lo merita quella libertà di coscienza che consente a Shabtai di esprimersi senza timore di una rappresaglia di stato. Quando, negli Anni 80-90, lavoravo come giornalista in Medio Oriente, Israele mi concedeva la piena libertà di aggirarmi per i Territori occupati e intervistare chi volevo. Invece per andare nei campi profughi palestinesi della Giordania dovevo avere un permesso speciale del governo ed essere accompagnata da un uomo dell’apparato di sicurezza, la cui presenza tratteneva i palestinesi dal parlare liberamente. In Egitto, dove vivevo, mi si mentiva in continuazione e mi si ostacolava quando cercavo di avere notizie, soprattutto sulla germogliante popolarità dei movimenti islamici. Se gli scrittori palestinesi, egiziani o giordani non riescono a fare causa comune con gli scrittori israeliani che sono critici verso la politica del loro governo e la brutalità dell’occupazione, chi sanerà la spaccatura? Se gli artisti, le cui opere formano il pensiero delle società, non possono incontrarsi e conversare su un terreno neutro, che opportunità di farlo possono avere i politici?

Io celebro la sopravvivenza di Israele ma insieme deploro la sua brutale occupazione. Boicottate in tutti i modi la Fiera del libro di Torino se non desiderate la soluzione dei due Stati, se non avete la speranza che uno Stato israeliano e uno Stato palestinese possano un giorno prosperare in pace, fianco a fianco, sui loro stretti frammenti di terra. Se invece sperate in questo esito, allora il dialogo fra artisti e scrittori è il prerequisito indispensabile.

Sono stata invitata a Torino a parlare del mio romanzo, I custodi del libro, che segue le tracce di un manoscritto ebraico attraverso secoli di guerre e terrore. Il romanzo mi è stato ispirato da un libro vero, la Haggadah di Sarajevo. Questo libro di preghiere, prodotto in Spagna intorno al 1350, quando musulmani, cristiani ed ebrei vivevano fianco a fianco in spirito di accettazione reciproca e scambio intellettuale, è il frutto di influenze culturali incrociate. In quei giorni, eruditi musulmani lavoravano a fianco di ebrei e cattolici nei «Padiglioni del libro», traducendo in arabo o in ebreo o in latino i trattati scientifici e filosofici delle Accademie di Baghdad o del Cairo. La Haggadah, almeno due volte venne salvata dalla distruzione grazie a mani musulmane. La storia di questo libriccino mi ha ispirata perché mostra che anche in tempi in cui la maggior parte della gente viene trascinata in una frenesia di demonizzazione della «alterità», ci sono sempre stati individui che seppero vedere attraverso la vuota retorica della propaganda e capire che quanto ci unisce in quanto esseri umani è sempre più di quanto ci divide.

Torino potrebbe essere un «Padiglione dei libri» dei giorni nostri, dove israeliani, arabi e chiunque sia preoccupato per l’esito del conflitto si incontrano per argomentare, discutere, ascoltare e imparare gli uni dagli altri. Un boicottaggio non realizzerà nulla di tutto ciò.

Geraldine Brooks
(C) La Stampa

Andi, un giovane eroe contro l’Islam radicale

Per combattere il terrorismo islamico, la maggior parte dei Paesi si affida all'esercito e all'intelligence. Per prevenirlo, invece, c'è chi ha scelto di affidarsi a un'arma inconsueta: i fumetti. È quanto sta accadendo in Renania Settentrionale - Westfalia, quarto Stato tedesco per superficie e primo in quanto a popolazione e ricchezza. Ma per l'iniziativa hanno espresso interesse anche Austria, Danimarca, Giappone e Stati Uniti.

L'idea di utilizzare il fumetto per contrastare possibili "deviazioni" giovanili risale in realtà al 2004, quando alcuni funzionari tedeschi commissionarono delle strisce per mettere in cattiva luce gruppi politici di estrema destra e neonazisti: protagonista delle avventure era Andi, studente-eroe in lotta contro xenofobia e razzismo. Ora, invece, ad essere preso di mira dai disegnatori è il fondamentalismo islamico, la cui diffusione presso i giovani di Paesi come Germania, Inghilterra e Olanda assume dimensioni sempre più preoccupanti.

A combattere la potenziale diffusione dell'Islam radicale presso i giovani è ancora una volta lo studente Andi, affiancato in questa nuova serie dalla fidanzatina musulmana Ayshe e da suo fratello Murat, che cade nella rete di un "predicatore dell'odio". Le vicende dei tre sono finalizzate a mostrare le differenze che intercorrono tra l'Islam pacifico e tollerante della ragazza e quello fondamentalista del predicatore, così come i rischi ai quali vanno incontro giovani musulmani come Murat - facile preda della predicazione che giunge da moschee vicine agli ideali del terrorismo internazionale.

Il fumetto, stampato in 100.000 copie, è stato distribuito in tutte le scuole secondarie della Renania Settentrionale - Westfalia. E il ministero dell'Interno della regione tedesca, stando alle parole di Hartwig Moeller (a capo del dipartimento per la salvaguardia della costituzione), sembra dare grande importanza all'iniziativa. Ovviamente, con tutte le cautele del caso: "Siamo sempre stati molto attenti a non ferire i sentimenti delle persone e a non provocare rabbia disegnando una caricatura dell'Islam", afferma Moeller, con implicito riferimento alla vicenda delle vignette danesi raffiguranti il profeta Maometto.

"Abbiamo dovuto chiarire che non ce la stavamo prendendo con i musulmani, ma con quelle persone che strumentalizzano l'Islam per fini politici" continua Moeller, che da anni dedica buona parte del suo lavoro ministeriale all'educazione civile dei giovani. I fumetti di Andi, che graficamente riprendono lo stile dei manga giapponesi, parlano ad un pubblico che va dai 12 ai 16 anni e vengono letti dagli studenti nel corso delle lezioni di religione ed educazione civica. Il costo del progetto, sottolinea Moeller, è molto contenuto: 30.000 €, disegnatori e processo di stampa compresi.

Volendo trovare un paradosso, spiega il responsabile dell'Interno, è che l'idea del fumetto è venuta proprio dai nemici che si cerca di combattere: "Abbiamo imparato da loro. È esattamente a quest'età (12-16 anni, ndr) che gli islamisti provano, attraverso scuole coraniche e altri strumenti, a inculcare valori alternativi". La scelta del fumetto è secondo molti analisti un modo per rispondere alla "narrativa" di Al Qaeda: un mezzo di comunicazione potentissimo, atto a mostrare l'Occidente in guerra contro l'Islam in Iraq e Afghanistan - in un conflitto che i buoni musulmani dovrebbero combattere fino al martirio.

La reazione dei musulmani della regione all'iniziativa del ministero, a dispetto di quello che si potrebbe pensare, è stata complessivamente positiva. Aiman Mazyek, segretario generale del Consiglio Centrale dei Musulmani in Germania, ha dichiarato che "l'approccio di base è buono e giusto, ci spiace solo che le autorità non ci abbiano avvertito in anticipo dell'iniziativa: sarebbe stata ancora migliore". E se la figura del predicatore è un po' "esagerata", Mazyek ammette però che "ci sono persone come quelle, non posso dire che non ci sono".

Resta ora una domanda, a fronte delle strisce di Andi e di analoghe iniziative. Se Al Qaeda offre a molti giovani un senso di identità e giustizia nel quale riconoscersi, i fumetti occidentali possono essere un valido strumento difensivo? Molti psicologi risponderebbero plausibilmente che, affinché le storie di Andi siano efficaci, il ragazzo deve presentarsi come un modello vincente per gli studenti tedeschi; e allo stesso tempo – la questione non è secondaria, vista la scarsa attenzione dedicata all'educazione civica in Stati come il nostro – la scuola deve supportare il più possibile l'iniziativa del governo.

Detto ciò, sono in molti a credere che simili trovate possano sortire un buon effetto. Nel corso di una conferenza sul terrorismo recentemente svoltasi a Stoccolma, l'esperto svedese Magnus Ranstorp ha citato l'esempio della rockstar indonesiana Ahmad Dhani, che ha sfidato l'estremismo con un album molto popolare, "Warriors of Love": dopo aver escluso la necessità di "crociate musicali" europee contro il fondamentalismo, Ranstorp ha posto però il tema cruciale dell'utilizzo dei mass media e di programmi di svago per mettere un freno all'estremismo. E secondo Richard Barrett, funzionario delle Nazioni Unite, personaggi ben costruiti, attori e cantanti possono davvero giocare un ruolo positivo in questa sfida culturale.

Sulle potenzialità dei comics come mezzo di comunicazione, del resto, abbiamo un esempio emblematico in "Persepolis" di Marjane Satrapi, diventato lo scorso anno film di animazione. "Persepolis", primo fumetto iraniano mai realizzato, è stato disegnato dall'autrice nel 2000 e ha esordito in Francia in quattro volumi, vincendo premi e trasformandosi presto in un caso letterario internazionale. Il film, realizzato nel 2007 in collaborazione con Vincent Paronnaud, è stato candidato all'Oscar e ha fatto il giro delle sale cinematografiche di tutto il mondo.

In "Persepolis", l'autrice altro non fa che raccontare la propria storia di giovane iraniana, prima e dopo la salita al potere dei khomeinisti: un modo per mettere in luce, o meglio su carta, tutte le deviazioni di una dittatura feroce. Marjane, in patria, non è più persona gradita: i suoi fumetti, però, hanno avuto il merito di far conoscere ovunque – con una modalità espressiva certo più accattivante di saggi e reportage – come vivono i suoi ex compatrioti e a quali conseguenze ha portato la vittoriosa Rivoluzione Islamica del 1979. E chi lo sa se, proprio grazie a Marjane, molti potenziali fondamentalisti non rivedranno le loro posizioni...

L'Occidentale

26 marzo 2008

I'm PD

Grazie, grazie e grazie. Grazie a Giuseppe Cruciani e a Radio 24 per aver scoperto questa chicca. Se pensavate che con "Meno male che Silvio c'è" avessimo toccato il fondo, non perdetevi questo jingle messo in piedi dal Partito Democratico di Milano sulle note di "YMCA": definirlo "imbarazzante" è semplicemente un eufemismo.

25 marzo 2008

Chiamarsi Cat Stevens

L’unica cosa che non ho capito è perché Magdi Allam, convertendosi al cristianesimo, abbia scelto di chiamarsi Magdi "Cristiano" Allam, ma non sarebbe stato stupendo se avesse scelto di chiamarsi Cat Stevens?
Christian Rocca,
sul suo blog Camillo

La lunga strada verso Pechino



Olimpia, Grecia. Nel corso della cerimonia d'accensione della fiaccola olimpica, che dalla terra ellenica arriverà fino a Pechino, alcuni manifestanti di Reporters sans Frontières hanno protestato contro il rappresentante di Pechino. Questa immagine, in Cina, è stata oscurata dal regime: nessun giornale, nessuna televisione ha potuto mostrarla. Nello stesso istante, però, ha fatto il giro dei media occidentali: giornalismo libero, accusato di falsità dal Partito Comunista cinese. A questa manifestazione, annuncia Reporters sans Frontières, ne seguiranno molte altre: è lunga la strada verso Pechino...

La situazione migliora

La situazione migliora rispetto a pochi mesi fa. Abbiamo dei momenti difficili, è vero, ma la sicurezza in Iraq si sta lentamente rafforzando. Al Congresso dirò che la strada che abbiamo preso è quella giusta. Ed è la sola possibile. È presto per parlare di vittoria ma, continuando così, ci arriveremo.
David Petraeus,
intervistato da "Repubblica"

23 marzo 2008

Magdi Cristiano Allam



Papa Benedetto XVI battezza Magdi Cristiano Allam. La notizia fa il giro del mondo: Drudgereport la mette in apertura, l'Associated Press lo definisce "il più noto musulmano d'Italia, scrittore iconoclasta che condanna l'estremismo islamico e difende Israele". Molti musulmani, manco a dirlo, non hanno gradito.

Oltre l'odio e la violenza. L'altro volto di Israele

Israele, anni Quaranta. Due ragazzi – il Pupo e la bimba – sono cresciuti lontani, lui in un kibbutz e lei a Tel Aviv. A unirli, una passione comune: quella per le colombe, prezioso mezzo di comunicazione negli anni in cui Israele corre spedito verso la dichiarazione d’indipendenza. Entrambi, in luoghi diversi, entrano nelle fila della Resistenza e diventano esperti colombofili sotto l’occhio vigile dell’esperto dottor Laufer. Quando per la prima volta il Pupo e la bimba s’incontrano, è amore a prima vista: sul cielo d’Israele, le colombe trasportano veloci indicazioni militari e messaggi d’amore. Sarà la guerra, scoppiata dopo la proclamazione d’indipendenza, a mettere in forse il futuro di un amore nato sulle ali dei piccioni viaggiatori.

Israele, giorni nostri. Yair è una guida turistica che porta naturalisti e bird-watchers in giro per il paese. È sposato con Liora, una bella americana incontrata nel corso dei suoi tour: alla passione iniziale è subentrata però la freddezza, complice anche la difficoltà che la coppia incontra nell’avere un figlio. La madre di Yair, prima di morire, lascia al figlio una somma cospicua con una precisa missione: cercare una casa tranquilla dove ritrovare se stesso, con un balcone affacciato sul panorama e una doccia per potersi lavare in mezzo alla natura. La ricerca della casa, e la sua sistemazione, diventano per Yair un viaggio nel passato e nella propria storia: e chissà che il futuro non sia lì a due passi, in quella donna capomastro conosciuta da fanciullo e ora responsabile dei lavori di ristrutturazione.

Due piani temporali, due grandi storie, due insiemi di personaggi che s’intrecciano e si guardano da lontano. Meir Shalev, tra i maggiori esponenti della letteratura israeliana contemporanea, continua con Il ragazzo e la colomba – fresco di stampa per i tipi di Frassinelli, nella traduzione della bravissima Elena Loewenthal – il suo viaggio nella storia, nell’amore e nell’essenza dell’uomo che tanto successo aveva riscosso con il bestseller internazionale La casa delle grandi donne. Il ragazzo e la colomba, quanto a grandezza, non è certo da meno: nella speranza di vedere Shalev alla Fiera del Libro di Torino (l’autore ha dichiarato che scioglierà la riserva poco prima dell’evento, a seconda dell’andamento delle polemiche e delle indicazioni dell’editore), a questo romanzo è stato riconosciuto in patria il prestigioso premio Brenner.

Intervistato dall’italiana Radio Tre, Meir Shalev ha rivelato qualcosa del suo lavoro di scrittore. Alla mattina si alza molto presto e lavora fino a mezzogiorno; dopo la pausa pranzo, il lavoro di scrittura prosegue fino al tardo pomeriggio: risultato, dieci ore di lavoro al giorno. Dieci ore quotidiane da moltiplicare per i tre anni circa di gestazione, comuni a questo e agli altri suoi romanzi: si spiega allora così la perfezione di ogni singolo elemento presente ne Il ragazzo e la colomba, la grazia con la quale i due piani temporali si sfiorano per poi tornare a vivere di vita propria. Si capirà anche la profondità dei personaggi (quella del Pupo, di Yair e della bimba), o la loro delicatezza (il signor Meshullam e il dottor Laufer). Il tutto per comporre un mosaico di rara dolcezza, un mondo fatto semplicemente di parole ma capace di commuovere come se in mezzo ci fossimo proprio noi, in carne e ossa.

Al di là della trama, che è meglio lasciare alla curiosità del lettore, il romanzo di Shalev solleva alcune tematiche fondamentali. Primo: Israele. Complici i mass media piuttosto che l’urgenza degli eventi, siamo abituati a immaginare lo Stato ebraico come a una regione tenuta perennemente in scacco dalla paura, bersaglio dei razzi palestinesi e pronta a rispondere con le armi a ogni provocazione. Di rado viene da pensare che, al di là degli scontri ai confini, Israele è prima di tutto uno Stato normale: questo Shalev lo fa sentire con estrema chiarezza, descrivendo il fascino delle sue città, delle sue valli e delle sue campagne. Quello de Il ragazzo e la colomba è un Israele fiabesco, straniato dallo spazio e dal tempo: dentro ci sono piante meravigliose, fiumi rigogliosi, la moderna Tel Aviv e la seducente Gerusalemme. E in cielo scorrono incessantemente moltissimi uccelli: dai più comuni alle gru, che mandano compagni in avanscoperta per trovare un posto sufficientemente sicuro.

Secondo: la guerra. La guerra di Shalev è la guerra che Israele si trova quotidianamente a combattere, contro tutti coloro che negano il suo diritto a esistere. Ma nei personaggi di Shalev non c’è spazio per il rancore, o per il desiderio di vendetta: la guerra è vissuta come parte integrante della vita degli israeliani, e i più giovani vi si accostano con senso del dovere. Tutti sentono di dover fare qualcosa per il proprio paese, e se il Pupo non è bravo a sparare potrà sempre seguire un battaglione con la colombaia in spalla: pronto a lanciare un piccione per avvertire gli altri soldati dei pericoli e delle strategie sul campo.

Terzo: la casa. La casa, la sua anima, il suo corpo, la sua ricerca: il tema pervade ogni singola riga di Shalev. È la casa, in fondo, il vero protagonista de Il ragazzo e la colomba: la casa cercata da Yair in mezzo alla natura, piuttosto che un appartamento a Tel Aviv o la colombaia centrale per i piccioni viaggiatori. E poi la casa per eccellenza: Israele, anche se Shalev (da grande autore quale è) non lo suggerire esplicitamente. Israele come terra promessa, certo, ma anche come casa normale per gente comune: una casa sicura dove vivere felici, come la villa fatta ristrutturare da Yair che diventa una metafora di quello che Israele vorrebbe tanto essere. Uno Stato tranquillo, capace di convivere e dialogare con i propri vicini di casa.

E gli israeliani, di metafora in metafora, che altro sono se non le colombe? Senza un particolare senso dell’orientamento, ma sempre capaci di ritrovare la strada che porta a casa, verso la colombaia dalla quale sono partite. Quello che gli ebrei, per troppi secoli, hanno cercato di fare fino al miracolo della creazione dello Stato d’Israele: una colombaia centrale aperta a tutti gli ebrei del mondo che dovessero sentire nostalgia di casa. Oltre le grandi metafore, oltre la commovente storia partorita dalla mente di Shalev, c’è infine lo splendore della sua prosa: fluida e avvolgente, capace di penetrare nelle nostre pieghe più segrete. Una prosa che è riuscita a imbastire la miglior scena di morte in guerra che io ricordi.

C’è chi crede che una linea invisibile leghi l’opera e le vite di tre grandi scrittori come Balzac, Dostoevsij e Dickens. Tutti e tre, infatti, hanno raccontato la società dei loro paesi (Francia, Russia e Inghilterra) meglio di quanto abbiano mai fatto saggi e manuali storici sull’Ottocento. Negli uomini di Balzac e Dostevskij, così come in quelli di Dickens, c’è tutto l’Ottocento: quello della borghesia in ascesa e dei poverissimi nelle strade, quello dei sogni e delle illusioni perdute. Qualcosa di simile, oggi, accade con la letteratura israeliana. Qualitativamente tra i migliori al mondo, i romanzieri israeliani trasmettono l’essere ebrei, il sogno d’Israele, il difficile rapporto con i vicini palestinesi e il terrore di una minaccia sempre incombente meglio di qualsiasi saggio o reportage. In questa schiera di storici e sociologi con l’animo da letterati, Meir Shalev occupa una posizione d’assoluto rilievo: Il ragazzo e la colomba è qui per dimostrarlo.

L'Occidentale

22 marzo 2008

Se Scarlett si dà a Waits...

Scarlett Johansson ama la musica: non è una novità. Già ai tempi di "Lost In Translation", ci aveva regalato una bella interpretazione canora con "Brass In Pocket" dei Pretenders:




Poi è passata a interpretare "Summertime", per l'album no profit "Unexpected Dreams - Songs From The Stars":




L'esordio davanti al grande pubblico è venuto al Coachella Festival nell'aprile 2007, insieme ai Jesus And Mary Chain autori di "Just Like Honey" (canzone di chiusura in "Lost in Translation"):




E dopo aver preso parte insieme a molti altri vip a "Yes We Can", canzone in supporto alla campagna di Barack Obama, è venuto il momento di un album tutto suo. Il 20 maggio uscirà "Anywhere I Lay My Head", con David Bowie ad accompagnare Scarlett in due pezzi. Eccezion fatta per un inedito, la tracklist sarà interamente composta da cover di Tom Waits. Aspettiamo fiduciosi...

21 marzo 2008

"Sbagliato rinunciare all'arma dei giochi. Siamo in tempo"

Che fare con la Cina? Boicottare le Olimpiadi o rendere omaggio al partito comunista? Come sempre, il filosofo francese Bernard-Henri Lévy ha le idee molto chiare. L'articolo è comparso oggi sul "Corriere della Sera", nella traduzione di Daniela Maggioni.

Le Olimpiadi, ci dicevano, avranno l'effetto di aprire automaticamente la Cina al mondo e, quindi, alla democrazia. I cinesi, ci dicevano, sapendo che saranno osservati come non lo sono mai stati, desidereranno offrire un'immagine decente di se stessi e del loro regime. La verità obbliga a dire che, per il momento, si è verificato esattamente il contrario.

È stata espulsa dalle città la gente povera e improduttiva. È stata accelerata la distruzione degli hutong, i quartieri popolari al centro di Pechino. È stato così moltiplicato il numero dei senzatetto che, ammassati nelle bidonville, hanno accentuato il fenomeno di miseria e di insalubrità contro il quale si pretendeva di lottare. Sono stati imprigionati, spesso senza processo, migliaia di possibili dissidenti. E i più coraggiosi dei loro difensori — secondo l'articolo 306 del Codice penale del 1997 che permette d'incarcerare ogni avvocato sospettato di «manipolare o distruggere prove» — sono stati arrestati, sequestrati, messi in condizione di non nuocere. È stata fatta piazza pulita nella stampa. Acquistate dalla società francese Thales antenne paraboliche per disturbare i programmi in cinese delle radio anglosassoni. Si sono moltiplicate nelle campagne le sommosse, ma la stampa locale si è guardata bene dal farsene portavoce. Il ritmo delle esecuzioni capitali non sembra essere diminuito, ma ciò non scuote una stampa internazionale che, invece, è libera di scrivere quel che le pare. Non è diminuito il traffico di organi prelevati dai corpi dei torturati. E non sono diminuiti i campi da lavoro registrati dalla Laogai Research Foundation. Insomma, o l'effetto «ripulitura di facciata » non ha avuto conseguenze, oppure ha intensificato, al contrario, le violazioni dei diritti umani. Ed ecco scatenarsi in Tibet la repressione più brutale che la «Regione autonoma » abbia conosciuto da quella guidata 18 anni fa, subito dopo Tienanmen, dall'attuale Presidente, Hu Jintao.

Quali sono le circostanze esatte di questa nuova repressione? E che credito bisogna accordare alla logorrea ufficiale sul «secessionismo» tibetano e la volontà dei suoi capi spirituali di utilizzare il periodo preolimpico per far ascoltare la loro voce? Al limite, poco importa. Quello che importa è che, come 18 anni fa, si sia sparato con freddezza sulla folla. Che la capitale, Lhasa, sia stata trasformata, nel momento in cui scrivo, in zona di guerra e tenuta sotto stretto controllo da forze di polizia e carri armati, isolata dal mondo. E che i cinesi abbiano mostrato una sovrana indifferenza agli stati d'animo di un Occidente che disprezzano. Avvertiti della nostra pusillanimità durante i massacri in Darfur e le violenze in Birmania, i cinesi hanno capito, o creduto di capire, che noi non ci saremmo dati maggiormente da fare se avessero messo il Tibet a ferro e a fuoco.

Di fronte a tale cinismo, insisto nel pensare che sia ancora possibile tenere il linguaggio della fermezza, che secondo i cinesi non osiamo articolare perché siamo troppo vigliacchi o dipendenti da loro. Non è troppo tardi per utilizzare l'arma dei Giochi ed esigere da loro, almeno, che smettano di uccidere e applichino alla lettera la Costituzione sull'autonomia regionale tibetana.

Pechino non cederà? I boicottaggi non funzionano? Non si sa mai, finché non si è tentato. Non abbiamo nulla da perdere se ci proviamo, e i popoli cinese e tibetano hanno, invece, tanto da guadagnarci! Non si mescolano sport e politica? Non si priva il mondo di un grande divertimento come le Olimpiadi? D'accordo, amici sportivi. Ma non invertiamo i ruoli. Sono i cinesi a rovinare la festa. Sono loro che disprezzano i principi dei Giochi olimpici. Sono loro i responsabili se la fiaccola, che in maggio sarà innalzata sull'Everest, passerà letteralmente sui corpi di uomini di preghiera e di pace assassinati. Ed è a causa loro, infine, a causa dei macellai di Tienanmen e, adesso, del Tibet, se l'agosto prossimo, quando voi sportivi difenderete le vostre medaglie di fronte ad atleti trattati con anabolizzanti, sottoposti a trasfusioni, trasformati in semi-robot, dovrete correre, lottare, sfilare in stadi macchiati di sangue.

È ancora possibile salvare sport, onore e vite umane. È ancora possibile, rischiando, come ha appena fatto Barack Obama, evocare la possibilità, semplicemente la possibilità, del boicottaggio, e dire sì all'ideale olimpico e dire no ai Giochi della vergogna. È mezzanotte meno cinque, anche laggiù.

Bernard-Henri Lévy
(C) Corriere della Sera

La cattiva gestione di una scelta giusta

Cinque anni di guerra in Iraq. Insieme a tanta retorica e partigianeria, una riflessione per quanto possibile obiettiva e super partes. L'autore è Christopher Hitchens, celebre editorialista di svariati giornali americani. In Italia, l'articolo è comparso ieri sul "Corriere della Sera", tradotto da Rita Baldassarre.

Sotto molti aspetti, l' «anniversario» di una «guerra» non è l' occasione più propizia per un bilancio di ciò che è stato l' intervento anglo-americano in Iraq. Nei saggi che compongono A long short war: the postponed liberation of Iraq (Una lunga guerra lampo: la liberazione ritardata dell' Iraq), dissento con chi immagina che le ostilità siano realmente «iniziate» con un certo ordine emanato da George W. Bush nella primavera del 2003. Sin dal 1968 gli Stati Uniti iniziarono a intromettersi su larga scala negli affari del Paese, con il ruolo svolto dalla Cia nel colpo di Stato che portò al potere l' ala del partito Baath capeggiata da Saddam Hussein. Non più di un decennio dopo, ci sono prove schiaccianti che gli Usa acconsentirono tacitamente all' invasione irachena dell' Iran, decisione destinata a infliggere danni morali e materiali di tali proporzioni da superare ampiamente le tragedie degli ultimi anni. Nel frattempo, ricordiamo anche la falsa promessa di sostegno ai rivoluzionari curdi da parte di Henry Kissinger, che li incoraggiò a fidarsi dell' appoggio americano per poi tradirli e abbandonarli nel modo più cinico e brutale. Se avete ancora il coraggio di tenere gli occhi puntati su questi spezzoni di attualità, arriverete al momento in cui anche Saddam passa dall' altra parte e si mette a corteggiare Washington, raccogliendo i massimi consensi nella capitale americana proprio nei giorni in cui lancia la sua campagna di sterminio nelle province del nord, e conservando il favore americano fino al punto in cui decide di «mangiarsi» il vicino kuwaitiano. In ogni decisione successiva, da quella di accorrere in aiuto al Kuwait, a quella di lasciare al potere Saddam, fino alle decisioni di imporre sanzioni internazionali all' Iraq, la politica estera americana ha riscosso un tasso assai elevato di partecipazione pubblica. Se sono sinceri con se stessi, gli americani devono ammettere di non essere mai stati spinti in guerra «con la menzogna». Semmai si sono resi conto progressivamente che l' alternativa era tra la collusione protratta con Saddam Hussein e la decisione di chiudere la partita con lui. Il discorso del presidente alle Nazioni Unite del 12 settembre 2002, per affermare che era venuto il momento di mettere anche il tiranno iracheno davanti a questa scelta, fu senz' altro il miglior discorso dei suoi due mandati presidenziali e certamente quello che ha dato adito al maggior numero di equivoci. Si ritiene comunemente, e a torto, che il discorso di Bush abbia fatto luce unicamente su due aspetti del problema, ovvero il rifiuto del regime di Saddam di accettare la risoluzione riguardante le armi di distruzione di massa e la complicità dei baathisti con la ragnatela dei gruppi terroristici islamici. Il rifiuto sprezzante di Bagdad di recepire la risoluzione dell' Onu (e non necessariamente la disponibilità effettiva di armi di distruzione di massa) rappresenta una violazione eclatante e facilmente dimostrabile della legge internazionale. Le più recenti stime degli esperti oggi hanno rivelato che il ruolo dei baathisti nel fornire appoggio ai mercanti del terrore suicida fu più esteso di quanto l' opinione pubblica mondiale non potesse sospettare. Tutto ciò è stato però oscurato dalla pessima gestione dell' intervento armato, anche se a mio parere tanta incompetenza non basta a condannare l' impresa tout court. Un criminale di guerra è stato sottoposto a pubblico processo. La maggioranza curda e sciita è stata salvata dalla minaccia di un rinnovato genocidio. Un immenso apparato militare e di partito, brutalmente concentrato sulla repressione interna e l' aggressione esterna, è stato smantellato. Sono stati individuati nuovi e immensi giacimenti petroliferi. Si sono tenute elezioni politiche ed è stata proposta una bozza di sistema federale come unica alternativa alla spartizione settaria del Paese. Non meno importante, è stata inflitta una vera e propria sconfitta militare ad Al Qaeda e ai suoi sostenitori. Per estensione, è lecito sostenere che i baathisti siriani non avrebbero abbandonato il Libano, né che la gang di Gheddafi avrebbe consegnato gli arsenali di armi di distruzioni di massa della Libia se non fosse stato per l' effetto a catena innescato dall' abbattimento di quella dittatura. Nessuno di questi sviluppi positivi è stato possibile senza una buona dose di errori e crudeltà. Non riesco a soppesarli, gli uni contro gli altri, come non riesco a controbilanciare la vergogna di Abu Ghraib con la scoperta delle decine di fosse comuni del regime di Saddam. Esiste, tuttavia, una presa di posizione che nessuno può onestamente condividere, ma che molti vorrebbero adottare. Io la chiamo «teoria dell' Iraq alla George Berkeley»: se non abbiamo causato direttamente il crollo di una nazione traumatizzata, allora non dobbiamo sentirci responsabili. Tuttavia, proprio la miseria, il caos e la divisione che suscitano tanta indignazione quando si contempla la situazione irachena, fanno scaturire una domanda inevitabile: come sarebbe stato l' Iraq dopo Saddam senza la coalizione? Occorre ricordare che tutte, o quasi tutte, le opzioni erano già sfumate. Eravamo già coinvolti fino in fondo nella battaglia per la vita o la morte di quel Paese, e il marzo del 2003 indica semplicemente il momento in cui abbiamo deciso di intervenire, dopo un lungo dibattito pubblico, dalla parte giusta e per motivi giusti. E questa decisione ha ancora oggi il suo peso.

Christopher Hitchens
(C) Corriere della Sera

20 marzo 2008

Barack Obama e il discorso sulla razza

Stando alla stampa americana, il discorso sulla razza tenuto da Barack Obama a Philadelphia entrerà nella storia. Come quelli di Lincoln, o di Kennedy. Esagerano? Forse sì, ma è un discorso che resterà.

Bin Laden: guerra santa a Gaza, sulla scia dell'Iraq

Riconquistare la Palestina dopo la vergogna di Annapolis. Come? Seguendo l'esempio iracheno. Il tutto nel nuovo audio di Bin Laden.

McCain in Israele fa un po' il presidente

Due giorni in Israele, nel quadro di un più vasto viaggio in Medio Oriente e nel continente europeo. Mentre Angela Merkel teneva uno storico discorso in tedesco davanti alla Knesset, anche il candidato presidenziale repubblicano John McCain – in qualità di senatore dell’Arizona – ha fatto visita allo Stato ebraico: con lui, i colleghi senatori Lindsey Graham e Joe Lieberman (un ex democratico ora indipendente che, secondo alcuni analisti israeliani, potrebbe diventare segretario di Stato del candidato repubblicano). L’accoglienza riservata a McCain è stata molto calorosa: cittadini e turisti lo hanno applaudito, scandendo quel “Mac is back” che ha fatto da leitmotiv a tutta la sua campagna elettorale.

John McCain è atterrato a Gerusalemme martedì, inaugurando il viaggio con una visita di novanta minuti allo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto. La visita ha profondamente commosso il senatore dell’Arizona, che ha provato in Vietnam – anche se le due esperienze non sono culturalmente e tragicamente comparabili – la sofferenza della tortura e della prigionia. Sul libro dei visitatori, McCain ha scritto di essere “profondamente commosso. Mai più”.

Dopo aver reso omaggio agli ebrei vittime della Shoah, è venuto il momento degli incontri ufficiali. McCain, si è detto, ha visitato Israele in qualità di senatore, con colleghi di pari grado: ma il fatto che il prossimo presidente degli Stati Uniti possa essere lui ha senza dubbio influenzato le tematiche discusse con gli interlocutori. Ed ecco che la visita del candidato, inevitabilmente, è diventata anche un’opportunità per chiarire – presso gli israeliani quanto presso gli americani – le proprie posizioni in materia di politica estera.

Una politica estera che, a differenza di quanto accade in campo democratico, è ben delineata nella testa di McCain. Parlando con il presidente israeliano Shimon Peres, il candidato repubblicano si è detto ben consapevole dell’influenza negativa esercitata dall’Iran sulla regione attraverso l’addestramento, il finanziamento e l’assistenza di gruppi radicali. Peres, soddisfatto di parlare con un candidato in questo senso molto vicino alle posizioni israeliane, ha ricordato come l’Iran non sia solo un problema israeliano: “La combinazione di terrore, capacità nucleari e leadership irresponsabile sono un pericolo per il mondo intero”.

Stessa sintonia è stata registrata negli incontri di mercoledì, tutti incentrati sulla questione palestinese. In mattinata, i tre senatori americani hanno parlato con il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni: stando a Israel Radio, il ministro ha fatto notare a McCain come la situazione sia notevolmente peggiorata dai tempi della sua precedente visita in Israele. “So che condividiamo la stessa comprensione della natura dei pericoli in questa regione” ha detto la Livni: McCain ha confermato, ribadendo che Washington continuerà (sottinteso: in caso di vittoria alle presidenziali) a lavorare per mettere fine alle violenze. Lieberman, che potrebbe prendere il posto di Condoleezza Rice, ha sottolineato poi come tanto Israele quanto gli Stati Uniti siano “obiettivi degli stessi terroristi”.

Da possibile futuro presidente, prima di parlare della questione palestinese McCain ha voluto contattare telefonicamente il presidente dell’Anp Abu Mazen. Dopo averci parlato, McCain si è detto convinto che anche Abbas voglia raggiungere quanto prima un accordo con la controparte israeliana. “Sono certo” ha continuato McCain “che Abbas non supporti quel tipo di attività (terroristiche, ndr) che prendono corpo a Gaza”. Abu Mazen, dopo il colloquio con il senatore dell’Arizona, ha dichiarato ai giornalisti che “il tempo stringe, e questo significa che dobbiamo raggiungere l’obiettivo di questo negoziato entro la fine dell’anno”.

McCain sa però che lo spirito di Annapolis è momentaneamente perduto, e sarà dura raggiungere un accordo entro la fine dell’anno. Lo sa anche il premier israeliano Olmert, per il quale una tregua nella Striscia di Gaza è ancora molto lontana. La posizione di Olmert è chiara: Israele ha il diritto e il dovere di difendere i propri cittadini dai lanci di razzi Qassam. E McCain sta con lui, pochi giorni dopo la pubblicazione di un sondaggio che dà in ascesa la popolarità di Hamas nella Striscia di Gaza.

Per toccare direttamente con mano la situazione dei confini, il ministro della Difesa Barak ha personalmente accompagnato McCain a visitare la città di Sderot: da anni, primo bersaglio dei razzi lanciati dai militanti palestinesi. Una visita chiarificatrice, che ha portato il candidato repubblicano a esprimere concetti molto chiari. “Nessuna nazione al mondo può essere attaccata senza reagire” ha detto McCain, dopo aver parlato con molti cittadini ai quali ha espresso la sua solidarietà. La questione, per il senatore dell’Arizona, non è più sostenibile e – da uomo concreto quale è – lo spiega con una paragone molto semplice: “Il fatto è che io vengo da uno Stato di frontiera, e se la gente avesse lanciato razzi sul mio Stato io credo che i miei concittadini si sarebbero riservati una risposta molto vigorosa”.

La pace nel 2008 è dunque una chimera, anche per il possibile futuro presidente? “Io non sono sicuro che la pace possa essere raggiunta in questo lasso di tempo (entro la fine del 2008, ndr)” dice sinceramente McCain “ma sono certo che l’amministrazione ce la stia mettendo tutta per raggiungere l’obiettivo”. Trattare con Hamas? Per McCain è molto difficile parlare con chi ti vuole distruggere, ma la scelta spetta a Israele: in ogni caso gli Stati Uniti, conclude, rispetteranno le scelte di Tel Aviv.

È finita così quella che sulla carta poteva apparire come una visita di routine da parte di tre senatori americani. Ma il viaggio di McCain, anche se il candidato ha rifiutato di rispondere a domande sulla possibile investitura a presidente degli Stati Uniti, ha assunto una fondamentale importanza ai fini elettorali. Mentre Barack Obama e Hillary Clinton continuano a farsi la guerra, John McCain può presentarsi all’opinione pubblica mondiale come un leader illustre e unitario. Nello specifico di Israele, infine, McCain si è posto come il presidente ideale a fronte delle incognite rappresentate dai candidati democratici (in particolare, Barack Obama): nella speranza che la fiducia degli israeliani possa avere una qualche influenza sui voti degli ebrei d’America.

Presto per dirlo, ma ci sono almeno due certezze. Col suo viaggio e le sue affermazioni sul Medio Oriente, McCain ha messo in chiaro come la politica estera repubblicana sia ben diversa da quella democratica. E i sondaggi (fonte: Real Clear Politics, che fa la media di tutte le rilevazioni nazionali) lo danno per la prima volta in vantaggio, tanto su Hillary quanto su Obama.

19 marzo 2008

La via del dialogo e della tolleranza

Seguo con grande trepidazione le notizie che in questi giorni giungono dal Tibet. Il mio cuore di padre sente tristezza e dolore di fronte alla sofferenza di tante persone. Il mistero della passione e morte di Gesù, che riviviamo in questa Settimana Santa ci aiuta ad essere particolarmente sensibili alla loro situazione. Con la violenza non si risolvono i problemi, ma solo si aggravano. Vi invito ad unirvi a me nella preghiera. Chiediamo a Dio onnipotente, fonte di luce che illumini le menti di tutti e dia a ciascuno il coraggio di scegliere la via del dialogo e della tolleranza.
Benedetto XVI,
sulla repressione cinese dei monaci tibetani

Terribile parola

Che terribile parola, il boicottaggio. Significa: non parlo, non voglio ascoltare, non voglio capire, tu per me non esisti. Una parola usata da regimi fanatici.
Aharon Appelfeld,
sul boicottaggio alla Fiera del Libro di Parigi

17 marzo 2008

12 marzo 2008

Misure della nostra bara

Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas ci invita a negoziare sulle misure della nostra bara e sui fiori da mettere nella corona.
Gideon Meir, ambasciatore israeliano in Italia
al nostro ministro degli Esteri Massimo D'Alema

Un'altra vittoria da mettere in lista



Con il 60% delle preferenze contro il 37% di Hillary, Obama si porta a casa il Mississipi. Una vittoria scontata ma comunque importante per rilanciare la campagna dopo le vittorie della Clinton in Texas e Ohio. "E' semplicemente un'altra vittoria da aggiungere alla nostra lista, e stiamo portando a casa sempre più delegati" dice il senatore dell'Illinois. Hillary vince nei grandi Stati, Obama in quelli piccoli. Diceva un grande allenatore che i campionati si vincono contro le piccole squadre: vale anche per le primarie americane? (Nytimes)

La giunta birmana "gioca" con Onu e Ue

L’ennesima spedizione in Myanmar di Ibrahim Gambari, ex ministro degli Esteri nigeriano e inviato delle Nazioni Unite nell’ex Birmania, si è conclusa lunedì nuovamente con un nulla di fatto. Quattro giorni d’incontri con esponenti della giunta militare – anche se Than Shwe, capo supremo, lo ha accuratamente evitato – e con Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace agli arresti domiciliari e leader dell’opposizione alla dittatura. Un altro buco nell’acqua: se infatti Gambari ha potuto parlare con Suu Kyi per ben due volte, nessun vero passo avanti è stato compiuto per spingere la giunta sulla via delle riforme democratiche.

La delusione per i risultati conseguiti dall’inviato Onu sta tutta nelle parole del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon. La sua lettura della situazione è chiara: “Ci sono stati dei progressi, ma non siamo riusciti a ottenere tutto quello che avremmo voluto”. Nel corso di una conferenza sull’Africa e sulla lotta alla povertà al Palazzo di Vetro di New York, Ban ha poi spiegato con rammarico che Gambari non è stato ricevuto dal leader della giunta Than Shwe, anche se ad accoglierlo ha trovato “insolitamente” importanti esponenti del governo: tra loro, anche alcuni degli autori della nuova Costituzione.

Il viaggio di Gambari in Myanmar, infatti, è stato preceduto – e in parte motivato – da notizie apparentemente sorprendenti. Il mese scorso, per mezzo della tv di Stato, la giunta militare ha comunicato al paese che una nuova Costituzione – redatta da 54 esperti – verrà sottoposta a referendum popolare e che nel 2010 si svolgeranno libere elezioni multipartitiche: le ultime si tennero nel 1990 e segnarono la vittoria di Aung San Suu Kyi, immediatamente rinchiusa nella sua casa agli arresti domiciliari. Con queste iniziative, ha fatto sapere Than Shwe, il Myanmar torna perfettamente in linea con la road-map democratica del 2003.

Dopo l’iniziale stupore, critiche alle scelte della giunta sono piovute per ogni dove: al centro della polemica, due questioni fondamentali. Primo: gli autori della Costituzione (che nessuno, fa notare il partito di Suu Kyi, ha ancora potuto leggere) sono vicini alla giunta di Than Shwe o diretta emanazione di essa. Secondo: in caso di elezioni, Aung San Suu Kyi non potrà candidarsi in quanto suo marito – il professor Michael Aris, venuto a mancare nel 1999 – e i due figli sono inglesi.

Apertura di facciata e risultati già stabiliti? È quello che credono in molti, a partire dai leader dell’opposizione. Secondo Zin Linn, portavoce del governo birmano in esilio, “senza la partecipazione di Suu Kyi, dell’Ndl (National League for Democracy: il partito di Suu Kyi, ndr) e dei partiti etnici il popolo non accetterà questa costituzione”. Stando poi all’esperto militare Win Min, intervistato dall’agenzia Mizzima, la giunta “sembra preoccupata da nuove possibili proteste di massa, quindi questo è un modo per raffreddare la popolazione”.

Che di farsa si possa trattare lo pensano anche le Nazioni Unite. Scopo dell’ultimo viaggio di Gambari era cercare rassicurazioni sulla presunta svolta democratica della giunta: ma i risultati, dicono al Palazzo di Vetro, fanno pensare al peggio. Ban continuerà “a pressare sul tema delle riforme, così che il Myanmar possa andare incontro alle aspettative democratiche della comunità internazionale”, ma il ministro dell’Informazione, Kyaw Hsan, ha detto a Gambari che il Paese non devierà dal calendario delle riforme stabilito unilateralmente dalla giunta: in diretta televisiva, il ministro ha dichiarato che “parlando in tutta franchezza, la strada che abbiamo intrapreso è la migliore e la più adatta per la nostra nazione”.

A Gambari è stato inoltre comunicato che la giunta non accetterà alcuna interferenza sul contenuto della Costituzione. Un secco “no” è venuto anche in risposta alla possibilità di inviare osservatori internazionali in vista del referendum e delle elezioni del 2010. Secondo i generali, non vi sarebbe alcun bisogno di osservatori esterni che monitorino i seggi, in quanto il Paese ha “sufficiente esperienza” in fatto di elezioni. Ecco allora che – con il rifiuto di tutte le proposte delle Nazioni Unite – tutti i nodi sono venuti al pettine: la road map democratica della giunta è un espediente formale per tenere a bada la comunità internazionale, nella completa libertà di manipolare (o annullare) i risultati nel caso in cui non dovessero risultare graditi a Than Shwe.

Per i militari al potere, del resto, gli ultimi mesi sono stati molto favorevoli. La stessa popolazione birmana – dopo le oceaniche manifestazioni dello scorso autunno – sembra aver perso lo slancio di un tempo. La Reuters, che ha recentemente pubblicato un reportage dal Myanmar, sottolinea come molti monaci parlino ancora di rivoluzione e si dicano pronti a perdere a perdere la vita per la libertà: il soffocamento militare delle ultime proteste, però, ha sortito l’effetto di rompere le reti clandestine e i migliori progetti rivoluzionari. Molti combattenti, ma nessun leader pronto a guidarli in maniera efficace: questa è la situazione sul fronte interno, mentre sono ancora 700, secondo Amnesty International, i manifestanti arrestati lo scorso autunno che si troverebbero dietro alle sbarre delle carceri birmane.

Se in casa è tutto tranquillo, gran parte del “merito” va soprattutto allo scenario internazionale. L’Onu, abbiamo visto, è paralizzato: le sue timide proposte vengono rispedite al mittente, mentre Cina e India continuano a rendere impossibile un’efficace risoluzione del Consiglio di Sicurezza contro la giunta di Than Shwe. I mass media, salvo sparuti reportage, hanno altro di cui occuparsi: la rivolta dei monaci, che tante pagine ha riempito per settimane e settimane, oggi non fa più notizia. Nessun risultato, nello specifico, è venuto poi dall’Europa: se l’Onu continua (impotente) a trattare, l’Ue sembra davvero aver dimenticato la pratica birmana. L’inviato di Bruxelles in Myanmar, Piero Fassino, è in Italia per la campagna elettorale del PD, invece di affiancare Gambari nella difficile opera di mediazione con il regime asiatico, come gli era stato richiesto di fare. E’ probabile che Fassino stia già pensando ad altro, se è vero, come rivelato in una nota da Peppino Caldarola (deputato del PD, non ricandidato), che recentemente ha dichiarato “con toni insolitamente ‘paterni’: ‘A Israele ci penso io’”. Euforia in Birmania, panico a Gerusalemme.

L'Occidentale

11 marzo 2008

Ciarrapico è l'editore di giornali importanti

Per essere molto chiari si deve fare una campagna elettorale e si deve vincere. Ciarrapico è l'editore di giornali importanti e credo, allo stesso tempo, che sia assolutamente importante che questi giornali non siano ostili, visto che quasi tutti i grandi quotidiani stanno dall'altra parte.
Silvio Berlusconi,
sulla scelta di candidare Ciarrapico

A Israele ci penso io

Piero Fassino ha dichiarato, con toni insolitamente "paterni": "A Israele ci penso io". Euforia in Birmania, panico a Gerusalemme.
Peppino Caldarola,
sul suo blog

10 marzo 2008

Mi voleva a tutti i costi

Lui cominciò a dirmi che quando era in galera pensava a me, che non poteva più stare senza di me. Gli ho detto se gli mancava una rotella, di andare da sua moglie, che aveva un figlio. Mi ha preso per la schiena, ha detto che senza di me non ce la faceva più a vivere, che voleva lasciare Raffaella. "È lei che ti vuole lasciare", gli ho detto. Ha cominciato a strapparmi la maglietta, una maglietta rossa. Ho cercato di difendermi più che potevo, mi ha preso e mi ha sbattuto sul divano, mi ha detto che avevo un corpo molto più bello di quello di sua moglie, ho lottato moltissimo, mi ha strappato la gonna, lui si è abbassato i pantaloni e ha fatto quello che doveva fare. Ha detto che se parlavo uccideva l'Olindo e che dovevo diventare sua moglie, che mi voleva portare al suo Paese. Mi voleva a tutti i costi. Dopo avermi violentata mi ha salutato dicendo "Ciao, ci vediamo. Sei figa".
Rosa Bazzi,
accusando Azouz Marzouk di violenza sessuale

09 marzo 2008

Io ho chiuso con la politica italiana

Il futuro è sempre bello. Io ho chiuso con la politica italiana, forse ho chiuso anche con la politica. Ma il mondo è pieno di occasioni e di doveri, c’è tanta gente che aspetta una parola di pace e di aiuto, e quindi c’è più spazio adesso di prima.
Romano Prodi,
sperando non sia un pesce d'aprile

Miss Padania? Vince Grosseto



Francesca Crocini, 21 anni, studentessa. Ecco Miss Padania 2008. Particolarità? Viene da Grosseto.

Partire?



Un suggerimento da Sweet Jane...

L'uomo che cade, l'11 settembre secondo De Lillo

Mettere in arte l’Undici Settembre è un’impresa da brivido. È come parlare di una persona cara venuta a mancare: bisogna elaborare il lutto, ricreare un equilibrio. Sono molti gli autori statunitensi che si sono buttati nell’impresa: in letteratura e nel cinema – si pensi ai celebri United 93 di Paul Greengrass, racconto in presa diretta dello schianto del volo 93 dopo la rivolta dei passeggeri, o al patriottico World Trade Center di Oliver Stone, celebrazione del coraggio di due poliziotti sopravvissuti sotto le macerie delle torri. Ci hanno provato in tanti, e i risultati sono controversi: basta entrare in libreria per scontrarsi tanto con l’anonimo Good Life di Ian McInerney che con il capolavoro dell’enfant prodige Jonathan Safran Foer, Molto forte, incredibilmente vicino.

Gettando uno sguardo alla produzione artistica sull’Undici Settembre, una cosa balza però all’occhio: ad oggi, le prove migliori riguardano il dopo-tragedia. L’elaborazione del lutto, appunto. È il caso, in letteratura, del già citato romanzo di Safran Foer che narra il vagabondaggio del piccolo Oskar Shell – orfano del padre, vittima dell’attacco terroristico – per le vie di New York. È il caso, nel cinema, del disarmante Reign Over Me di Mike Binder: protagonista è questa volta un uomo che, dopo aver perso moglie e figli sugli aerei kamikaze, si crea un mondo al limiti della follia. E sull’elaborazione del lutto è incentrato anche L’uomo che cade, il nuovo romanzo di Don De Lillo – peso massimo della letteratura americana – di fresca pubblicazione per i tipi di Einaudi.

Il romanzo di De Lillo, da aggiungere alla lista delle migliori rappresentazioni dell’Undici Settembre e di quel che è seguito, si apre pochi secondi dopo la tragedia. “Non era più una strada ma un mondo, un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscurità”: sono le immagini che tutte le televisioni del mondo hanno trasmesso a ripetizione. In questa cenere, in questo caos primordiale di morte e lacrime, si muove uno dei protagonisti dell’Uomo che cade: Keith Neudecker, impiegato al World Trade Center e scampato alla tragedia. Keith cammina, sporco di sangue e fuliggine, cammina apparentemente senza meta lontano da lower Manhattan giusto in tempo per “udire il crollo della seconda torre”. Vaga nel caos e si lascia guidare dal cuore, la ragione è forse rimasta lassù. Al termine del suo tragitto si trova a suonare alla porta dell’ex moglie Lianne e del figlio Justin: la tragedia lo ha riportato a casa.

Dopo la morte, sembra dire De Lillo, bisogna ricominciare da capo. È quello che Keith e la moglie cercheranno di fare per tutto il romanzo: ripartire da zero, come se l’Undici settembre avesse segnato uno spartiacque storico e individuale per tutti i newyorchesi. Attorno a loro ruotano altre storie e altri personaggi, legati dal filo rosso delle Twin Towers e dall’attacco dei fondamentalisti islamici al cuore di Manhattan.

C’è Justin, figlio di Keith e Lianne, che non riesce ad accettare il crollo delle torri e trascorre i pomeriggi a casa di due fratelli. Con loro, e con il cannocchiale di papà, scruta incessantemente il cielo: è un segreto, ma i bambini sanno che quegli aerei potrebbero tornare da un momento all’altro ed è bene farsi trovare preparati. Conoscono anche il responsabile dell’orrore: è Bill Lawton, al secolo Bin Laden. Una storpiatura infantile forse voluta, per non evocare direttamente il re del terrore.

C’è Nina, madre di Lianne, fidanzata con un mercante d’arte misterioso e probabilmente colluso con il terrorismo europeo degli anni Sessanta. Martin, questo uno dei suoi nomi, rappresenta chi cerca di dare un senso a tutto questo orrore: non a caso è europeo, ha uno sguardo maggiormente distaccato. Ed è proprio Martin, suscitando puntualmente le ire di Nina, a calare l’Undici Settembre nel quadro degli odi che gli Stati Uniti possono aver suscitato in giro per il mondo.

E poi c’è Florence, donna di colore sopravvissuta ai crolli alla quale Keith riporta una valigetta raccolta – chissà perché – nella disperata fuga dalle torri. Con Florence Keith avrà una breve relazione, deviando momentaneamente dalla ricomposizione familiare. Dal loro rapporto emerge la possibilità di comunicare solo tra simili, solo tra vittime della stessa assurdità. Chi del resto, se non un miracolato come te, può comprendere cosa significhi avere sotto la pelle – insieme ai vetri – “minuscoli frammenti del corpo del kamikaze”?

La storia di Keith e Florence, le storie dei personaggi che gravitano intorno, sono intervallate infine da lucidi viaggi nella mente dei kamikaze. L’addestramento, il viaggio negli Stati Uniti, la paura di non passare la dogana. I dubbi sulla moralità dell’atto che stanno compiere, l’atroce lavaggio del cervello perpetrato dai fondamentalisti più convinti. E alla fine, mentre l’aereo dirottato sorvola il “corridoio dell’Hudson”, la definitiva vittoria di Allah e della dottrina religiosa più intransigente.

È una New York disperata, quella di De Lillo. Sola e alienata. Ben rappresentata da un singolo personaggio, l’uomo che cade, e da una piccola comunità, i malati di Alzheimer che partecipano a un corso di narrazione tenuto da Lianne. Il primo, l’uomo che cade, è una sorta di artista che si getta legato dai punti più strani della città: sempre vestito di tutto punto, se ne sta lì a penzolare imitando la postura degli uomini che dalle torri gemelle sono caduti davvero. Sono performance crudeli, fatte per ricordare – quando meno te lo aspetti – il momento in cui New York è stata violentata. Ma sono anche un modo per esorcizzare la vista di quei corpi minuscoli che hanno punteggiato il cielo di lower Manhattan, la mattina dell’11 settembre 2001.

La collettività dei newyorchesi emerge invece nei malati di Alzheimer, che mettono settimanalmente per iscritto le proprie impressioni su un tema scelto da Lianne. Spaesati come tutti dopo l’attacco alle torri, anche loro vogliono scrivere “degli aeroplani”. Quello che emerge da queste persone, prossime a perdere completamente la memoria, è comune a tutti gli americani: lo sgomento e l’irrazionalità. Ma anche la rabbia per non potersela prendere direttamente con qualcuno, dice Anna: “Non sai che fare. Perché quelli stanno fuori dalla tua vita, a un milione di chilometri di distanza. Senza contare che sono morti”. E infine c’è il ruolo di Dio, con una domanda banale quanto inevitabile: se Dio c’è, ed è uno solo, perché ha permesso tutto questo?

Domande senza risposta, ancora oggi. E forse lo saranno per molti anni, fino a quando le ferite non si saranno rimarginate. Per i sopravvissuti però, che come Keith hanno visto morire parte dei colleghi piuttosto che gli amici del poker, le difficoltà saranno sempre maggiori, per non dire insormontabili. Forse, lascia intuire il saggio De Lillo, da certe tragedie non si può proprio guarire. Mai più.

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