31 luglio 2008

Le risposte con le quali sarebbe giusto morire

Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io.
Oriana Fallaci,
"Un cappello pieno di ciliege"

I won't run

In choosing between considerations of my own status and ability to fight for my innocence, and what would be best for the country, it is the latter that is decisive. Therefore I have decided I won't run in the Kadima movement primaries, nor do I intend to intervene in the elections.
Ehud Olmert,
sipario

30 luglio 2008

A presto arrivederci

Il ruolo di presidente della Provincia o di assessore è perfettamente compatibile, nella diversità delle amministrazioni, con il ruolo di sindaco. Il ritorno, così clamorosamente annunciato in questi giorni, è dunque soltanto rimandato. A presto arrivederci.
Vittorio Sgarbi,
la vendetta

Barack l'europeo

29 giugno 2008. La media dei principali sondaggi statunitensi dà Barack Obama al 47.40 % di preferenze contro il 40.30% di John McCain. Obama è sulla cresta dell'onda: i media parlano solo di lui, della moglie, dei figli, del fatto che è bello, che non suda, che parla come Kennedy, ecc.

Arriva luglio. Il mese del tour europeo: Barack Obama è accolto in Europa come negli anni Sessanta furono accolti i Beatles. Duecentomila persone a Berlino, l'endorsement di Sarkozy (che è pure di destra...). E prima dell'Europa il Medioriente, per rassicurare gli elettori sulle proprie competenze in politica estera: un trionfo in Israele, un volo sull'Iraq a fianco del generale Petraeus, una sosta in Afghanistan. Bhè, chissà che sondaggi!

29 luglio 2008. La media dei principali sondaggi statunitensi dà Barack Obama al 46.20% di preferenze contro il 43.70% di John McCain. Le rilevazioni USA Today / Gallup, in particolare, danno John McCain in vantaggio di 4 punti percentuali. E mentre Obama conquistava l'Europa, l'evento più eccitante al quale ha partecipato McCain è stata una partita di baseball.

Cosa ne possiamo dedurre? Che visitare supermercati americani (rassicurando gli americani sulla crisi economica) rende molto più che conquistare 200.000 berlinesi. Che essere amati dall'Europa non porta troppo bene ai pretendenti alla Casa Bianca. Che a novembre non voteranno solo i lettori del "New York Times", ma anche tutti quegli americani senza puzza sotto il naso che i giornali non li leggono proprio.

Obama è il miglior candidato possibile per i democratici. McCain, forse, non è il miglior candidato per i Repubblicani: ma si sta comportando molto bene, convincendo giorno dopo giorno quelle frange repubblicane che prima non potevano vederlo. Se Obama non vuole essere l'ennesimo perdente democratico, si faccia una doccia di umiltà e inizi a parlare agli americani dell'America profonda. L'Europa verrà poi.

Welcome back, Oriana



Vi racconto l'Oriana che non avete mai letto

Del romanzo postumo di Oriana Fallaci, i lettori del Giornale sono già stati avvertiti. Lunghi brani di quella che lei stessa definì una «saga» famigliare sono già comparsi su queste pagine la settimana scorsa. Sicché molti, fra quanti la amarono come scrittrice e come indomita polemista, sanno già di che si tratta. Non gli resta che avventurarsi in libreria, e tuffarsi fra le ottocento e più pagine di Un cappello pieno di ciliege (Rizzoli), per scoprire il resto: quel che i giornali non hanno detto e che l’Oriana andò affinando negli anni in cui disertò misteriosamente la ribalta, prima che l’11 Settembre la costringesse a uscire dal suo autoesilio newyorchese e a balzare inferocita di nuovo sulla scena. Nel suo romitaggio americano, Oriana lavorava a questa storia - la sua, quella della sua famiglia, quella di un’epoca - sapendo che sarebbe stata l’ultima, «ora che il futuro» le si era «fatto corto», e le «sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra».

Stava nella sua bella casa di New York da sola, l’Oriana. Senza amici, senza un compagno, senza figli. Si sapeva prepotente, narcisa, di un egocentrismo senza limiti; e forse per questo, strada facendo, aveva accettato di buon grado, o suo malgrado, quel che il destino, e il carattere, avevano apparecchiato per lei: una orgogliosa, spavalda solitudine, alimentata da un sentimento tragico dell’esistenza.

Oriana Fallaci non era una donna simpatica. E ci teneva. Dura, aggressiva, sprezzante, perdutamente invaghita del suo ruolo di star, aveva nei confronti di chi come lei scriveva sui giornali lo stesso atteggiamento di un ippopotamo a passeggio sui bordi di uno stagno. Gli ippopotami sanno che esistono le rane, ma non se n’è mai visto uno cambiare strada o trattenere il passo per timore di calpestarne una.

I giornalisti (ma non vorrei mancare di rispetto alla sua memoria: giornalisti eravamo noi. Lei era la scrittrice, anzi lo Scrittore, ed esigeva che si dicesse così: Scrittore). I giornalisti non le perdonavano - pur riconoscendone i meriti - il fragoroso, imperdonabile successo. E lei, altera, non faceva nulla per farselo perdonare. Poteva permetterselo, intendiamoci. Pochi - Indro Montanelli, Curzio Malaparte, per restare nel campo dei giornalisti-scrittori - sono stati capaci di esercitare la stessa arte fascinatoria sui lettori. Oriana Fallaci conosceva quell’arte. La solitudine - una solitudine feroce, monacale, piantata orgogliosamente in un deserto di affetti - è il prezzo che lei, come Montanelli del resto, aveva scelto di pagare alla vita e al mestiere.

Me la ricordo a Dahran, base logistica saudita da dove partivano gli attacchi aerei americani su Bagdad (gennaio 1991, prima Guerra del Golfo). Il Corriere della Sera, su quel teatro di guerra, aveva già schierato un inviato del calibro di Ettore Mo. Ma lei mordeva il freno. Quella era la prima grande guerra americana dopo il Vietnam, e Oriana giudicava ridicola, intollerabile l’idea di non esserci. Aveva già 61 anni, e i sintomi della malattia che molti anni dopo l’avrebbe uccisa si erano già manifestati. Ma lei, in quelle dure giornate, continuava a fumare indomita, sfidando anche il cancro.

Quella guerra, che si svolgeva con regole diverse dal passato, l’aveva tuttavia presa in contropiede. Lei, che si era fatta il Vietnam, pensava di poter raccontare anche questa guerra stando in prima linea, con l’elmetto calcato sul capo, come nella celebre foto che avete in mente. Ma i tempi del generale Westmoreland, che a Saigon aveva messo a disposizione dei giornalisti perfino gli elicotteri, erano finiti da un pezzo. Dai tempi della crisi di Panama, per lo meno.
Le guerre sono una sporca faccenda, e a farle raccontare spensieratamente ai giornalisti (come accadde in Vietnam) si finisce prima per perdere il consenso dell’opinione pubblica e poi anche le guerre. Gli americani hanno imparato la lezione a Saigon, e da allora non hanno più ripetuto l’errore. In prima linea, nel Kuwait occupato dagli irakeni, ci andavano solo i combat pool: gruppi di giornalisti (americani e inglesi, per lo più: gente fidata, di buon comando) ai quali il generale Norman Schwarzkopf, il comandante in capo, faceva vedere solo quel che voleva lui: il teatrino della guerra, non la guerra vera e propria, che già allora peraltro era poco visibile, giocata com’era quasi tutta dal cielo.

Nei combat pool Oriana non riuscì a trovare posto. Lo stato maggiore di Desert Storm ne temeva il becco e gli artigli, e con una scusa elegante («lei è troppo importante - le dissero - per contentarsi di un reportage parziale, in cui sarebbe troppo vincolata dalle regole del gioco») la tagliarono fuori. Cercò un’intervista col generale Schwarzkopf, ma anche quella le fu negata. Riuscì tuttavia a imbarcarsi su un aereo-cisterna che riforniva in volo i caccia statunitensi. E ne trasse un memorabile articolo, che il Corriere le pubblicò con il decoro che lei meritava e irosamente pretendeva.

Dormiva nel nostro stesso albergo, il «Meridien» di Al Khobar. Ma consumava i suoi pasti da sola, sdegnosa, a un tavolo lontano da quello degli altri giornalisti italiani. Una donna magra, ossuta, già segnata dagli anni e dalla malattia, sola, che non dava e non sollecitava confidenza. Ma era evidente che si rodeva per il poco che riusciva a cavare da quella storia. Le fece compagnia una sera Ettore Mo. Un po’ perché militavano sotto la stessa bandiera; e un po’ perché Ettore si credette in dovere di fare il gentiluomo. Ma fu una cena fredda, intessuta di poche parole. Raccontavano, in quei giorni, che Oriana Fallaci avesse chiesto al Corriere (pretendendo di vederselo riconosciuto per contratto) di essere lei a entrare per prima (quantomeno per la testata di via Solferino) nella Kuwait city liberata. Fu accontentata. Noi eravamo in città alle 11 del mattino. Lei arrivò qualche ora più tardi. Del Corriere, nessun altro.

Qualche giorno dopo la liberazione ci trasferimmo all’hotel «International», che gli irakeni avevano trasformato in una specie di grande latrina. Dai bagni erano spariti perfino i rubinetti. Molti piani erano allagati; le stanze agibili (luride spelonche prive di luce elettrica, la moquette inzuppata d’acqua) erano poche. Ci si dormiva in due, in tre. Si mangiava quel che ci eravamo portati dall’Arabia Saudita: carne in scatola, cioccolato, biscotti. Il nostro tavolo era un grande cartone rovesciato che aveva contenuto un tv color Sinudyne.

L’ultima immagine che conservo di Oriana è lì, al terzo piano dell’«International». Lo «Scrittore» ci aveva infine messi a fuoco. Per un giorno eravamo tornati colleghi. Cercava un giaciglio, una stanza da condividere con qualcuno. Nella luce fredda, opaca, del corridoio si vide a un tratto la sua silhouette. In mano brandiva qualcosa. Qualcosa di assolutamente prezioso a quelle latitudini. Proponeva un baratto. Si avvicinò. Quel che aveva in mano sembrava, era, ma sì, era proprio una bottiglia di vino.

Luciano Gulli
(C) Il Giornale

Oriana Fallaci e la saga dei ribelli sconfitti

Il «cappello pieno di ciliege» è il copricapo civettuolo che Caterina, l'«arcavola» di Oriana che vive le sue peripezie nel Settecento toscano alla vigilia della Rivoluzione francese, indossa per farsi riconoscere dal Carlo suo prossimo coniuge. Quel cappello è l'emblema della sfida alle feroci leggi suntuarie dell'epoca, concepite e fabbricate per rafforzare «le barriere già insormontabili tra le classi sociali».

Caterina (nelle cui vene scorre il sangue eretico di un'Ildebranda a suo tempo martirizzata dagli scherani del Sant'Uffizio sol perché aveva cotto un coscio d'agnello durante la Quaresima) fa della guerra a quelle norme la bandiera della propria indipendenza. Possiede perciò «un mucchio di abiti illegali». Disobbedisce a chi senza misericordia proibisce alle donne di adornarsi con cappelli e abiti frivoli, nastri, fiocchi, monili anche non pregiati. Alla fiera di Rosìa, vicino a Siena, smercia spavaldamente «tubi di decenza» (insomma mutande da donna) «coi legacci di seta e i gambali ricamati in blu e la trina sull'orlo» sbraitando nella pubblica piazza: «Tubi di decenza copiati dai calenzò della regina di Francia! Comprate, signori, comprate, e la vostra mogliera vi vorrà bene». Ed è lei, Caterina-Oriana, che a Firenze grida in faccia a Napoleone l'oppressore: «Accident'a te e alla troia che t'ha partorito!».

L'incontenibile, gagliarda, vulcanica Caterina perderà la sua battaglia nella vita e in quella della Storia. Oriana Fallaci ne raccoglie le gesta attingendo alla cassapanca avìta che si è tramandata di generazione in generazione fino al disastro del bombardamento di Firenze del '44, in cui fu distrutta. Una cassapanca che custodiva i segreti della catena familiare destinata, assieme ai cromosomi, a trasmettere il senso di una continuità capace di plasmare il «passaggio nel Tempo» di ogni suo anello. E ogni tappa di questo viaggio periglioso è una parte di sé che la Fallaci racconta come se ciascuna figura ne fosse la provvisoria incarnazione. Ma senza un fine, uno scopo, un disegno preordinato, un'intenzione provvidenziale. La Fallaci, c'è scritto chiaramente nel suo prologo, non si consegna all'immagine autoconsolatoria di un Dio che modella la vita degli individui e la storia di tutti a suo piacimento (altro che conversione in articulo mortis). Tutto in questo vulnerabilissimo ordito è casuale e capriccioso, tranne il carattere che da arcavolo ad arcavolo si perpetua fino a lei. Il carattere forte e combattivo di una famiglia votata alla sconfitta, eppure alla sconfitta non sa rassegnarsi.

Il Napoleone dileggiato da Caterina-Oriana è il simbolo della Storia che vince, e che vincendo opprime. L'arcavola Caterina si ribella ad essa intrecciando cappellini leziosi e non accettando la morte della propria creatura. L'arcavolo Francesco Launaro si ribella sgozzando venti algerini per vendicare il padre schiavizzato e assassinato. Giovanni e Teresa si ribellano con una straziante notte d'amore clandestina. Giobatta si ribella con la smania di imparare a leggere e a scrivere, e attraverso il verbo rivoluzionario capace di sovvertire il mondo. Anastasìa si ribella con le avventure di una vita inconcepibile per una donna dell'Ottocento, con la violazione di ogni regola consacrata e la rovina che la inghiottirà. Nonno Antonio si ribella incantato dalla passione sulfurea di Abelardo ed Eloisa, per respirare libero dal giogo asfissiante del seminario. Ma i ribelli inesorabilmente perdono. Perdono tutti, annichiliti da naufragi e disillusioni, suicidi e rinunce. Vince la Storia dei farabutti e degli impostori. E tra le forze della Storia non se ne salva nessuna. Nessuna. Non Napoleone che predica libertà e porta devastazioni e tiranni. Non le forze organizzate della religione del comando, la Chiesa cattolica ma anche i calvinisti, i valdesi, persino i mormoni. Non i liberali del Risorgimento italiano, fatui, pavidi, trafficoni. Non i portabandiera delle ideologie, dapprima magniloquenti apostoli dello spirito insurrezionale e rivoluzionario, ma sempre con l'ansia di conquistare il potere per farne un uso criminale. Non il popolo degli opportunisti, dei voltagabbana, dei traditori che ne infesta il palcoscenico.

Ma il romanzo della Fallaci è diverso dalla «Storia» con cui Elsa Morante narrava l'inferno dei povericristi divorati dai potenti della Storia. Anzi, non solo è diverso: ne è l'opposto, l'antitesi. Lì la docile rassegnazione. Qui la saga, l'epopea dei vinti che combattono senza tregua. Sono i figli di un mondo che comincia appunto nel Settecento e si dipana fino ai nostri giorni. Quello in cui si forgia l'idea che gli uomini non siano più prigionieri di un destino che distribuisce le parti una volta per tutte, senza possibilità di sfuggirvi. Gli arcavoli della Fallaci distruggono con le loro vite la cornice della stabilità e dell'immobilismo, le catene di un universo in cui è obbligatorio subire in silenzio, immiserirsi e sfiorire in un ruolo sociale sempre identico nel tempo, accettare i verdetti imperscrutabili che altri hanno decretato per te, non concepire altra vita che non sia l'obbedienza alle ingiunzioni trascritte negli editti fissati per sempre da una tradizione immutabile. È commovente l'entusiasmo della Fallaci per il desiderio furioso degli analfabeti di impadronirsi della scrittura e della lettura come armi di riscatto e di rivincita morale. Per le invenzioni che scuotono il mondo: le navi a vapore che affrancano dalla schiavitù delle ciurme; le ferrovie che aprono un mondo dagli orizzonti sconosciuti; le lampade a gas e poi quelle elettriche che liberano dal terrore della notte e dal buio delle menti; persino la macchina da cucire che per le donne assomiglia a un regalo degli dèi, onde alleviare fatica e dolore. Si sente a ogni pagina quanto la Fallaci fosse erede della cultura del melodramma, in cui tutto è eccesso delle passioni, smodatezza delle circostanze.

Ma si sente anche l'assillo di una ricerca affannosa tra gli archivi che danno testimonianza di ogni «passaggio nel Tempo», di una mole di studi che fanno di questo romanzo postumo uno straordinario trattato di storia della moda, un'antologia dei sistemi di produzione che si avvicendano per oltre un secolo con il respiro dell'epica. E poi la precisione delle conoscenze di botanica, di scienza nautica, di architettura, di storia dell'arte, di ricette culinarie, di storia della medicina. Ma con la trama di una narrazione che fonde in una scrittura bellissima nozioni che altrimenti risulterebbero aride e inespressive. E se Caterina sudava sull'abbecedario indispensabile per imparare a scrivere, molti aspiranti scrittori dovrebbero cimentarsi con le 823 pagine di questo romanzo per imparare a scrivere bene (salvo poi decidere di rinunciare ad aspirazioni e velleità, per non uscire stritolati da una comparazione tanto schiacciante e impossibile da sostenere).

Pierluigi Battista
(C) Corriere della Sera

29 luglio 2008

L'ombra di Al Qaeda alza la tensione tra Hamas e Fatah

Per una volta Israele non c'entra, almeno non direttamente. A incendiare gli animi di Hamas sono in questi giorni i rapporti con i "fratelli" di Fatah, il partito di Abu Mazen di stanza in Cisgiordania. All'origine delle tensioni, un'esplosione avvenuta venerdì nella Striscia: secondo i militanti di Hamas, i responsabili dell'attacco andrebbero ricercati nelle file del partito di Abu Mazen – ansioso di riportare Gaza sotto il controllo del presidente dell'Anp. Accuse che Abbas respinge al mittente, sostenendo la completa estraneità dei suoi uomini agli attentati nella Striscia.

Andiamo con ordine. Venerdì la Striscia di Gaza è colpita da tre esplosioni: la terza – vicino a un veicolo utilizzato dal braccio armato di Hamas – provoca l'uccisione di tre militanti e di una bambina di 7 anni. Poche ore dopo, altri due militanti feriti muoiono in ospedale. Hamas non ha dubbi, i colpevoli vanno rintracciati tra i membri di Fatah: secondo Khalil al-Hayya, "alcuni elementi stanno pianificando di effettuare attentati contro gli interessi e i leader di Hamas, allo scopo di seminare anarchia". Forte dell'esperienza della scorsa estate – quando Hamas prese il controllo della Striscia dopo una violenta insurrezione – Fatah prova a gettare acqua sul fuoco. In un comunicato ufficiale del movimento di Abu Mazen si legge che "Fatah non ha alcun tipo di legame con queste dispute interne ad Hamas": "Sostenere che Fatah sia il responsabile di queste esplosioni" continua il comunicato "ha il solo scopo di coprire il fatto che queste dispute sono tutte interne ad Hamas".

La posizione espressa dal partito di Abu Mazen è di particolare interesse. Secondo Fatah, infatti, l'attacco di venerdì sarebbe legato a una disputa interna allo stesso movimento di Hamas: i responsabili dell'attentato, allora, andrebbero rintracciati in una delle correnti interne al partito islamista. La teoria di Fatah è condivisa da diversi analisti: all'interno di Hamas sarebbero sostanzialmente rintracciabili due correnti, una "moderata" e aperta alla mediazione (ad esempio con Israele, protagonista di una fragile tregua con i militanti della Striscia) e un'altra vicina alle posizioni di Al Qaeda, contraria a qualsiasi mediazione con Abu Mazen e gli israeliani. Le esplosioni di venerdì, da questo punto di vista, andrebbero lette come un segnale da parte dell'ala dura del movimento, pericolosamente attratta dagli uomini di Al Qaeda e dai proclami di Bin Laden – che in passato ha più volte accusato Hamas di non combattere sufficientemente Israele e i moderati della regione.

Ma se si può parlare di divisione interna al movimento, i sostenitori di Hamas non devono venirne a conoscenza: da qui le accuse contro Fatah e il tentativo di incendiare gli animi contro Abu Mazen. Prima Hamas ha invitato tutti i palestinesi della Striscia a prendere parte ai funerali delle vittime, poi è passata agli arresti: ad oggi, oltre 200 presunti sostenitori di Abu Mazen residenti nella Striscia sono stati arrestati dagli uomini del movimento islamista. Nel West Bank, intanto, Abbas non è rimasto a guardare: sabato notte avrebbe ordinato a sua volta diversi arresti nella città di Nablus, e tra i fermati comparirebbero diversi studenti e docenti universitari. Una trentina di palestinesi sarebbero poi stati arrestati domenica, tra Tulkarm e Jenin: nella Striscia, intanto, Hamas ha bloccato la distribuzione dei tre principali quotidiani, reputati troppo vicini al partito di Abu Mazen. La tensione tra i due partiti resta molto elevata.

A un anno dalla conquista della Striscia di Gaza da parte di Hamas, i palestinesi sembrano invischiati in una deriva senza via d'uscita. Se l'utopica conferenza di Annapolis si trovava a fronteggiare due popoli e tre Stati di fatto – Israele, West Bank e Striscia di Gaza –, un'ulteriore divisione all'interno del partito di Hamas rende ormai illusoria la possibilità di un qualsiasi accordo tra palestinesi prima e tra israeliani e palestinesi poi. I protagonisti delle vicende mediorientali continuano a recitare la parte della "pace a portata di mano", ma nessuno sembra crederci sul serio: basti pensare a Tony Blair, inviato del Quartetto per il Medio Oriente e potenziale protagonista delle trattative, scomparso definitivamente dalle scene se non per stringere la mano a Barack Obama nel chiuso di una stanza. O a Condoleezza Rice, che continua a premere sulle due parti in causa – ieri ha chiesto ancora a israeliani e palestinesi la stesura di un documento congiunto per settembre – senza più lo slancio che l'aveva contraddistinta nei mesi preparatori ad Annapolis.

E senza possibilità di successo appaiono anche i tentativi di mediazione saudita ed egiziana. Dopo un incontro con il presidente egiziano Mubarak, ieri Abu Mazen ha rinnovato gli inviti al dialogo (annunciando che una commissione indipendente indagherà sugli attentati di venerdì): in risposta, il portavoce di Hamas Abu Zuhri ha fatto sapere che "tutto questo è senza senso, Abbas sa che dietro alle bombe di venerdì c'è Fatah". E intimamente consapevole dell'impossibilità di trovare un accordo con Hamas, l'Anp corre ai ripari: minacciando di dichiarare la Striscia di Gaza "regione ribelle", e appellandosi agli Stati arabi perché dispieghino una forza di pace nella Striscia. Un'ipotesi poco gradita agli egiziani: intromettersi militarmente nella disputa interna ai palestinesi, secondo Mubarak, rischierebbe di peggiorare ulteriormente la situazione (per l'Egitto naturalmente...).

Certo è che il futuro non promette nulla di buono. Di fronte al caos palestinese e ai recenti attacchi provenienti da Gerusalemme Est, il premier israeliano Olmert ha esplicitamente dichiarato che sarà molto dura trovare un accordo sulla capitale entro la fine dell'anno. Ma i problemi più grandi restano oggi in campo palestinese: un'infiltrazione degli uomini di Al Qaeda nella Striscia di Gaza rappresenta un rischio enorme per la sicurezza di tutta la regione, israeliani e palestinesi in primis. Una preoccupazione espressa chiaramente da Najy Shorab, docente di Scienze politiche all'Università Al Azhar: "Temo che la battaglia politica possa trasformare Gaza in un nuovo Iraq – ha spiegato al 'Corriere della Sera' – Nella Striscia, sono nati gruppi che sfuggono al controllo delle fazioni più potenti". Dietro alle nuove "correnti", l'ombra del network del terrore.

L'Occidentale

28 luglio 2008

L'ultimo libro di Oriana tesse il filo della vita per intrappolare la morte

La Vita e la Morte. O meglio: l'eterna - e impari lotta - tra le due sorelle siamesi che ognuno porta con sé dall'ora in cui viene concepito. Il libro postumo di Oriana Fallaci, "Un cappello pieno di ciliege", è un viaggio nel tempo alla ricerca delle radici attraverso l'albero genealogico della sua famiglia, ma può essere letto come una ricerca estesa alle sorti dell'intera famiglia umana. Anche se Oriana - ne sono convinto - si era tuffata in questa avventurosa Recherche con l'intento di compiere un percorso circolare che partiva da sé per arrivare a se stessa (anzi, a sé stessa, come scriveva lei, e non ammetteva repliche, così come ha voluto che le ciliege, nel titolo del suo libro, fossero rigorosamente senza la "i"). E lo confessa quando scrive che "tutti quei nonni, nonne, bisnonni, bisnonne, trisnonni, trisnonne, arcavoli e arcavole, insomma tutti quei miei genitori, diventarono miei figli. Perché stavolta ero io a partorire loro, a dargli anzi ridargli la vita che essi avevano dato a me".

Oriana si è tuffata nel passato, insomma, a cercare le tracce di se stessa, e "fu a quel punto che la realtà prese a scivolare nell'immaginazione e il vero si unì all'inventabile e poi all'inventato". E dunque c'è lei nel suo arcavolo Carlo Fallaci, un tempo miscredente e ribelle, e nella bella Caterina Zani, che seppe resistere a Napoleone, e nell'intrepido Francesco Launaro che per vendicare la morte del padre sgozzò venti musulmani. E perfino in Anastasìa, quell'antenata che abbandonò Giacoma, la figlia illegittima, nella ruota girevole di un orfanotrofio, per la quale Oriana dice di provare una strana indulgenza e si intenerisce guardando le tappe di quella scelta egoista. Nessuna, fra gli Io femminili del casato Fallaci - o meglio "delle innumerevoli vite che vissi prima di nascere con lo Io di oggi" - ha avuto meno istinti materni di Anastasìa, eppure Oriana non la condanna, non infierisce pur di fronte a un atto così riprovevole come l'abbandono di una creatura appena nata. Perché? Questo è un interrogativo che resterà senza risposta, ma è certo sorprendente che l'autrice di "Lettera a un bambino mai nato" sia rimasta affascinata da questa madre sventurata. Ha raccontato Christiane Amanpour, la giornalista anglo-iraniana che fu amica della Fallaci: "Quando la incontrai ero incinta e lei non faceva che ripetermi che avevo fatto una cosa straordinaria a diventare mamma e che per questo mi ammirava. Dopo l'arrivo al mondo di mio figlio Darius John, lei gli spedì un bel regalo e incominciò a impartirmi lezioni su come essere una buona madre, perché secondo lei ciò era altrettanto importante che essere una brava giornalista. Credo che fosse molto invidiosa della mia famiglia e abbia rimpianto enormemente il non aver mai avuto figli".

Allora, forse, la simpatia per Anastasìa simboleggia, attraverso un sottile percorso psicologico, la parte nascosta di Oriana, quell'inconscio risentimento verso chi ha conosciuto e vissuto con pienezza la maternità. O verso se stessa? Non è certo un caso se proprio Anastasìa è l'unica arcavola che, proprio come Oriana, sbarca a New York, la sua seconda patria.

Ma quel rifiuto di mamma non interruppe l'albero genealogico, non spezzò la catena vitale che avrebbe portato, nel secolo successivo, a Oriana. Un rischio che invece si era concretizzato, molto più reale, nel 1773, quando Pietro Leopoldo d’Asburgo-Lorena era granduca di Toscana e sua sorella Maria Antonietta regina di Francia, e la Fallaci corse il rischio più atroce che possa capitare a chi ama la vita e pur di viverla è pronto a subirne tutte le catastrofiche conseguenze: il rischio di non nascere, quando Carlo si imbarcò per l'America al seguito di Filippo Mazzei. Nel Cappello pieno di ciliege c'è dunque un metronomo preciso che oscilla tra la Vita e la Morte, ossia tra i due misteriosi estremi dell'esistenza umana. Come in tutti i libri di Oriana. Basti pensare all'Intervista a sé stessa, quando lei si chiede se ha paura della morte e risponde: "A forza di frequentarla, guardarla in faccia, sentirmela attorno e addosso, con lei ho maturato una strana dimestichezza. Così l’idea di morire non mi fa paura".

Sul serio?

"Il fatto è che pur conoscendola bene, la Morte io non la capisco. Capisco soltanto che fa parte della Vita e che senza lo spreco che chiamo Morte non ci sarebbe la Vita".

E' questo il fil rouge di tutta l'opera letteraria della grande fiorentina. Lo rivelò lei stessa, nel '94, in una lunga intervista rilasciata a Maria Antonietta Cruciata e apparsa sulla rivista "Michelangelo": "Il tema della morte c'era in Lettera a un bambino mai nato, e c'era anche in Un Uomo: libro che incomincia e finisce con i funerali del protagonista. C'era, c'è anche in Se il Sole muore, dove il verbo morire si trova addirittura nel titolo. Però in ciascuno di essi v'è un tema parallelo: il tema della Vita. Più che la morte, quindi, direi che il tema dei miei libri è l'eterno scontro tra la Vita e la Morte...". Oriana odiava la morte e rifiutava di accettarla perché amava disperatamente la vita. E infatti i suoi libri si concludono tutti col trionfo della Vita. "Morire, una semplice battuta di arresto. Una pausa di riposo, un breve sonno per prepararsi a rinascere, a rivivere per morire di nuovo sì ma per rinascere ancora, rivivere ancora, vivere, vivere all'infinito", dice Angelo prima di saltare in aria con la terza nave, alla fine di Insciallah. E Lettera a un bambino mai nato finisce con queste parole: "Ora muoio anch'io. Ma non conta. Perché la Vita non muore".

Scrive Oriana nel suo libro postumo, nel prologo alla narrazione:.. "Superando i confini di quel passato andai in cerca degli eventi e delle creature che lo avevano preceduto, e fu come scoperchiare una scatola che contiene un'altra scatola che ne contiene un'altra ancora all'infinito...". E poi: "Nascere non è forse un eterno ricominciamento e ciascuno di noi il prodotto d'un programma fissato prima che incominciassimo, il figlio d'una miriade di genitori?". E infine: "Io odio la Morte. L'aborro più della sofferenza, più della perfidia, della cretineria, di tutto ciò che rovina il miracolo e la gioia d'essere nati... Non so piegarmi all'idea che la Vita sia un viaggio verso la Morte e nascere una condanna a morte. Eppure l'accetto...".

Un cappello pieno di ciliege non è solo un libro postumo: è la summa dell'esistenza di Oriana vista con la lente del suo trapassato remoto, come un fiume che ha un inizio (il 1773) e una fine (il 1889) ma in realtà è un romanzo che tenta di esorcizzare la morte attraverso la vita che insegue se stessa. Vi si ritrovano tutti i luoghi di Oriana, da Panzano ("un paesino di fronte alla casa in cui voglio morire"), a Ponte Vecchio (ed è lì, sulla Torre dei Mannelli che avrebbe poi desiderato andarsene), all'amata Firenze, a New York. E ci sono i "suoi" temi: la Vita, la Morte e l'Alieno (il traghettatore dall'una all'altra), la strega (un termine che l'affascinava), i musulmani con cui avrebbe ingaggiato l'ultima battaglia, la vendetta ("So che vendicarsi porta male, che quei venti algerini m'hanno portato male. Ma allora non lo sapevo, e per chi l'ha avuta grossa la vendetta è una gran medicina. A compierla provai sollievo e scoprii finalmente la pace"). E la libertà nei cromosomi degli antenati.

Di questo Cappello pieno di ciliege Oriana mi aveva parlato in rare occasioni. Una sera, a cena, al termine di una delle sue fluviali lezioni su Occidente e Islam, mi disse. "La vuole una chicca? Le anticipo come finirà la mia creatura, se e quando riuscirò a portarla in fondo. L'ultima scena sarà un grande falò, con la casa di famiglia che brucia e crolla inghiottita dalle fiamme". Chissà se il libro sarebbe davvero finito così, con le lingue di fuoco che salgono verso il cielo portando con sé la Vita, la Morte e la loro eterna sfida. Aspettando un nuovo "ricominciamento".

Riccardo Mazzoni
(C) L'Occidentale

27 luglio 2008

Oriana Fallaci miała polskiego przodka

W artykule na łamach niedzielnego wydania dziennika "Il Sole-24 Ore" opowiedział o tajemnicy rodzinnej słynnej pisarki, która jego właśnie - jako polonistę - poprosiła 10 lat temu o pomoc w jej rozwikłaniu.

Na trzy dni przed wydaniem we Włoszech nieznanej powieści Fallaci - sagi rodzinnej pod tytułem "Kapelusz pełen wiśni" - Cataluccio napisał, że w 1998 roku pisarka zadzwoniła do niego i poprosiła o spotkanie.

Opowiedziała wówczas, że w połowie XIX wieku jej praprababka zaszła w ciążę z polskim arystokratą, który był we Włoszech w związku ze swą aktywnością w ruchu niepodległościowym.

Kiedy w Polsce, według słów Fallaci, wybuchło kolejne powstanie, wrócił on do ojczyzny, by wziąć udział w walce. Przed wyjazdem z Włoch obiecał swej ukochanej, że wróci i się z nią ożeni. Został jednak schwytany i powieszony na rynku w Krakowie.

Fallaci opowiedziawszy swemu rozmówcy tę historię wyjaśniła następnie, że starała się dowiedzieć jak najwięcej o polskich zrywach powstańczych, by poznać dzieje kraju jednego z przodków.

Cataluccio dodał, że zapytany przez pisarkę o to, jak ubierali się w tamtym czasie Polacy, pokazał jej autoportret Stanisława Wyspiańskiego z lat młodości. Ona zaś wykrzyknęła: "To on, krew się we mnie burzy", co miało znaczyć, że odnajduje w nim podobieństwo do osób ze swej rodziny.

Sylwia Wysocka
(C) Wirtualna Polska

Publican obra póstuma de Oriana Fallaci

La saga que narra, a través de sus personajes, episodios familiares durante momentos claves de la historia italiana, es la última novela de la fallecida periodista Oriana Fallaci, que se publicará póstumamente la próxima semana.

Se trata de una especie de autobiografía en la que la también escritora combina las historias familiares entre los siglos XVIII y XIX con la fantasía, según lo dio a conocer la editorial Rizzoli, que le ha publicado la mayoría de sus libros.

La obra que tiene como título Un cappello pieno di ciliege (Un sombrero lleno de cerezas), fue a la que Fallaci dedicó sus últimos años de vida, tras padecer cáncer de mama, enfermedad que la llevó a la muerte el 15 de septiembre de 2006.

La propia autora calificó este trabajo, que se publicará un mes después del que sería su cumpleaños 79 (29 junio de 1929), como una "saga" que narra a través de sus personajes episodios familiares durante momentos claves de la historia italiana, como la unificación del país.

Con un tiraje de 350 mil copias para la primera edición, la entrevistadora había expresado durante el tiempo en que la escribía que en la obra "la realidad se deslizó en la imaginación y lo verdadero se unió a aquello que podía ser inventado y después a la invención".

Una creación literaria que le permitió convertir a todos sus antepasados en sus hijos, porque, en esta ocasión, era ella la que "les daba la vida como ellos se la habían dado a ella".

Fallaci nació en Florencia en 1929 y su infancia transcurrió en la Italia fascista de Benito Mussolini. Como corresponsal de guerra siguió todos los conflictos de la historia contemporánea, desde Vietnam a Oriente Medio y desde India-Pakistán a Latinoamérica.

Durante su trayectoria como periodista logró entrevistar a numerosos líderes y celebridades del siglo XX como Henry Kissinger, el Sha de Persia, el ayatolá Jomeini, Willy Brandt, Zulfikar Ali Bhutto, Walter Cronkite, Muammar Kaddafi y Federico Fellini.

Asimismo, publicó algunas entrevistas realizadas a personalidades de diversos ámbitos como Sammy Davis Jr, Nguyen Cao Ky, Yaser Arafat, Indira Gandhi, Alexandros Panagoulis, Golda Meir, Haile Selassie, Mao Tse Tung, John y Robert Kennedy y Sean Connery, entre otros.

En Latinoamérica le tocó cubrir en México el movimiento estudiantil de 1968, tiempo en el que al estar presente en la matanza de la Plaza de las Tres Cultura, el 2 de octubre, fue herida de bala cerca de la columna vertebral.

Dos de sus últimos libros, La rabia y el orgullo y La fuerza de la razón suscitaron una enorme polémica por sus críticas al fundamentalismo y al Islam, al igual que su obra posterior Oriana Fallaci entrevista a Oriana Fallaci, donde analizó el "cáncer moral que devora a Occidente" y su propia enfermedad.

(C) La Jornada

Non danno futuro a Rifondazione

Questo congresso sta scegliendo la strada di composizione di una maggioranza che esiste solo in alchimie ricercate pazientemente, senza respiro né prospettive che non danno futuro a Rifondazione.
Nichi Vendola,
prima Rifondazione aveva un futuro?

Nel baule di Oriana, tutta una vita

Una cavalcata dentro al lessico famigliare che le era più caro, giù, giù, procedendo a ritroso, fino al 1773 e poi su, ripercorrendo la storia dei suoi avi fino al 1889. Non oltre, per ora. Tutto questo e molto di più è il libro postumo di Oriana Fallaci. «Un cappello pieno di ciliege» (Rizzoli, 25 euro, in libreria dal 30 luglio). «Un grande romanzo sulla storia della nostra famiglia, dal respiro ottocentesco che commuove, incanta, e fa sorridere, intriso com'è della sua sfacciata ironia». Edoardo Perazzi, nipote prediletto ed erede di Oriana, parla di quest'ultima fatica della giornalista con tenerezza e con un velato timore. Il lavoro di editing per pubblicare il romanzo, è stato fatto da lui in collaborazione con i redattori della Rizzoli, una responsabilità non da poco: «Oriana aveva lasciato detto tutto, aveva dato indicazioni sul titolo, sulla copertina, aveva previsto ogni minimo dettaglio. Di più aveva corretto le prime tre parti, ma non l'ultima. Su questa spiega - siamo intervenuti il meno possibile, e laddove c'erano delle incongruenze, le abbiamo lasciate specificandolo in nota». Così, nel volume, troveremo dei pezzi dattiloscritti e delle correzioni manoscritte. E forse, leggendolo con un po' di attenzione, riusciremo a guardare dentro al cuore del «metodo Oriana», fatto di un lavoro di documentazione ossessivo e di una scrittura ricercatissima, ritoccata più e più volte, elaborata, scarnificata, sbianchettata e poi di nuovo buttata giù, sempre con la sua macchina da scrivere, sempre con la sua Lettera 32, il cui ticchettio, frenetico, risuonava costante ovunque lei fosse.

IL NIPOTE. «I miei ricordi della casa di Oriana a New York - racconta Edoardo - hanno sempre quel rumore di fondo come colonna sonora, e l'immagine che mi torna alla mente è quella di lei che lavora, ossessivamente, disordinatissima e ordinatissima allo stesso tempo». Sempre, certamente, per ogni suo scritto, ma soprattutto durante la stesura di «Un cappello pieno di ciliege», senza «i» secondo sua precisa indicazione. «È il libro di un vita - spiega ancora il nipote, il libro della vita di Oriana. Racconta la storia della nostra famiglia di origine, ed è diviso in 4 capitoli ciascuno dedicato a un ramo del suo personalissimo albero genealogico: Fallaci, Launaro, Ferrier e Cantini». Scritto dal '91 al 2001 vede la sua genesi molti anni prima. Quando Oriana, avida di conoscere le premesse, storiche, biologiche e genetiche della sua stessa esistenza, rovistava dentro a una cassapanca cinquecentesca, andata distrutta nel '44, che conteneva cimeli e memorie di famiglia. «Noi la chiamavamo la cassapanca di Ildebranda (personaggio citato nel libro, ndr.), bruciata viva dall'Inquisizione, come eretica perché cucinava l'agnello in tempo di Quaresima. Di quella cassapanca Oriana ne teneva una copia identica nella sua casa a New York, l'aveva fatta fare il nonno Edoardo ed era la cosa a cui lei teneva di più». Fu partendo da quegli oggetti ed appunti che iniziò il viaggio a ritroso della giornalista scrittrice. Poi ci furono i viaggi quelli veri, nelle biblioteche, negli archivi toscani, piemontesi e americani, nelle pievi dove andava a caccia dei registri delle anime. Ovunque trovasse traccia dei suoi, come racconta il Corriere Magazine, oggi in edicola, nello speciale dedicato al libro e curato da Enrico Mannucci e Alessandro Cannavò.

LA PRIMA STESURA. La prima stesura del romanzo, che in omaggio a quei cimeli doveva intitolarsi «La cassapanca di Ildebranda», partiva dalle vicende a lei più vicine nel tempo, parlava di zii, nonni e figure familiari che avevano attraversato il '900. «Ci lavorò parecchio, ma nel buttarla giù non le tornava qualcosa, così mise mano ai due secoli precedenti » racconta Edoardo. E allora sì che la scrittura le prese la mano. Tesa, vibrante, come negli stralci che pubblichiamo qua a fianco. Fino a costruire lo scheletro del romanzo che tra una settimana sarà in libreria. Il libro è diviso in quattro capitoli, tanti quanti i rami della sua famiglia. Ciascun capitolo ha un protagonista di fondo attorno a cui ruota una storia che è in sé conclusa e che però si riaggancia, per forza di cose, con quelle narrate in seguito. L'incipit è dedicato a Carlo Fallaci, l'antenato che avrebbe voluto andare in America e che non oltrepasserà mai l'Oceano. Il secondo a Francesco Launaro, (bisnonno del nonno materno di Oriana) uomo di mare e di grande passione, che vive a Livorno quando i francesi di Napoleone irrompono in città. Il terzo al carbonaro Giovanni Cantini (anche questo antenato materno) e al suo figlio illegittimo, Giovan Battista, detto Giobatta. Il quarto e ultimo è l'epopea della bisnonna, Anastasìa Ferrier. Un personaggio adorabile. «Un tipaccio» sottolinea Edoardo. Proprio come l'Oriana.

Chiara Dino
(C) Corriere Fiorentino

Quando Oriana Fallaci mi leggeva "Un cappello pieno di ciliege"

A pochi giorni dall'uscita del nuovo romanzo postumo, il segretario personale della Fallaci ricorda su "Ticino News" alcuni aneddoti legati alla stesura del libro.

Di solito era di sera. Sul tavolo in cristallo e pieno di macchie della saletta da pranzo attigua alla cucina, come sempre c’era il calice con il Perrier Jouet freddo, poco vicino il posacenere ripieno di decine di mozziconi di sigarilli Matt Sherman, uno non era mai completamente consumato, ancora bruciava il tabacco rimasto.

Tutt’attorno il caos di accendini, carte, appunti, gli evidenziatori, i pennarelli, i ritagli di giornali, le cartellette rosa e azzurre. E due paia di occhiali da vista a lenti enormi con la montatura di plastica, una rossa e una nera con gli strass e la lente d’ingrandimento, rettangolare. Una delle sue tante Olivetti stava sulla sedia a far da peso ai quotidiani impilati ancora da ritagliare. Il riscaldamento fatto riparare da poco mandava un sibilo ogni volta che entrava in funzione. Faceva molto caldo dentro casa. Sempre. Fuori, a New York, invece, si gelava.

Nell’aria il fumo stagnante prendeva un po’ alla gola e agli occhi ma tutto sommato dopo un po’ ci si abituava. C’era anche il sentore di pane abbrustolito passato nel forno elettrico per accompagnare un po’ di formaggio francese di cui era ghiotta. La televisione era accesa sui notiziari che in America non smettono mai di essere trasmessi.

Lei vestiva abitualmente una gonna grigia a pieghe di buona qualità simile a tante altre e indossava una maglia di cachemire beige informe di due taglie più grande, su un maglioncino girocollo di colore intonato. Scarpe piatte. Era smunta, magrissima, esile e delicata, l’avresti buttata a terra con uno starnuto; i capelli erano raccolti dietro la nuca, non era truccata ma il suo vezzo femminile si esprimeva in un paio di anelli preziosi con diamanti e rubini appartenuti alla mamma e, prima di lei, alla nonna. E con le unghie laccate. Non perfettamente, ma dipinte di un bel colore vivo. E col Patou 1000, il suo profumo preferito.

La Fallaci passava dalla cucina al tinello sempre con un’altra sigaretta accesa tra le labbra a fine di una solita, lunghissima, pesante giornata di lavoro. Stava mettendo mano alla traduzione inglese di “La forza della ragione” ed era sfinita. Non lo diceva. Il suo orgoglio e la sua disciplina non glielo permettevano.

Io ero seduto al mio posto a quel tavolo come facevo oramai da settimane e, semplicemente, ero là per darle una mano. O meglio, ero ai suoi ordini e rappresentavo l’interfaccia tra lei e la casa editrice. E, da poco, dopo berciate, insulti e aver chiesto la mia testa ai miei capi più di una volta, stava oramai iniziando a considerare che tutto sommato ero uno dei mali minori che la perseguitavano. Intanto ero a casa sua. Dormivo al piano terra e avevo per me l’appartamento degli ospiti. Generosa senza dubbio. E senza dubbio ospitale. E furba, così ero sempre a disposizione, a portata di mano. Così si stava abituando a me. E io a lei.

Quell’ora della sera, più o meno tra le nove e le dieci era il momento in cui la Fallaci, smetteva i panni della scrittrice, della giornalista, dell’inviata di guerra, della donna importante, del soldato alla macchina per scrivere e si scioglieva in simpatia, battute e compagnia. E cucinava, e ricordava, e chiacchierava, e domandava, e si interessava, e rideva.

Con la complicità di un piatto gustoso e forse troppo piccante, consumato - lei solo bricioline - tra quel caos sospeso sul cristallo, parlava del suo passato, della famiglia e dello zio Bruno, rivelava i retroscena delle interviste più clamorose. Sapeva come catturare l’attenzione, come incuriosire. Forse calcava la mano e arricchiva qualche episodio di particolari che potevano essere inverosimili, ma detti da lei in quel momento diventavano ovviamente indiscutibili, veri; e chi poteva, d’altronde contraddirla?

Tra una battuta e un manicaretto cercava di capire se si sarebbe potuta fidare di me ancora di più. Aveva in serbo una sorpresa. Forse un premio. Un regalo da scartarsi tra nove e le dieci di sera.

Quando decise che poteva fare il passo, iniziò con la sua strategia. La prese alla lontana, seminò con sapienza battute, indizi, frasi e fece in modo d’incuriosirmi fino a che io, un po’ esitando, non glielo domandai : “Signora, … e il suo romanzo?” Tutti sapevano che c’era, che ci stava lavorando da dieci anni; lei l’aveva dichiarato sempre. Aveva dovuto interrompere di scrivere per dedicarsi all’altra missione che dopo l’11 settembre la riportò prepotentemente alla ribalta mediatica. La creatura che “portava in grembo” era al piano di sopra. Un manoscritto di oltre mille pagine era custodito più gelosamente dei suoi brillanti in uno dei closet. Una pila di carta alta così piena di post-it colorati, soprattutto rosa, di appunti attaccati con il nastro adesivo e correzioni da far tremare i polsi e gelare il sangue a qualsiasi redattore, anche il più esperto, che l’avesse mai dovuta affrontare con lei.

Posi dunque la domanda che si aspettava e che voleva ponessi. La ricordo allora far finta di rabbuiarsi, diventare seria e poi esprimere il dubbio con la mimica facciale. Mi stava per concedere un privilegio assoluto. Me lo stava facendo pesare. Era necessaria, e scontata, a quel punto un po’ di coreografia. Aveva già permesso a qualcuno di cui si fidava in maniera completa di leggerlo: a suo nipote Edoardo, a sua sorella Paola, a Gianni Vallardi, forse a Ferruccio de Bortoli e a pochissime altre persone credo. A me però riservava qualcosa di diverso. A un certo punto salì rapida nella sua camera.

Tornata nel tinello fece quello che le vidi poi ripetere diverse volte da quella sera come una specie di rito: si sedette e tenne la doppia risma sulle gambe. Il suo sguardo si vivacizzava allora con un guizzo di contentezza, un bagliore che notavo nei suoi occhi tutt’altro che spenti anche se offuscati dalla malattia. Appoggiava la mano sinistra sulla prima pagina abbastanza logora col titolo scritto a mano e sottolineato, e una delle dita la infilava sotto l’elasticone giallo e lì rimaneva per qualche istante, sospesa; la destra reggeva la sigaretta, la cinquantesima? Poi serrandosela in uno degli angoli delle labbra in una smorfia del viso molto maschile, strizzando un occhio e guardandomi di sghimbescio, con tutte e due le mani liberava i fogli, facendo attenzione che le correzioni non si perdessero, e sceglieva cosa leggere. Il fumo disegnava volute confuse e la cenere si spargeva ovunque, sul tavolo, la gonna, i fogli, la moquette verde.

Serissima, compresa nel suo ruolo di voce recitante, gli occhiali neri calati sul naso, la prima volta iniziò dal Prologo – il romanzo è in un prologo e quattro parti - come si conviene a una vera opera lirica. Le prime righe non potrò mai dimenticarle. Le annotai mentalmente e non sono in grado di citarle con precisione: “Ora che il futuro si è fatto corto, e mi sfugge di mano come la sabbia dentro la clessidra, penso alla mia esistenza e al perché sono nata e cerco le risposte con le quali possa essere giusto morire…” Un incipit da trattenere il fiato. Poi veloci un fiume di parole, rapide, iperboliche, a scansione perfetta impreziosite dalla sua voce roca ma chiara e arricchite dal suo accento anzi dai suoi particolari accenti per illustrare, a noi, quello che avremmo letto di lì in avanti.

L’affresco che si proponeva di narrare, illustrato nel Prologo era grandioso, abbraccia la storia di circa trecento anni dell’Italia con la sua famiglia e i suoi avi come protagonisti nelle varie epoche. Nonne, nonni, bisnonne, bisnonni, trisnonne, trisnonni, arcavole e arcavoli, insomma tutti i suoi genitori Si fonde con il Secolo dei Lumi, la Rivoluzione Francese, con il Risorgimento, arriva alla Resistenza, parte da un piccolo paesino del Chianti, Panzano, e termina sempre in Toscana. Ci sono le guerre, le rivolte, gli amori; c’è morte e speranza; si piange e sorride. La Fallaci diventava mamma dei suoi genitori e progenitori, loro diventavano suoi figli; lei con questo romanzo dava loro la vita che essi avevano dato a lei. Mescolava realtà e fantasia.

“Un cappello pieno di ciliege”. Le piace il titolo?” Mi chiese. “Cilieg-i-e?” “Cilie-ge, senza la “i” e che nessuno s’azzardi a fare la correzione. N-e-s-s-u-n-o. Sono stata chiara? Vi-faccio-volar-via-la-testa-dal-collo-perdiooooo!

Il cappello è quello di un’antica ava, nonna Caterina. Caterina Zani, moglie di Carlo Fallaci”. Di cappelli, Caterina ne possedeva molti, proprio come la Fallaci, e fatti tutti da lei. Aveva il senso degli affari, un gran corredo cucito da sé stessa, era forte e bella coi capelli rossi. Era analfabeta, ma affascinata dalla cultura, accettò di sposare Carlo perché costui possedeva undici libri e perché le insegnasse poi a leggere e a scrivere. Si presentò a lui con quel cappello. Colmo di ciliege.

Il Prologo e le pagine su Caterina e Carlo, il loro matrimonio o le lezioni sull’alfabeto, la nascita e la morte per difterite di Teresa la loro prima figliola, me le rilesse, con gusto, ancora almeno un paio di volte e così fece con un episodio marginale come quello del rogo di un’altra sua bis-bis-bisnonna Ildebranda, la strega, eretica, bruciata perché osò mangiare un cosciotto d’agnello in Quaresima. Sono solo poche righe dedicate a lei ma era affascinata da questa suggestione di fiamme e come dire, arrabbiata, anzi arrabbiatissima per quanto questa antenata aveva subito. Amava moltissimo anche il personaggio della nonna Anastasia (“leggenda vissuta senza un certificato di nascita”) che a sedici anni ebbe un flirt con Edmondo De Amicis, donna dal volto stupendo con occhi fermi e chiarissimi, naso perfetto, e del suo viaggio – o meglio dire avventura - , vero o verosimile, o del tutto falso, nell’America due mesi prima dell’assassino di Lincoln.

Non mi lesse mai tutto il romanzo completo né mai mi permise di toccarne una sola pagina. Leggeva e mi apriva delle finestre. E che scorci mi lasciava intravvedere. Un romanzo sulla verità della vita. Mi rendevo conto che leggeva a me per provare a lei il suono e l’effetto delle parole. Lo faceva sempre anche coi suoi articoli e con la traduzione che stava affrontando. Lo sanno tutti: leggeva e se un sostantivo o un avverbio o un aggettivo, qualsiasi altra parola non scorreva, lo cambiava. Con cura certosina, chirurgica, maniacale. Sofferta. Quando riprendeva un capitolo che avevo già ascoltato, avvertivo, di tanto in tanto, delle differenze rispetto alla volta precedente, questioni di sfumature appunto. Voleva dire che salita nella sua stanza, sorseggiando il tè zuccheratissimo che si preparava proprio prima di ritirarsi, doveva aver provveduto affannosamente, freneticamente.a correggere di nuovo col pennarello nero quanto non la convinceva del tutto e che con me aveva provato. Non è vero dunque che lo aveva abbandonato. Ci lavorava ancora. E da sola. In segreto. E di fretta. Sentiva il tempo sfuggirle via. Mi diceva che doveva controllare le date, le consonanze storiche, approfondire il ritratto di qualche personaggio. Fare verifiche.

Una volta, a sorpresa, mi disse: “Ho il finale tutto qui – e si battè il palmo della mano sulla fronte mentre lo diceva - sono solo 50 righe e non le ho ancora scritte. Quindi senza queste mie ultime frasi codeste mille pagine sono carta straccia; dunque Paolo mi prometta una cosa: che il libro, se lo trova, una volta che il cancro, l’alieno, mi avrà consumata del tutto, lo brucerà. Anzi, no! sa che le dico? lo brucio io. Anzi, no! brucio tutta la casa; anzi, no! che dico? anche io brucio con lei e muoio come la mi’ nonna sul rogo !”. E io rispondevo “sì”, “ni”, “no”. E lei sapeva che era ovviamente “no” perché quel libro lei per prima lo voleva pubblicare. Eccome. Altre volte infatti discuteva puntigliosamente, non solo con me per fortuna, il tipo di carta sulla quale doveva essere stampato, il tipo di carattere da usare e la grandezza dello stesso, il colore della copertina, il prezzo e il titolo.

“E il titolo è meglio questo o “L’arca di Ildebranda” o “I passaggi nel Tempo” ?” Chiedeva come a lasciarti la responsabilità di una scelta così delicata che lei aveva già comunque preso. “Un cappello pieno di ciliege”, apparentemente così poco fallaciano, diverso rispetto a tutti gli altri, e che farà discutere anche lui con quella “i” mancante. E più di una volta l’ho vista passare, anzi davvero accarezzare, con soddisfazione e amore, le dita sulla parolina “Fine” centrata a epigrafe sotto tre asterischi dopo il punto ortografico che chiude il romanzo. Questa trama epica, picaresca, colossale, fantastica e monumentale, un romanzo storico straordinario che profuma di Balzac, di Hemingway e dell’amato Jack London le piaceva, l’inorgogliva e la rendeva felice. Sapeva che ci avrebbe lasciato qualcosa di grande. Sapeva che lei non l’avrebbe mai visto sugli scaffali. Sapeva che questo sarebbe stato il suo vero testamento. Non i tre ultimi volumi, non le invettive, non le polemiche, non i dibattiti, né le interviste a sé stessa. Ma questo. Letteratura. Vera. Quella che di lei avrebbe potuto far dire finalmente senza dubbi, senza esitazioni, come desiderava, come teneva più di ogni altra cosa: “Oriana Fallaci, professione Scrittore”.

Paolo Klun
(C) Ticino News

Fallaci dinasty

Il suo “bambino” di carta non l’aveva mollato neanche a Saigon, in quella notte di coprifuoco del 1970 quando da inviata di guerra, sfinita da una giornata di lavoro al fronte e sulla via del ritorno in albergo dove avrebbe incominciato a scrivere, era stata accerchiata da un branco di soldati vietnamiti allupati che volevano stuprarla. Era nello zaino, il suo “bambino” di allora, nastri registrati, taccuini con le interviste fatte ai soldati americani e vietnamiti, foto scattate sul terreno di battaglia. Orrori di cui era testimone e di cui rendeva testimoni anche i lettori italiani dalle pagine dell’Europeo e con il libro “Niente e così sia”. Si difese a calci e pugni, quella notte, ma non c’erano speranze. Forse se si liberava di quello zaino sarebbe riuscita a fuggire e a scamparla anche senza l’intervento di due soldati americani di pattuglia su una jeep. Ma i “bambini” non si abbandonano.

E Oriana Fallaci non ha abbandonato neanche l’ultimo, nato in sua assenza. Esce mercoledì “Un cappello pieno di ciliege” (Rizzoli, 864 pagine, 25 euro), il romanzo postumo che lei preannunciava in “La rabbia e l’orgoglio”. «La vigilia della catastrofe [l’11 settembre 2001], pensavo a ben altro: lavoravo al romanzo che chiamo il-mio-bambino» scrive la prima donna corrispondente di guerra italiana «un bambino molto difficile, molto esigente, la cui gravidanza è durata gran parte della mia vita d’adulta, il cui parto è incominciato grazie alla malattia che mi ucciderà, e il cui primo vagito si udrà non so quando. Forse quando sarò morta».

Il cappello pieno di ciliegie è quello che la sua trisavola Caterina indossa alla fiera di Rosía per farsi riconoscere dal futuro sposo Carlo Fallaci. Da questi antenati toscani prende la rincorsa una cavalcata avvincente che segna le tappe epocali che hanno cambiato il mondo occidentale grossomodo dalla Rivoluzione francese alla Belle Époque. La giornalista di razza e la scrittrice si incontrano ancora una volta sul terreno della storia universale e di quella personale.

Perché il romanzo dattiloscritto sull’inseparabile lettera 32 e affidato al nipote Edoardo Perazzi a New York nel luglio2006, quando sentì che l’Alieno , come chiamava il cancro ai polmoni , la stava portando via, è un’opera fortemente autobiografica su cui si innesta una ramificata e credibile finzione, dove si racconta la saga della famiglia di Oriana Fallaci dal 1773 al 1889. Un’epopea ricostruita dai racconti dei familiari e dalle carte custodite in un baule in soffitta distrutto durante la seconda guerra mondiale, e frutto di anni di ricerche d’archivio in Italia e negli Stati Uniti.

Il viaggio alla ricerca delle sue radici e insieme il testamento letterario di questa scrittrice scomoda, amata e vituperata in ugual misura in vita, è una cronaca familiare che per sua ammissione si è via via trasformata in una «fiaba da ricostruire con la fantasia». La realtà, nelle parole dell’autrice, impercettibilmente inizia a scivolare nell’immaginazione e il vero si unisce all’inventabile poi all’inventato. La scena si popola di nonni, nonne, bisnonni, trisnonni e tutti quei “genitori” di Oriana diventano suoi “figli”. L’idea di fondo del romanzo è che ognuno di noi è anche i propri antenati, ma la Fallaci spinge questa constatazione fino a trasformarla in un potente espediente narrativo, dalla terza persona passa alla prima nei passaggi più drammatici, quelli in cui ravvisa analogie sorprendenti con la propria biografia di discendente.

Come il “mal dolent, anzi molto dolent”come veniva chiamato il cancro in Catalogna e che colpisce Maria Isabel Felipa, madre di Monserrat, trisnonna della madre della Fallaci. Un male perfido e assoluto in cui la scrittrice, tuttavia, riesce a trovare un aspetto positivo: l’opportunità per se stessa di nascere e «vivere questa straordinaria e tremenda avventura che ha nome Esistenza». Senza il “mal dolent”, scrive, Monserrat appena diciottenne non avrebbe mai abbandonato Barcellona per mettersi alla ricerca a Genova del padre, il Grande di Spagna di origini italiane Gerolamo Grimaldi, padre nobile e assente che non riuscirà nemmeno a vedere. Ma sul brigantino Monserrat incontra il nostromo Francesco Launaro, trisnonno materno di Oriana, e da lì incominciano a intrecciarsi i destini che porteranno alla sua nascita. Pazientemente , ma con la passione e le violente e radicali prese di posizione nei confronti delle religioni e dei conflitti di civiltà che ne hanno segnato vita pubblica e privata anche e soprattutto negli ultimi anni di vita, la Fallaci costruisce un affresco storico ed emotivo in cui si mette in gioco come coprotagonista. C’è sempre lei nel nostromo negriero e bestemmiatore che vuole vendicare il padre schiavo per vent’anni dei pirati barbareschi ad Algeri, lei in Giovanni assassino mancato del “traditore” Carlo Alberto, ancora lei nella ribelle Caterina che sfiderà Napoleone, lei in Anastasía, bisnonna paterna, figlia illegittima, ragazza madre, pioniera del Far West e forse tenutaria di un bordello a San Francisco. Lo sfondo temporale delle vicende abbraccia tutta l’Italia rivoluzionaria da Napoleone in poi e si popola di grandi personaggi risorgimentali come Mazzini, Garibaldi, Vittorio Emanuele II, gente del vecchio e nuovo mondo.

Come il capostipite Carlo che aveva un grande sogno, piantare la vigna e l’ulivo nella Virginia di Thomas Jefferson. Ma l’America entrerà in scena solo con la spregiudicata bisnonna paterna valdese Anastasía Ferrier che arriva a New York nel 1865 due mesi prima dell’assassinio di Lincoln. Proprio a New York, con Firenze l’altra città del cuore della Fallaci, che lì aveva scavato il suo rifugio nel 1990, dopo il romanzo “Insciallah”, e che lascerà solo per tornare a morire a casa, in Italia, il 15 settembre del 2006.

Giuliana Manganelli
(C) Il Secolo XIX

25 luglio 2008

L'ultimo viaggio



Randy Pausch, the professor at Carnegie Mellon University who inspired countless students in the classroom and others worldwide through his highly acclaimed last lecture, has died of complications from pancreatic cancer. He was 47.

Vola Ryanair



Umberto Bossi è l'inconsapevole testimonial di Ryanair.

Obama, l'abbraccio di Belino

24 luglio 2008

As German as America

Perchè Barack Obama ha scelto di tenere il suo discorso pubblico a Berlino? Perchè non a Londra o Parigi? Ecco come la vede Nicholas Kulish.

BERLIN — When one thinks of beer and bratwurst, one tends to think of either faraway Germany — or Milwaukee in the heartland.

That quirk of culinary geography says a lot about why Barack Obama can give a public speech in Berlin without catching the kind of flak that a similar outing under the Eiffel Tower would garner.

As the Obama campaign searched for a location here for his public address before a crowd that is expected to reach at least into the tens of thousands, a great deal of attention was paid to the backdrop within the city. Little was paid to the choice of country itself.

Yet Germany is an easy call for a number of reasons. It is the site of two of America’s most cherished victories, over the Nazi regime in World War II and the Soviets in the Cold War. And for the Obama campaign, comparisons to President Kennedy are always welcome as long as they do not appear too overtly sought after. Do not expect to hear Mr. Obama claim, auf deutsch, that he is a Berliner.

But a broader combination of social, historical and even demographic factors make Germany a hit for American politicians going abroad, whether it be Mr. Obama or President Bush, who in 2006 enjoyed a hearty meal of barbecued pig on a spit with Chancellor Angela Merkel.

Campaigning abroad means delving into American perceptions and stereotypes about foreign countries, even among allies. No political operative could forget the way French became pejorative shorthand for elitism against John Kerry in the 2004 campaign.

One might think that the French would have a leg up in the public-relations game, thanks to Lafayette and de Tocqueville. Yet an appearance in Germany brings few of the dangers that a campaign speech before cheering throngs in the land of pinot and foie gras might. While plenty could go wrong, and a backlash is still possible, one thing is clear: There is little danger of being labeled effete in the home of Oktoberfest and oom-pah bands.

Germany can be, well, pretty American sometimes. And often overlooked is just how German the United States really is.

As the American ambassador noted when opening the new embassy to Germany on the Fourth of July, in the 2000 census the number of Americans reporting German ancestry was nearly 43 million, the highest tally of any group. That’s more than Irish or English or Italian, some five times the number claiming French roots and roughly the same number as African-American and Mexican combined.

The same debates that take place today over Latino immigrants and the Spanish language once centered around the German communities, which had their own newspapers, schools and theaters. At the peak of German migration to the United States 1.8 million came between 1880 and 1893, according to Klaus Bade, a professor at the University of Osnabrück and founder of the Institute for Migration Research and Intercultural Studies.

To put that in perspective, that came at a time when the population of the United States was only around 50 million, or one-sixth of what it is today. That enormous influx left a lasting influence on American culture. It was — and still is — particularly powerful in the heartland. The Census Bureau said that every state in the Midwest reports Germany as the largest share of ancestry, with 44 percent in North Dakota and 43 percent in Wisconsin.

The identification with German ancestry in America receded in the 20th century for a couple of reasons. First, according to Professor Bade, the wave of immigrants came to an unusually abrupt halt as Germany went from having too few jobs to too many.

The other reason is a little more obvious: Germany’s place as America’s enemy in two consecutive world wars.

Yet the significant American role in rebuilding and defending West Germany after the war led to what in some ways amounted to the largest exchange program in history, even if the leading edge was soldiers instead of students. That meant new contacts and even more chances for cross-pollination.

“There are an enormous number of organic connections between Germans and Americans,” said Jackson Janes, executive director of the American Institute for Contemporary German Studies in Washington, an independent think tank. He said that between 14 million and 16 million Americans were stationed in Germany since the 1940s, especially military families and their dependents.

The transformation of Germany from violent dictatorship to peaceful democracy stands as one of the great accomplishments in American history, a significant point of pride for the country. That may be why, even at the nadir of relations, Germany never caught the same degree of criticism as France for opposing the Iraq invasion. Though former Chancellor Gerhard Schröder was against the war in Iraq, it was cheese-eating surrender monkeys, not schnitzel-eating surrender monkeys.

Senator Obama may not say, “Ich bin ein Berliner,” this summer, but he need have no fear diving into a few frankfurters or hamburgers at an American picnic. The meat and potato Germans, their cuisine, and a lot of their culture, is as American as apple struedel, er, pie.

Nicholas Kulish
(C) The New York Times

Ich bin ein Berliner



Dopo Afghanistan, Iraq, Giordania, Israele e territori palestinesi, Barack Obama dà oggi il via al suo tour europeo. Prima tappa, Berlino: dopo gli incontri istituzionali, nel pomeriggio grande comizio live alla Colonna della Vittoria. Seguiranno Parigi e Londra.

Quei quattro faldoni in via Mecenate

Sono quattro faldoni e una scatola. Sta lì, alla Rizzoli di via Mecenate, il lavoro cui Oriana Fallaci aveva dedicato gli anni Novanta del secolo scorso, la saga familiare che partiva dal ‘700 e sarebbe dovuta arrivare fino ai giorni nostri. Uno dei faldoni è smilzo: c’è il prologo, otto pagine. Lì c’è anche il titolo: Un cappello pieno di ciliege. E l’annessa definizione: Una saga. Tutto mantenuto dopo qualche dubbio perché Fallaci medesima aveva preso in considerazione un’altra ipotesi: Passaggi nel tempo, espressione che, fra l’altro, nel testo ricorre spesso. Gli altri tre faldoni sono gonfi. Le pagine di cui sono zeppi portano un testo quasi definitivo: le prime tre parti, in tutto 373 fogli formato A4. Il livello è quello dell’ultimissima revisione. L’autrice ha già letto, riletto, aggiunto, tagliato, corretto e armonizzato diverse volte. Anche se, in base all’esperienza degli altri libri, con Fallaci gli interventi sul testo non finivano che all’ultimo secondo prima della stampa (e talvolta non bastava…).

Di molti aggiustamenti non c’è neanche traccia nei fogli dattiloscritti arrivati all’editore: la vecchia versione è sparita con la carta tagliata e sostituita in un minuzioso cesello di forbici e scotch. Qui si tratta di una riga a mano aggiunta ogni ventina di pagine con un segno di pennarello rosso a indicare dove inserirle, di qualche parola cancellata, di altre cambiate: una striscia di bianchetto e poi a ribattere sopra. E post it colorati, con avvisi, integrazioni, note da verificare. I post it sono come pizzini non sempre di facile decifrazione. Subito all’inizio ce n’è uno che è parso a lungo incomprensibile. Indica che alla frase va aggiunto: «…e una copia del Beccaria con la dedica di Filippo Mazzei e…». Qui si distinguono due parole ma non si capisce quali siano. «Un fatto strano perché di solito la grafia della Fallaci è leggibile facilmente. Le abbiamo interpretate solo 300 pagine dopo», racconta uno dei curatori del testo. Le due parole sono “passaporto spagnolo”, ci si arriva quando l’utilità di quel lasciapassare viene rievocata nel racconto, molto dopo, appunto. A volte gli interventi riguardano espressioni di cui si da la versione più toscana – “scansare” al posto di “evitare” – a volte succede il contrario e toglie “scovato”. In altri casi Fallaci ha cambiato completamente il taglio del passo.

Carlo Alberto non le è affatto simpatico, ma in una prima versione lo mette in croce come ipocrita e bigotto. Dopo, ci ripensa. E il capo d’accusa diventa il suo “disamore” per il popolo che non vuole educare e salvare dalla miseria. Vengono rivisti lapsus: il trisnonno paterno viene chiamato “Domenico”, si legge sotto il bianchetto e la correzione “Donato”. Altri 275 fogli stanno nella scatola. È la quarta parte di Un cappello pieno di ciliege. Viene in mente Emilio Radius, che aveva avuto la Fallaci come redattrice agli inizi della carriera, all’Europeo di Arrigo Benedetti, e che ne fece il ritratto in un libro di molto tempo fa, 50 anni di giornalismo (Miano editore): «Non le era difficile cominciare; le era difficile finire, fermarsi, concludere. Le scrivesse con fatica o senza fatica, vi portava decine di cartelle a macchina». Nella scatola è la quarta parte. Qui, la fatica si vede. Il “cantiere” è meno prossimo alla conclusione, c’è una pagina dove la spaziatura si fa più compatta e ci sono tre fogli aggiunti scritti a mano. E il numero dei post it aumenta. Un promemoria e un appunto danno il senso del metodo di lavoro. Il promemoria è una pagina scritta a penna, sotto l’intestazione «vedi xerocopia di Spurs». Spurs probabilmente sta per una rivista americana dedicata ai cultori della memoria “western”. Nel racconto siamo alla parte dedicata all’avventuroso viaggio negli Stati Uniti di Anastasìa, una delle antenate. Che i racconti familiari tramandavano amica o conoscente dei grandi personaggi di quell’epopea, da Jesse James a Wild Bill Hickock.

La pagina è fitta di note numerate che corrispondono ad altrettanti particolari da controllare nelle linee dei servizi di diligenza, nelle compagnie che li gestivano, negli orari e negli itinerari. Una ricerca apparentemente marginale rispetto alla trama, eppure da portare a termine. Qualche foglio più in là, l’appunto è un’intimazione: «Via il superfluo, prendere l’essenziale». Certo, ma dopo aver accertato tutto… Anche perchè di romanzo si tratta, con l’annessa libertà creatrice di chi scrive. Fallaci lo rivendica nelle prime pagine parlando di com’è nata l’opera: «Divenne impossibile… stabilire… se si fossero trasformate in un frutto della mia fantasia». Un doppio esempio, di documentazione e trasfigurazione, arriva presto. Col trittico di Mariotto di Nardo nell’oratorio di San Eufrosino, a due passi da Panzano. Il trittico nell’oratorio non c’è. È, invece, nella Pieve di San Leolino, un chilometro lontano. Dei ritocchi mancanti, comunque, il lettore è avvertito dalla Nota dell’editore e dalle appendici sul testo e i criteri dell’edizione. E nel cantiere in via di completamento sono vetri da lustrare, più o meno.

Si spiega, ad esempio, come non sia stata messa mano a qualche incongruenza: un Inno di Mameli cantato da due personaggi due mesi prima di quando in realtà fu composto, la residenza di famiglia che nel finale risulta a Mercatale mentre, fino allora, è stata segnalata a Candialle (e Fallaci era consapevole della necessità di uniformare, indicata in un post it), soprattutto i riferimenti accennati a eventi novecenteschi - «come vedremo» - che poi, invece, il libro non arriva a raccontare. Il criterio è il rispetto di un’indicazione dell’autore. L’ha riferita Edoardo Perazzi, il nipote che raccolse le ultime volontà rispetto al romanzo: «Se ci sono bischerate grosse, lascia com’è». Detto per inciso, non c’è contraddizione col ricordo - sempre del nipote - citato da Cannavò in chiusura dell'articolo. Parrebbe, e in modo clamoroso. Ma non è così. Fra “puttanate” e “bischerate” Fallaci metteva una differenza abissale. Le prime sono gli strafalcioni, gli errori di ortografia, i nomi palesemente confusi. Le “bischerate” sono, invece, le incongruenze gravi, gli inceppi logici nella trama che obbligherebbero una riscrittura per mano altrui.

Quel che Fallaci non voleva assolutamente. A costo di sbagliare. ma sempre in proprio. A volte, poi, i documenti è stato impossibile rintracciarli. In famiglia Fallaci c’era la leggendaria memoria di Ildebranda, un’altra “arcavola” – è il termine che alla scrittrice piace usare per gli antenati più lontani – bruciata come strega sul rogo. Ma fino a lei – ovvero al Cinquecento più o meno - la narrazione non è riuscita a risalire. Fallaci si limita a evocarla a proposito di un altro personaggio, Caterina: «Quella strega più strega delle streghe che dovrebbe finire al rogo anche lei». Il tema, del resto, le era caro. Sempre Radius ricorda: «Finirono per chiamarla “la strega di piazza Carlo Erba”, dal nome della piazza in cui aveva sede la Casa Rizzoli; e lei, invece di aversene a male, se ne compiacque». In un altro passo le bozze danno traccia di una incertezza che è segno di attenzione. Si riferisce a Anastasìa. La chiama “strega”. Poi sbianchetta e mette “Circe”. Poi cancella a lapis anche questo. I curatori hanno optato per “strega”. Infine, un mistero. Voluto dall’autrice. È quello del personaggio che mette incinta Anastasìa, praticamente il bisnonno di Oriana. Un padre naturale “celeberrimo e ultraristocratico”. Lei fa capire di sapere il nome ma non lo dice. Del resto, in un romanzo, un “innominato” sta sempre bene.

Enrico Mannucci
(C) Corriere della Sera Magazine

Oriana e le ciliege

Dimentichiamo per un attimo l’11 settembre e quello che ne seguì. Dimentichiamo la donna furente che si prese il titolo di paladina dell’Occidente contro le minacce non solo terroristiche ma anche culturali di un islamismo incalzante; la scrittrice che con l’acume impietoso proprio dei pensatori liberi coniò il termine Eurabia e frantumò brutalmente alcuni tabù sulla convivenza. Rewind. Andiamo indietro nel tempo, ma non troppo. Non all’epoca della grande giornalista in Vietnam e sugli altri fronti caldi del pianeta, dell’autrice di memorabili reportage per l’Europeo ripresi da tutte le testate internazionali; o della donna che raccontò l’ossessivo legame politico-sentimentale con Alessandro Panagulis nell’epico ritratto di Un uomo; o della star di Lettera a un bambino mai nato che lacerò e commosse il mondo con una storia intimamente femminile.

C’è un periodo nella vita di Oriana Fallaci rimasto per sua volontà nella penombra dopo i decenni da ruggente protagonista. 1991: Oriana torna a New York a conclusione dell’ennesima prova di inviato di guerra, il conflitto nel Golfo scatenato dall’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Malgrado l’età non più verde, era salita su un aereo americano descrivendo per il Corriere una missione da brivido. Una cosa tipicamente da Oriana. Già 24 anni prima, in Niente e così sia, aveva raccontato con sgomento la sua esperienza in un raid al napalm per stanare i vietcong. Rientrata in America, la Fallaci scopre di essere malata di cancro. Lei lo annuncia l’anno seguente con clamore al Washington Post mostrando la solita tempra e un sentimento altalenante («Odio questo alieno che attacca la mia vita, vorrei sputargli in faccia, strangolarlo, distruggerlo. Ma sento che sono finita»). Rilascia, quindi un’intervista sulla carriera e sulla malattia a Gino Nebiolo per la Rai. Poi scompare. «Ma che si sa di Oriana? Dov’è finita la Fallaci?», erano le domande ricorrenti negli anni Novanta dentro le redazioni e tra i suoi cultori.

Oriana, dopo una vita sotto i riflettori, star tra le star, si era “garboizzata”. Niente piu articoli sui giornali, niente piu dichiarazioni. Rinchiusa nella sua casa sulla 61esima a studiare, esaminare documenti, fare ricerche, scrivere. E così anche nei periodi che trascorreva in Italia, nell’amato casale di Greve in Chianti. Andava a rovistare tra gli archivi, i mastri anagrafici. Ancora di più: lasciata l’attualità, presa da un fervore storico, cominciava a consultare i catasti onciari, i cabrei, gli Status Animarum delle parrocchie. Che le era preso all’Oriana? Che le era saltato in mente? Di raccontare la storia della sua famiglia, di scoprire e mettere alla luce i personaggi impavidi, estrosi, indomiti che l’avevano preceduta e forgiata. Ed ecco il monumentale Un cappello pieno di ciliege (864 pagine) che la Rizzoli, editore di tutti i libri della scrittrice (tranne il primo) lancia il 30 luglio, giusto in tempo per mettersi in valigia una saga da gustare nelle vacanze.

Un prologo e quattro parti che possono essere considerati libri compiuti a sé perché ciascuno riguarda la famiglia di uno dei quattro nonni della scrittrice. Una cavalcata storica che parte da metà del Settecento, mentre in Europa si respirano i fermenti dell’Illuminismo e si prepara aria di Rivoluzioni, e si conclude nel 1889, anno di morte di Anastasìa, bisnonna dell’autrice, il personaggio più avventuroso del libro, donna autonoma, ribelle, coraggiosa che approda e si afferma in America. Ma il fulcro della vicenda è la Toscana, è il Chianti, è Panzano, “quel poggio a mezza strada tra Firenze e Siena” che due secoli e mezzo fa era una terra di contadini poveri ma dignitosi. Una terra che già serbava, però, il tesoro di un’agricoltura vinicola invidiata nel resto del mondo. Ed è così che la storia sin dall’inizio sfiora la Storia con la “s” maiuscola: nientemeno che Thomas Jefferson, il principale artefice della Dichiarazione d’Indipendenza americana, possidente terriero in Virginia e appassionato agronomo. Jefferson propone al commerciante fiorentino Filippo Mazzei, suo amico, di impiantare oltreoceano un’azienda per la coltivazione della vite e dell’ulivo, chiedendogli di portare con sé una decina di contadini. Tra questi si offre per la spedizione Carlo Fallaci, secondogenito di Luca, mezzadro che nel podere di Vitigliano di Sotto lavorava per i Da Verrazzano, discendenti dell’esploratore che scoprì il fiume Hudson e la baia di New York.

Il microcosmo chiantigiano si confronta così con i vastissimi orizzonti del Nuovo Mondo ma non era ancora il tempo dell’America per i Fallaci: Carlo, biondo con gli occhi azzurri, proprio come l’Oriana, cede al suo carattere di toscanaccio orgoglioso: basta un disguido nel luogo dell’appuntamento per la partenza e decide di tornare al paese. «Nel 1773… corsi il rischio di non nascere», scrive Oriana nell’incipit. Perché Carlo è il primo tra gli “arcavoli” ritrovati in cui lei individua quei cromosomi di libertà e di ribellione che le appartenevano. Sarà così anche, e certamente di più, per l’indomita moglie di Carlo, la senese Caterina Zani (il titolo del libro è preso dal cappello da lei indossato nel primo incontro con il futuro marito) che Oriana fa scagliare, incinta di tre mesi, contro l’oppressore Napoleone in passerella a Firenze sulla carrozza degli Asburgo Lorena: «Accident’a te e alla troia che t’ha partorito! Che statue sei venuto a rubarci, che guerre sei venuto a portarci, uccellaccio rapace?». Una visita che la scrittrice associa, per gli onori tributati, a quella cui lei stessa assistette di Hitler e Mussolini a Firenze. Mentre la ribellione all’invasore rimanda alla lotta partigiana che vide il padre di Oriana in prima linea e lei coinvolta come staffetta.

Ed ecco che Oriana rivive, nel secondo libro, anche in Montserrat, la spagnola che per le nozze esibisce sulla parrucca un veliero alto quaranta centimetri e lungo trenta, in omaggio allo sposo Francesco Launaro, marinaio di lungo corso che deve vendicare la morte del padre ucciso da crudeli pirati algerini; o, nel terzo libro, in Giovan Battista (detto Giobatta) Cantini, attivista politico anarchico. E poi, nel quarto, nella bellissima Anastasìa, repubblicana che ha una figlia da un aristocratico piemontese rimasto per sempre l’Innominato, la lascia in un orfanotrofio per andare in America dove rischia di finire sposata a un mormone nello Utah e poi arriva a San Francisco dove apre (probabilmente) un redditizio bordello. Quando torna in Italia ritrova la figlia e la vicenda acquista un sapore di feuilleton per un finale da film. Ma sono una cinquantina i personaggi principali della saga: cinque generazioni unite dagli oggetti riposti in una cassapanca del XVI secolo appartenuta a un’altra antenata, Ildebranda, accusata di eresia e bruciata dall’Inquisizione perché cucinava l’agnello in tempo di Quaresima («la mia antenata strega», amava vantarsi Oriana).

In quella cassapanca, che sarebbe andata in fumo nei bombardamenti su Firenze del 1944, l’Oriana bambina aveva trovato, tra l’altro, un abbaco e un abbecedario del Settecento, la lettera di un prozio arruolato da Napoleone e poi morto nella campagna di Russia, una federa che riportava una scritta preziosa, un paio di occhiali, una copia di un libro del Beccaria. Altri oggetti che le erano rimasti: un liuto senza corde, una pipa d’argilla, una moneta da quattro soldi dello Stato Pontificio e un vecchio orologio con i rintocchi di Westminster. Ma soprattutto insieme con questa Spoon River toscana c’erano le voci dei genitori Edoardo e Tosca, «divertita e ironica quella di lui», scrive nel prologo la Fallaci, «sempre pronto a ridere anche sulla tragedia. Appassionata e pietosa quella di lei, sempre pronta a commuoversi anche sulla commedia». Ed ecco che da questi pochi indizi, dai flebili ricordi, comincia la ricerca frenetica dei luoghi, delle date, delle conferme. Materiale per formare un sostrato storico sopra il quale i grandi romanzieri scatenano la fantasia. «Fu a quel punto che la realtà prese a scivolare nell’immaginazione e il vero si unì all’inventabile e all’inventato…». E la Fallaci mette al servizio di caratteri e situazioni la sua ammaliante scrittura passionale, arricchita da un sapore ironico e popolaresco: in fondo si tratta di un pezzo di storia d’Italia fatta da povera gente, per lo più indigenti e analfabeti.

«Mia zia è stata sempre affascinata dai racconti della famiglia», spiega Edoardo Perazzi, erede testamentario della scrittrice, il nipote che l’ha accompagnata fino alla morte. «Quando passavamo le estati nella casa del Chianti aveva il quaderno degli appunti sempre pronto per raccogliere ricordi, prendeva appunti non solo con i nonni ma anche con lo zio Bruno, giornalista di Epoca e del Corriere, e con altri parenti. Era la stessa ansia di trascrivere, per fare un esempio, lo struggente diario trovato a un vietcong morto in battaglia, finito poi integralmente in un capitolo di Niente e così sia. Eppure soltanto una decina di anni fa ci rendemmo conto che questo materiale stava per diventare un nuovo libro». Ma perché la storia si conclude nel 1889? «A dire il vero lei aveva cominciato a scrivere dal Novecento, inizialmente la saga si sarebbe dovuta fermare al ’44, alla cacciata dei nazisti da Firenze. Esistono molti appunti e un abbozzo della prima stesura. Ma poi le sembrò che quelle vicende vissute personalmente e raccontate un po’ in tutti i suoi libri, in questo caso intralciassero lo spirito romanzesco del libro. E si tuffò nel passato. Il materiale di ricerca accumulato per costruire questa saga è portentoso e spero che un giorno possa essere conservato in un fondo e utilizzato dal pubblico.

Dal costo del biglietto delle carovane del Far West agli eventi meteorologici di Radda e Greve in Chianti, Oriana è stata puntigliosa e sfiancante per chi le ha dato una mano. Ho trovato l’appunto di uno studioso dell’università di Boston che, esausto per la ricerca del nome di una certa nave che faceva la spola tra Plymouth e Livorno, la supplica di accontentarsi di quanto aveva trovato. Avrebbe voluto andare ancora più indietro nel tempo, Oriana: arrivare all’antenata bruciata o all’epoca in cui, secondo quanto detto da alcuni personaggi, il seme dei Fallaci era emigrato in Chianti dalla Firenze dell’epoca di Boccaccio, assediata dalla peste. Ma non aveva trovato documentazione di quei secoli e così è partita dalle prime notizie sicure». Perazzi ha lavorato con la redazione della Rizzoli per riportare nel testo le correzioni della quarta parte e ricostruire l’albero genealogico della famiglia allargata fallaciana che appare nei risguardi all’inizio del volume, mentre in coda si possono leggere le note del nipote e dell’editore in cui si evidenziano gli interventi e le piccole incoerenze non corrette. «Abbiamo mantenuto le imperfezioni da opera incompiuta per rispetto dell’autrice. Ma questa appendice, che comprende alcune pagine dattiloscritte con la scrittura di Oriana, sarà un altro motivo di interesse per i suoi ammiratori».

Ed eccoci nuovamente all’11 settembre. Oriana è sconvolta dall’attentato alle Torri, decide di rompere il suo silenzio decennale con un clamoroso articolo apparso il 29 settembre 2001 sul Corriere, intitolato La Rabbia e l’Orgoglio. Chiude la sua violenta invettiva con questa frase: «Stop. Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito. Ora basta. Punto e basta». Ma poi non ce la fa a mantenere l’impegno e Un cappello pieno di ciliege non sarà più ripreso. «Superato il trauma mi dissi: devo dimenticare ciò che è successo e succede. Devo occuparmi di lui e basta. Sennò lo abortisco. Così stringendo i denti, sedetti alla scrivania. Ripresi in mano la pagina del giorno prima, cercai di riportare la mente ai miei personaggi. Creature di un mondo lontano, di un’epoca in cui gli aerei e i grattacieli non esistevan davvero. Ma durò poco. Il puzzo della morte entrava dalle finestre». La Rabbia e l’Orgoglio divenne così un libro, un successo da oltre un milione di copie. «Oriana si portò fino alla morte il cruccio di non aver messo la parola fine a quest’opera», continua Perazzi. «E forse non se lo perdonava. Nell’agosto 2006, nell’ultimo mese di vita, mi dava disposizioni di ogni genere ma non mi parlava del romanzo. Così un giorno presi coraggio. “Senti Oriana, io mi ritrovo anche questo tuo bambino (i suoi libri lei li chiamava così) ma cosa devo farne: pubblicarlo, chiuderlo in banca, bruciarlo?”. “Oh, ma che tu sei rincitrullito?!? Certo che lo devi pubblicare. Controlla che non ci siano puttanate e pubblicalo!”. Missione compiuta. Ma qualche berciata da Lassù è già stata messa in conto».

Alessandro Cannavò
(C) Corriere della Sera Magazine