29 agosto 2008

McCain, caccia alle clintoniane

Un'esca per i sostenitori di Hillary



Come arginare il trionfo di Obama a Denver? Come ha fatto McCain: prendendo Sarah Palin - governatrice dell'Alaska, più giovane di Obama - come candidata alla vicepresidenza per i repubblicani. Un'esca succosa per tutti i sostenitori di Hillary, fino a stamattina (forse) rassegnati a votare Barack.

Obama, le parole di Denver

27 agosto 2008

Russia Is Brazen, Europe Weak

Un estratto dal nuovo libro di Bernard-Henri Lévy contro "il nuovo barbarismo": la crisi georgiana secondo il filosofo francese.

The future of Russia's excursion in Georgia remains to be determined. But some conclusions can already be drawn:

- Russian power is extraordinarily brutal in the post-Soviet era, as we have already seen in Chechnya. This brutality has been confirmed -- although on a smaller scale -- in the spectacle of the Russian army occupying a sovereign country, moving through it as it pleases, advancing and retreating at will, and casually destroying the military and civilian infrastructures of a young democracy as an astonished world watches. Today it is Georgia. Tomorrow will it be Ukraine? Or, in the name of the same solidarity with the supposedly persecuted Russian-speaking populations, will it be the Baltic countries? Or Poland?

- The new Russia is indifferent to international protests, admonishments and warnings. The Cold War had its rules, its codes. It was a time when signs were carefully deciphered. There was a kind of half-warrior, half-pacifist hermeneutics in play, during which we spent our time reacting to what philosopher Michel Serres called "the signal fires and foghorns" of the adversary. In this new-look Cold War, there are no more signals. No more codes. Instead, Russia offers a permanently obscene gesture to "messages" we know will have absolutely no effect. Was it not at the same moment Condoleezza Rice was in Tbilisi that Vladimir Putin, with a cynicism and aplomb that would have been unthinkable in yesterday's world, chose to advance his troops as far as Kaspi, only 30 kilometers from the capital?

- Russia has no shame when it comes to twisting principles and ideals. It brandishes the "precedent" of Kosovo -- as if there could be anything in common between the case of a Serbian province hounded, battered and broken by ethnic purification which lasted for decades, and the situation of Ossetia, victim of a "genocide" that, according to the latest news (a report by Human Rights Watch) consists of 47 deaths. And look how they turn to their profit -- as well as that of the same Russian-speaking minorities they want to bring back into the bosom of the Empire -- the argument of the "duty to intervene" that might justify the exactions, in Gori and elsewhere, of the Russian army and its militias. This is a fine, grand principle dear to the French foreign minister and a few others. How daring! Well, Mr. Putin dared, Mr. Putin thought about it and did it.

- European -- and in this instance French -- diplomacy is weak. We expect a great democracy to condemn and sanction the aggressor, without nuance. But in effect the opposite was done. The party that was attacked was the one sanctioned. The weak, not the strong, was made to yield. Just as 15 years ago in Dayton, Bosnian leader Alija Izetbegovic was forced to sign, with a heavy heart, the agreement laying out the dismemberment of his country. Mikheil Saakhashvili, the Georgian president, was also forced to ratify a document that the Russians speak of as the "Medvedev document." Not a word in it mentions the territorial integrity of the country.

Then there are the famous "additional security clauses" acknowledging the Russian army's right to be stationed there and to patrol, as scandalous in principle as they are vague in their modalities of application. Has the world turned upside down? This must be a dream.

- Western public opinion fell with disconcerting facility for the thesis advanced -- from the very first day -- by the Kremlin's propaganda machine. We know now that the Russian army had been hard at work on its war preparations since before Aug. 8. We know that it massed at the "border" between Georgia and Ossetia a considerable military and paramilitary logistical presence. We know the Russians had methodically repaired the railroad tracks that the troop-transport trains were to take, and we know that at least 150 tanks went through the Roky tunnel separating the two Ossetias the morning of Aug. 8. In other words, no one can ignore the fact that President Saakhashvili only decided to act when he no longer had a choice, and war had already come. In spite of this accumulation of facts that should have been blindingly obvious to all scrupulous, good-faith observers, many in the media rushed as one man toward the thesis of the Georgians as instigators, as irresponsible provocateurs of the war.

We must re-examine all of this. We must analyze in greater depth the mechanisms of a blindness that may, if we are not careful, perpetuate the Western "decline in courage" denounced in his time by Alexander Solzhenitsyn, but which we thought belonged to the past. Reason, if not honor, demands that we go to the rescue of Europe in Tbilisi.

Bernard-Henri Lévy
(C) Wall Street Journal

26 agosto 2008

Questione di denti



Questo finale di agosto regala a tutti gli appassionati di cinema una pellicola imperdibile, ora nelle migliori sale italiane. S'intitola "Denti" e
- cito da Wikipedia - "narra la vicenda di Dawn, liceale attivista del gruppo della castità, che scopre di avere una vagina dentata". Qualcuno mi faccia sapere com'è, intanto il premio come trama più demente del 2008 non glielo toglie nessuno.

25 agosto 2008

La guerra dei nomi



All'apertura della convention democratica di Denver, la domanda è questa: chi meglio di Obama-Biden può sconfiggere Osama-Bin-Laden?

24 agosto 2008

Tutte le strade portano al Milan



Sheva è il coronamento di una campagna acquisti semplicemente assurda. Ma dopo l'arrivo di Dinho, viene solo da dire "bentornato Sheva".

Ritratti metropolitani di una New York anni Trenta

Negli anni Trenta e Quaranta, New York è un città in fermento. Nuovi lavoratori ingrossano le file della società dei consumi, la middle class a cui parla la cultura di massa. Sono gli anni del trionfo del cinema e dei pomeriggi sulle spiagge di Coney Island. Gli anni in cui gli americani – dopo la crisi del ’29 – tornano a sognare felicità e realizzazione sul palcoscenico della Grande Mela. Non tutti ci riusciranno: alcuni, residenti nei quartieri più poveri, si abbandoneranno al crimine per combattere la povertà.

In questi anni convulsi, gli Stati Uniti assistono al boom dei mezzi di comunicazione di massa. Un evento su tutti ha fatto la storia: nell’ottobre 1938 la CBS trasmette la riduzione radiofonica de “La guerra dei mondi” ad opera del giovane Orson Welles, seminando il panico tra i cittadini statunitensi allarmati da un’improbabile invasione aliena. Nelle strade, intanto, assistiamo all’invasione di quotidiani e periodici. Secondo un’inchiesta Gallup del periodo, i lettori di carta stampata sono attratti prima di tutto dalle illustrazioni: le grandi fotografie invadono prime pagine e copertine dei periodici d’informazione. Dietro a quelle immagini ci sono spesso reporter riconosciuti a posteriori come maestri della fotografia.

Tra i fotoreporter più dotati, a New York spicca l’intraprendente Weegee. Nato nell’attuale Zolochiv (Ucraina) sotto il nome di Usher Fellig, nel 1909 si trasferì a New York con la famiglia in fuga dall’antisemitismo imperante nell’Europa dell’est. Le origini dello pseudonimo “Weegee” – che lo renderà famoso nel mondo – sono avvolte nel mistero. I più sostengono che si tratti della resa fonetica di “Oujia”, la tavola spiritica che permette di comunicare con i defunti: solo così – si diceva al tempo – sarebbe stato in grado di giungere sul luogo delle disgrazie a pochi minuti dagli eventi. Spiriti a parte, Weegee deve molto della sua celebrità proprio alla velocità: talvolta arrivava sul luogo dell’evento – che poteva essere un delitto, un incendio, una rissa, un incidente o chissà che altro – prima della polizia e dei mezzi di soccorso. Le sue fotografie, va da sé, rappresentavano così la testimonianza più pura della vita di New York.

Nel 1938, Weegee ottenne in dotazione una radio della polizia: raggiungere il cuore degli eventi divenne ancora più veloce. Il fotoreporter, per ridurre al minimo i tempi di consegna, giunse ad allestire una camera oscura nel bagagliaio della macchina: le fotografie, sviluppate a tempo record, potevano così finire sulle prime pagine dei quotidiani la mattina seguente. Weegee collaborò con moltissimi giornali: nel 1943, alcune delle sue opere vennero poi esposte al Moma. Weegee entra nell’Olimpo della fotografia: nel 1945 pubblica il celebrato “Naked City”, una raccolta personale delle più belle foto scattate a New York. Una città messa a nudo dalla forza del suo bianco e nero.

Al genio di Weegee e alla forza devastante dei suoi ritratti metropolitani, Milano dedica in questi mesi una bella retrospettiva a Palazzo della Ragione (“Unkonown Weegee”, 21 giugno – 12 ottobre 2008). Le sale del palazzo duecentesco espongono moltissime fotografie di Weegee tra gli anni Trenta e Quaranta: ad essere rappresentata è una New York dalle mille facce, che contrappone incidenti stradali e delinquenti comuni a signore ingioiellate dell’alta società. Il bello e il brutto, l’umano: “Quando scatto una foto mi sembra davvero di entrare in trance: è l’effetto del dramma in corso o in procinto di scatenarsi” dichiara il fotografo in un’intervista del 1945. “In altre parole, abbiamo bellezza e bruttezza: tutti amano la bellezza, ma la bruttezza permane”.

“Unknown Weegee” si sofferma particolarmente sugli scatti per il quotidiano progressista “PM”, con il quale il fotografo collaborò assiduamente a partire dal 1940. Pubblicato dal ‘40 al ‘48, “PM” contava tra le sue fila numerosi giornalisti radicali: era un giornale libero, schierato contro l’oppressione e vicino ai diritti delle minoranze – ebrei, afroamericani, lavoratori poveri. È per “Picture Magazine” che Weegee scandaglia New York, i suoi quartieri, le sue strade e la sua gente: l’occhio del fotografo è sempre spassionato, capace di catturare l’istante di massima intensità senza rinunciare all’assoluta naturalezza. Il bianco e nero di Weegee colpisce direttamente il lettore di quotidiani, raccontando la notizia con un’icasticità superiore a quella di mille parole.

Nel corso della sua carriera – cominciata come semplice fotoreporter e finita nelle sale del Museum of Modern Art – Weegee sperimentò anche il cinema. O meglio, il “documentario artistico”: dopo aver catturato lo spirito della Grande Mela con l’occhio della sua Speed Grapich, il fotografo provò anche con una 16mm. Il risultato – visibile in una sala di Palazzo della Ragione – varia da una New York notturna e alienata alla folla sterminata che riempie le spiagge di Coney Island, in un bel pomeriggio domenicale: alle riprese d’insieme, Weegee alterna i particolari di singoli bagnanti. Ci sono anziani, innamorati, bambini, famiglie: ancora una volta, i newyorkesi. Con i loro pregi e i loro difetti.

“Unknown Weegee” – 21 giugno / 12 ottobre 2008
Palazzo della Ragione
Milano, Piazza dei Mercanti 1

L'Occidentale

17 agosto 2008

The shock of the lightning

"The shock of the lightning", il nuovo singolo degli Oasis in uscita il 29 settembre trasmesso il 15 agosto da BBC Radio:

15 agosto 2008

Israel exported failed generals

Israel exported failed generals in order to train the Georgian armed forces, including general Gal Hirsch, and we all know that the Georgian army was defeated by the Russian forces.
Hassan Nasrallah,
se la Georgia ha perso la colpa è di Israele

14 agosto 2008

Un rapinoso romanzo all'antica

Igor Man recensisce "Un cappello piene di ciliege" per "La Stampa".

L’Ansa ha diffuso, il giorno 1 di agosto, il seguente comunicato della Rizzoli: «Un cappello pieno di ciliege», il romanzo postumo di Oriana Fallaci, è arrivato nelle librerie italiane il 30 di luglio e, dopo sole ventiquattr’ore per far fronte alle richieste dei librai, la Casa editrice Rizzoli ha deciso la ristampa di una seconda edizione di 50 mila copie. A tre giorni dall’uscita in libreria, le richieste hanno reso necessaria una terza edizione di 100 mila copie.

«La tiratura complessiva del volume arriva così a mezzo milione di copie e tre edizioni in tre giorni confermando il successo dell’opera e lo straordinario legame di Oriana Fallaci con i suoi lettori». La gente che fa la fila in libreria per acquistare un libro di Oriana Fallaci: già visto. Ma si trattava di pagine più gridate che scritte, di irrefrenabili emorragie d’odio autentico e spesso contagioso. Gli italiani, si sa, van sovente a caccia d’un capro espiatorio, quanto meno, d’un «bersaglio politico», d’una sorta di san Sebastiano con le sembianze del nemico. Nel caso di Oriana, il multitrafitto Sebastiano avrà le sembianze (posticce) d’un terrorista islamico, possibilmente sdendato, gli occhi colmi d’odio. E questo perché a partire da Insciallah sino alla Trilogia diremo dell’odio per l’islam non solo militante, Oriana ha genialmente sparigliato le carte accendendo innumerevoli piccoli fuochi tenaci, alimentati dal luogo comune, per altro utilizzato con tellurica possanza. Tutta la nostra Storia, quella di ieri, quella d’oggi, rivela una massima aspirazione: delegare. Se al tempo di Mani Pulite l’onorevole Di Pietro avesse avuto la possibilità di candidarsi alla presidenza della Repubblica sarebbe stato plebiscitato anche dalle monache di clausura. A molti di noi piace «delegare» poiché confina con «criticare»; è la filosofia di «ci pensa Papà», ma guai se Papà non fa quello che tu vorresti facesse: il 25 di luglio (o qualcosa del genere) è sempre in agguato. Nella remota mezza primavera del 1949 (?), giovanissimo cronista alle prime armi, inciampai in Edda Ciano Mussolini «momentaneamente isolata». (La spostavano in continuazione. Per la sua sicurezza, a scanso di guai). Non volle (non poteva) farsi intervistare ma acconsentì a rispondere a una mia domanda, una sola, che avrei tenuto per me. Parola. «Contessa, un giudizio sul Fascismo». Sbarrando gli occhi da airone: «Igor Man, scandì, ma quale fascismo, italianismo».

Questo per dire (sbrigativamente) come il clamoroso successo di vendita dei libri dedicati da Oriana con furore al pericolo islamico sia figlio, giustappunto, dell’«italianismo». Difficile (o addirittura impossibile?) da sradicare perché da sempre nel nostro Dna frutto di complicate alchimie culturali. Questo potrebbe tuttavia valere pei libri che Oriana ha dedicato al «pericolo islamico», alimentando con furia messianica il buco nero della ancestrale paura per il «diverso» (A tocchi / a tocchi / la campana sona / li turchi / so sbarcati / alla marina). Squassata da autentico furore e insieme preoccupata sinceramente che gli italiani non capissero, non si rendessero conto di andar per via con sulla testa la spada di Damocle, anzi la scimitarra del Damocle islamico, Oriana condusse sino allo sfinimento fisico una campagna allarmistica nutrita soprattutto di disprezzo. Persino il saggio discorso di quel soave realista che fu Tiziano Terzani si spuntò sulla blindata corazzata - Oriana. Ma tutto ciò, dico, potrebbe valere per gli scritti «contro». Non pel cestino colmo di ciliege, punto e spunto di partenza del suo libro-saga. Qui Oriana non semina odio bensì amore ed è difficile ci spiega, se non proprio impossibile, che lo schifo del mondo abbia ragione e l’amore rimanga sconfitto da quell’insieme di contraddizioni che chiamiamo vita.

Attenzione: Oriana Fallaci non è (con tutto il rispetto) Liala. E il suo poderoso libro (847 pagine) non è un elenco telefonico di buoni sentimenti, o di cattivi comportamenti. Quello di Oriana Fallaci, il Cappello pieno di ciliege, è un rapinoso romanzo all’antica. Un’opera di inedita poesia poiché a scandirne la poderosa metrica è la Storia: quella vissuta dai protagonisti della saga creata da Oriana miscelando fantasia e verità. C’è il Fatto, ci sono le storie dei personaggi e chi vuole può cavarne la morale dovuta. («I fatti rimangono, gli uomini passano»). E i fatti più che dalla ermetica cassapanca di famiglia (un mistero famigliare) escono dal cuore e dalla mente dei personaggi. Tanti ma non troppi, i personaggi, hanno una caratteristica comune che a me sembra felicemente nuova. Sono, i personaggi, protagonisti e insieme attori. Guardano gli altri e li descrivono fin dove è possibile raccontare e spiegare un fatto, i fatti, l’Altro da te. Quando il discorso si fa difficile, ad evitar crudeli anemie ai personaggi, essi stessi indossano panni e parole incarnandosi nel proprio Io: e il racconto passa in prima persona. Ma quando sarà necessario, per il piacere del lettore e la passione di Oriana, l’Io si spoglierà dei panni delle dramatis parsonae pel farsi coro a modo di tragedia grecoromana.

Chi mi avrà seguito sin qui avrà capito che questo di Oriana è un libro nuovo nella sua classicità. Dove l’Oriana spesso diventa figlia di se stessa e, come tale, bisognosa di fatti da vivere, nel nostro caso: da raccontare. Anche a beneficio delle commesse che sanno a memoria Via col vento.

Qualcuno si è chiesto come e perché mai Oriana abbia voluto scrivere una saga famigliare. Per una botta di megalomania? Può darsi, poiché il personaggio Fallaci chiaramente si apprezza. Però l’autostima, ancorché perenne, trova immancabilmente il contrappasso nell’ironia. Ma il meglio del volume è nella sua affascinante architettura, nella resa narrativa. Non solo: si lascia il libro, dopo averlo persino chiosato qua e là, col rammarico che la sua (fantomatica?) ultima parte non sia disponibile. Forse Oriana non fece in tempo a scriverla oppure decise di rinunciarci. Lasciando ai lettori la possibilità di provarci loro: scatenando la fantasia offerta da una specie di Manifesto femminista.

Chi scrive rifiutò, a suo tempo, di occuparsi di Inshallah. Ma Oriana non si adontò, lei così difficile perché convinta d’essere indispensabile. Non me ne volle, lei così innamorata di Oriana Fallaci, lei figlia di se stessa con tutto ciò che questa condizione comporta. Quando morì mio fratello Mirco (a New York: era il Decano dell’Ansa) mi telefonò alle 2 di notte: «Mirco, il nostro calmucchino era molto paziente, tenero persino con la povera Oriana. Gli ho voluto davvero bene. Prega per tuo fratello Mirco, fallo anche per me - se ne sei capace» (...).

«Inizio a lavorare al mattino, presto. Vado avanti sino alle 6 o 7 di sera senza interruzione, senza mangiare e senza riposare. Fumo più del solito, il che significa circa 50 sigarette al giorno. Dormo male la notte. Non vedo nessuno. Non rispondo al telefono. Non vado da nessuna parte. Ignoro le domeniche, le feste. Divento isterica e infelice e colpevole se non produco molto. Quando mi ammalo divento brutta, perdo peso e divento più rugosa».

Povera Oriana, lontana e sola, scrivemmo quand’ella svanì. Ma ora è diverso, ora c’è questo libro rapsodico, questa Storia fatta di interminabili storie. Di vita, di morte, di pianto ma (stavolta) anche di certezza. D’aver scovato l’Altro ch’è in te, finalmente partorendolo, come speravi. «Non c’è il Nulla. Zero non esiste. Ogni cosa è qualche cosa. Niente non è niente». Lo ha scritto Victor Hugo che ti affascinava. Che la terra ti sia leggera, Oriana.

Igor Man
(C) La Stampa

13 agosto 2008

Love is noise (and The Verve are back)

Richard Aschcroft e i Verve tornano a fine mese con un album nuovo di pacca, il primo dopo il successo planetario di "Urban Hyms". "Love is noise" è il primo singolo:

10 agosto 2008

Un assaggio degli Oasis che verranno

Il sito ufficiale degli Oasis ha messo online un "trailer" del nuovo album "Dig Out Your Soul", in uscita il prossimo 6 ottobre. Di trailer, in realtà, ha ben poco: in due minuti e venti secondi si riassume la carriera dei Gallagher Brothers, lasciando agli ultimi venti secondi un assaggio (molto rockeggiante) del nuovo singolo in uscita a fine settembre.

Quella piscina troppo ebrea



Guardate bene quest'uomo. Si chiama Mohammad Alirezaei, è un nuotatore iraniano. Oggi avrebbe dovuto gareggiare a Pechino, ma non l'ha fatto: nella stessa piscina ci sarebbe stato un nuotatore israeliano. Ordine dall'alto, scelta personale: chi lo sa. Fatto sta che ha rinunciato alla gara. E' lo spirito olimpico (dell'Iran), bellezza...

Quel che Pansa non capisce (e neppure io)

A complemento del suo ultimo romanzo sulla Resistenza, "I tre inverni della paura", il sito della casa editrice Rizzoli pubblica a questo indirizzo (pdf file) una lettera dell'autore Giampaolo Pansa. Pansa, da anni impegnato a smontare gli intramontabili miti della Resistenza italiana, si pone delle semplici domande: una lista sintetica e illuminante delle cose che proprio non riesce a capire. E io con lui.

04 agosto 2008

Senza lasciarsi spezzare

Alexandr Solgenitsin ha attraversato prove difficili come milioni di cittadini russi. Fu uno dei primi a parlare ad alta voce del carattere disumano del regime staliniano e di coloro che l’hanno conosciuto, senza lasciarsi spezzare. Il suo lavoro ha cambiato la coscienza di milioni di persone.
Mikhail Gorbaciov,
omaggio a Solgenitsin

Snobama



Ecco, appunto.

Week-end di paura a Gaza. Militanti di Fatah fuggono in Israele

Dopo i primi disordini della scorsa settimana, la Striscia di Gaza è tornata nel caos. Tutto nasce il 25 luglio dall’esplosione di tre bombe, che causano la morte di alcuni militanti di Hamas e di una bambina: il gruppo estremista palestinese – che dalla scorsa estate ha preso il controllo della Striscia – punta il dito contro i sostenitori di Abu Mazen presenti sul “suo” territorio. I disordini aumentano, per culminare nel drammatico week-end appena trascorso: sabato tre poliziotti di Hamas e sei militanti di Fatah sono rimasti uccisi negli scontri tra le due principali fazioni palestinesi. I bilanci degli scontri – esplosi dopo che Hamas ha arrestato 11 sospetti sostenitori di Fatah in un quartiere di Gaza – registrano anche oltre 90 feriti, inclusi 16 bambini.

I sostenitori di Fatah nella Striscia – memori della sanguinosa guerra civile scatenatasi la scorsa estate – tentano allora la fuga in Israele. In 188 ottengono rifugio nello Stato ebraico, ma 32 vengono poi rimandati nella Striscia e nella braccia della polizia di Hamas. A decretarne il rimpatrio, secondo quanto dichiarato dal ministro della Difesa israeliano Barak, è stato Abu Mazen in persona: i rifugiati appartenevano al clan di Helles, criticato da Fatah per non essere stato in grado di opporsi alla presa della Striscia da parte di Hamas nel giugno 2007. Abu Mazen è stato inflessibile: secondo il presidente dell’Anp, è importante che Fatah mantenga una tangibile presenza a Gaza per non lasciare il territorio nelle mani delle fazioni più oltranziste. Ma il problema dei rifugiati resta: rimandarli nella Striscia significa lasciarli in mano al braccio armato di Hamas, con tanto di arresti e possibili violenze ai loro danni. E dopo i trenta ricondotti a Gaza, si pone ora la questione dei feriti: Barak ha comunicato che resteranno in Israele per le prime cure, poi bisognerà trasferire anche loro. Hussein Al-Shaikh, leader di Fatah, ha dichiarato che il suo partito sta “discutendo con gli israeliani in che modo permettere ai rifugiati di tornare a Gaza”.

Tutto sta nel comportamento che sarà tenuto da Hamas. Abu Zuhri, portavoce del partito islamista di stanza nella Striscia, ha fatto sapere che “coloro che sono connessi all’esplosione delle bombe verranno interrogati e consegnati alla giustizia, gli altri saranno immediatamente rilasciati”. Non sono chiari, però, i criteri seguiti da Hamas per l’individuazione dei presunti colpevoli: senza dimenticare che Fatah continua a dichiararsi assolutamente estraneo alle esplosioni che hanno originato questa nuova ondata di violenze. Atef Helles – uno dei feriti temporaneamente rifugiati in Israele – ha raccontato alla Reuters le violenze subite: “Hamas ha rapinato le nostre famiglie, bruciato le nostre case e terrorizzato i nostri bambini. È per questo che siano scappati da Gaza”. Se questi sono i metodi seguiti dal partito islamista – che, sempre secondo Helles, “hanno attaccato la nostra zona lanciandoci razzi e granate” – si può comprendere la delicatezza del problema dei rifugiati.

Ad oggi la soluzione migliore per Israele sembra quella di rimandare i rifugiati nel West Bank, evitando così gli arresti di Hamas e passando la palla nel campo di Abu Mazen. Nei prossimi giorni i feriti saranno dunque trasferiti a Jericho: per parte di loro, però, sono previsti altri giorni di degenza all’ospedale israeliano di Barzilai, nei pressi del confine con la Striscia di Gaza.

Ma i contatti tra Israele e Hamas – impegnati in una tregua a tempo – per ora non vengono intaccati dagli scontri con Fatah: lo Stato ebraico e i palestinesi di Gaza continuano a trattare per il rilascio di Gilad Shalit, il soldato israeliano detenuto dalla fazione estremista palestinese. I media israeliani danno oggi grande risalto alle dichiarazioni di Gabi Ashkenazi, capo dell’esercito israeliano: “Stiamo facendo ogni sforzo ad ogni livello per giungere alla liberazione di Shalit. Sappiamo che è vivo e sappiamo dove è detenuto”. Dichiarazioni che hanno riacceso la speranza per una rapida risoluzione del rapimento, sempre che gli scontri tra Hamas e Fatah non mettano a rischio la fragile tregua con i militanti della Striscia: la calma al confine con Gaza, infatti, è ritenuta un elemento essenziale per il buon esito delle trattative.

In questo campo, il governo israeliano si sta muovendo con decisione. Dopo la riunione dei ministri di ieri, è stato istituito un nuovo gruppo di esperti per discutere del rilascio di prigionieri legati ad Hamas in cambio del soldato israeliano: una partita complessa, che vede Israele fortemente indebolito dalle recenti concessioni ad Hezbollah per ottenere i corpi dei due militari caduti nella seconda guerra del Libano. Il nuovo gruppo di esperti – guidato dal vicepremier Ramon – dovrà riprendere in mano le redini dei negoziati: ad oggi è stato raggiunto un accordo solo su 70 dei 380 nomi forniti da Hamas. A conferma delle trattative in corso, però, secondo un funzionario di Hamas Israele avrebbe liberato durante la notte un ex ministro della fazione islamista: si tratterebbe di Omar Abdel Razek, ministro delle Finanze al momento del suo arresto nel giugno 2007.

Quel che è certo è che anche la partita per Shalit passa attraverso i burrascosi rapporti tra Hamas e Fatah. Nel caso di un aggravarsi della situazione, Israele non potrebbe che schierarsi dalla parte di Abu Mazen: una posizione che porterebbe Hamas a rompere la tregua con lo Stato ebraico e a mettere la parola fine alle trattative per Shalit. Senza contare poi che i negoziati con Hamas – nel caso in cui il leader che uscirà dalle primarie di Kadima non riuscisse a mettere in piedi un nuovo governo – potrebbero essere messi in discussione dalle elezioni in Israele: una vittoria del Likud, infatti, vedrebbe la nascita di un governo molto meno propenso al rilascio di terroristi palestinesi. Per questi motivi il premier israeliano Olmert cerca di stringere i tempi, con l’intento di portare a casa Shalit prima di lasciare l’incarico e di dedicarsi alle accuse di corruzione che pendono sulla sua testa.

L'Occidentale

03 agosto 2008

Orianamania

Orianamania. Mentre "Un cappello pieno di ciliege" invade le vetrine delle principali librerie italiane, "Il Gazzettino" annuncia una nuova valanga pronta a riversarsi sugli scaffali. Rizzoli ha infatti commissionato a Grafica Veneta di Trebaseleghe ulteriori 300.000 copie, da sommare alle 700.000 della tiratura iniziale. "Non ci aspettavamo un simile successo - ha dichiarato il presidente di Grafica Veneta, Fabio Franceschi - perchè pensavamo che le 700 mila copie iniziali sarebbero bastate al mercato". "Un cappello pieno di ciliege" sbarca intoltre su Facebook: per tutti gli appassionati, a questo indirizzo trovate il gruppo che ho dedicato all'ultima fatica della scrittrice fiorentina.

Dalle spiagge di Saint Tropez, infine, giungono i commenti entusiastici di Carlo Rossella, intervistato da "Il Tempo". L'ex direttore del Tg5 ha confidato di aver "ricevuto il libro la settimana scorsa dal nipote della Fallaci con un biglietto molto gentile. Anche se come molti romanzi di Oriana è lungo e intimidisce un po', è un libro da leggere piano, da gustare. Sarà un successo clamoroso, un libro che ci fa capire molte cose del nostro mondo e della nostra gente, tra storia, cronaca e fiaba". Ma non è tutto: secondo Rossella, l'ultimo romanzo della Fallaci è "il più grande romanzo nazional popolare dopo i 'Promessi Sposi' e proporrei al ministro dell'Istruzione Gelmini di farlo adottare subito nelle scuole medie".

Il capezzolo dello scandalo



Lo "scoop" è del "Corriere della Sera": Palazzo Chigi ha fatto ritoccare una tetta di Tiepolo (tranquilli, è una copia dell'originale) sfumando il capezzolo. Questo "
assurdo, folle, patetico, comico, inutile ritocchino" (Sgarbi dixit) viene spiegato così da Bonaiuti: "Hanno temuto che tale visione potesse urtare la suscettibilità di qualche telespettatore". Urtare la suscettibilità di qualche spettatore??? Gli stessi spettatori che prima e dopo il telegiornale sono bombardati da tette strabordanti e culi roteanti di veline, madri nature, letterine, e compagnia bella? Povero Tiepolo, poveri noi. E poveri capezzoli.

02 agosto 2008

Barack, "the One"


Nello spot, John McCain si chiede quello che si stanno chiedendo gran parte degli americani... La risposta sta nelle prossime mosse di Obama.

01 agosto 2008

Sircana, il poeta e il futuro in versi

Non solo Bondi, con le improbabili poesie che pubblica su "Vanity Fair". Oggi scopriamo che anche Silvio Sircana - ex portavoce di Prodi - scrive poesie. Ma se Bondi canta l'amor cortese, Sircana canta(va) la politica. Cominciamo con "Salmo della XV legislatura":

Finalmente c'è un governo
Lo protegga il Padreterno

C'è un governo di alleanza
Che gli doni la costanza

Dentro c'è Rifondazione
Gli conservi la ragione

Dentro c'è pure Mastella
Che gli spenga la favella

Fa il ministro Pecoraro
Fa che giochi non da baro

Bianchi seguirà i Trasporti
San Cristoforo lo scorti

E Di Pietro fa i lavori
Dio protegga i costruttori

Tanti i sottosegretari
Rivolgiamoci agli altari

Pochi sono i Senatori
Salva noi dai traditori

Col senno di poi, sono venute presto a mancare: la costanza, la ragione di Rifondazione e Mastella, la mansuetudine di Di Pietro, la maggioranza in Senato. Sircana ci aveva visto giusto. E poi venne "La prima riunione del Pd":

Mentre Prodi ci addormenta
Qui si addensa la tormenta

C'è Rutelli un po' incazzato
E Fassino stralunato

C'è Veltroni gran gattone
Che già pensa all'elezione

Franceschini e Gentiloni
Già preparan trappoloni

In un angolo Lamberto
Pensa male, ne sono certo

In silenzio sta Follini
Forse pensa al suo Casini

Barbi, Soro e MIgliavacca
Ma! ...Così finisce in cacca

Altro centro: dalle divisioni alla disfatta di aprile. In "Riunione governo - capigruppo", Sircana dipinge invece il caos imperante nelle riunioni di governo:

C'è Bonelli "il bicicletta"
che è munito di paletta

Finocchiaro e Russo Spena
Con lo zaino sulla schiena

Con Di Salvo e Franceschini
Han portato anche i panini

La Palermi ci ha il piccone
Per scavare un bel bucone

Salvi Fabris con Barbato
Un secchiello hanno comprato

E Villetti con Migliore
Hanno il look da esploratore

Tutti pronti ed in assetto
Per cercare il tesoretto

Tutti quanti a domandare
"da che parte devo andare?"

Prodi chiede "chi ha la mappa?"
Ma si vede uno che scappa

E lontano ormai galoppa
E' Tommaso Padoa Schioppa

Sublime è il componimento destinato al killer del governo, "Oh Clemente, Clemente":

Tu che hai reso dolente
Il nostro Presidente

Non posso farci niente
Se agli occhi della gente
Tu pari un incoscente
Che il dovere non sente

E anzi ora consente
alla destra fremente
di dare il suo fendente
al governo morente

Oh Clemente, Clemente
Che ti è saltato in mente?

L'ultima dolente stoccata di Sircana è ancora contro il Pd, il loft e la "fighettaggine" che lo hanno portato alla sconfitta. "Loft":

La politica è sul Web
non si fa più nel night club

Il dibattito va on line
altrimenti non è fine

Se non ti sei fatto il blog
resti avvolto nello smog

Chi non digita il lap-top
vecchio è come l'hula- hop

E' un dovere esser più trendy
dei moderni nuovi dandy

Con l'immagine più soft
E perciò prendiamo un loft