30 maggio 2008

Assediato in presidenza

Ci hanno di fatto sequestrato per almeno venti minuti. Lì fuori erano più di un centinaio, tutti dei Collettivi di sinistra. Non potevamo uscire. Poi hanno cercato di sfondare la porta prendendola a calci. Gridavano: "Dimettiti o ti mandiamo via noi", "Non ti faremo più insegnare", "Non potrai più mettere piede qui". Sa, in sette anni di presidenza ho fatto il callo un po' a tutto. Ma questo episodio è oggettivamente gravissimo. Non mi è mai capitato di essere assediato in presidenza, con due segretarie e il collega Vittorio Vidotto, e di dover uscire scortato da venti poliziotti in borghese...
Guido Pescosolido,
preside della facoltà di Lettere alla "Sapienza"

Sotto accusa per tangenti, Olmert non si dimette

Si stringe il cerchio intorno a Olmert, sospettato di aver ricevuto migliaia di dollari dall'uomo d'affari americano Morris Talansky. Interrogato dagli inquirenti a inizio settimana, Talansky ha ammesso di aver versato al premier israeliano almeno 150.000 $: a sentir lui niente di irregolare, ma ora sono gli stessi alleati di Kadima a chiedere la testa del premier. E come spesso accade, a risentire della crisi interna sono le relazioni internazionali: insieme al premier potrebbero infatti saltare le trattative con i palestinesi di Abu Mazen e con la Siria.

La confessione resa da Morris Talansky, seppur (al momento) non penalmente rilevante, non aiuta Olmert. Secondo il businessman, il premier israeliano avrebbe ricevuto dalle sue casse 150.000 $ il 15 anni: come sono stati spesi quei soldi? Talansky dice di non saperlo, limitandosi a ricordare che "Olmert amava sigari dispendiosi, penne, orologi: lo trovavo strano". Fin qui niente di irregolare: ma quello che gli ispettori vogliono capire è se Talansky abbia ottenuto qualcosa in cambio dal premier. "Non mi sono mai aspettato qualcosa in cambio, non ho mai ricevuto favori personali" assicura l'americano: "La nostra relazione, durata15 anni, era di pura ammirazione". Secondo Talansky, dunque, i versamenti sarebbero stati un sostegno alla carriera politica di Olmert, a partire dalla corsa per l'elezione a sindaco di Gerusalemme nel 1993.

L'avvocato di Olmert, Eli Zohar, ha definito "deviante" la deposizione di Talansky: la verità, secondo il legale, emergerà solo con l'esame incrociato del 17 giugno e "in generale, ricordo che non stiamo parlando di attività criminale o chissà che altro". È vero però che le regole della politica non corrispondono a quelle dei tribunali: nessuno lo sa più di Olmert, uscito indenne dalla pubblicazione del rapporto Winograd sulla condotta governativa nel corso della seconda guerra del Libano.

A mettere in dubbio la leadership del premier sono gli stessi alleati di Kadima: il più agguerrito appare il ministro della Difesa Barak, a capo del Labor. Nel corso di una conferenza stampa indetta mercoledì alla Knesset, Barak ha detto di non credere che "il primo ministro possa contemporaneamente badare al governo e ai suoi affari personali": "Credo che il premier dovrebbe sottrarsi dalla quotidiana gestione degli affari di Stato". Secondo il ministro della Difesa, Olmert potrebbe scegliere di autosospendersi o di dimettersi: pochi minuti dopo, tre deputati laburisti stavano già preparando una mozione di sfiducia contro il governo. Al muro dei laburisti bisogna poi aggiungere quello della Shas – secondo cui le elezioni anticipate "sono più vicine che mai" – e ovviamente del Likud, principale partito d'opposizione. E sei in democrazia il popolo è sovrano, un notevole influsso avrà anche l'ultimo sondaggio pubblicato immediatamente dopo l'interrogatorio di Talansky: per il 70% degli israeliani Olmert ha mentito e, ancor peggio, non crede in lui il 51% degli elettori di Kadima.

Per il momento, però, Olmert continua imperterrito sulla sua strada. Dopo la conferenza stampa di Barak, il premier ha invocato il beneficio del dubbio e la possibilità di dimostrarsi innocente. "Qualcuno crede che l'apertura di ogni indagine richieda delle dimissioni" ha detto il premier "ma io non la penso così, e non ho intenzione di dimettermi". I suoi fedelissimi hanno poi bollato come "amatoriale e stupida" la presa di posizione di Barak, ma anche il ministro degli Esteri Tzipi Livni, come già in occasione del rapporto Winograd, ha invitato il primo ministro a lasciare la guida di Kadima in vista delle prossime elezioni.

A livello internazionale, quello che ora preoccupa maggiormente è la ripercussione degli affari interni allo Stato ebraico sulle trattative di pace con palestinesi e siriani. Per mezzo del suo portavoce, il presidente dell'Anp Abu Mazen ha fatto sapere che "senza dubbio, quello che sta accadendo (in Israele, ndr) avrà un impatto negativo sui negoziati". La storia del travagliato dialogo israelo-palestinese insegna che i singoli contano moltissimo: tra i leader delle fazioni si instaura fiducia reciproca, difficilmente replicabile con il cambio in corsa di uno dei protagonisti. In caso di elezioni anticipate e di vittoria della destra, inoltre, la disponibilità alle concessioni da parte di Israele sarebbe notevolmente inferiore.

Preoccupazione giunge infine anche da parte della Siria, con la quale Israele ha appena avviato trattative indirette sotto mediazione turca. "La Siria teme che l'indebolimento del governo israeliano possa rivelarsi un ostacolo per la pace" ha dichiarato il ministro dell'Informazione Mahdi Dakhlallah, interpellato da un'agenzia di stampa tedesca. Anche sul fronte siriano, la caduta di Olmert potrebbe portare al governo partiti molto meno disponibili alla trattativa con Damasco e all'eventuale cessione delle alture del Golan. Per quanto concerne la Siria, però, gli affari di Olmert non sono l'unico ostacolo. Dopo l'annuncio a sorpresa delle rinnovate trattative tra i due Stati, segnali di imbarazzo sono giunti dall'Iran e dalla fazione palestinese di Hamas, ottimi alleati di Damasco: sulla carta, tutti dichiarano di non voler interferire negli affari altrui ma è forte la preoccupazione per un accordo che imporrebbe la cessazione dei rapporti (e del sostegno) tra i siriani e coloro che favoriscono il terrorismo e la lotta contro Israele.

Non entusiasta del dialogo israelo-siriano è infine l'amministrazione Bush. Condoleezza Rice ha dichiarato di non avere nulla in contrario alle trattative, ma la Siria resta per Washington una pedina fondamentale dell'asse del male. Impedimento sulla via di un accordo saranno allora le denunce degli Stati Uniti contro presunte installazioni nucleari su territorio siriano: secondo il Washington Post, infatti, l'amministrazione americana avrebbe individuato almeno tre siti sospetti ora al vaglio degli esperti dell'Iaea (International Atomic Enercy Agency). Il dialogo con uno Stato a caccia della bomba atomica, con l'aggravante di essere in buoni rapporti con Teheran, non parte sotto i migliori auspici, con o senza Olmert.

L'Occidentale

Carrie, Charlotte, Miranda e Samantha invecchiano (ma non sembrano più loro)



Arriva "Sex and the City". E la stroncatura di Paolo Mereghetti.

Ci sono almeno due cose da non fare andando a vedere Sex and the City al cinema. La prima è quella di cercare di contare i marchi, le etichette e i prodotti vari pubblicizzati più o meno apertamente: dopo tre scene hai già perso il conto, perché qui il merchandising va molto più veloce della memoria e ti resta in mente solo l'ultima «citazione » (ammesso che fosse davvero l'ultima): le scarpe da 525 dollari e tacco 12 di Manolo Blahnik che serviranno all'ultimo colpo di scena (ammesso anche qui che si possa considerare davvero un colpo di scena).

L'altra, forse più importante, è sottovalutare la lunghezza inusitata del film: 2 ore e 25 minuti, un «veleno» per gli esercenti (che possono fare uno spettacolo in meno al giorno, e quindi incassano di meno) ma un «plus» — immagino — per i produttori (New Line e Hbo), che hanno pensato in questo modo di differenziare il film dalle serie e soprattutto di offrire sul grande schermo quello che sul piccolo non c'era. O c'era poco: una struttura narrativa «tradizionale » dove avventure, chiacchiere e shopping lasciassero il campo a un «approfondimento psicologico» delle quattro amiche, tutte più o meno costrette a confrontarsi, e a pagare le conseguenze, dei propri caratteri fondanti: l'ottimistico entusiasmo di Carrie (Sarah Jessica Parker), l'ingenua fiducia di Charlotte (Kristin Davis), la testarda rigidità di Miranda (Cynthia Nixon) e il disinibito edonismo di Samantha (Kim Cattrall).

Con una conseguenza non da poco: limitare, fin quasi a perdere del tutto, la componente più caratteristica del telefilm, quella leggerezza spensierata con cui le quattro amiche vivevano e mettevano in comune avventure sessuali senza problemi e senza rimorsi, una specie di ronde briosa e ininterrotta dove «il sesso diventa un gioco e una macchina narrativa comica» (Aldo Grasso). Quella «narrazione senza intrigo né corpi, fatta di assenze e di vuoti come l'idea del sesso delle quattro protagoniste» (ancora Grasso) e che era alla base del successo dei 92 episodi televisivi, divisi in sei stagioni, nel film non c'è più. Resta un ricordo più o meno sbiadito, che affiora ogni tanto a fatica (il mini-défilé anni Ottanta di Carrie tra gli scatoloni del trasloco; i sogni di Samantha sulle infaticabili prestazioni del vicino di casa), ma non basta a soddisfare le fan della serie. Almeno a vedere i voti degli utenti del più diffuso sito di cinema del mondo, Imdb: 3,5 su un massimo di 10.

Come dire: largamente al di sotto della sufficienza. Che cosa resta, allora, nel film? Le disavventure pre e post matrimoniali delle quattro (ex) single più famose d'America. Carrie vede arrivare finalmente il momento in cui non solo andare a vivere con il suo amato Big (Chris Noth) ma anche coronare tutto con un matrimonio comme il faut (vestito bianco Vivienne Westwood, con piume «cerulee» in testa); Miranda affronta con la sua solita intransigenza la confessione di un occasionale tradimento del marito (fatta poco dopo che lei ha concluso troppo sbrigativamente un amplesso arrivato dopo sei mesi di astinenza); Charlotte vede messo in discussione il suo proverbiale attivismo salutista da una inaspettata gravidanza; e Samantha scopre di non essere felice solo come agente del suo giovane compagno Smith Jerrod (Jason Lewis), talmente preso dal lavoro da perdersi il più «erotico » pranzo di sushi immaginabile. Come dire: dopo la spensieratezza della serie televisiva, arrivano i «problemi» del cinema, secondo una logica produttiva che prende spunto dagli episodi visti in tv («riassunti» durante i titoli di testa del film) e che cerca di percorrere nuove strade.

Diciamo più «realistiche», perché la chiave della sceneggiatura (firmata da Michael Patrick King, qui anche regista e produttore. Proprio come nella serie tivù) è quella di mettere a confronto i caratteri fondanti delle quattro amiche con i problemi del «reale». Ammesso e non concesso che la vita di Carrie, Samantha, Miranda e Charlotte sia reale e non piuttosto la proiezione fantasmatica dei sogni di rivincita della donna americana post Aids. Probabilmente King, e i dirigenti dell'Hbo, hanno pensato che bisognasse inventare qualche cosa di nuovo, far «evolvere » i personaggi e strapparli dalla ripetitività seriale del medium televisivo. Ma in questo modo hanno finito per snaturare la vera essenza delle quattro amiche e della serie (che era quella di saper superare ogni problema con una bevuta intorno a un tavolo o con una novità nel letto e nel guardaroba) e hanno tolto a Carrie e C. la capacità di offrire una rivincita molto femminile di fronte alle frustrazioni della vita. Forse questo cambiamento starà bene alla sociologia, ma non ha quasi nulla a che fare con il divertimento e la spensieratezza.

Paolo Mereghetti
(C) Corriere della Sera

29 maggio 2008

Ahmadinejad a Roma: l'appello de "Il Riformista"

Pubblico e sottoscrivo l'appello de "Il Riformista", in occasione dell'ormai prossima visita del presidente iraniano Ahmadinejad a Roma. Per aderire basta inviare una mail all'indirizzo iran@ilriformista.it.

In occasione della prevista visita in Italia del presidente della Repubblica Islamica dell’Iran Ahmadinejad, atteso a Roma tra il 3 e il 5 di giugno per la Conferenza della Fao dedicata alla “Sicurezza Alimentare”, i firmatari del presente appello promosso dal quotidiano il Riformista ribadiscono:

1) La contrarietà ad ogni forma di ingerenza negli affari interni degli stati del Vicino Oriente e di sostegno alle attività di gruppi armati che ostacolano l’attuazione di soluzioni pacifiche e consensuali in Libano e l’evolversi del processo di pace tra israeliani e palestinesi basato sul principio “due popoli, due stati”.

2) La necessità di impedire ogni ipotesi di sviluppo del nucleare a fini bellici che possa innescare una corsa agli armamenti in Medio Oriente. A questo fine i firmatari sostengono il perseguimento di una linea risoluta e coerente, sostenendo tutte le decisioni che il Consiglio di Sicurezza e l’Unione europea assumeranno per ottenere piena trasparenza e di collaborazione con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

3) Il ripudio di ogni affermazione o azione volta a negare la Shoah come fatto storico, a contestare il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele o a chiederne la distruzione. Su questi punti confermiamo il nostro impegno, fermo restando il rispetto per la sovranità della Repubblica Islamica dell’Iran, i sentimenti di amicizia per il popolo iraniano e l’auspicio che lo spazio di dialogo tra il governo iraniano e la comunità internazionale possa allargarsi e contribuire alla pacificazione della regione mediorientale.

25 maggio 2008

Politica, morale, spiritualità. Le tre lezioni di Israele

Le tre lezioni di Israele secondo Bernard-Henri Lévy.

Onore ed emozione nell' aprire, a Gerusalemme, sotto l' egida del presidente Shimon Peres, le cerimonie per il sessantesimo anniversario della nascita dello Stato ebraico. Con me, Henri Kissinger che descrive il nuovo pericolo che rappresenta un Iran dotato dell' arma nucleare. Con me, anche lo scrittore Amos Oz, coscienza morale di Israele, che trova le parole giuste per dire la sofferenza palestinese e la parte di responsabilità che ha il suo Paese. Piuttosto che ridire quello che non saprei dire meglio, piuttosto che ripetere, come tanto spesso ho fatto, che l' unica soluzione è quella di due Stati che vivano in pace, fianco a fianco, nel riconoscimento e nel rispetto reciproci, scelgo di insistere sul messaggio positivo, i valori, l' esperienza politica, morale, spirituale che lo Stato degli ebrei, e gli ebrei, hanno oggi da trasmettere al mondo. Esperienza politica? L' esemplarità di Israele. Sì, naturalmente non tutto è perfetto in Israele. E la questione palestinese, in particolare, è una ferita aperta, una piaga. Ma, a parte questo problema, per quel che ne so io, non esistono altri Stati, nati dalla decomposizione degli imperi, che abbiano saputo edificare, come Israele, una prosperità durevole, una democrazia degna di questo nome e anche un rapporto con la violenza che mai si libera dall' inquietudine e dalle considerazioni etiche. Al di là di tale contesto, al di là del fatto che Israele è l' unico Paese nato da quella che, con una bella espressione, fu chiamata rivoluzione anticolonialista, osservo questo Stato che accoglie indifferentemente russi e yemeniti, francesi ed etiopi, maghrebini e polacchi (senza parlare del 20 per cento di arabi palestinesi): lo si voglia o meno, una delle società più aperte al mondo; piaccia o meno, una multietnicità che si combina, come da nessun' altra parte, con un' appartenenza nazionale, un patriottismo, un' esigenza democratica sorprendentemente solidi; una lezione, in altre parole, una vera grande lezione alla quale farebbero bene ad ispirarsi tante nazioni potenti confrontate alla stessa impossibile equazione, Francia e Stati Uniti compresi. Esperienza morale? Penso alla prova, senza eguali, che il giudaismo d' Europa dovette attraversare. So che alcuni, qui, ritengono che si parli troppo di questa prova. La verità, dico ai duemila delegati presenti, è che se cerco di ripensare ai luoghi del mondo dove ho sentito maggiormente parlare della Shoah, questi non sono Israele né l' Europa. È Sarajevo, dove un presidente musulmano mi affidò, nel pieno dei bombardamenti, il famoso messaggio per François Mitterrand in cui supplicava: «Non lasciateci diventare il prossimo ghetto di Varsavia». Sono i tutsi del Ruanda e del Burundi: «Siamo gli ebrei d' Africa; ci avete abbandonati ai nostri nazisti come voi avete, un tempo, abbandonato gli ebrei d' Europa». Sono i comandanti dell' unità della guerriglia che, proprio un anno fa, mi fecero da scorta nel Darfur devastato e che, anch' essi, ripetevano: «Quel che ci terrorizza e che, al tempo stesso, ci infonde speranza è certamente il ricordo della Shoah, ma anche il modo in cui il popolo ebreo ha potuto sormontare la prova». Non dico che le uccisioni del Darfur siano l' equivalente dello sterminio degli ebrei. Dico soltanto che così parlano tutte le vittime senza nome, senza numero né volto, senza sepoltura, delle guerre dimenticate contemporanee. Ne deduco che il popolo ebraico ha, per questo, una responsabilità particolare nei confronti di quei dannati. E dico quanto sono fiero ogni volta che verifico come, in tutti questi casi, i primi a mobilitarsi - e a combattere, fra l' altro, l' idiozia criminale della competizione delle vittime - siano molto spesso uomini e donne che hanno a cuore la Shoah. Infine, esperienza spirituale? Sappiamo da Levinas che il popolo ebraico non è solamente il popolo del Libro, ma quello del commento del Libro. E sappiamo che ha inventato quel protocollo di lettura unico al mondo chiamato Talmud, da cui risulta che non esiste parola sacra che non sia soggetta a un commento infinito, inesauribile, instancabile: il grande sapiente Rachi che risponde al rabbino Hananel di Kairouan, che risponde a sua volta al rabbino Gershom di Magonza che smentiva, contraddiceva o prolungava un commento di Yochanan ben Zakkai o di Hillel Immaginate, allora, altri Talmud che non siano ebrei Immaginate che gli ebrei trasmettano ai loro fratelli musulmani, per esempio, il gusto di una lettera che rimane lettera aperta e dal significato indeciso. Immaginate che, alla maniera del giudaismo, ma riprendendo anche il filo che, un tempo, Avicenna tirò prima che i suoi successori lo lasciassero cadere, gli imam di oggi acconsentano all' idea di un' interpretazione mai portata a termine. Sarebbe la fine del dogmatismo. L' antidoto al fanatismo. Sarebbe il vero rimedio alla malattia dell' Islam diagnosticata, fra gli altri, dal mio amico Abdelwahab Meddeb. Ecco quel che gli ebrei hanno da dire, non solo agli ebrei, ma ai non ebrei. Ecco la triplice esperienza che la loro storia ha dato a loro il compito di trasmettere. Che lo facciano, che si impegnino, che si cimentino, una volta per tutte, in questa spartizione metafisica e allora sì, Israele sarà la regione, non solo del mondo, ma dell' essere, e il suo sessantesimo anniversario sarà una buona notizia per tutti i popoli della terra.

Bernard-Henri Lévy
(C) Corriere della Sera

Il dialogo sbagliato

Napoli e i rifiuti: per Sergio Romano, più che il dialogo serve l'informazione.

A Napoli, dopo il Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi ha parlato di «tempo scaduto», ha promesso che il problema dei rifiuti urbani della città sarebbe stato trattato «come un terremoto o una eruzione vulcanica ». E ha aggiunto che le aree individuate per le discariche sarebbero state considerate «zone di interesse strategico nazionale». Poco importa, a questo punto, che i militari vengano automaticamente impiegati per la custodia dei siti o chiamati soltanto in caso di necessità, come sembra di doversi dedurre dall'ultima redazione delle norme. Se non sono semplici grida retoriche, le parole del presidente del Consiglio significano che le località individuate dal governo ed elencate nel decreto pubblicato dalla Gazzetta Ufficiale, sono l'equivalente di una installazione militare. Fu chiaro sin dal primo annuncio, quindi, che il governo aveva alzato di uno scalino la soglia simbolica della sicurezza e detto implicitamente al Paese che questa è un'operazione di Stato nell'interesse dell'intera comunità nazionale. Chi si mette di traverso con manifestazioni violente o cerca d'impedire il funzionamento delle discariche sfida lo Stato e va trattato di conseguenza.

Non potevamo sperare, naturalmente, che il piano del governo sarebbe bastato a zittire i manifestanti. E non potevamo neppure sperare che l'intera classe politica avrebbe immediatamente rinunciato al vecchio gioco dei dubbi, delle reticenze, dei distinguo e delle approvazioni con riserva. Sapevamo che i «tribuni della plebe» non avrebbero esitato a «tastare» la fermezza del governo. E potevamo facilmente immaginare che qualche uomo politico, fiutando il vento, avrebbe cominciato a manifestare il proprio dissenso. Esiste un «fronte del no» di cui fanno parte l'egoismo municipale, interessi affaristici, la camorra, il massimalismo anti-istituzionale e, perché no?, parecchi uomini politici a cui non spiacerebbe che il nuovo governo scivolasse subito su una buccia di banana. Tutto questo, ripeto, era prevedibile e scontato.

Non sarebbero prevedibili e scontati invece il cedimento del governo e l'annacquamento del piano di Napoli. Se il governo facesse un passo indietro, si affidasse a un mediatore e aprisse trattative, la fermezza degli scorsi giorni sembrerebbe una vuota bravata e Berlusconi perderebbe d'un colpo solo il credito conquistato anche sul piano internazionale.

È stata pronunciata più volte, nella giornata di ieri, la parola «dialogo»: una espressione che ricorre frequentemente nel linguaggio politico italiano e che significa ormai patteggiamento e compromesso. Ci piacerebbe che venisse sostituita, in questo caso, con la parola informazione. Dopo le estenuanti trattative e i nulla di fatto degli scorsi anni vi è ancora spazio per correzioni e aggiustamenti.

Ma l'utilità del dialogo si è esaurita. L'informazione, invece, è necessaria. Occorrerà spiegare continuamente ai cittadini, fin nelle sedi più piccole e periferiche, le intenzioni del governo, il progresso dei lavori, i cambiamenti che saranno resi necessari dalle circostanze in corso d'opera. E occorrerà cercare di mitigare gli inconvenienti tenendo conto delle loro esigenze. Ma di «dialogo», nel senso che la parola ha acquisito nel gergo della cattiva politica italiana, a Napoli non c'è bisogno.

Sergio Romano
(C) Corriere della Sera

L'ultima lezione di Randy

Quella dell'ultima lezione è una pratica molto in voga negli Stati Uniti. Prima di lasciare la cattedra per anzianità, i professori universitari sono soliti tenere uno speech davanti a studenti, amici e colleghi: parlano della loro esperienza nel mondo accademico, regalano qualche pillola di saggezza, i più sensibili si lasciano scappare una lacrima tra gli applausi. Quando Randy Pausch ha tenuto la sua ultima lezione alla Carnegie Mellon University, davanti a 400 studenti, la pensione era ancora lontana: al momento del congedo aveva solo 47 anni.

La storia di Randy Pausch è diversa da tutte le altre. Professore di informatica e pioniere della realtà virtuale, Pausch ha deciso di lasciare l'università per stare vicino alla moglie e ai tre figli. Motivo? Nel settembre 2006 gli è stato diagnosticato un cancro al pancreas, una delle forme peggiori: le speranze di sopravvivenza si aggirano intorno al 4-5%. Pausch si fa operare, ma nell'agosto 2007 l'incubo ritorna: «In quel momento – dice Randy sul suo sito web, costantemente aggiornato – i dottori hanno stimato ancora 3-6 mesi di vita sana».

È una corsa contro il tempo. A settembre, Pausch decide di lasciare l'università con la classica ultima lezione. Una lezione assolutamente sorprendente: Randy è sorridente, ride e parla della sua vita passata. «Non so come si fa a non divertirsi. Sto per morire e mi diverto. E ho intenzione di continuare a divertirmi per ogni singolo giorno che mi resta. Perché non c'è altro modo di vivere». La sua ultima lezione – "Realizzare i sogni dell'infanzia" – finisce su youtube: a oggi, più di due milioni di persone si sono commosse davanti all'inguaribile ottimismo di Pausch.

L'ultima lezione di Randy diventa presto un caso mondiale. I ragazzi la diffondono via e-mail, mentre il professore viene intervistato dai più grandi giornali mondiali. Il 22 ottobre 2007 è il giorno della consacrazione: l'ultima lezione viene replicata nel corso del principale talk-show americano, "The Oprah Winfrey Show", davanti a milioni di telespettatori. Le parole di Pausch, ampliate, finiscono la corsa in un libro: bestseller annunciato, "L'ultima lezione. La vita spiegata da un uomo che muore" vede la luce contemporaneamente in tutto il mondo. In Italia lo pubblica Rizzoli (233 pagine, € 15.00), che ha anche messo online il video originale della lezione con traduzione in italiano (http://www.pausch.rcslibri.it/).

È importante parlare di Randy, eroe del nostro tempo. Quante persone, condannate a morte, trovano la forza di spiegare quanto sia bella la vita? Poche, pochissime. Per questo "L'ultima lezione" è un libro prezioso, una storia che rimarrà nel tempo. Pausch parte da una "semplice" constatazione: «Ho ben dieci metastasi al fegato e mi restano solo pochi mesi di vita. Ho sposato la donna dei miei sogni e sono padre di tre bambini. Certo, potrei passare le giornate a compatirmi, ma questo non sarebbe d'aiuto né a loro né a me». Meglio fare qualcosa di utile: raccontare la propria vita al mondo, cercando di viverla fino all'ultimo istante.

Persa ogni ragionevole speranza di guarigione, il professor Pausch decide di tenere la sua ultima lezione alla Carnegie. Vinte le resistenze della moglie, inizia a lavorarci e pensa di intitolarla "Realizzare davvero i sogni dell'infanzia": una lezione assolutamente americana, incentrata sulla forza del sogno e sulla lotta per realizzarla. Una lezione che è la storia della sua stessa vita: «Sono nato con la camicia, ecco la ragione principale per cui sono riuscito a realizzare i miei sogni d'infanzia».

Pausch cresce a Columbia, nel Maryland: i soldi, dice, non sono mai stati un problema «perché i miei genitori non hanno mai sentito la necessità di spendere molto». L'infanzia è spensierata, Randy può sognare come i bambini felici: «È importante avere sogni precisi». Uno di questi sogni è quello di fluttuare nell'aria: «Un giorno scoprii che la Nasa ha un aereo che usa per addestrare gli astronauti all'assenza di gravità». Un sogno realizzato nel 2001, quasi quarant'anni dopo aver espresso il desiderio: meglio tardi che mai.

Nel 1969, a otto anni, Randy visita Disneyland: «Era il posto più bello che avessi mai visto». Vent'anni dopo, ottenuto il dottorato in informatica, il professore cerca di farsi assumere alla Disney: niente da fare. Ma Paush non si dà per vinto: è il 1995, l'autore è diventato professore all'Università della Virginia e lavora alla realtà virtuale. Caso vuole che la Disney sia in cerca di qualcuno per far "volare" davvero il tappeto di Aladdin: è fatta. «Avevo il viso rigato di lacrime. Eccomi qua, la versione adulta di quel bambino stupito di otto anni a Disneyland. Finalmente ero arrivato. Ero un imagineer».

Sono molti i sogni realizzati da Pausch, con il duro lavoro e la speranza sempre accesa. Alla base del successo, l'ottimismo: sognare non costa nulla, un giorno la ruota girerà a nostro favore. L'esperienza del cancro, a sua volta, è un'occasione per imparare lezioni fondamentali. Lasciato l'ufficio del dottore con una spada di Damocle sul capo, Randy chiarisce alla moglie che «non morirò domani o dopodomani. Quindi oggi, adesso, insomma questo è un giorno meraviglioso. E voglio che tu sappia che me lo sto godendo». Quando è il destino a decidere per noi, non resta che godere al meglio del tempo che resta.

Lo straordinario viaggio dell'"Ultima lezione" dovrebbe entrare nelle antologie scolastiche, nei cassetti degli inguaribili pessimisti. Pausch, prima di congedarsi, prova a spiegare come vivere la propria vita: o quantomeno «come ho cercato di vivere la mia». È un uomo che muore a raccomandarci di sognare in grande; di non perderci dietro alla moda («preferisco di gran lunga le persone serie alle persone alla moda, perché la moda ha vita breve»); di non incaponirci troppo; di non sprecare il tempo a lamentarci (meglio lavorare sodo); di curare la malattia, non i sintomi: in altre parole, andare al cuore dei problemi; di non preoccuparsi troppo di quello che pensano gli altri; di cercare il meglio in ciascuno…

Si potrebbe continuare a lungo: il resto lo trovate nel libro. Quella che doveva essere una lezione su come realizzare i sogni d'infanzia, si è trasformata in una «lezione su come vivere la vostra vita. Se la vivete nella maniera giusta, il vostro karma andrà a posto. E saranno i vostri sogni a raggiungervi».

L'ultimo messaggio di Randy (http://www.randypausch.com), con tanto di valori medici, risale a pochissimi giorni fa: «Mi sto riposando e sto riacquistando le forze. Oggi è stata la giornata migliore da un po' di tempo a questa parte. Ho fatto un pisolino di due ore nel pomeriggio, ma a parte quello sono stato sveglio e attivo tutto il giorno». La sfida continua.

L'Occidentale

24 maggio 2008

Chiaiano



Scontri a Chiaiano tra polizia e manifestanti. Nessuno ha ancora parlato di fascismo: è davvero la Terza Repubblica.

23 maggio 2008

Emma alla riscossa


Per ora abbiamo un discorso programmatico di 36 cartelle. Ma il contributo che Emma Marcegaglia può dare al rinnovamento dell'Italia non dovrebbe essere sottovalutato. Buon lavoro.

Sedici anni fa


"
Occorre compiere fino in fondo il proprio dovere, qualunque sia il sacrificio da sopportare, costi quel che costi, perché è in ciò che sta l'essenza della dignità umana".

Giovanni Falcone
1939 - 1992

Par condicio

L’origine di tutti i mali, in America come in Europa è la par condicio che dopo l’11 settembre accorda un identico microfono alle idee più disparate, anche se spregevoli.
Arianna Huffington,
intervistata dal "Corriere della Sera"

22 maggio 2008

90210: cooler, sexier, more provocative.

Beverly Hills is back. Cw, this fall. "Cooler, Sexier, More Provocative".

Berlusconi plans crime crackdown

Il pacchetto sicurezza secondo il "Financial Times".

Pledging to erase “citizens’ fears” and guarantee their security, Silvio Berlusconi, Italy’s newly elected prime minister, on Wednesday announced tough new measures to combat crime and illegal immigration.

Holding his first cabinet meeting in the rubbish-infested city of Naples, as he had promised in his election campaign, Mr Berlusconi also declared that troops would guard newly identified sites for the dumping of thousands of tonnes of ­rubbish.

Separately, Giulio Tremonti, the finance minister, announced an agreement with the Italian banking association that would allow mortgage borrowers hit by the credit squeeze to fix their loans at the lower variable rates of 2006 and settle the difference at the end of the term.

Mr Tremonti also confirmed an election pledge to abolish a local property tax on first homes and remove taxes on overtime work in the private sector. This would cost the public budget €4bn ($6.2bn, $3.2bn) which would be paid for by cuts in public spending.

The “mother of reforms”, Mr Tremonti said, would be fiscal federalism.

Security and stagnating incomes were key themes in the centre-right’s decisive election victory last month when Mr Berlusconi’s People of Freedom coalition drew accusations of stoking racism and a revival of fascist ideology and legislation.

“We are tackling the right of citizens not to be afraid,” Mr Berlsuconi told a news conference, flanked by ministers including Roberto Maroni, interior minister from the right-wing Northern League. “We will make the state become a state again, because it has to uphold the law,” the media mogul added.

But his hardline approach, reflecting the more right-wing make-up of his third government, could put Mr Berlusconi on a collision course with the European Commission, Italy’s marginalised left wing and even ordinary residents of Naples opposed to huge new rubbish tips on their doorsteps.

Italian officials insist the plans do not violate EU law.

A decree with immediate effect will provide for “easier” expulsion of illegal immigrants and the confiscation of property they might have rented from Italians.

Illegal immigration is proposed to become an offence carrying a jail sentence of up to four years. Illegals might be detained in centres for up to 18 months pending their eventual expulsion .

Local officials are to be given more powers to verify the residences and incomes of foreigners seeking residency, including EU citizens, and more authority to expel them.

A crackdown on marriages of convenience and begging in the street with children were also announced.

New measures aimed at tackling the Mafia would lead to greater confiscation of their assets and eliminate plea-bargaining in court.

The government will also establish a DNA bank for those guilty of serious crimes and a new national databank. Details were not disclosed.

Riot police kept a dozen different demonstrations well away from the regional government palaces where the cabinet was meeting. Protesters included factory workers demonstrating over racism and unemployment, jobless hospital workers, environmentalists and, even, illegal immigrants.

Guy Dinmore
(C) Financial Times

Tra Siria e Israele la pace resta lontana

I segni erano nell'aria, ma la notizia ha colto tutti di sorpresa: con due comunicati diramati ieri a pochi minuti di distanza, i governi di Siria e Israele hanno ufficialmente dato il via a colloqui di pace indiretti. Si è inoltre saputo che il ruolo di mediatore tra i due Stati – da anni in conflitto latente – sarà giocato dalla Turchia: entrambe le parti hanno ringraziato Ankara per un impegno che si preannuncia lungo e faticoso.

Per comprendere le odierne tensioni tra Siria e Stato ebraico bisogna andare indietro nel tempo di qualche decennio. È il 5 giugno 1967 quando l'aviazione israeliana – con un'azione preventiva volta a soffocare le minacce del presidente egiziano Nasser – bombarda le forze aeree di Siria ed Egitto, principali alleati nella coalizione avversa a Israele. Nei sei giorni seguenti, la Israel Defence Force conquista svariati territori: dalla Striscia di Gaza al Sinai egiziano, mentre la Siria si vede sottratto l'altopiano del Golan. E proprio quell'altopiano – un fazzoletto di terra di 1250 km quadrati – sarà per anni al centro delle contese tra Damasco e Gerusalemme: almeno fino all'annuncio di ieri.

Le premesse, almeno sul piano delle intenzioni, lasciano ben sperare. Secondo i funzionari del premier israeliano Olmert, "le parti hanno dichiarato la loro intenzione di condurre i colloqui senza pregiudizi e con mente aperta… Hanno deciso di impegnarsi in un dialogo serio e continuativo, allo scopo di raggiungere un accordo vantaggioso per entrambi". Pressoché identiche le parole utilizzate dal ministro degli Esteri siriano Walid Moallem, che in serata ha anticipato ai giornalisti la promessa israeliana di ritirarsi dal Golan: da Gerusalemme nessun commento ufficiale. Secondo un funzionario israeliano citato dal quotidiano Haaretz, però, Olmert e Assad avrebbero effettivamente discusso una formula per mettere fine alla controversia sull'altopiano: si tratterà comunque di "un processo molto lungo".

Siria e Israele, intanto, non perdono tempo: al momento dell'annuncio, negoziatori dei due paesi si trovavano già in Turchia per affrontare incontri preliminari. A guidare la delegazione israeliana saranno Yoram Turbovitz e Shalom Turejeman, mentre la controparte siriana sarà guidata da Riad Daoudi – che prese parte anche ai falliti colloqui tra Damasco e Gerusalemme del 2000, con gli Stati Uniti in veste di mediatore. A chiarire la posta sul tavolo, infine, è stato lo stesso Olmert: Israele, ha detto il premier, sarà felice di discutere un possibile ritorno del Golan alla Siria in cambio di un serio impegno da parte del regime di Assad contro i gruppi ostili allo Stato ebraico, Hezbollah e Hamas in testa.

Ci sarà da lavorare, e i primi risultati si vedranno solo nel corso dei mesi. Ma l'annuncio dell’inizio dei negoziati – giunto mentre l'attenzione mondiale era puntata sugli sviluppi israelo-palestinesi e sulla situazione in Libano – non ha mancato di dividere il Medio Oriente (e il mondo intero) tra favorevoli e contrari alle trattative.

Le prime burrasche sono sorte proprio in Israele. Eli Yishai, a nome del partito Shas, ha parlato di "mossa pericolosa": "La Siria è il fondamento dell'asse del male, e non credo sia appropriato permettere al male di accedere al fronte settentrionale di Israele". Sulle stesse posizioni il Likud, che per bocca di Gideon Sa'ar ne fa una questione personale contro Olmert: "Chi riceve buste piene di soldi non toccherà il Golan (il riferimento è all'accusa di corruzione contro il premier, ndr). L'annuncio di Olmert prova che non c'è limite al suo cinismo e ai giochi con le proprietà di Israele per la sua personale sopravvivenza". Parole di apertura al dialogo con la Siria, oltre che da Kadima, sono venute invece dal Labor: il partito del ministro della Difesa Barak, però, ha a sua volta avanzato dei sospetti sulla concomitanza dell'annuncio con le accuse pendenti sul capo del premier.

L'annuncio dei colloqui tra Siria e Israele ha poi diviso palestinesi. Il presidente Abu Mazen si è detto speranzoso "che le due parti possano raggiungere una soluzione pacifica": sulla stessa linea il capo dei negoziatori palestinesi Erekat. Scetticismo emerge invece dalla fazione palestinese di Hamas, insediata nella Striscia di Gaza e impegnata a sua volta in trattative (fallimentari) con Israele: il funzionario Abu Zuhri ha fatto sapere che "questi negoziati non avranno ripercussioni sulla natura delle relazioni tra Siria e Hamas". Se apparentemente Hamas guarda dall'alto – "non interveniamo nelle politiche di altri paesi" –, forte è la preoccupazione per la possibile rottura dell'asse con Damasco: una richiesta che Israele sottoporrà quanto prima ai negoziatori siriani.

Sul fronte internazionale, Stati Uniti e Unione Europea hanno detto la loro. Dana Perino, portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato che "gli Stati Uniti non partecipano alle trattative. La decisione è stata presa da Israele, non ne siamo stupiti e non abbiamo nulla da obiettare". Stesso concetto aveva espresso George W. Bush nel corso del suo recente viaggio in Israele: Damasco, comunque, resta per l'amministrazione americana nella black list dei paesi sponsor del terrorismo. Maggior soddisfazione ha invece espresso Marc Otte, rappresentante dell'Unione Europea per il Medio Oriente: "L'Unione Europea ha sempre incoraggiato una soluzione globale del conflitto tra arabi e israeliani e continua a lavorare in questa direzione".

Al di là delle relazioni internazionali, i principali studiosi della querelle israelo-siriana si chiedono intanto dove possano portare i colloqui. Eyal Zisser, esperto di Medio Oriente e docente all'Università di Tel Aviv, è dubbioso sulle reali capacità del premier israeliano: Olmert è "molto serio", ma resta da vedere come saprà destreggiarsi tra colloqui di pace, opposizione politica e questioni giuridiche personali. Dubbioso anche Moshe Maoz, docente all'Università Ebraica: non bisogna dimenticare che "gran parte della popolazione è contraria alla cessione delle alture del Golan". Le infinite trattative di pace con i palestinesi insegnano: un conto sono i proponimenti, un conto il raggiungimento degli obiettivi. Anche quella che porta alla pace con la Siria sarà una strada lunga e piena di ostacoli.

L'Occidentale

19 maggio 2008

Sempre ad altissimi livelli

Da domani inizieremo a pianificare la prossima stagione e inizieremo a pensare al mercato. L'obiettivo non è certo quello di smantellare ma di rinforzare una squadra che possa tornare a competere in Europa e in Italia. Abbiamo parecchio tempo per lavorare in questo senso, la prima partita ufficiale della prossima stagione sarà il 31 Agosto e il giorno dopo chiuderà la prima sessione di mercato. I primi 12-13 giocatori non partiranno, io credo che per vincere si debba allestire una rosa ampia capace di creare una cocorrenza di livello con ricambi di pari qualità. Gattuso? Domani incontrerò Rino e ascolterò le sue eventuali perplessità e poi con estrema onestà riporterò la situazione. I nostri tifosi comunque devono rimanere sereni, come spesso ho già detto finchè il primo tifoso del Milan sarà Silvio Berlusconi, questa squadra competirà sempre ad altissimi livelli.

Adriano Galliani,
dimentica che Berlusconi è diventato tirchio

18 maggio 2008

Obama and the Jews

Immaginate Obama presidente. E se i rapporti con Israele rimanessero esattamente gli stessi? L'opinione di Friedman.

Pssst. Have you heard? I have. I heard that Barack Obama once said there has to be “an end” to the Israeli “occupation” of the West Bank “that began in 1967.” Yikes!

Pssst. Have you heard? I have. I heard that Barack Obama said that not only must Israel be secure, but that any peace agreement “must establish Palestine as a homeland for the Palestinian people.” Yikes!

Pssst. Have you heard? I have. I heard that Barack Obama once said “the establishment of the state of Palestine is long overdue. The Palestinian people deserve it.” Yikes! Yikes! Yikes!

Those are the kind of rumors one can hear circulating among American Jews these days about whether Barack Obama harbors secret pro-Palestinian leanings. I confess: All of the above phrases are accurate. I did not make them up.

There’s just one thing: None of them were uttered by Barack Obama. They are all direct quotes from President George W. Bush in the last two years. Mr. Bush, long hailed as a true friend of Israel, said all those things.

What does that tell you? It tells me several things. The first is that America today has — rightly — a bipartisan approach to Arab-Israeli peace that is not going to change no matter who becomes our next president. America, whether under a Republican or Democratic administration, is now committed to a two-state solution in which the Palestinians get back the West Bank, Gaza and Arab parts of East Jerusalem, and Israel gives back most of the settlements in the West Bank, offsetting those it does not evacuate with land from Israel.

The notion that a President Barack Obama would have a desire or ability to walk away from this consensus American position is ludicrous. But given the simmering controversy over whether Mr. Obama is “good for Israel,” it’s worth exploring this question: What really makes a pro-Israel president?

Personally, as an American Jew, I don’t vote for president on the basis of who will be the strongest supporter of Israel. I vote for who will make America strongest. It’s not only because this is my country, first and always, but because the single greatest source of support and protection for Israel is an America that is financially and militarily strong, and globally respected. Nothing would imperil Israel more than an enfeebled, isolated America.

I don’t doubt for a second President Bush’s gut support for Israel, and I think it comes from his gut. He views Israel as a country that shares America’s core democratic and free-market values. That is not unimportant.

But what matters a lot more is that under Mr. Bush, America today is neither feared nor respected nor liked in the Middle East, and that his lack of an energy policy for seven years has left Israel’s enemies and America’s enemies — the petro-dictators and the terrorists they support — stronger than ever. The rise of Iran as a threat to Israel today is directly related to Mr. Bush’s failure to succeed in Iraq and to develop alternatives to oil.

Does that mean Mr. Obama would automatically do better? I don’t know. To me, U.S. presidents succeed or fail when it comes to Arab-Israeli diplomacy depending on two criteria that have little to do with what’s in their hearts.

The first, and most important, is the situation on the ground and the readiness of the parties themselves to take the lead, irrespective of what America is doing. Anwar Sadat’s heroic overture to Israel, and Menachem Begin’s response, made the Jimmy Carter-engineered Camp David peace treaty possible. The painful, post-1973 war stalemate between Israel and Egypt and Syria made Henry Kissinger’s disengagement agreements possible. The collapse of the Soviet Union and America’s defeat of Iraq in the first gulf war made possible James Baker’s success in putting the Madrid peace process together.

What all three of these U.S. statesmen had in common, though — and this is the second criterion — was that when history gave them an opening, they seized it, by being tough, cunning and fair with both sides.

I don’t want a president who is just going to lean on Israel and not get in the Arabs’ face too, or one who, as the former Mideast negotiator Aaron D. Miller puts it, “loves Israel to death” — by not drawing red lines when Israel does reckless things that are also not in America’s interest, like building settlements all over the West Bank.

It’s a tricky business. But if Israel is your voting priority, then at least ask the right questions about Mr. Obama. Knock off the churlish whispering campaign about what’s in his heart on Israel (what was in Richard Nixon’s heart?) and focus first on what kind of America you think he’d build and second on whether you believe that as president he’d have the smarts, steel and cunning to seize a historic opportunity if it arises.

Thomas L. Friedman
(C) The New York Times

17 maggio 2008

Michela Vittoria Barcellona

Gli esordi di Michela Vittoria Brambilla, ripescati dalla Gialappa's.

1948-2008

14 maggio 1948: David Ben Gurion legge la dichiarazione d'indipendenza dello Stato ebraico.

In Eretz Israel è nato il popolo ebraico, qui si è formata la sua identità spirituale, religiosa e politica, qui ha vissuto una vita indipendente, qui ha creato valori culturali con portata nazionale e universale e ha dato al mondo l'eterno Libro dei Libri. Dopo essere stato forzatamente esiliato dalla sua terra, il popolo le rimase fedele attraverso tutte le dispersioni e non cessò mai di pregare e di sperare nel ritorno alla sua terra e nel ripristino in essa della libertà politica. Spinti da questo attaccamento storico e tradizionale, gli ebrei aspirarono in ogni successiva generazione a tornare e stabilirsi nella loro antica patria; e nelle ultime generazioni ritornarono in massa. Pionieri, ma'apilim e difensori fecero fiorire i deserti, rivivere la loro lingua ebraica, costruirono villaggi e città e crearono una comunità in crescita, che controllava la propria economia e la propria cultura, amante della pace e in grado di difendersi, portando i vantaggi del progresso a tutti gli abitanti del paese e aspirando all'indipendenza nazionale.

Nell'anno 5657 (1897), alla chiamata del precursore della concezione d'uno Stato ebraico Theodor Herzl, fu indetto il primo congresso sionista che proclamò il diritto del popolo ebraico alla rinascita nazionale del suo paese. Questo diritto fu riconosciuto nella dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917 e riaffermato col Mandato della Società delle Nazioni che, in particolare, dava sanzione internazionale al legame storico tra il popolo ebraico ed Eretz Israel [Terra d’Israele] e al diritto del popolo ebraico di ricostruire il suo focolare nazionale. La Shoà [catastrofe] che si è abbattuta recentemente sul popolo ebraico, in cui milioni di ebrei in Europa sono stati massacrati, ha dimostrato concretamente la necessità di risolvere il problema del popolo ebraico privo di patria e di indipendenza, con la rinascita dello Stato ebraico in Eretz Israel che spalancherà le porte della patria a ogni ebreo e conferirà al popolo ebraico la posizione di membro a diritti uguali nella famiglia delle nazioni. I sopravvissuti all'Olocausto nazista in Europa, così come gli ebrei di altri paesi, non hanno cessato di emigrare in Eretz Israel, nonostante le difficoltà, gli impedimenti e i pericoli e non hanno smesso di rivendicare il loro diritto a una vita di dignità, libertà e onesto lavoro nella patria del loro popolo.

Durante la seconda guerra mondiale, la comunità ebraica di questo paese diede il suo pieno contributo alla lotta dei popoli amanti della libertà e della pace contro le forze della malvagità nazista e, col sangue dei suoi soldati e il suo sforzo bellico, si guadagnò il diritto di essere annoverata fra i popoli che fondarono le Nazioni Unite. Il 29 novembre 1947, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò una risoluzione che esigeva la fondazione di uno Stato ebraico in Eretz Israel. L'Assemblea Generale chiedeva che gli abitanti di Eretz Israel compissero loro stessi i passi necessari da parte loro alla messa in atto della risoluzione. Questo riconoscimento delle Nazioni Unite del diritto del popolo ebraico a fondare il proprio Stato è irrevocabile. Questo diritto è il diritto naturale del popolo ebraico a essere, come tutti gli altri popoli, indipendente nel proprio Stato sovrano. Decidiamo che, con effetto dal momento della fine del Mandato, stanotte, giorno di sabato 6 di Iyar 5708, 15 maggio 1948, fino a quando saranno regolarmente stabilite le autorità dello Stato elette secondo la Costituzione che sarà adottata dall'Assemblea costituente eletta non più tardi del 1 ottobre 1948, il Consiglio del Popolo opererà come provvisorio Consiglio di Stato, e il suo organo esecutivo, l'Amministrazione del Popolo, sarà il Governo provvisorio dello Stato ebraico che sarà chiamato Israele.

Lo Stato d’Israele sarà aperto per l'immigrazione ebraica e per la riunione degli esuli, incrementerà lo sviluppo del paese per il bene di tutti i suoi abitanti, sarà fondato sulla libertà, sulla giustizia e sulla pace come predetto dai profeti d'Israele, assicurerà completa uguaglianza di diritti sociali e politici a tutti i suoi abitanti senza distinzione di religione, razza o sesso, garantirà libertà di religione, di coscienza, di lingua, di istruzione e di cultura, preserverà i luoghi santi di tutte le religioni e sarà fedele ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Lo Stato d’Israele sarà pronto a collaborare con le agenzie e le rappresentanze delle Nazioni Unite per l'applicazione della risoluzione dell'Assemblea Generale del 29 novembre 1947 e compirà passi per realizzare l'unità economica di tutte le parti di Eretz Israel. Facciamo appello alle Nazioni Unite affinché assistano il popolo ebraico nella costruzione del suo Stato e accolgano lo Stato ebraico nella famiglia delle nazioni.

Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero. Facciamo appello al popolo ebraico dovunque nella Diaspora affinché si raccolga intorno alla comunità ebraica di Eretz Israel e la sostenga nello sforzo dell'immigrazione e della costruzione e la assista nella grande impresa per la realizzazione dell'antica aspirazione: la redenzione di Israele.

Confidando nella Rocca di Israele, noi firmiamo questa Dichiarazione in questa sessione del Consiglio di Stato provvisorio, sul suolo della patria, nella città di Tel Aviv, oggi, vigilia di sabato 5 Iyar 5708, 14 maggio 1948.

Birmania, la tirannide chimicamente pura

Sul "Corriere della Sera", Bernard-Henri Lévy racconta la dittatura birmana: una tirannide chimicamente pura.

La dittatura è sorda: tutti ormai sanno che era stata avvertita dal dipartimento di meteorologia indiano con due giorni di anticipo sull' arrivo del ciclone e con cinque giorni di anticipo da quello thailandese. Non ha voluto ascoltare.

La dittatura odia il proprio popolo: non lo disprezza, lo odia, e questo odio è freddo, totale, omicida. Come spiegare altrimenti l' inimmaginabile spettacolo dei convogli bloccati dalla dogana alla frontiera thailandese? Degli aerei carichi di viveri a cui viene proibito di atterrare? Come spiegare, sapendo che a ogni ora, a ogni minuto che passa, diminuiscono le possibilità di ritrovare sopravvissuti fra le rovine dei villaggi sommersi della zona di Bogalay o di Laputta, che si facciano entrare solo con il contagocce viveri e medicinali che potrebbero salvarli?

La dittatura è folle: non è solamente crudele, è clinicamente folle e, nella circostanza, paranoica. Ed è qui l' altra chiave per comprendere un regime insensato che preferisce lasciar morire il proprio popolo piuttosto che aprire le porte ai medici senza frontiere: bisogna esser dei pazzi da manicomio, dei cretini, per nutrire la convinzione che gli operatori umanitari siano delle spie, che vogliano entrare nel Paese solo per destabilizzarlo e mandarlo in rovina, che i pacchi del Programma alimentare mondiale contengano veleni più micidiali di quelli emanati dai corpi in decomposizione che galleggiano nel delta del fiume Irrawaddy.

La dittatura è razzista: è ora di finirla di presentare la Birmania come un Paese post-coloniale la cui paranoia si spiegherebbe con il solo fatto che, un tempo, ha dovuto sopportare i miasmi della peste razzista. Infatti è la dittatura che è razzista; è la dittatura che vede il Bianco, l' Occidentale, l' Americano come nemici naturali e biologici; è la dittatura che, nella più pura tradizione xenofoba e quindi razzista, vede lo straniero come un microbo, un agente corruttore, un virus.

La dittatura è monomaniacale: il razzismo, la follia provengono anche, se non innanzitutto, dal fatto che i dittatori non pensano che ai dittatori, al proprio avvenire, alla propria sopravvivenza. Il Paese affonda, 5 mila chilometri quadrati di risaie sono già sotto le acque, i rari testimoni ci dicono che le paludi sono cosparse di cadaveri, le falde freatiche putrefatte, che i bambini tremano per la malaria o la febbre rossa e loro pensano soltanto - è veramente inaudito! - alla farsa del referendum imposto con la forza e il cui unico scopo era di consolidare ancora di più il regime.

La dittatura è autistica, vive in isolamento, ripiegata su se stessa, avendo integrato l' ipotesi brechtiana della scomparsa del popolo che essa dovrebbe governare: 20 mila morti? 30 mila? 100 mila? Domani 300 mila? Di più? Alla dittatura non importa niente, non fa contabilità; la dittatura, non lasciamoci ingannare, non si preoccupa nemmeno di mentire veramente, di minimizzare, di falsificare. Quei corpi, da vivi, non avevano né volto né nome; perché mai, da morti, dovrebbero avere un volto e un nome?

La dittatura, in realtà, di una sola cosa si rallegra: del «naso» degli astrologi che l' hanno convinta, nel novembre del 2005, ad abbandonare Rangoon e a trincerarsi a Naypydaw, in una capitale nuova, nel cuore della giungla, lontana dall' acqua e dai cicloni. La dittatura non perde la bussola: che sia folle, d' accordo; paranoica, probabilmente; ma ha riflessi intatti; una reattività ben solida. In pieno cataclisma, si verifica un ammutinamento nella prigione di Insein, a Rangoon, ed eccola reagire, stavolta, con la rapidità della luce e spedire i soldati - che non ritiene di mobilitare sul fronte dei soccorsi ai senzatetto - a giustiziare i 36 responsabili della rivolta.

La dittatura è mafiosa: in pieno disastro, mentre il Programma alimentare mondiale supplica di lasciar passare almeno un convoglio di biscotti vitaminizzati che potranno nutrire ben 100 mila bambini, essa dice: «Ok, perché no?». Ma è per confiscare la merce e rivenderla, probabilmente, al mercato nero.

La dittatura è taccagna: i 5 milioni di dollari sbloccati per i soccorsi urgenti sono pari a un millesimo delle entrate annuali che le rende la vendita di petrolio alle compagnie straniere, fra cui la francese Total; oppure, se vogliamo fare i conti diversamente, sono pari alla metà del valore dei regali di matrimonio ricevuti dalla signorina Shwe, l' amata figlia del generalissimo presidente Than Shwe.

La dittatura è grottesca: sì, come sempre, e malgrado l' orrore, ha qualcosa di profondamente assurdo e grottesco. E' comunque la sensazione che si prova di fronte all' immagine di quell' imbecille ornato di galloni, e di occhiali scuri, il quale declama alla televisione, che più nessuno capta in mancanza di elettricità, che «la situazione sta tornando alla normalità».

E' un laboratorio. E' raro vedere una dittatura funzionare in maniera così chimicamente pura. E davanti a questo spettacolo, alla macchina di morte, di odio e di follia, si oscilla fra dolore, pietà, voglia di veder gli assassini trascinati in un Tribunale penale internazionale abilitato a giudicare simili scelleratezze, e nostalgia dei tempi in cui la Francia inventava, e imponeva al mondo, il diritto e il dovere di ingerenza.

Bernard-Henri Lévy
(C) Corriere della Sera

Israeli Miracle

La nascita di Israele secondo Charles Krauthammer.

Before sending Lewis and Clark west, Thomas Jefferson dispatched Meriwether Lewis to Philadelphia to see Dr. Benjamin Rush. The eminent doctor prepared a series of scientific questions for the expedition to answer. Among them, writes Stephen Ambrose: “What Affinity between their (the Indians’) religious Ceremonies & those of the Jews?” Jefferson and Lewis, like many of their day and ours, were fascinated by the Ten Lost Tribes of Israel, and thought they might be out there on the Great Plains.

They weren’t. They aren’t anywhere. Their disappearance into the mists of history since their exile from Israel in 722 B.C. is no mystery. It is the norm, the rule for every ancient people defeated, destroyed, scattered, and exiled.

With one exception, a miraculous story of redemption and return, after not a century or two, but 2,000 years. Remarkably, that miracle occurred in our time. This week marks its 60th anniversary: the return and restoration of the remaining two tribes of Israel — Judah and Benjamin, later known as the Jews — to their ancient homeland.

Besides restoring Jewish sovereignty, the establishment of the State of Israel embodied many subsidiary miracles, from the creation of the first Jewish army since Roman times to the only recorded instance of the resurrection of a dead language — Hebrew, now the daily tongue of a vibrant nation of seven million. As historian Barbara Tuchman once wrote, Israel is “the only nation in the world that is governing itself in the same territory, under the same name, and with the same religion and same language as it did 3,000 years ago.”

During its early years, Israel was often spoken of in such romantic terms. Today, such talk is considered naive, anachronistic, even insensitive, nothing more than Zionist myth designed to hide the true story, i.e., the Palestinian narrative of dispossession.

Not so. Palestinian suffering is, of course, real and heart-wrenching, but what the Arab narrative deliberately distorts is the cause of its own tragedy: the folly of its own fanatical leadership — from Haj Amin al-Husseini, the grand mufti of Jerusalem (Nazi collaborator, who spent World War II in Berlin), to Egypt’s Gamal Abdel Nasser to Yasser Arafat to Hamas of today — that repeatedly chose war rather than compromise and conciliation.

Palestinian dispossession is a direct result of the Arab rejection, then and now, of a Jewish state of any size on any part of the vast lands the Arabs claim as their exclusive patrimony. That was the cause of the war 60 years ago that, in turn, caused the refugee problem. And it remains the cause of war today.

Six months before Israel’s birth, the U.N. had decided by a two-thirds majority that the only just solution to the British departure from Palestine would be the establishment of a Jewish state and an Arab state side by side. The undeniable fact remains: The Jews accepted that compromise; the Arabs rejected it.

With a vengeance. On the day the British pulled down their flag, Israel was invaded by Egypt, Syria, Lebanon, Transjordan and Iraq — 650,000 Jews against 40 million Arabs.

Israel prevailed, another miracle. But at a very high cost — not just to the Palestinians displaced as a result of a war designed to extinguish Israel at birth, but also to the Israelis, whose war losses were staggering: 6,373 dead. One percent of the population. In American terms, it would take 35 Vietnam memorials to encompass such a monumental loss of life.

You rarely hear about Israel’s terrible suffering in that 1948-49 war. You hear only the Palestinian side. Today, in the same vein, you hear that Israeli settlements and checkpoints and occupation are the continuing root causes of terrorism and instability in the region.

But in 1948, there were no “occupied territories.” Nor in 1967 when Egypt, Syria and Jordan joined together in a second war of annihilation against Israel.

Look at Gaza today. No Israeli occupation, no settlements, not a single Jew left. The Palestinian response? Unremitting rocket fire killing and maiming Israeli civilians. The declared casus belli of the Palestinian government in Gaza behind these rockets? The very existence of a Jewish state.

Israel’s crime is not its policies but its insistence on living. On the day the Arabs — and the Palestinians in particular — make a collective decision to accept the Jewish state, there will be peace, as Israel proved with its treaties with Egypt and Jordan. Until that day, there will be nothing but war. And every “peace process,” however cynical or well-meaning, will come to nothing.

Charles Krauthammer
(C) The Washington Post Writers Group

16 maggio 2008

I vostri media vi hanno raccontato il falso

Oggi vi parlo della questione più importante della nostra nazione islamica, ovvero la lotta che riguarda la questione palestinese. Sessant'anni fa non esisteva Israele, c'era solo la Palestina che è stata sottratta con le armi ai palestinesi. Questa è la vostra terra e gli israeliani sono degli invasori. I vostri media vi hanno raccontato il falso per 60 anni su questo tema. I palestinesi sono gli oppressi.
Osama Bin Laden,
il conflitto israelo-palestinese secondo al-Qaeda

Il governo spagnolo respinge la violenza

Il governo spagnolo respinge la violenza, il razzismo e la xenofobia e, pertanto, non può condividere ciò che sta succedendo in Italia. La Spagna lavora a una politica dell'immigrazione legale e ordinata, che permetta il riconoscimento di diritti e doveri.
Maria Teresa Fernandez de la Vega,
la Spagna sale in cattedra

15 maggio 2008

Italy to join ‘very firm’ approach on Iran

Franco Frattini ha rilasciato un'intervista al prestigioso quotidiano londinese "Financial Times". Bene sull'Iran, nella speranza di entrare nel novero dei paesi che contano qualcosa. Crolla però sul Dalai Lama: non lo incontrerebbe per non irritare gli "amici cinesi" (amici di chi?), esprimendo comunque solidarietà alla lotta tibetana. Chiarezza, ministro...

Italy’s new centre-right government is prepared to join the US and big European powers in taking a tough line on Iran but wants to be let into “the club” deciding on sanctions.

Franco Frattini, foreign minister, told the Financial Times in an interview that the new government of Silvio Berlusconi, prime minister, would be closer to Israel and harder on Iran than its centre-left predecessor under Romano Prodi.

At the same time Italy, which has struggled among the G8 powers to make its voice heard on the international scene, wants to leverage its close commercial ties with Iran.

Mr Frattini criticised Massimo D’Alema, his predecessor, for being “too late” in understanding the importance of gaining entry at the top table of the “P5 plus one” – the five permanent members of the UN security council and Germany, engaged in diplomacy with Iran over its suspected nuclear weapons programme.

“Now Italy will push forward to be really in the club on Iran,” he said. He plans to discuss this with Condoleezza Rice, US secretary of state, at the Paris donors conference on Afghanistan in June.

“Italy will not be left isolated by a restricted group of European partners plus the US,” added Mr Frattini, who held the foreign portfolio in an earlier Berlusconi administration.

He declined to be drawn on whether Italy would support specific sanctions against Iran’s energy sector. The Italian government is the largest shareholder in Rome-based Eni, which is among the largest investors in Iran’s oil industry.

However, he said that “much more than the former government”, Italy’s administration would join the “very firm” approach on Iran of the US, France, Germany and the UK.

Mr Frattini ruled out any dialogue with Hamas as proposed by his predecessor, as long as the Islamist Palestinian group was committed to violence against Israel.

However, he offered Italy’s help as a “facilitator” in widening the dialogue between the US and Iran, saying the international community needed to work towards transforming Iran from a “dangerous regional power” into a co-operative one.

Throughout the interview, Mr Frattini, who has just left his post at Brussels as European justice commissioner, stressed the importance of Italy working together with the EU, particularly on Iran and Lebanon, where Italy heads the multinational peacekeeping force with 3,000 troops.

Mr Frattini finds himself in a diverse cabinet, however, containing strong eurosceptics, including Giulio Tremonti, finance minister.

Mr Tremonti, in his latest book, also takes a dim view of China, which he sees as an expansionist power and a threat to Italy’s economy through the advance of globalism.

Mr Frattini, however, said he had no intention of needlessly provoking his “Chinese friends” by meeting the Dalai Lama, Tibet’s spiritual leader, as Gordon Brown, the UK prime minister, intends to do. Nonetheless, Mr Frattini expressed support for the Dalai Lama’s approach to autonomy for Tibet and said he opposed those in the EU seeking to lift the European arms embargo on China.

Guy Dinmore
(C) Financial Times

Non gli dia ascolto

Voterò la fiducia al suo governo, ed è la seconda volta che accade. Ma non intendo concedere la mia fiducia, né politica né morale, nei confronti del suo ministro dell’Interno. Il quale, forse per far dimenticare un passato nel quale, mentre io lottavo contro il terrorismo da ministro dell’Interno, ha militato nell’area di estrema sinistra non lontano dalla lotta armata, dice oggi cose intollerabili per me cristiano e inattuabili. Mi auguro che lei non gli dia ascolto.
Francesco Cossiga,
fiducia con riserva

14 maggio 2008

Vicky, Cristina, Barcelona

Ecco il trailer del film più atteso dell'anno (dopo "Sex and the City", ovvio). Per chi fosse semplicemente interessato al bacio lesbo tra Scarlett e Penelope, lo trovate dopo un minuto e undici secondi:

13 maggio 2008

We should not be dealing with them

My position on Hamas is indistinguishable from the position of Hillary Clinton or John McCain. I said they are a terrorist organization and I’ve repeatedly condemned them. I’ve repeatedly said, and I mean what I say: since they are a terrorist organization, we should not be dealing with them until they recognize Israel, renounce terrorism, and abide by previous agreements.
Barack Obama,
su Hamas

In Dio e negli extraterrestri

E' possibile credere in Dio e negli extraterrestri: si può ammettere l'esistenza di altri mondi e altre vite, anche più evolute della nostra, senza per questo mettere in discussione la fede nella creazione, nell'incarnazione e nella redenzione.
José Gabriel Funes,
direttore della Specola vaticana

Bush difende Olmert ma Hamas allontana la pace

Nel corso del suo ultimo viaggio in Medio Oriente, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush si era impegnato a tornare presto nella regione. La promessa è stata mantenuta: Bush atterrerà oggi in Israele, in occasione dei festeggiamenti per il sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato ebraico. La visita sarà anche un'occasione per sostenere le trattative israelo-palestinesi avviate con la conferenza di Annapolis (novembre 2007): l'amministrazione americana – almeno a parole – continua a sperare nel raggiungimento di un accordo entro la fine dell'anno, mentre la realtà sul campo parla di una pace sempre più lontana.

George W. Bush si soffermerà in Israele per tre giorni, dal 13 al 16 maggio. 72 ore per partecipare a celebrazioni ufficiali (il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclamò l'indipendenza dello Stato ebraico) e incontrare privatamente il presidente Peres, il premier Olmert e i principali esponenti del governo. Oltre che sulla questione palestinese, i colloqui saranno incentrati sugli scontri tra Hezbollah e il governo Siniora in Libano, sulla minaccia iraniana e sulla questione siriana. Prima di lasciare Tel Aviv, Bush parlerà alla Knesset e incontrerà l'ex premier britannico Tony Blair, inviato del quartetto in Medio Oriente.

Il fine settimana, dopo una tappa in Arabia Saudita, sarà invece dedicato all'Egitto: anche in questo caso, il calendario degli incontri è molto fitto. In due giorni, George W. Bush incontrerà separatamente il presidente egiziano Mubarak (impegnato nel raggiungimento di un cessate il fuoco tra Israele e Hamas), il presidente dell'Anp Abu Mazen, il presidente afgano Karzai, il re di Giordania Abdullah, il primo ministro palestinese Salam Fayyad e alcuni leader iracheni. Prima di tornare a Washington, Bush parlerà infine al World Economic Forum di Sharm.

Il maggior impegno del presidente sarà comunque sul fronte israelo-palestinese. Mentre le grandi questioni mediorientali passeranno verosimilmente nelle mani del suo successore, l'amministrazione americana spera ancora di portare a casa un buon risultato nelle trattative tra negoziatori israeliani e palestinesi. I propositi di Bush sono chiari: da un lato sostenere i protagonisti, dall'altro chiarire che la pace non passa esclusivamente da Olmert e Abu Mazen. Una rassicurazione importante: sono in molti a temere che eventuali dimissioni di Olmert – indagato per corruzione – manderebbero definitivamente all'aria i progressi sin qui compiuti.

Intervistato da quattro testate giornalistiche israeliane, il presidente americano ha definito Olmert "un tipo onesto". Allo stesso tempo, però, ha chiarito come il processo di pace non passi da una singola persona: al posto di Olmert (con il quale le relazioni sono "non meno che eccellenti") potrebbero esserci tanto il ministro degli Esteri Livni quanto quello della Difesa Barak, senza che questo vada ad intaccare le trattative. Allo stesso tempo, Bush ha precisato che gli Stati Uniti hanno di certo una grande influenza ma la pace tra israeliani e palestinesi non può essere imposta dall'alto.

La verità è che la situazione sul campo è molto peggiore di quella che Bush aveva lasciato a gennaio. Secondo Jon Alterman, esperto di Medio Oriente del Center for Strategic and International Studies di Washington, "è difficile trovare un momento meno propizio di questo per la pace tra israeliani e palestinesi": difficile dargli torto.

In Israele, il governo è in gravi difficoltà: Olmert è sospettato di aver accettato tangenti da un uomo d'affari americano, Morris Talansky. Talansky, che ammette di aver versato ingenti somme di denaro al premier israeliano, dice di averlo fatto per sostenere le campagne elettorali di Olmert al tempo in cui era sindaco di Gerusalemme. La polizia, però, crede che ci sia dell'altro: il premier, che ha giurato davanti alla Nazione di non aver mai intascato un penny per sé, ha promesso di dare le dimissioni nel caso in cui il procuratore generale formalizzi l'accusa.

All'interno del partito di Olmert, intanto, si parla già di successione: la favorita sarebbe Tzipi Livni, non a caso uno dei personaggi ai quali ha fatto riferimento il presidente Bush. Bassissima, ormai, è la popolarità del premier: secondo un sondaggio pubblicato lunedì da Yediot Aharonot, il 60% degli israeliani non crede all'innocenza di Olmert e proprio la Livni (ancora lei) sarebbe il successore più indicato per la poltrona di premier, unico personaggio di Kadima in grado di battere il Likud di Netanyahu e il Labour Party di Barak. Da ogni parte del paese, infine, rabbini di destra chiedono a George W. Bush di non incontrare Olmert: per loro, come per gran parte dei sostenitori del Likud, il premier è già colpevole.

Ma non solo le questioni giudiziarie minano le trattative di pace. Negli ultimi tempi, il classico conflitto israelo-palestinese ha lasciato il posto ad una guerra più specifica: quella tra l'esercito israeliano e Hamas, l’organizzazione terrorista palestinese che controlla la Striscia di Gaza. Mentre i razzi continuano a piovere da Gaza (lunedì mattina una donna israeliana è morta), seguiti dai raid aerei israeliani, le trattative di pace sembrano essersi spostate su questo fronte. È l'Egitto a fare da intermediario, ma il cessate il fuoco (in previsione di una tregua) è legato al momento a un doppio ultimatum: Hamas impone l'apertura dei valichi, minacciando nuovi attentati in caso di rifiuto; Israele, contrario alla loro apertura, esige la liberazione del soldato Gilad Shalit (catturato da Hamas nel giugno 2006): in caso contrario si riserva di invadere militarmente la Striscia.

L'Occidentale

12 maggio 2008

Membro storto

Milano è piena di gente che ha il membro storto: ce ne sarà uno in più e prenderà il viagra.
Umberto Eco,
sul "grattacielo storto" progettato da Libeskind

11 maggio 2008

Beverly Hills 90210 (la vendetta)


Intere generazioni sono cresciute insieme a questi ragazzi: poi hanno dovuto consolarsi con "The Oc" e "Dawson's Creek". Oggi "Beverly Hills 90210" (o qualcosa di molto simile) sta per tornare: uno spin-off in piena regola, con tanto di Kelly (Jennie Garth) in qualità di consigliere per l'orientamento alla (storica) West Beverly High. Trattative sono in corso con Ian Ziering e Tori Spelling.

Pari opportunità


Salviamo la letteratura dagli insegnanti e dai suoi critici!

La letteratura è in pericolo. I professori, ostinatamente concentrati sullo studio delle forme e dello stile, non sono più in grado di trasmettere i grandi contenuti dei capolavori letterari. Allo stesso modo, anche la critica letteraria sembra aver perso il contatto con la realtà che si cela dietro le pagine di narrativa. Risultato: con le nuove generazioni sempre più distanti dalle librerie, la letteratura sembra aver perso ogni utilità.

A lanciare l’allarme, riprendendo tesi già sostenute da più parti, è uno dei più grandi intellettuali europei: Tzvetan Todorov, impegnato in una serie di conferenze per presentare il suo nuovo saggio intitolato appunto “La letteratura in pericolo” (Garzanti, 2008). Per chi non avesse dimestichezza con la critica letteraria, è bene spendere due parole sulla figura di questo intellettuale: “La letteratura in pericolo”, infatti, è anche una presa di distanza dai suoi studi passati.

Todorov è nato in Bulgaria nel 1939. Conseguito il diploma, sceglie la Francia come patria adottiva: all’università di Parigi studia filosofia del linguaggio, concentrando i propri interessi sulle forme letterarie. Tra i suoi professori c’è il grande Roland Barthes: è lui a diffondere in Francia i principi del linguista svizzero Ferdinand de Saussure, padre dello Strutturalismo – disciplina volta allo studio della lingua come sistema autonomo e unitario di segni.

Per anni Todorov ha seguito l’esempio dei propri maestri. Diventato professore, ha girato l’Europa e gli Stati Uniti insegnando filosofia del linguaggio e il pensiero dei formalisti russi. Negli anni ottanta, dopo una vita da linguista, Todorov ha incominciato ad occuparsi di filosofia e antropologia: rientrano in questa fase gli studi sulla scoperta dell’America, sul ruolo del singolo nella storia, sui rapporti tra diverse culture e via fino a “Una tragedia vissuta”, sui lager e gulag novecenteschi.

In questa fase umanistica rientra anche l’odierna riflessione sulla “letteratura in pericolo”. Passato allo studio dei grandi temi storici e culturali del Novecento, Todorov sembra aver preso coscienza della priorità del contenuto sulla forma anche in campo letterario. Prendiamo “Delitto e castigo”: è più importante come Dostoevskij ha reso formalmente la conversione di Raskolnikov, o la profonda riflessione che porta l’eroe a convertirsi, andando incontro al proprio castigo? Evidentemente la seconda. E se invece la scuola si limitasse oggi ad analizzare la scrittura del romanziere russo, senza scavare tra i contenuti delle sue opere? Dostoevskij è solo un esempio, ma il rischio è concreto: da qui il dubbio che la letteratura sia veramente in pericolo.

“La letteratura in pericolo” parla in primo luogo ai professori. La questione di base è questa: “Insegniamo un sapere che riguarda la disciplina stessa oppure il suo oggetto?”. In altri termini: “Studiamo in primo luogo i metodi d’analisi, che illustriamo ricorrendo a opere di vario genere, oppure studiamo opere ritenute fondamentali, utilizzando i metodi più diversi?”. La risposta, purtroppo, è sovente la prima: studiamo i metodi d’analisi, scandagliamo la struttura dei testi, isoliamo le descrizioni dalla narrazione vera e propria, suddividiamo in sequenze e così via. È un’esperienza, credo, comune a tutti: quello che alla scuola importa, più del contenuto, è l’analisi testuale.

Perché la scuola si è ridotta a ciò? Per spiegarlo, Todorov compie un breve ma esaustivo viaggio nell’evoluzione della concezione letteraria. C’era un tempo, quello delle civiltà classiche, in cui la letteratura aveva uno stretto legame con il mondo esterno: parlava della realtà, dell’uomo. Secondo Aristotele, la poesia era imitazione della natura; secondo Orazio, la sua funzione era piacere e istruire. A partire da Rinascimento, alla letteratura si chiede di essere bella: ma la sua bellezza è pur sempre “definita dalla sua verità e dal suo contributo al bene”.

Tra ‘600 e ‘700, però, l’idea di bellezza si slega sempre più dal mondo reale. Se prima il bello corrispondeva al vero e utile, ora la bellezza è bella in quanto tale e “come conseguenza si chiederà agli artisti di produrre oggetti destinati esclusivamente al bello”: è nata l’estetica. Il risultato, sul fronte della ricezione da parte del pubblico, è che l’opera letteraria viene percepita sempre più come istanza autonoma, come altra cosa rispetto alla vita quotidiana e al mondo. Una linea che prosegue anche nel corso dell’800, con l’utilizzo dell’arte per giungere a realtà più elevate ma pur sempre slegate dal mondo reale.

Il Novecento porta a compimento questa divaricazione tra arte e realtà. La letteratura non può parlare del vero, dice Nietzsche, perché la verità è un’interpretazione tra tante: lo riprenderanno le avanguardie, sostenitrici dell’autonomia delle arti e del rifiuto della morale. A metà del secolo, poi, l’orrore piomba sul mondo. Mentre i totalitarismi si servono della letteratura per creare l’uomo nuovo, negli Stati democratici si risponde con il formalismo: è l’abisso definitivo tra letteratura popolare e letteratura d’elites, attenta solo alle prodezze formali e avversa ai romanzi di successo.

È questo, a grandi linee, il percorso che termina nel XXI secolo con un’attenzione sempre crescente alle forme del testo. Il tutto a dispetto della realtà e dei contenuti, vera forza e utilità della letteratura. Cosa fare, dunque? La risposta è semplice: basta indugi, la scuola e la critica devono tornare al contenuto. Perché la letteratura – è questo il più grande insegnamento di Todorov – può tantissimo: è rivelazione del mondo, ha un ruolo cruciale nella storia e nello sviluppo dell’umanità.

Sono in molti a essere stati salvati dai libri. Charlotte Delbo, partigiana francese che in carcere lesse Stendhal e sopravvisse ad Aushwitz ricordando gli eroi letterari della gioventù; oppure John Stuart Mill, caduto in profonda depressione a vent’anni e salvato dalle liriche di Woodsworth. Casi diversi, stesso significato: la letteratura può essere terapeutica, basta non svuotarla delle sue storie, dei suoi eroi, dei suoi contenuti. Perché la forma del testo, bella finché si vuole, resta un mezzo per veicolare contenuti immortali.

Tzvetan Todorov, “La letteratura in pericolo”, Garzanti 2008

L'Occidentale

10 maggio 2008

Fatta la festa, Israele punta i riflettori su Olmert

Dopo due giorni di silenzio stampa sul caso Olmert (in contemporanea ai festeggiamenti dello Stato ebraico), è un comunicato ufficiale della polizia a fare luce sulla vicenda di corruzione che vedrebbe implicato il Primo Ministro israeliano. Le accuse, se convalidate dal tribunale, sono potenzialmente devastanti: per la carriera del premier, per il suo governo e per le trattative di pace con la controparte palestinese.

Andiamo con ordine. Olmert è accusato di aver intascato fondi illeciti da parte di un uomo d'affari americano, un certo Morris Talansky. Secondo la polizia, "l'indagine è legata al sospetto che il primo ministro abbia ricevuto ingenti somme di denaro da uno o più individui stranieri, per un periodo di tempo esteso". Gli investigatori hanno fatto poi i nomi di Morris Talansky, Shula Zaken (ex segretaria di Olmert) e Uri Messer (ex collaboratore del premier) come principali testimoni.

Di particolare importanza sarebbe la testimonianza dell'ex collaboratore Messer: ha già garantito ampia collaborazione alla polizia, e avrebbe fornito prove particolarmente compromettenti contro Olmert. La sua posizione, secondo i funzionari, sarebbe molto meno grave rispetto a quella di Olmert: Messer, infatti, non avrebbe intascato nulla ma si sarebbe limitato a trasferire i soldi dalle casse dell'affarista americano a quelle del primo ministro israeliano.

Divenuto pubblico il comunicato della polizia, Olmert si è giocato il tutto e per tutto con una conferenza stampa nazionale, in diretta televisiva. Guardando in faccia i giornalisti e i cittadini israeliani, il premier ha parlato chiaro: "Non ho mai preso mazzette, non ho mai preso un penny per me stesso", per poi dirsi sicuro che "Messer ha utilizzato i soldi in maniera professionale e nel rispetto della legge". Fin qui la sua versione dei fatti. Poi l'orgoglio: "Anche se la legge non lo pretende, rassegnerò le mie dimissioni se il procuratore generale deciderà di emettere un'accusa formale nei miei confronti".

Per quanto riguarda Talansky, il premier ha ammesso di conoscerlo da tempo e di aver ricevuto dei soldi. I primi rapporti tra i due, ha spiegato il primo ministro, risalgono a dieci anni fa: l'americano contribuì alla campagna elettorale di Olmert, in corsa per diventare sindaco di Gerusalemme. Il premier assicura però di non aver mai prelevato nulla per fini personali: questo è quello che dovrà dimostrare di fronte agli inquirenti, secondo i quali i le campagne elettorali potevano essere una scusa per celare il versamento di tangenti. A non essere chiaro, nell'ipotesi degli investigatori, resta quali favori Olmert avrebbe reso all'americano in cambio delle tangenti.

La vicenda, si sarà capito, è molto complessa. Fondi illeciti, testimoni stranieri, campagne elettorali, rischio dimissioni: a fare chiarezza sarà solo lo sviluppo delle indagini e la testimonianza che lo stesso Olmert renderà agli inquirenti. La politica, però, corre più veloce della giustizia: sin d'ora, infatti, sono in molti a chiedere la testa del premier.

E alla scontata richiesta di dimissioni da parte della destra, va aggiunta una certezza freddezza da parte dei laburisti – che partecipano al governo insieme a Kadima. La posizione ufficiale è quella di aspettare e vedere cosa deciderà il procuratore generale, ma all'interno del partito molti iniziano a storcere il naso. Il segretario generale dei Laburisti Eitan Cabel, per dirne una, si chiede "come Olmert possa continuare a guidare il governo nella situazione corrente". E mentre si moltiplicano gli inviti perché Kadima (il partito di Olmert) si muova in fretta per stabilizzare la situazione, il ministro della Difesa Barak si fa garante della (momentanea) fedeltà del partito laburista in attesa di ulteriori sviluppi.

Ma anche all'interno di Kadima non tutti solidarizzano con Olmert: molti si sentono a disagio, bersagliati da accuse di corruzione che dal premier gettano ombra sullo stesso partito. E sono in molti, sin d'ora, a credere che il posto di primo ministro possa essere presto ricoperto dal ministro degli Esteri Tzipi Livni, attualmente impegnata nelle trattative di pace con i palestinesi.

La scelta della Livni, dicono alcuni, sarebbe l'ideale sotto svariati aspetti. Primo: è universalmente apprezzata, e non solo all'interno del partito. Due: rimanderebbe le elezioni anticipate, permettendo così ai due partiti al governo di riguadagnare punti sulla destra. Terzo: l'attuale ministro degli Esteri potrebbe riprendere le trattative di pace con Abu Mazen esattamente da dove si sono interrotte, senza gettare all'aria un lavoro di mesi. Ad oggi, però, tutto dipende ancora da Olmert e dal procuratore generale: i tempi della giustizia non sono quelli della politica.