30 aprile 2008

Israele ospite d'onore, ma la bandiera è bandita



Quella che vedete è la bandiera d'Israele. Uno Stato a tutti gli effetti, nato il 14 maggio 1948 e riconosciuto dalle Nazioni Unite. Non è una dittatura, ma una democrazia. Questo Paese è stato invitato come ospite alla Fiera del Libro di Torino. Ma questa bandiera, per "motivi di ordine pubblico", non potrà essere esposta: sabato, invece, i fautori del boicottaggio potranno forse bruciarla tranquillamente. Questa è l'Italia: ai cittadini è negato il diritto di esporre la bandiera di uno Stato democratico, ospite d'onore a un'importante manifestazione culturale. Una sconfitta politica, civile, culturale: l'ennesima.

29 aprile 2008

Scarlett e Bowie

Scarlett Johansson sta per pubblicare un disco di cover di David Bowie. Questa è "Falling Down" (le immagini sono tratte dal film di Sofia Coppola "Lost in Translation"): meglio come attrice?

Viva la vida



Quella che vedete è la copertina del nuovo album dei Coldplay, tra lo storico e il sudamericano: si intitola "Viva la vida" e sarà disponibile dal 2 giugno. Intanto parte la campagna promozionale: per un periodo limitato, sul sito ufficiale della band potete scaricare il singolo "Violet Hill" (niente di che, ma a caval donato non si guarda in bocca). La band di Chris Martin ha inoltre annunciato due concerti gratuiti: uno alla Brixton Academy di Londra, l'altro al Madison Square Garden di New York. In attesa del tour europeo, che li vedrà far tappa in Italia presumibilmente in autunno, non ci resta che aspettare "Viva la vida": giusto in tempo per l'estate.

28 aprile 2008

Habemus sindacum



Habemus sindacum: Gianni Alemanno. La vittoria del Pdl (ancor di più: di An) a Roma, storica roccaforte del centrosinistra, è nel suo "piccolo" una pagina memorabile nella storia della Repubblica italiana. Dopo i regni di Rutelli e Veltroni, il Pd cade rovinosamente tra le sue mura. Se teniamo conto che nelle ultime due settimane il dibattito è ruotato pressoché interamente sul tema sicurezza, la vittoria di Alemanno è l'ulteriore conferma di come gli italiani non ne possano davvero più: di processi infinti, di buona condotta a destra e a manca, di espulsioni completamente inefficaci. Al Pd non resta che ripartire dalle strade, meglio se di periferia: nella speranza che al loft non si affilino i lunghi coltelli, per sostituire un Veltroni che di più non poteva fare.

27 aprile 2008

Tutti alla fiera, con Israele

Rien ne va plus. Dopo mesi di aspre polemiche, la Fiera del Libro di Torino – che si terrà al Lingotto dall’8 al 12 maggio, inaugurata dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – è stata ufficialmente presentata al pubblico. Edizione record:1800 ospiti nazionali e internazionali, 1400 editori e 800 convegni. Da record saranno anche le misure di sicurezza adottate: i visitatori troveranno una fiera “blindata”, a causa della scelta di Israele come paese ospite nel 60° anniversario della sua fondazione.

Erano anni che la Fiera del Libro di Torino non richiamava tanta attenzione. Che gli italiani siano diventati tutti lettori? Certo che no. Ad attirare l’attenzione del pubblico e dei media è piuttosto la folta presenza di scrittori israeliani, intellettuali che hanno confermato la propria presenza a dispetto dei pressanti richiami al boicottaggio giunti da svariati sostenitori della causa palestinese. Una polemica, quella sul boicottaggio, che si è trascinata per mesi, con tanto di appelli e contro-appelli. Alla fine – incrociando le dita – sembra però che libertà d’espressione abbia avuto la meglio.

Le ragioni della presenza di Israele come paese ospite, già ampiamente illustrate dal presidente della manifestazione Ernesto Ferrero, sono state ribadite dall’ambasciatore israeliano Gideon Meir. In una lettera aperta, resa nota nella conferenza stampa di presentazione della kermesse, Meir ha messo in luce l’obiettivo di “dimostrare che esiste un Israele oltre la cronaca, che vive, lavora e opera nel confronto e nel rispetto delle abitudini dei popoli e che è in grado di affascinare il mondo con le sue capacità”. In altri termini “un paese assolutamente normale, dove i sogni, le ambizioni e gli stili di vita sono gli stessi delle grandi democrazie occidentali”.

Da qui, continua l’ambasciatore, la scelta di portare a Torino scrittori appartenenti a diverse generazioni, “da coloro che hanno vissuto la Shoah, a chi è tornato in Israele dagli angoli del mondo, ai giovani pienamente immersi nella loro contemporaneità”. Un ventaglio di voci per rendere conto di tutte le sfaccettature dello Stato ebraico: “Sono certo – ha concluso Meir – che tutti insieme contribuiranno a far conoscere la straordinarietà di Israele, uno Stato giovane fondato sulla nostra storia millenaria”.

E la “truppa” degli autori israeliani presenti a Torino è davvero notevole. Si comincia la sera del 7 maggio, con una prolusione inaugurale dello scrittore Aharon Appelfeld, sfuggito ai campi di sterminio nazisti e autore del lucidissimo “Badenheim 1939”, recentemente riedito da Guanda. La giornata inaugurale (8 maggio) sarà invece all’insegna del grandissimo Abraham Yehoshua, che presenterà la sua ultima fatica “Fuoco amico” (Einaudi). Tra gli altri, saranno presenti poi Meir Shalev – autore di bestseller internazionali come “La casa delle grandi donne” e “Il ragazzo e la colomba”, editi in Italia da Frassinelli –, Etgar Keret e Ron Leshem – tra i migliori rappresentati della nuova generazione di scrittori israeliani. Ampio spazio sarà infine riservato alle scrittrici israeliane, presentate dalla traduttrice Elena Loewenthal.

Al di là della letteratura, svariate saranno le iniziative di carattere storico e sociologico sul conflitto israelo-palestinese. Tra ospiti figurano Benny Morris – capofila dei Nuovi Storici israeliani – e Fiamma Nirenstein, mentre per ricostruire la storia dello Stato d’Israele e i suoi conflitti verranno proiettati filmati d’epoca dallo “Steven Spielberg Film Archive”. L’Unione Giovani Ebrei d’Italia ha invece organizzato un dibattito all’insegna del multiculturalismo “sui giovani nella società italiana di oggi: ebrei, musulmani, protestanti”.

Ampio spazio, sul fronte ebraico, sarà infine dedicato all’Olocausto e ai campi di sterminio nazisti. Shlomo Venezia presenterà la sua testimonianza da sopravvissuto – raccontata in “Sonderkommando Aushwitz” – mentre la casa editrice UTET (madre della miglior storiografia sulla Shoah) ha organizzato un dibattito sul 70° anniversario della promulgazione delle leggi razziali in Italia. Il fronte dei deportati politici sarà invece rappresentato dallo scrittore sloveno Boris Pahor, candidato al premio Nobel per la letteratura e autore di “Necropolis” (Fazi).

Un ruolo da protagonista, come di consueto, ricoprirà poi il cinema. Nella quattro giorni della fiera il Museo del Cinema proietterà 10 film israeliani: tra i registi, presenzieranno di persona Amos Gitai e Joseph Cedar (autore di “Beaufort”, tratto dal romanzo rivelazione di Ron Leshem). Al Lingotto, inoltre, il regista francese Claude Lanzmann presenterà l’edizione in dvd di “Shoah” (Einaudi), il più grande documentario sull’Olocausto che sia mai stato realizzato. Uno sguardo d’insieme sul rapporto tra cinema e Shoah verrà infine gettato da Claudio Gaetani, autore di un libro sull’argomento.

Non solo Israele, comunque: il programma della Fiera di Torino è (se possibile) ancor più ricco degli anni passati. Il tema prescelto per l’edizione 2008 – tenuta a battesimo da Elisabetta Sgarbi in qualità di madrina – recita “Ci salverà la bellezza”, come un personaggio dell’“Idiota” di Dostoevskij chiese al principe Myskin. In molti, al Lingotto, proveranno a rispondere: filosofi come Giovanni Reale, antichisti come Luciano Canfora, architetti come il ticinese Mario Botta e storici dell’arte come l’assessore milanese Vittorio Sgarbi. Grandi dibattiti, organizzati dalle case editrici, ruoteranno poi attorno alle tematiche più disparate: dalla Giustizia al Sessantotto, da Moro al terrorismo, dalla mafia alle morti bianche. Gradita conferma è infine quella del contenitore “Lingua madre”, dedicato all’incontro delle diverse identità culturali: Algeria, Libia, Tunisia, Marocco, Perù, Costa d’Avorio e via fino a ripercorere i “Viaggi” di Ibn Butta, trecentesco Marco Polo islamico.

Oltre agli israeliani, dunque, moltissimi saranno gli scrittori e i giornalisti presenti alla Fiera. Qualche nome: Gore Vidal, il finlandese Arto Paasilinna, l’americana Geraldine Brooks (autrice del bestseller “I custodi del libro”, Neri Pozza), lo spagnolo Idelfonso Falcones e il tedesco Arno Geiger. Tra gli italiani Milena Agus, Enrico Brizzi, Andrea Vitali (che presenterà “La Modista” in compagnia dei Sulutumana), Mario Calabresi, Giorgio Faletti, Ermanno Rea e Livia Ravera. Molti i giornalisti, da Giovanni Floris a Eugenio Scalfari fino all’attesissima presentazione del nuovo libro di Sergio Rizzo e Gian Atonio Stella, “La deriva” (Rizzoli).

Le premesse, si sarà intuito, ci sono tutte: la Fiera del Libro può essere una grande festa della Letteratura e della Cultura. L’organizzazione (e il coraggio) di Ernesto Ferrero si sono dimostrati sin qui impeccabili: impeccabili, e intelligenti, siano anche le proteste di chi vorrà manifestare il proprio disappunto per le scelte compiute dagli organizzatori.

Racconto biobibliografico del McCarthy che nessuno conosce

Il 2007 è stato un anno d'oro per Cormac McCarthy. La Strada ha vinto il premio Pulitzer, mentre il film dei fratelli Cohen Non è un paese per vecchi – tratto dal suo romanzo del 2005 – si è portato a casa 4 Oscar. Un successo tale da spingerlo alla sua prima intervista televisiva, al "The Oprah Winfrey Show": in quell'occasione è apparso all'America come un "socievole solitario", definizione da lui stesso coniata in un'altrettanto eccezionale intervista rilasciata al "New York Times" anni prima.

La verità è che di Cormac McCarthy non sappiamo molto. I suoi libri vendono moltissimo, è considerato "uno dei quattro migliori scrittori americani viventi" (parola del critico Harlod Bloom) e viene paragonato nientemeno che a Faulkner. Perché, allora, sappiamo così poco? Semplice: McCarthy non ama parlare di scrittura, e alla compagnia dei colleghi letterati preferisce quella "degli scienziati del Santa Fe Institute".

Ma come accade per tutti i grandi – da Dante a Hemingway –, la stessa vita dello scrittore può essere considerata romanzo a sé. E quel poco che si sa, prima di addentrarsi nei meandri della sua bibliografia, è bene raccontarlo.

Cormac McCarthy nasce a Rhode Island nel 1933, terzo di sei figli. Quattro anni dopo segue la famiglia a Knoxville: il padre, avvocato, inizia a lavorare nella Tennesse Valley Authority. La nuova città, rampa di lancio per la carriera paterna, è anche il luogo dove il piccolo scrittore frequenta un liceo cattolico. Poi passa all'Università, indirizzo scienze umanistiche. Siamo negli anni cinquanta: compiuti vent'anni è il momento di servire gli Stati Uniti, al soldo dell'Aeronautica. Il servizio militare è anche la prima occasione di allontanarsi dal Tennessee: il futuro scrittore trascorre due anni di stanza in Alaska, inaugurando una serie di spostamenti che costelleranno tutta la sua vita.

Il ritorno all'univeristà (1957) segna anche l'esordio letterario di McCarthy. I romanzi sono ancora lontani: le prime prove dello scrittore sono due racconti – A Drowning Incident e Wake for Susan – pubblicati dal giornalino studentesco "Phoenix". Il successo è immediato: nel 1959 e 1960 vince l'Ingram-Merrill Award per la scrittura creativa. Ora è chiaro: la strada di McCarthy è quella della narrazione.

La vita avventurosa dello scrittore comincia fuori dalle aule universitarie, all'alba degli anni sessanta. McCarthy lascia il Tennessee e va a Chicago, dove lavora come meccanico e inizia a scrivere il suo primo romanzo. Poco dopo sposa Lee Hamilton, ex compagna di studi: è il suo primo matrimonio, che lo riporta per qualche tempo a casa. Lee e Cormac avranno anche un figlio, immediatamente seguito dal divorzio.

Chiusa una porta, si apre un portone. Nuovamente libero di inseguire i propri sogni, McCarthy riceve un finanziamento dall'Accademia di Arti e Lettere: siamo nel 1965, è tempo di vedere l'Europa. Zaino in spalla, Cormac si imbarca su una nave di linea diretto in Irlanda, a caccia dei suoi antenati: scoprirà tra l'altro che uno di loro – nella seconda metà del '400 – riedificò lo splendido Blarney Castle, a pochi chilometri da Cork. Nel corso della traversata dal Nuovo al Vecchio Mondo, lo scrittore conosce una ballerina: è Anna DeLisle, che nel 1966 sposa in Inghilterra. Con lei, grazie a nuovi fondi della Rockfeller Foundation Grant, McCarthy continua il viaggio europeo: Francia, Svizzera, Italia e Spagna, con quello spirito da esploratore che caratterizzerà i suoi più grandi personaggi.

In patria, intanto, Random House – casa editrice di Faulkner – dà alle stampe il primo romanzo di McCarthy, ultimato prima di partire per l'Irlanda. Si tratta de Il guardiano del frutteto (Einaudi, 2002), storia di un omicidio perpetrato in una piccola comunità del Tennessee. Tornato negli Stati Uniti con la seconda moglie, l'autore si mette al lavoro sulla sua seconda opera: Il buio fuori (Einaudi, 1997), pubblicato nel 1968, mette in scena la storia di un bambino frutto d'incesto, prima abbandonato e poi ricercato dal padre. La critica conferma le note positive spese per Il guardiano del frutteto, e il nome di McCarthy inizia a farsi largo così nel panorama letterario americano.

Tra gli anni sessanta e settanta, i coniugi McCarthy si trasferiscono in una fattoria nei pressi di Louisville. Qui, a contatto con la natura, lo scrittore si dedica a lavori di ristrutturazione del casolare e alla scrittura di un nuovo romanzo, Figlio di Dio (Einaudi, 2000). Pubblicato nel 1973, il romanzo – storia di un uomo segnato dalla violenza, dalla perversione e dall'isolamento – riceve buone critiche, ma il pubblico sembra non gradire (anche a causa di una scrittura ostica, che evita accuratamente le classiche convenzioni). Gli anni settanta vedono anche una breve collaborazione con il cinema – in qualità di sceneggiatore – e il secondo divorzio: nel 1976 Cormac e Anne si lasciano, e lo scrittore si trasferisce a El Paso (Texas).

Con la fine degli anni settanta arriva però la consacrazione letteraria. Frutto di un lavoro decennale, nel 1979 vede finalmente la luce Suttree: romanzo parzialmente autobiografico, è la storia di Cornelius Suttree, cittadino di Knoxville che ripudia la moglie per dedicarsi alla pesca sul Tennessee River. Suttree è la sua opera più complessa, definita da Nelson Algren "una memorabile commedia americana" ed esaltata poi da gran parte della critica. Da qui in avanti, la strada è tutta in discesa.

Il 1985 è l'anno di Meridiano di sangue (Einaudi, 1996), ambientato a metà Ottocento al confine con il Messico, tra bande di gangster ed efferati omicidi. Di scarso successo all'epoca, oggi è considerato un punto di svolta nella sua carriera: Meridiano di sangue, col senno del poi, inaugura infatti la produzione western che regalerà all'autore un successo planetario.

Lasciata la Random House per la Alfred A. Knopf, nel 1992 lo scrittore inaugura la "Trilogia della frontiera" con Cavalli selvaggi (Einaudi, 2006), bestseller che mette d'amore e d'accordo la critica e un vasto pubblico. Quella della frontiera sembra la strada giusta, cercata per anni: il secondo volume della trilogia, Oltre il confine (Einaudi, 2006), è un altro grande successo. Il viaggio del giovane Billy verso il New Mexico per riportare a casa una lupa, tra paesaggi visionari, riprende quello dei due amici di Cavalli selvaggi: stesso desiderio di fuga, stessa ricerca di qualcosa, stessa natura selvaggia e misteriosa. A chiudere i romanzi di frontiera, nel 1998, è Città della pianura (Einaudi, 2006): il coronamento di una trilogia che lascia un segno indelebile nella narrativa americana contemporanea.

Le ultime prove di McCarthy, divenuto nel XXI secolo una celebrità anche in Italia, sono note a tutte. Nel 2005 esce Non è un paese per vecchi (Einaudi, 2006), immortalato dai Cohen sul grande schermo. Nel 2006 è la volta del capolavoro La strada (Einaudi, 2007), altro viaggio americano verso una meta non meglio identificata.

All'età di 75 anni, McCarthy si è stabilito nell'Olimpo della letteratura americana: umile e solitario, lo scrittore vive con la terza moglie Jennifer a Santa Fe, nel New Mexico teatro di tante storie. Lontano dai riflettori, a contatto con la natura e i suoi segreti: così McCarthy ha scelto di parlare con l'aria e con la terra, per poi raccontarle nei suoi romanzi così carichi delle più elementari – e micidiali – forze della natura e dell'essenza umana.

L'Occidentale

25 aprile 2008

Una prima svolta

Pierluigi Battista, sul "Corriere della Sera", commenta la grande prova dell'Italia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

I diplomatici di quattro Paesi occidentali platealmente abbandonano per protesta la sala del Consiglio di sicurezza all’Onu e l’ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, Marcello Spatafora, convince la presidenza a dichiarare immediatamente chiusa la discussione. Descritta così, potrebbe sembrare una di quelle tempeste destinate a compromettere la stabilità internazionale. Ma può anche essere una svolta, il segnale di un sentimento politico di insofferenza per chi, all’interno e fuori del Palazzo di Vetro, indugia ancora nel paragone tra «la situazione di Gaza e quella dei campi di concentramento nazisti», avanzata dal rappresentante della Libia. La reazione stavolta è stata fulminea: non restava che lasciare quell’importante riunione per non accettare in silenzio quell’ennesima ingiuria contro Israele.

A sessant’anni dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo promossa dalle Nazioni Unite all’indomani di una guerra apocalittica e feroce, l’azione dell’Onu a tutela dei diritti calpestati nel mondo non gode di grande reputazione. Difficile credere che le Nazioni Unite possano dimostrare un impegno efficace se al vertice delle commissioni deputate alla difesa di quei diritti siedono Paesi (e la Libia è tra questi) in cui il diritto è totalmente inesistente, le carceri rigurgitano di prigionieri rinchiusi senza regolare processo, la tortura è una pratica diffusa e impunita, le libertà politiche e civili cancellate da regimi asfissianti.

E’ difficile chiedere equanimità a un organismo internazionale che si rifiuta, com’è accaduto due mesi fa, di condannare la strage nella scuola rabbinica di Gerusalemme. E così all’Onu il terrorismo antisraeliano non viene mai sanzionato, ogni volta il veto di uno Stato di fede antioccidentale non consente a Israele di godere della solidarietà internazionale. Il ruolo di Israele deve essere sempre quello del carnefice. Ogni cordoglio per le sue vittime viene negato. Israele, con un paragone fabbricato deliberatamente per offendere crudelmente gli ebrei, viene dipinto come il «nuovo nazismo», e la questione palestinese come la nuova Shoah.

Fu in ambito Onu che a Durban, nel 2001, una conferenza si trasformò in una truce kermesse antiebraica. E non si è dissolto il triste ricordo di quell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, anno 1975, in cui un nutrito gruppo di dittature equiparò il «sionismo» a una nuova forma di razzismo. Il gesto degli ambasciatori che abbandonano il Consiglio di sicurezza quando risuonano le ingiurie antisraeliane del rappresentante libico rovescia un atteggiamento rassegnato in cui la prudenza si trasforma in accondiscendenza, sottomissione ai capricci di nazioni che soffrono di un deficit strutturale di democrazia, irresponsabilità su un tema, quello dei diritti universali, che stenta a trovare il riconoscimento che gli si deve.

Ed è significativo che l’ambasciatore italiano si sia adoperato per sospendere una riunione che non avrebbe avuto senso proseguire, se non al prezzo di accettare la grottesca comparazione tra la condizione di Gaza e Auschwitz. E’ significativo e confortante perché segna la volontà di non accettare più i proclami di chi vorrebbe cancellare Israele dalla carta geografica, negando ad esso persino il diritto d’esistenza. Un primo passo. Ma un passo importante.

Pierluigi Battista
(C) Corriere della Sera

Non avere il petrolio

Non avere il petrolio per Israele ha costituito per molti versi una fortuna. Ci ha spinti a cercare altre forme di energia, ci ha stimolati verso la tecnologia. Il petrolio rende più pigri.
Abraham Yehoshua,
intervistato da "Oil"

24 aprile 2008

Internet: l'Europa corre, l'Italia insegue

Gran parte d'Europa corre veloce, l'Italia insegue arrancando: non si parla di prodotto interno lordo o esportazioni, ma dell'uso di internet. Secondo un recente studio della Commissione Europea, infatti, la metà degli europei utilizza internet con regolarità mentre gli italiani "on-line" sono molto al di sotto della media europea. Peggio di noi solo Grecia, Bulgaria e Romania.

L'indagine – resa pubblica lo scorso venerdì – rientra nel progetto i2010, finalizzato a "coordinare le azioni degli Stati membri per facilitare la convergenza digitale e rispondere alle sfide legate alla società dell'informazione". La relazione, frutto di indagini capillari, fa il punto sui progressi compiuti dal 2005 per giungere a una modernizzazione delle tecnologie europee entro il 2010.

Tra i principali obiettivi di i2010 figurano la realizzazione di uno spazio unico europeo dell'informazione, il rafforzamento degli investimenti nella ricerca e sulle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, la realizzazione di una società dell'informazione basata sull'inclusione. In altri termini: una maggiore interazione virtuale tra Stati europei, sfruttando le potenzialità del world wide web e della banda larga.

Per quanto riguarda l'Europa nel suo complesso, i dati di i2010 parlano chiaro: sul fronte della diffusione di internet, i progressi sono notevoli. Nel presentare la relazione, il commissario Viviane Reding ha sottolineato come metà della popolazione europea acceda regolarmente alla rete. Di questi utenti, l'80% si avvale di connessioni ad alta velocità: "È particolarmente positivo constatare che nell'Unione Europea il 77% delle imprese, il 67% delle scuole e il 48% dei medici colgono i vantaggi offerti dalle connessioni veloci a banda larga" ha dichiarato la Reding.

La
crescita di internet sul continente sembra inarrestabile. Ad oggi, le connessioni a banda larga sono circa 100 milioni e nel solo 2007 il numero degli internauti è cresciuto di 40 milioni di unità. In sei anni – continua la relazione – internet ha raggiunto il 96% delle scuole: un dato fondamentale, che permette di avvicinare i ragazzi alle nuove tecnologie sin dai primi anni di scuola.

In chiusura, però, Viviane Reding ha sottolineato come alcuni Paesi europei mostrino ritardi notevoli. Grecia, Romania e Bulgaria sono le realtà più preoccupanti, seguite immediatamente dall'Italia. Per essere chiari: nel 2007 solo il 34% della popolazione ha dichiarato di utilizzare regolarmente internet, contro una media europea del 51% e gli eccellenti risultati di Olanda (oltre 80%), Danimarca, Svezia e Finlandia (oltre 70%). Tra i principali "gap" italiani figurano scarsa conoscenza della rete, limitata copertura della banda larga (soprattutto al sud) e scarsissima diffusione dell'e-commerce.

Ma l'Italia è anche il paese delle contraddizioni, tra le quali si celano buone possibilità per il futuro. i2010, infatti, nota come il nostro paese sia ai primi posti per quanto concerne l'e-government e i progetti tecnologici a livello locale e regionale. È come se la pubblica amministrazione, per una volta, corresse più veloce di noi: a fronte di buoni servizi pubblici on-line, infatti, è ancora molto limitata la popolazione che se ne avvale.

Buone notizie vengono poi dalle imprese e dalla telefonia. I numeri della Commissione Europea parlano di un 84% delle imprese che accede quotidianamente ad internet, dato significativamente superiore alla media europea. L'Italia, infine, si conferma sempre un fiore all'occhiello per la telefonia: se di Adsl gli italiani non vogliono sentir parlare, nessuno sembra voler fare a meno dei telefonini di ultima generazione.

Il problema dell'Italia, sembra di capire, è allora quello di estendere le potenzialità e la cultura della rete a un più vasto pubblico di cittadini. Questa – anche se in campagna elettorale se ne è parlato poco – sarà necessariamente una delle sfide che il governo Berlusconi dovrà affrontare nei prossimi anni: un paese moderno, nel 2008, passa necessariamente anche dal web.

Sulla carta, il Popolo della Libertà è ben conscio del problema. Nel suo programma elettorale, Berlusconi parla chiaramente di "liberalizzazione delle telecomunicazioni e diffusione universale della banda larga": due iniziative assolutamente prioritarie, al fine di portare internet a basso costo (magari con la nuova tecnologia wi-max) anche in quelle zone d'Italia che restano tagliate fuori dalla rete. Importante, in questo frangente, sarà anche espandere le aree cittadine dove navigare gratuitamente per mezzo del wi-fi: un altro campo dove l'Europa, rispetto a noi, è avanti anni luce.

Ulteriori passi avanti – in un progetto di e-government felicemente iniziato nel 2001 – Berlusconi promette poi sul fronte della "digitalizzazione della pubblica amministrazione". L'idea è quella di trasformare in digitale tutti i documenti cartacei, semplificando così la vita al cittadino che potrà accedere a importanti informazioni comodamente seduto davanti al proprio pc.

Per occuparsi della titanica impresa il Cavaliere ha arruolato Lucio Stanca, già presidente di IBM Italia: sarà ministro dell'Innovazione Tecnologica, per portare a compimento un lavoro particolarmente apprezzato dalla Commissione Europea. Attenzione, però: prima di investire milioni in efficientissimi servizi pubblici on-line, assicuriamoci che la popolazione sappia (e voglia) navigare in internet. A dover crescere, prima di tutto, è allora quel misero 34% di naviganti registrati da i2010: solo così saremo un paese concretamente all'avanguardia...

L'Occidentale

Rome at night

Roma by night raccontata da Ian Fisher ai lettori del "New York Times".

ROME after dark was once a perilous place, according to the satirist Juvenal, the dangers ranging from robbers to cutthroats to flying chamber pots.

“There’s death in every open window as you pass along at night,” he wrote some 1,800 years ago. “You may well be deemed a fool, improvident of sudden accident, if you go out to dinner without having made your will.”

Dinner is perfectly safe these days, with street crime low and sewage securely underground. Night now does not really darken Rome so much as illuminate the many parts that matter, a real-life chiaroscuro of the city where Caravaggio lived and painted. With the daytime heat cut in summer, diners at Da Giggetto in the Jewish Ghetto can ponder both their artichokes and the boney, floodlit columns of the Octavian Gate, which stood there a century and a half before Christ was born. Not far away, the Colosseum — where Enlightenment-age tourists wandered at night with notions of Rome maybe even more romantic than ours — rises with singular heft, each stone arch glowing in the night.

Rome at night is, in short, a city lit like a theater, and, especially in the warmer months, should be enjoyed like one. In fact, Georgina Masson, who wrote the 1965 classic “Companion Guide to Rome,” recommended the night as the time Rome should first be seen. The first of her book’s walking tours starts where Rome began, the Capitoline Hill — where Michelangelo designed a piazza, she said, like a “stage set” — overlooking the nubby ruins of the Forum. “Seen by day it requires something of the knowledge of the archaeologist and the imagination of a poet,” she wrote. “But at night ... it is not nearly so difficult to picture the stately ranks of colonnaded temples crowned with the gilded statues and the basilicas rearing their great hulk against the night sky.”

It’s hardly a new thought (it is literally one of the oldest), but in my nearly four years here as the bureau chief of The New York Times, I have found that there is no better place than Capitoline Hill to see, in one dramatic sweep, so much of Rome’s history — especially, as Ms. Masson advises, if one starts at sunset.

A superb walk through time might start on the far side of the hill, on Via dei Fori Imperiali. To the south, the Colosseum glows. Up Via di San Pietro in Carcere is Michelangelo’s Piazza del Campidoglio, with a replica of the equestrian statue of the philosopher-emperor Marcus Aurelius (the original is in the Capitoline Museum) unlit but no less heroic at night, a lone horseman in the center of the city, as has often been noted, at the center of the world. If the Forum is antiquity, the egg-shaped piazza and three palaces are among the finest of Renaissance buildings, stripped of detail at night, revealing more their harmony and, if you are that sort, romance.

A walk down Michelangelo’s steps leads to more of this mix of ages: across the street stands the mini-Colosseum of the Theater of Marcellus, and to the right, the ruins of the Octavian Gate. Here, as elsewhere in Rome, the approach to lighting seems much like Italy’s approach to food: there is so much to work with that it seems pointless to dress things up; the light accents, simply, what is already there. But here, also, the dark side of the city’s history intrudes, as it often does: this is where in 1943, some 2,000 Jews, who had lived in Rome since antiquity, were rounded up and sent to death camps.

Beyond the ruins, on Via del Portico d’Ottavia, the Jewish Ghetto still thrives, with many of the shops buzzing into the evening hours, and nearby is the tiny Piazza Mattei, where four bronze boys play in the Fountain of the Turtles. Stop, at Largo Argentina, where the columns of the Republican Victory Temples, more than 2,000 years old, jut into the night sky (though it is harder then to see the scores of unwanted cats given sanctuary there). It is a good place to end this mini-nocturnal tour of Rome’s history because it was there — not at the Forum — where Julius Caesar was killed, on March 15, 44 B.C, as evening approached (according to some accounts).

History, though, is not the only reason to walk at night. As residents well know, Rome, which evolved not on a triumphal scale, but on a very human one, is simply a lovely place to stroll. Romans are out in numbers to enjoy the summer nights, so visitors can feel assured they are doing generally as the Romans do.

One place to experience this local life is at Piazza del Popolo, once Rome’s northern gate. Every night, but especially on warm weekends, crowds of Italians stroll and shop, with their teenagers working hard to be cool as they wander about the piazza. Our family has gone there often, allowing ourselves to be pulled into the human wave that drifts south on Via del Corso.

The obvious destination from there is Piazza di Spagna, which is full of people day and night. For all the over-the-top adjectives about the piazza and its famous steps — which attracted Goethe, Joyce, Byron, Shelley and Keats, who died there in 1821 at No. 26, now a museum — it is worth noting a contrary view. In December 1872, Henry James arrived on his second visit to Rome and, despite being ill, decided on an evening stroll. He did not care much for Piazza di Spagna.

“It was all silent and deserted, and the great flight of steps looked surprisingly small,” he wrote. “Everything seemed meager, dusky, provincial. Could Rome, after all, be such an entertaining place?”

But James has been overruled, with the crowds these days voting with their feet. Unlike many parts of the city, notable for their views, Piazza di Spagna is largely its own enclosed universe, which feels even more insular at night, with a vertical exit signaled by the illuminated Fountain of the Barcaccia, a fanciful fishy barge, up the Spanish Steps to a glowing obelisk in front of the double towers of the church of the Trinità dei Monti.

For a more literal sense of the Roman night as theater, or really cinema, go south to the Trevi Fountain. This is one place given over pretty much to tourists at all hours, in truly unwieldy numbers, but it cannot be missed as art, spectacle and cultural icon. In front of your eyes Neptune stands gleaming mightily as he tames the waters, a metaphor for the great feat of the aqueducts that brought water to the city. But inside many minds, no doubt, runs the famous night scene in Fellini’s “Dolce Vita” of Anita Ekberg and Marcello Mastroianni stepping into the fountain. A dip, though, even if you look as great as they did, will land you in trouble, no matter how hot it is.

And it does get hot, reaching 90 degrees or more in July and August. Many Romans flee to the beach, but the city’s government has taken care that those who stay behind, native or not, enjoy the hours when it is more comfortable to wander, with outdoor plays, movies, concerts and restaurants. In whatever season — and it rarely gets too cold — there is much to do at night, with perhaps the most spectacular activity being the most costly.

For 250 euros (about $400 at $1.60 to the euro) a person, tourists can visit the Vatican Museum in small groups led by personal guides after hours. Galleries packed to a slow shuffle by day are, at night, emptied like drawing rooms of dreams. The Sistine Chapel is shared by as few as a dozen others, and no one yells if you take a picture.

“It’s overwhelming,” said Angela Desmond from Washington, on a tour with Italy With Us (www.italywithus.com). “You have it all to yourself.”

Somehow the world’s most famous chapel plays its part in defining the contrasts of Rome that are sharpest at night: the ceiling is Creation, and so newborn light and hope; the Last Judgment on the wall, torment and death. When you step back outside, nighttime Rome conjures images of Leonardo da Vinci smuggling cadavers of executed prisoners for illicit dissections that informed some of the loveliest paintings ever.

If these metaphors are too high-flown — and the price for a private tour too steep — a free stroll around St. Peter’s Square is altogether different on a summer night. By day, the piazza is hot and clogged with long lines for the free look at St. Peter’s Basilica. By night, the cobblestones of Via della Conciliazione, stretching to Bernini’s colonnade and Michelangelo’s dome and the obelisk dragged to Rome by the emperor Caligula, are all quiet, empty, luminous. You can even check if Pope Benedict XVI is awake by looking for lights from his bedroom in the two top right windows facing the square in the Apostolic Palace, and contemplate what a shame it is that the Vatican has abandoned its most dramatic nighttime spectacle: for years on Easter, the complex was lighted with thousands of small paper lanterns, to apparently spectacular effect.

“The gathering shades of night rendered the illumination every moment more brilliant,” an account from Easter 1818 reads. “The whole of this immense church — its columns, capitals, cornices and pediments ... all were designed in lines of fire.”

The setting may not be as showy, but a nighttime visit to the Janiculum Hill is no less magical. It is the most spectacular view of Rome — an organic and unimaginably wide panorama from the bright marble of the Vittoriano monument at Piazza Venezia to the dome of the Pantheon to the big bronze angel watching over Castel Sant’Angelo.

Though many restaurants and shops close in the summer, especially in August, the city makes up for it by opening many famous sites for concerts, movies and the like. Among the best is Castel Sant’Angelo, the stout half-barrel near the Tiber, built as the Emperor Hadrian’s tomb, then in the Middle Ages transformed into a castle conveniently close to St. Peter’s (via a hidden passageway in the Vatican walls) when troubled popes needed refuge. It normally closes in early evening, but in the summer, it is opened for concerts, readings and late-night dining. A temporary beach, with actual sand, is laid down next door. The view from the top including a terrace designed by Michelangelo, is stunning, with the Vatican’s dome on one side, all of Rome’s center on the other and the river below.

The main summer festival unfolds on Tiber Island. Every evening between June and September, the island — the only one on the river inside central Rome, where plague victims and criminals were once condemned — sprouts with restaurants, bars and markets for clothes, books and handicrafts. The temperature, and nighttime view up to Rome from the river basin, can be enjoyed via beer, hookah or a simple stroll. The island is also the site of the city’s summer film festival. The screen is outdoors, and viewers sit in plastic chairs rather than camped out on blankets.

For English-speaking visitors, an amusing summer diversion is a performance of the Miracle Players, a theater troupe that since 1999 has put on weekly tongue-in-cheek historical plays with the ruins of the Forum their stage. Last summer they presented “Caesar — more than just a salad,” a brisk 40-minute romp of the emperor’s life, peppered with 100 quotes from ancient sources but inspired more by Monty Python.

During the performance, I found my eyes drifting to the wider stage: the Forum at sunset. The play unfolds next to the Mamertine Prison, the site where by tradition St. Peter was held before his crucifixion (though there are historical doubts), and next to the grand arch of the emperor Septimus Severus. The view stretches from there, in shifting shades of rose and yellow as the sun goes down, across the Forum to the Colosseum.

If you tire of avoiding eye contact with summer street musicians performing “O Sole Mio” — and you will — the city also puts on regular concerts. The best is the summer jazz festival at Villa Celimontana, running now for over a decade in a gorgeous Renaissance palace, in the shadows of the Colosseum and the Baths of Caracalla. Though the event attracts many international artists, last year featured many Italians, such as the singer and composer Maria Pia De Vito and the drummer Roberto Gatto.

If, at last, the summer heat becomes too much and the desire strikes to escape the city, there really is no choice other than a trip to the nearby Alban Hills, to the town of Frascati, just 15 miles southeast of Rome’s center.

The routine is well established by Romans seeking a few cooler hours in the hills where emperors did the same. First, go to Piazza del Mercato. From the scores of little shops and stands buy sliced porchetta, which is the great local grilled pig, cheese, bread, olives, artichokes and whatever else looks good. Walk to one of the many cantine nearby that sell chilly Frascati wine. Sit down with your food at rickety outdoor tables and order a liter or so of wine. Then enjoy, as you think whatever romantic thoughts you might, the diamonds of lovely light that illuminate distant, nighttime Rome.

LIGHTS ON

From June through early September, the city of Rome organizes concerts, movies, plays and other events. This year’s schedule has not yet been set, but when it is, it can be found at www.estateromana.comune.roma.it. Click on the British flag for English.

For dining, music and other events around the city, pick up a copy of the weekly guide Romad’è (1.50 euros, or $2.40 at $1.60 to the euro) at newsstands or online at www.romace.it/site/englishsection.php.

For travelers blessed to be without a budget, the most splendid hotel in Rome is the Grand Hotel de la Minerve (Piazza della Minerva, 69; 39-06-695-201; www.grandhoteldelaminerve.com), next to the Pantheon. Apart from the rooms (doubles start at 470 euros) and service, which are first rate, the rooftop bar is, if pricey, unparalleled.

The Hotel Ponte Sisto is not cheap either (385 euros for a double), but it often offers more affordable Internet rates (Via dei Pettinari, 64; 39-06-686-310; www.hotelpontesisto.com). The location is superb: right next to the Ponte Sisto, which crosses the Tiber into Trastevere, and within a short walk to Campo de’ Fiori, Piazza Farnese and Piazza Navona.

For eating, Pierluigi (Piazza de’ Ricci, 144; 39-06-686-1302; www.pierluigi.it) is well visited by both Romans and tourists, and for good reason. In summer, tables are out on Piazza de’ Ricci on Via Monserrato, in the charmingly cramped medieval zone just north of the Tiber. The specialty is seafood; try the pressed octopus starter.

Less well known, but excellent in a city where restaurants are known more for adherence to tradition than innovation, is Bir & Fud (Via Benedetta, 23; 39-06-556-1677; www.birefud.it), in Trastevere. It is basically a high-end pizzeria, combining the best ingredients unusually and deliciously. The real star, though, is the beer, housemade and perfect for hot summer nights.

Ian Fisher
(C) The New York Times

23 aprile 2008

La linea mediana non è una specialità de la Repubblica

La Repubblica ci ha messo qualche giorno per rendersi conto che la Lega ha vinto le elezioni. Evidentemente non credeva ai suoi occhi. Adesso però la Repubblica rischia di sopravvalutare il fenomeno. Ieri, addirittura nell'articolo di fondo, Giuseppe D'Avanzo parla del leghista Mario Fusetti, non meglio precisato, come se fosse noto come Giuseppe Garibaldi. Di lui dice. «Ha un sorriso calmo. Una conversazione dabbene. Si avvicina. Ti stringe con la sua mano larga, spessa e dura come la pietra. È fabbro ferraio, artigiano della forgia e dell'incudine. Un maniscalco ma non un maniscalco ordinario». Insomma dalla polvere all'altare. La linea mediana non è una specialità de la Repubblica.
Italia Oggi,
via Dagospia

Hillary la fenice



Hillary is back: in Pennsylvania, come volevasi dimostrare, batte Obama 54.7 a 47.3. Il massacro tra i due continua, intanto McCain prende il volo.

21 aprile 2008

Il programma di Obama



Ecco il programma ufficiale di Barack Obama. Per scaricarlo in formato pdf, cliccate sull'immagine sovrastante.

20 aprile 2008

Ground Zero



New York City, Ground Zero. Sei anni e mezzo dopo l'11 settembre 2001, Benedetto XVI ricorda le vittime del World Trade Center, di Washington e della Pennsylvania. Il capo della Chiesa cattolica ha anche incontrato alcuni feriti e familiari delle vittime. E' la prima volta che un Papa si reca sul luogo della strage del 2001 (Reuters).

Questo luogo, scenario di incredibile violenza e dolore

O Dio dell'amore, della compassione e della riconciliazione, rivolgi il Tuo sguardo su di noi, popolo di molte fedi e tradizioni diverse, che siamo riuniti oggi in questo luogo, scenario di incredibile violenza e dolore. Ti chiediamo nella Tua bontà di concedere luce e pace eterna a tutti coloro che sono morti in questo luogo - i primi eroici soccorritori: i nostri vigili del fuoco, agenti di polizia, addetti ai servizi di emergenza e personale della Capitaneria di Porto, insieme a tutti gli uomini e le donne innocenti, vittime di questa tragedia solo perché il loro lavoro e il loro servizio li ha portati qui l'11 settembre 2001. Ti chiediamo, nella Tua compassione di portare la guarigione a coloro i quali, a causa della loro presenza qui in quel giorno, soffrono per le lesioni e la malattia. Guarisci anche la sofferenza delle famiglie ancora in lutto e di quanti hanno perso persone care in questa tragedia. Concedi loro la forza di continuare a vivere con coraggio e speranza. Ricordiamo anche coloro che hanno trovato la morte, i feriti e quanti hanno perso i loro cari in quello stesso giorno al Pentagono e a Shanksville, in Pennsylvania. I nostri cuori si uniscono ai loro mentre la nostra preghiera abbraccia il loro dolore e la loro sofferenza. Dio della pace, porta la Tua pace nel nostro mondo violento: pace nei cuori di tutti gli uomini e le donne e pace tra le Nazioni della terra. Volgi verso il Tuo cammino di amore coloro che hanno il cuore e la mente consumati dall'odio. Dio della comprensione, sopraffatti dalla dimensione immane di questa tragedia, cerchiamo la Tua luce e la Tua guida mentre siamo davanti a eventi così tremendi. Concedi a coloro le cui vite sono state risparmiate di poter vivere in modo che le vite perdute qui non siano state perdute invano. Confortaci e consolaci, rafforzaci nella speranza e concedici la saggezza e il coraggio di lavorare instancabilmente per un mondo in cui pace e amore autentici regnino tra le Nazioni e nei cuori di tutti.
Benedetto XVI,
a Ground Zero ricorda le vittime dell'11 settembre 2001

I consigli di Bristol per le studentesse universitarie

Due stupri in due giorni. Due ragazze straniere, in Italia per studiare. Una a Milano, una a Roma. Oggi il "Corriere della Sera" accenna ai consigli distribuiti dall'Università di Bristol per le studentesse dirette in Italia. Ecco il testo integrale, tratto dall'Essential Student's Guide to Italy dell'Anno Accademico 2005/2006:

Specific Advice for female students

Attitudes towards women are still fundamentally different in Italy from those you may be used to in Britain, even if many Italians claim to take a fairly 'modern' point of view on feminist issues. This difference can manifest itself in many ways, although to put it in general terms, female students may find that they have to deal with a generally higher level of sexism, chauvinism and harassment when they are in Italy. Men will often pass comments and whistle at you in the street, and in some cities this can start almost as soon as you walk out of the front door. This behaviour is not physically threatening, but is annoying nevertheless, and there is not much you can do about it except assume an indifferent and confident air - looking extremely bored usually acts as a good deterrent. You may find that both Italian men and women gasp in amazement if you go to a bar or restaurant on your own; women do go out in groups (although they are usually outnumbered by ragazzi) but the woman out by herself in the evening is still considered 'on the lookout' and can thus attract unwelcome attention. Similarly, a woman travelling on her own, especially in an overnight train, has to be more than usually watchful; if you are doing this, try to find a compartment with other women in it, and do not hesitate to ask the conductor to put you in another compartment if you are not happy with the one you have.

Sarà che gli inglesi sono sempre più avanti di noi, ma questi consigli sono utili anche per le studentesse italiane (in Italia).

La vera partenza

A una settimana dal voto, il direttore del "Corriere della Sera" Paolo Mieli dice la sua. Sottoscrivo in pieno.

Sono passati quattordici anni da quando in Italia è stato introdotto il sistema maggioritario, quattordici anni nel corso dei quali due volte (1996, 2006) ha vinto il centrosinistra e tre (1994, 2001 e l'ultima una settimana fa) il centrodestra. Fin qui, in un ritmo di alternanza scandito quasi con il metronomo, a ogni tornata elettorale chi aveva governato nella precedente legislatura è stato mandato all'opposizione e chi aveva perso nella precedente consultazione è tornato al governo. Eppure, a dispetto di questa evidenza, in passato ogni volta i perdenti si sono lasciati andare a mesi e mesi di costernazione e di pianto quasi si trovassero al cospetto di un incipiente regime e di una esclusione definitiva dalle stanze del comando.

Fortunatamente stavolta le cose si stanno mettendo in modo, almeno parzialmente, diverso. E' come se la stagione 1994-2008 fosse stata un lungo, estenuante periodo di prova del funzionamento di un meccanismo e questa possa essere l'alba di una seconda o terza Repubblica. Appare chiaro a tutti (o quasi) che la vittoria di Silvio Berlusconi non ha niente di occasionale, che i due partiti che ne hanno fatto da architrave sono ben impiantati sul terreno, che la classe politica da essi generata nell'ultimo quattordicennio non ha più niente o ha molto poco di raccogliticcio e che ciò che negli anni scorsi si è detto e scritto per spiegare il successo berlusconiano non era sufficiente. Per quel che riguarda la destra, resteranno di questa campagna elettorale quattro momenti: la fusione immediata e a freddo tra Forza Italia e Alleanza nazionale che chiunque fino a un giorno prima avrebbe giudicato pressoché impraticabile; la vitalità della Lega a dispetto delle condizioni di salute di Umberto Bossi, segno che quel partito non è più da anni un'accozzaglia di protestatari ed è destinato a durare; il divorzio (o la momentanea separazione?) tra Berlusconi e l'Udc di Pier Ferdinando Casini che, sia pure in misura diversa, ha giovato a entrambi i coniugi; il successo del libro di Giulio Tremonti La paura e la speranza, un saggio assai dibattuto che ha scalato le classifiche editoriali e che ha dato grande lustro all'impresa.

Sul fronte opposto resteranno la decisione collettiva di fondere Ds e Margherita in un unico partito e la coraggiosa decisione di Walter Veltroni di avviare quella che si è detta una «separazione consensuale» dall'estrema sinistra nonché la scelta ancor più coraggiosa di «correre da solo». Quella decisione — «consensuale » in quanto voluta anche da Fausto Bertinotti — era frutto più di un giudizio sul fallimento delle due esperienze prodiane (si è ritenuto che così come era la coalizione non poteva ripresentarsi al cospetto degli elettori) che di un'idea strategica. E la pur discutibile decisione di lasciar spazio alla lista di Antonio Di Pietro si è dimo-strata, quantomeno sotto il profilo tattico, azzeccata. Se Veltroni avesse fatto una scelta analoga per i radicali e per i socialisti, è evidente che avrebbe compromesso il senso e l'immagine dell'operazione senza riceverne alcun apprezzabile beneficio.

Tornando poi alla Sinistra Arcobaleno va detto che è immaginabile sarà presto superato il trauma, a nostro avviso benefico, dell'uscita dal Parlamento (benefico perché come insegna la storia degli anni Sessanta è più agevole intercettare le realtà antagoniste da postazioni extraparlamentari); e se la sinistra estrema — anziché dilaniarsi— continuerà a evolversi nel solco non violento tracciato da Bertinotti ritroverà linfa e vita e non è escluso che, tornata a Montecitorio e a Palazzo Madama, giunga tra qualche anno a un ritrovato punto di incontro con quella moderata e riformista.

I limiti per Veltroni sono stati tre: quello di non avere una solida base culturale di riferimento (alla sinistra manca un Tremonti, cioè un politico di primo piano che produca analisi innovative in sintonia con quel che si dibatte nel resto del pianeta); quello di aver prodotto un eccesso di ammiccamenti a culture ed esperienze internazionali di complesso amalgama; quello ormai consolidato (nel senso che lo ha ereditato dai suoi predecessori) di non aver capito che il Nord merita un'attenzione strutturalmente diversa. Ribadisco: strutturalmente diversa.

A causa di ciò il Partito democratico è rimasto fin qui tutto dentro i confini angusti della sinistra e non ha praticamente giocato la partita del centro. Se aveva candidati in grado di parlare all'elettorato centrista li ha tenuti nascosti per timore che entrassero in contraddizione con quelli a carattere più identitario con l'effetto che la torta non ha lievitato. Adesso la sinistra centripeta ha davanti a sé due vie: la prima è quella di provare a fare con Casini quel che nell'estate del 1994 D'Alema fece con Buttiglione, cioè lusingarlo e attrarlo nella propria orbita; la seconda è quella di strutturarsi per occupare da sé il centro. Che dire? Della prima opzione non sapremmo, ma la seconda ci appare in prospettiva assai più redditizia. Ma le due insieme non sono facilmente combinabili perché come accadde nel '94 la dimensione tattica prende sempre il sopravvento sul profilo strategico.

Le elezioni del 13 aprile 2008 hanno l'aria di essere di quelle che passano direttamente nei libri di storia. E in quei libri di storia resterà chi saprà comprenderne il senso profondo, digerirle e — per quel che riguarda l'opposizione — chi anziché disperdere energie in iniziative avventate, ripetitive sarà in grado di dare senso compiuto all'idea nel nome della quale solo un anno fa fu fondato il Partito democratico.

Paolo Mieli
(C) Corriere della Sera

E chi lavora... faccio il giornalista!

«Il mestiere del giornalista è difficile, carico di responsabilità, con orari lunghi, anche notturni e festivi». Certo, «ma è sempre meglio che lavorare»: a parlare così è uno dei più grandi giornalisti italiani di tutti i tempi, Luigi Barzini Jr. Ma Sempre meglio che lavorare (Piemme, 2008) è anche il titolo dell’ultimo libro di Michele Brambilla, “corrierista” di lungo corso e attualmente vicedirettore de “Il Giornale”.

Sempre meglio che lavorare – forte di una scrittura limpida e vivace, della giusta miscela tra informazione e aneddotica – si presta a diversi tipi di lettura. Per i giornalisti affermati, è un modo per ripercorrere celebri aneddoti della categoria di cui fanno parte. Per coloro che giornalisti vorrebbero diventare, è una guida illuminante su quello che li aspetta. Per chi infine i giornali si limita a leggerli, è un interessante viaggio dietro le quinte di grandi quotidiani e grandi giornalisti.

Partiamo da un concetto fondamentale. Fare il giornalista è «sempre meglio che lavorare», ma non si pensi che il bravo giornalista passi tutto il giorno a rigirarsi i pollici. Anzi: fare il giornalista può essere un mestiere massacrante. Ed è proprio per questo che Brambilla lancia un importante avvertimento: «Sempre meglio che lavorare? Sì, ma non perché si abbia tempo libero e non si fatichi, al contrario. Sempre meglio che lavorare solo perché questo mestiere è talmente bello che quasi quasi ti stupisci che ti paghino perfino, per farlo».

Un lavoro stupendo, ma pur sempre un lavoro. Il saggio del vicedirettore de “Il Giornale” prende il via con una disamina – a tratti esilarante – delle diverse posizioni che il giornalista potrà ricoprire nel corso della sua carriera. Partendo da un presupposto fondamentale, che viene dalla bocca di Vittorio Feltri: «Ricordati che nei giornali o fai il direttore o fai l’inviato. Tutto il resto è una galera». Un modo diretto per distruggere molti dei miti che circondano il mestiere, su tutti quello secondo cui fare il giornalista permette di girare il mondo quando «la maggior parte dei giornalisti fa una vita tutt’altro che avventurosa e tutt’altro che affascinante: passa ore e ore in redazione, alla luce artificiale, di fronte a un computer».

C’è però una categoria di giornalisti la cui vita è effettivamente piena di sorprese: si tratta degli inviati. Ma gli inviati, attenzione, non sono tutti uguali: ci sono quelli semplici – che conducono una vita massacrante, sempre dietro alla notizia – e poi i grandi inviati, figuri dal grande potere contrattuale. Essere grandi inviati, molto spesso, significa sfruttare il lavoro dei semplici (e anonimi) corrispondenti per poi scrivere il pezzo nella camera di un hotel a cinque stelle. In questo caso, il “lavoro” sta tutto da un’altra parte…

All’interno della redazione, invece, si trovano veri e propri “casi umani”. Brambilla ci presenta il “mago della cresta”, perennemente impegnato nello scaricare sul giornale (vedi alla voce: “rimborso spese”) i pranzi di famiglia. Il “mobbizzato”, ovvero il giornalista affetto da psicotiche manie di persecuzione. Lo “scarabeo”, capace di intrufolarsi nello studio dei superiori e di ottenere (per sfinimento) quello che vuole. L’“indignato speciale” (vi ricorda qualcuno?), inflessibile fustigatore dei costumi altrui ma incapace di incassare critiche. E infine l’“innominabile” che, a torto o a ragione, è additato a responsabile delle sciagure che si abbattono sui poveri redattori.

Un discorso a sé merita poi la figura del direttore, che secondo Montanelli «è sempre meglio che non vada in ferie. Se ci va, corre due rischi. Il primo è che, senza di lui, il giornale perda copie. Il secondo è ben più grave: e cioè che, senza di lui, il giornale guadagni copie». Ironia a parte, quello che a Brambilla preme sottolineare è come il suo ruolo sia sensibilmente diverso da quello degli altri: giornalista, certo, ma non di rado impegnato più nelle public relations che nella creazione del giornale vero e proprio.

Fin qui il vademecum – nel quale rientrano anche le differenze tra quotidiano nazionale e giornale di provincia, l’importanza della gavetta, il reale peso delle raccomandazioni, il ruolo del comitato di redazione. Ma la parte più interessante di Sempre meglio che lavorare sta forse nell’aneddotica, nelle esperienze e nei personaggi incontrati direttamente dall’autore nella sua lunga carriera. Ecco allora che nel capitolo “Via Solferino” veniamo a conoscenza delle trasformazioni del più grande quotidiano italiano, dai tempi in cui si scriveva con la Lettera 22. Incontriamo il “fantasma” di Buzzati, che tanto ha dato al quotidiano milanese, e altri giornalisti che hanno fatto la storia del mestiere.

Su tutti, Indro Montanelli. A dispetto della folta bibliografia già esistente, Brambilla riesce ancora a emozionare raccontando una delle più celebri “bugie” di Indro: quella dell’intervista a Hiltler. Mentre si trovava in Polonia, raccontava Montanelli, Hitler scese da un carro armato e incominciò a parlargli delle motivazioni per cui aveva deciso dare il via alla guerra. L’articolo di Indro non vide mai la luce: il Minculpop, secondo l’allora direttore del “Corriere” Borelli, mise il veto. «Siccome ti sembrava impossibile che ti prendesse in giro» ricorda Brambilla «ti veniva il sospetto che, dopo tanti anni, di aver realizzato quell’intervista avesse finito per crederci anche lui».

Se Montanelli è il maestro, buone parole l’autore riserva poi a Enzo Biagi – intervistato più volte nel corso della carriera –, a Guareschi – il «Giovannino schiena dritta» sempre contro il potere, di destra o di sinistra che fosse – e ovviamente alla Fallaci, uno dei rarissimi casi in cui «scrittura sopraffina», «coraggio» e «passione» si sono uniti nel plasmare una delle più grandi giornaliste dei tutte i tempi.

È un bel viaggio, quello di Brambilla: un viaggio chiarificatore. Fare il giornalista è un mestiere stupendo, ma è importante sapere a cosa si va incontro: Sempre meglio che lavorare offre uno spaccato di questo universo complesso e affascinante, tra i suoi vizi e le sue virtù. Con un’ultima nota, per gli aspiranti giornalisti innamorati: «È un mestiere meraviglioso. Ma c’è un unico modo per farlo senza restare scapolo come comandava Afeltra: ed è quello di trovare una donna ancor più meravigliosa». Prego, regolarsi di conseguenza.

L'Occidentale

19 aprile 2008

La famosa cordata

Abbiamo finalmente scoperto che la famosa cordata di Berlusconi che dovrebbe salvare l'italianità di Alitalia è Air France.
Massimo D'alema,
ogni tanto ci prende anche lui

18 aprile 2008

Italy embraces Silvio, again and again

The Economist legge il trionfo di Silvio.

SILVIO BERLUSCONI is the great Jack-in-the-box of European politics. In a general election on April 13th and 14th, Italian voters released the catch and his ever-grinning figure has sprung out once more. Given to buffoonery, surrounded for years by questions about his probity and the conflict of interests between his media empire and his political office, Mr Berlusconi has nevertheless been chosen to become prime minister for the third time.

If he sees out his new mandate—and his resounding majorities in both houses of parliament should ensure that he does—Mr Berlusconi will have governed the country for 11 out of 19 years. Indeed, Mr Berlusconi has already done much to remake Italy in his own image. It is more glittery, perhaps, but also less respectful of the rule of law, stubbornly unreformed economically and more distant from European correctness in its public discourse, for instance on issues of sex and race. How many aspiring prime ministers could get away with describing older female supporters as their “menopause section”?

More than other politicians, the television and publishing mogul likes to communicate through the media. It made for an eerily remote election night. When the results were announced, there was no victory speech by Mr Berlusconi to jubilant supporters. Instead he took a call at home from his defeated opponent, then telephoned a television programme to say he was deeply touched by the trust voters had placed in him.

In a country used to weak coalitions (the outgoing centre-left government led by Romano Prodi lasted less than two years) voters have given Mr Berlusconi's People of Freedom movement and its allies an unusually solid majority. In the ballot for the Chamber of Deputies—the best indication of the overall mood—it won about 9% more votes than the centre-left alliance led by Walter Veltroni. This was as big a victory as anything predicted by the last opinion polls before the ballot.

With the help of a bonus given to the winning party, the pro-Berlusconi camp has a 98-seat majority in the 630-member lower chamber, with all but a few thousand votes counted. The centre-right Union of Christian and Centre Democrats (UDC), which refused to join Mr Berlusconi's new movement, won 36 seats.

In the upper house, the Senate, where the premiums are handed out on a regional basis, Mr Berlusconi might have faced problems. But the swing in his favour was strong enough to deliver 174 of the 315 elected seats (seven more are filled by life senators). Mr Veltroni and an allied party won 132. The UDC's leader, Pier Ferdinando Casini, who had dreamt of holding the balance, will dream on. His party was left with just three seats.

What accounts for Mr Berlusconi's thumping victory? In part the fact that Mr Veltroni, a former mayor of Rome, was unconvincing in his claim to represent a new kind of politics.

Though 19 years younger than the prime minister-elect, who is now 71, Mr Veltroni was already a seasoned politician when Mr Berlusconi entered political life in 1994. He began his career as a young communist and, for many Italians, remains tainted by his Marxist past. Though he openly modelled himself on America's Barack Obama, his oratory never reached the same inspiring heights.

Nevertheless, says Massimo Franco, a Corriere della Sera columnist, Mr Veltroni “was more victim than culprit”. He did not have time to erase from voters' minds their often painful memories of Mr Prodi's tenure. Wracked by internal dissent, the outgoing government limped from crisis to crisis, the last and most toxically symbolic of which was last December's refuse-collection crisis in Naples and the region of Campania. Unsurprisingly, the People of Freedom scored particularly well there, and Mr Berlusconi has promised to deal with the rubbish issue as his first priority.

Mr Prodi's principal success had been to get the budget deficit back under 3% of GDP, as required by European Union rules. But it came at a cost. The outgoing finance minister, Tommaso Padoa-Schioppa, put up tax rates while cracking down on tax evasion—a combination that made the government hugely unpopular, and damaged Mr Veltroni's campaign.

The outcome of the election offers Italy the prospect of political stability for the next five years, and perhaps beyond. Paradoxically, an electoral system based on proportional representation, which led to Mr Prodi's unwieldy nine-party coalition, has produced something resembling a two-party legislature familiar in America or Britain. The next parliament will comprise, in essence, two opposing blocks.

Several of the tiny parties and personalities that were able to hold to ransom successive governments, and block their attempts at reform, have been swept out of the legislature. The radical left, represented by an alliance of greens and communists, was crushed. Its leader, Fausto Bertinotti, promptly resigned.

Mr Berlusconi has a more cohesive coalition than in the past. Gianfranco Fini and his “post-fascists” had already signed up for the People of Freedom. The departure of the UDC rids Mr Berlusconi of his most awkward bedfellow. Of his party's two external allies, the Northern League and a smaller group demanding greater autonomy for Sicily, the most unpredictable is the former.

Led by the eccentric and raucous Umberto Bossi, the xenophobic Northern League did outstandingly well. The party almost doubled its share of the vote. It will have the third-biggest presence in parliament and holds the balance of power in the Senate. Soon after the polls closed, Mr Berlusconi echoed some of their agenda, proposing a bizarre scheme to close Italy's frontiers and open camps for the identification of jobless foreigners.

Italians awoke on April 15th to find themselves in a country once again dominated by conservatives. But of what sort? The progress of the Northern League, a natural recipient of protest votes, suggests that large numbers of voters were seeking refuge from the terrors of globalisation. Mr Bossi's party is both anti-immigrant and protectionist.

But in the campaign Mr Berlusconi gave out contradictory signals. Some of his rhetoric was liberal on economic issues. He promised spending cuts, lower taxes and public asset sales. But he also spoke as a nationalist. In particular, he dismissed plans to sell Alitalia, Italy's stricken national airline, to Air France-KLM and talked up a home-grown alternative that has yet to materialise.

Much hangs on Mr Berlusconi's economic direction. The extent of Italy's malaise was made clear only a week before the ballot, when the IMF cut its growth forecast for the country to 0.3% for both 2008 and 2009. That would make Italy's the slowest-growing economy in Europe and among the G8 rich countries.

In the euro zone, Italy is the country most likely to tip into recession in the next 12 months. In the mid-1990s its GDP per head, at purchasing-power parity, was 20% above the average for the 27 countries in today's European Union. It was richer than Britain and France, and second to Germany among big EU states. Twelve years on, it has fallen below the EU 27 average for the first time.

In 2006 it was overtaken by Spain; next year it may fall behind Greece (see chart). Francesco Grillo, at the London School of Economics, suggests that, if current trends remain unchanged, Romania will overtake Italy in 2020. That may be fanciful, but it confirms that slow growth has become Italy's worst failing. It has persisted under governments of left and right alike. None has been bold enough to push through liberalising structural reforms to raise growth and productivity.

Italy remains one of the most regulated economies in western Europe. It is also stuck with higher inflation and lower productivity growth than other euro-zone countries and has, as a result, steadily lost competitiveness. The impact of slow growth feeds on itself. Had Italy grown by the EU average over the past decade, its public debt would have fallen from over 100% of GDP to around 80%; and it would not have had to raise the tax burden to 43.5% of GDP to meet the goals set by the EU's stability pact.

Faster growth would have lured in more foreign direct investment: Italy now gets half as much as Spain as a share of GDP. And it would have attracted more investment in Italy's lousy infrastructure, which has become a serious drag on business. The economy is over-reliant on small and medium-sized enterprises in such traditional industries as textiles, shoes, white goods and furniture. These industries are the most exposed to lower-cost competition from China and the rest of Asia.

Services are under-developed. Even in tourism, where Italy has a natural advantage, it has fallen from first- to fifth-most popular destination over the past 30 years. Education is a mess. Italy does worse than anywhere else in western Europe in the OECD's PISA tests. Universities seem to be run for the benefit of academics. Italy has no universities in the world's top 100. In 1970 30% of university teachers were over 45; today that figure is 70%.

And then there is the legal system. Luigi Spaventa, a former financial regulator who chairs the Sator financial group in Rome, argues that long delays in civil-justice proceedings deter investment.

There are some reasons for hope, though. Italy's employment performance is good: joblessness is at a 30-year low. Exports have been booming, despite the strong euro, as companies move up the value-added chain. The country's biggest private company, Fiat, has been turned around. Italy's banks have improved under the spur of competition, and they have mostly avoided the sub-prime debt that is dragging down rivals in Europe.

If the new government were to unleash Italian entrepreneurs, they would surely respond. Will it? At times Mr Berlusconi has appeared to grasp the seriousness of Italy's condition. But what remains in doubt is whether he is truly committed to liberal reform, or even understands that it is incompatible with economic nationalism.

His past record in office is not encouraging. Nothing was done to shake up Italy's myriad protected businesses, from taxi drivers and notaries to pharmacies and small shopkeepers. Schools and universities went mostly unreformed; the public administration was barely touched. Privatisation has been pursued more vigorously by centre-left governments.

There are other reasons to worry about economic management under Mr Berlusconi. One is public finance. During his previous stint in office, Giulio Tremonti, whom Mr Berlusconi intends to re-appoint as finance minister, showed remarkable complacency. A surplus (before interest payments) was turned into a deficit. If the downturn in Europe is deeper and longer than expected, the budget deficit could quickly get out of hand again.

The second worry is Mr Tremonti's belief that globalisation has made Italy's problems worse. He has just published an anti-globalisation tract, “Fear and Hope”. He dismisses accusations of protectionism as infantile. But experience suggests that neither he nor Mr Berlusconi is a true believer in free markets.

On April 16th Mr Berlusconi said Europe needed to regain influence in the world, but he dislikes the economic strictures that the EU seeks to impose, whether on euro-zone interest rates, fiscal policy or competition.

Alitalia looks as if it will be a test case of Mr Berlusconi's intentions. The European Commission will try to stop the government keeping the national carrier airborne with fresh subsidies. It may be the first of many confrontations between Rome and Brussels.

(C) The Economist

17 aprile 2008

5+1, sull'Iran nulla di fatto

Prendere provvedimenti contro l'Iran, reo di aver installato 6000 nuove centrifughe per l'arricchimento dell'uranio a Natanz e di essere tornato a minacciare esplicitamente la sicurezza di Israele. Questo il senso dell'incontro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, svoltosi mercoledì a Shangai. Sul tavolo l'ipotesi di una nuova tornata di sanzioni, dopo la terza dello scorso novembre. Ma il risultato, ancora una volta, è un nulla di fatto.

Le premesse, del resto, non erano delle migliori. A fronte degli Stati Uniti, che da tempo premono per incrementare sanzioni rivelatesi sin qui fallimentari, Cina e Russia preferirebbero invece la strada degli incentivi economici in cambio dello stop all'arricchimento dell'uranio: ipotesi già sperimentata, anche in questo caso senza successo.

L'incontro di Shangai ha visto l'esordio ufficiale della Cina nella disputa sul nucleare iraniano. Ed è stata Pechino a farla da padrona: He Yafei, assistente del ministro degli Esteri cinese, si è presentato alla stampa dopo qualche ora di riunione per annunciare il mancato accordo su un nuovo piano di incentivi da presentare al presidente iraniano Ahmadinejad. "Possiamo dire di essere d'accordo sui principali contenuti di un piano per rilanciare i negoziati" ha dichiarato il diplomatico "ma non tutti i problemi sono stati risolti".

Una chiara lettura dell'ennesimo fallimento del Consiglio di Sicurezza dell'Onu l'ha data un diplomatico cinese in Iran, Guo Xian'gang. "La Cina ha voluto mostrare di essere un importantissimo nella partita del 5+1" ha detto il diplomatico, per poi passare ad analizzare lo stallo: "Specialmente adesso, con i mercati energetici così costosi che proteggono l'Iran e con gli Stati Uniti concentrati sulle elezioni interne, non riesco ad immaginare un nuovo piano di negoziati che possa rompere l'impasse nel breve termine".

Una lettura chiara, alla quale va però aggiunto il principale motivo di ostilità cinese (e russa) all'imposizione di nuove sanzioni: dopo Angola e Arabia Saudita, l'Iran è il terzo maggior fornitore di greggio al gigante asiatico. Imporre nuove sanzioni, da parte di Pechino, significherebbe pagare di più una merce vitale per il suo impetuoso sviluppo industriale ed economico.

Tutto fermo, dunque? Sembra proprio di sì, a maggior ragione se fallirà anche l'autonoma iniziativa intrapresa dall'Unione Europea dopo il fallimento di Shangai. Da Vienna, l'Unione Europea ha lanciato infatti un'alternativa ad Ahmadinejad: entrare nella Convenzione sulla Sicurezza Nucleare (CSN), un modo per approfondire (da parte occidentale) la conoscenza dello sviluppo nucleare di Teheran. Da Ahmadinejad – che prima dell'incontro di Shangai si era detto disponibile a trattative non lesive dei diritti degli iraniani – ancora nessuna risposta.

Vero vincitore della partita, fatta eccezione per la Cina, è insomma l'Iran. E il suo presidente, in occasione di una grande parata militare svoltasi nei pressi del mausoleo di Khomeini, non ha rinunciato ai toni trionfalistici. Di fronte a mezzi militari terrestri, aerei e navali, Ahmadinejad ha ricordato che "oggi è il compleanno del migliore, più caro e più onorabile esercito del mondo". "L'esercito è il cuore del popolo iraniano" ha continuato il presidente, ricordando poi come proprio le armi della Repubblica Iraniana siano il miglior deterrente di fronte alle minacce occidentali. La giornata nazionale dell'esercito è stata anche l'occasione per festeggiare la festa dello Zimbabwe, che cade proprio il 18 aprile: a questo proposito, Ahmadinejad ha auspicato un più stretto rapporto di collaborazione con il presidente Robert Mugabe.

Se l'Iran festeggia, minor entusiasmo viene da Israele: l'incontro di Shangai, per lo Stato ebraico, è l'ennesima dimostrazione di come Tel Aviv non possa fare troppo affidamento sulle rassicurazioni delle Nazioni Unite. Intervistato dal quotidiano "Haaretz", il premier israeliano Olmert ha lanciato però un messaggio chiaro a tutti i cittadini: "Voglio dirlo chiaramente: l'Iran non raggiungerà mai la capacità nucleare".

Diplomazia a parte, Israele sembra muoversi anche sul piano militare. A fronte dell'Iran – che pochi giorni fa ha annunciato di poter "eliminare Israele dalla faccia della terra" in caso di attacco militare –, lo Stato ebraico ha testato con successo un nuovo Green Pine Radar, parte integrante del sistema missilistico difensivo Arrow. Il nuovo radar, rispetto alle generazioni precedenti, è in grado di identificare prima e con più efficienza eventuali missili lanciati contro il territorio israeliano. Una misura necessaria, anche a fronte di un recente scoop del "Times": il quotidiano britannico è venuto in possesso di foto satellitari che mostrerebbero nuovi siti segreti iraniani, atti allo sviluppo di missili capaci di raggiungere perfino il territorio europeo.

Ma se le Nazioni Unite sembrano dare poche rassicurazioni a Tel Aviv, dichiarazioni importanti sono giunte nel corso dell'ultimo faccia a faccia tra i candidati democratici alle elezioni presidenziali americane. Hillary Clinton ha dichiarato che un potenziale attacco iraniano contro Israele "provocherebbe una massiccia rappresaglia da parte americana": la senatrice di New York ha poi proposto un "ombrello" difensivo per Israele e i paesi limitrofi, minacciati dal nucleare di Teheran. Sulla stessa linea anche il senatore dell'Illinois, Barack Obama: "È molto importante che l'Iran comprenda che un attacco contro Israele sarebbe un attacco contro il nostro maggior alleato nella regione, la cui sicurezza riteniamo vitale". Il concetto è chiaro: che vincano i democratici o i repubblicani, per gli Stati Uniti la sicurezza di Israele verrà sempre al primo posto.

Condannare chi ha atteggiamenti nostalgici

Quando in un paese democratico una forza politica mette tra i suoi valori il fascismo, sentiamo il dovere di fare appello a quelle decine di milioni italiani che si riconoscono nel centrodestra e nel centrosinistra per condannare chi ha atteggiamenti nostalgici nei confronti del fascismo. Un conto è quando atteggiamenti razzisti o xenofobi oppure ostili all'esistenza di Israele arrivano da un singolo deputato, un altro quando giungono da chi si è candidato premier. Come nel caso della Santanché.
Riccardo Pacifici (Comunità Ebraica Romana),
mette le cose in chiaro prima del ballottaggio di Roma

16 aprile 2008

La vendetta di Romano

Agenzia Reuters: Romano Prodi si è dimesso dalla presidenza del Partito Democratico, annunciandolo in una lettera inviata al segretario Walter Veltroni a Pasqua. Lo ha detto una fonte del Pd.

Di per sè, ottima notizia. Il Partito Democratico, che vuole essere partito riformista e proiettato al futuro, si libera di un presidente simbolo dell'anti-riformismo, dell'immobilismo e del vecchiume ancora presente nella sinistra nostrana.

Ma non è tutto, purtroppo. Continua la Reuters: la notizia dell'abbandono di Prodi
"Veltroni l'ha avuta a Pasqua, ma si è deciso di parlarne dopo il voto per evitare strumentalizzazioni", ha detto la fonte vicina al segretario del Pd. Ora, che sia stato Veltroni a decidere di non parlare appare quantomeno strano: più probabile è che Prodi abbia deciso di rendere pubblica la notizia dopo il voto.

Perchè? Per consumare la sua vendetta. Vendetta per la caduta, vendetta per il riformismo del Pd che ha portato inevitabilmente alla chiusura anticipata del suo secondo governo. Non ci vuole un genio per capire che se Prodi avesse rassegnato le sue dimissioni almeno un mese prima del voto, per il Pd sarebbe stato tutto più facile: non avrebbe vinto, certo, ma forse avrebbe raggiunto l'agognato 35%. Lo stesso Cavaliere avrebbe dovuto rinunciare al suo cavallo di battaglia: "Il Pd di Prodi".

Romano Prodi, ad oggi, è il politico italiano più inviso all'opinione pubblica italiana. Secondo, forse, solo a Mastella. Romano lo sapeva benissimo: ma si è ben guardato dal fare prima i bagagli.

Resta, comunque, un'ottima notizia. Nel cammino verso la Terza Repubblica (fatta di due grandi partiti, di una maggiornaza chiara e stabile, dell'eliminazione dei cespugli capeggiati dai partiti comunisti), la politica perde oggi uno dei più pesanti retaggi di un'Italia che (se Dio vuole) non c'è più.

Il processo, va da sè, potrà dirsi compiuto solo tra cinque anni: quando anche il centrodestra, divenuto auspicabilmente partito a tutti gli effetti, candiderà un volto giovane, nuovo e capace.

15 aprile 2008

Dobbiamo ricominciare dalla falce e martello

Sinistra Arcobaleno è stata giudicata da quei milioni di elettori che non l'hanno votata. Veltroni si è assunto una responsabilità storica, tragica: non fare alleanze, drenare voti a sinistra, non aver recuparato niente al centro e dare dieci punti a Berlusconi. La sinistra così com'è non va da nessuna parte. Dobbiamo ricominciare dalla falce e martello.
Oliviero Diliberto,
in tali ragionamenti sta la debacle dei comunisti