Ronaldinho segna il suo primo gol in rossonero, e lo fa contro l'Inter. "Sono molto contento: speravo di segnare un gol, è per i tifosi che mi fanno sentire a casa. Qui al Milan ogni giorno di più mi sento a casa. E' un momento di grande allegria. So che domani è il compleanno del presidente Berlusconi, questo gol è anche per lui". Continua ad essere un acquisto assolutamente inutile, ma un gol nel derby lo rende più digeribile.
28 settembre 2008
Derbynho
Ronaldinho segna il suo primo gol in rossonero, e lo fa contro l'Inter. "Sono molto contento: speravo di segnare un gol, è per i tifosi che mi fanno sentire a casa. Qui al Milan ogni giorno di più mi sento a casa. E' un momento di grande allegria. So che domani è il compleanno del presidente Berlusconi, questo gol è anche per lui". Continua ad essere un acquisto assolutamente inutile, ma un gol nel derby lo rende più digeribile.
Il modello Putin
Viviamo un tempo che ha in sé gravi rischi. Se non ci sarà una sufficiente controreazione, rischiamo di veder realizzarsi anche in Italia il modello Putin. È il rischio di tutto l'Occidente. Una democrazia sostanzialmente svuotata. Una struttura di organizzazione del potere che rischia di apparire autoritaria. Il dissenso visto come un fastidio di cui liberarsi, la divisione e l'autonomia dei poteri come un ostacolo da rimuovere.
Walter Veltroni,
il Pd torna al tempo dei Ds
il Pd torna al tempo dei Ds
E se i serial Tv fossero l'ultima frontiera del romanzo ottocentesco?
Dopo due Golden Globe, sono venuti gli Emmy Awards: sei premi, compreso quello per "Miglior serie drammatica". Parliamo di "Mad Men", serial americano creato da Matthew Wenner (già ideatore de "I Soprano") per la AMC e trasmesso in Italia dal canale satellitare Cult. Protagonista delle vicende è Don Draper (un bravissimo Jon Hamm), direttore creativo dell'agenzia pubblicitaria Sterling Cooper. A fare da sfondo alla vita di Don, della sua famiglia e dei suoi colleghi ci sono Madison Avenue – regno dei pubblicitari americani – e la New York degli anni Sessanta.Da qualche anno a questa parte, i serial americani – di cui "Mad Men" è un grande esemplare – stanno vivendo una fase di grande successo, lo stesso che nei secoli passati ha investito romanzo e cinema. Forme artistiche bistrattate, relegate alla plebe: il romanzo ottocentesco sembrava destinato alle sole donne borghesi, se non alle loro serve. E così il cinema: gli amanti del teatro – forma di spettacolo imperante fino al Novecento inoltrato – guardavano dall'alto in basso le proiezioni cinematografiche, buone solo per chi non poteva permettersi gli storici teatri cittadini. Oggi, la situazione è chiara: se "romanzo" è diventato sinonimo unico di "letteratura", il cinema è considerato forma d'arte a tutti gli effetti.
E se lo stesso, tra qualche anno, accadesse per i telefilm? Se in molti li vedono ancora come dei feuilleton televisivi per adolescenti, c'è anche chi ne riconosce meriti e qualità: ad esempio il critico del "Corriere della Sera" Aldo Grasso, che i telefilm li ha portati nelle aule universitarie. La tesi di Grasso è semplice e coraggiosa: i serial americani sono i romanzi del XXI secolo, ormai più efficaci di cinema e libri nel raccontare la società che ci circonda. Molti storceranno il naso, come poeti e critici teatrali di fronte a narrativa e cinema. Ma una cosa, per ora, è certa: ci sono serie televisive americane che non hanno nulla da invidiare ai più riusciti film hollywoodiani.
"Mad Men", in questo senso, è un campione di ottima televisione: appassionante, ma stilisticamente perfetto; divertente, ma culturalmente stimolante. Al centro della scena c'è un grattacielo altissimo che si affaccia su Madison Avenue – da qui il titolo della serie: "Mad Men" sta per "Uomini di Madison Avenue", ma anche "Uomini pazzi". Dentro il grattacielo, una grande agenzia pubblicitaria: la Sterling Cooper con tutti i suoi "abitanti", dai soci fondatori – il saggio Bertram Cooper e il libertino Roger Sterling – alle segretarie – Joan Halloway, procace amante di Roger, e la coprotagonista della serie Peggy Olson, alle prese con il primo lavoro nella Grande Mela. Tra i due estremi, il variopinto mondo dei pubblicitari: Don Draper, affascinante direttore creativo dal passato misterioso; Pete Campbell, arrivista account executive; Salvatore Romano, art director di origine italiana. E le loro famiglie: Don Draper ha una moglie in terapia, Pete Campbell un suocero troppo ricco, Roger Sterling una moglie tradita. Uomini grandi e piccoli nell'America del boom, alle prese con le gioie e i dolori quotidiani: la carriera, l'amore, i figli, i soldi.
Uno dei punti di forza della serie è la rappresentazione dell'America nei primi anni Sessanta. Tutto è curato nei minimi dettagli per ricostruire alla perfezione la New York del boom economico e del capitalismo imperante: i vestiti, gli oggetti, le case, le automobili, i liquori. "Mad Men" è una piccola macchina del tempo, in cui fotografia e scenografia (degne del miglior cinema hollywoodiano) collaborano per portarci in un'epoca eroica, quando Nixon perse alle presidenziali contro un giovane senatore – John Fitzgerald Kennedy – sul quale nessuno avrebbe scommesso. Quando i venditori porta a porta presentavano i primi esemplari di aria condizionata per la casa. E quando la lotta governativa contro il fumo si fece cosa seria, alla faccia del mitico cowboy Marlboro.
A conquistare definitivamente pubblico e critica, però, è la rappresentazione del mondo pubblicitario offerta dalla serie. "Mad Men" ricorda a tutti noi – infarciti di osceni spot televisivi – che una volta "fare pubblicità" era una cosa seria: i manifesti sapevano essere intelligenti, sorprendenti, artistici. Se la Sterling Cooper è frutto d'invenzione, rappresenta però al meglio la struttura delle agenzie pubblicitarie negli anni d'oro dell'advertising. Il vero capo, negli anni Sessanta, era il direttore creativo: quello che oggi è una semplice pedina delle multinazionali, costretta a lavorare in fretta e furia (a scapito della qualità del prodotto). Se oggi per fare pubblicità basta prendere la modella o il calciatore di turno, un tempo non era così facile: il capitalismo in ascesa doveva infatti trovare delle valide "reason why", delle argomentazioni – serie e possibilmente geniali – per spingere i consumatori ad acquistare un determinato prodotto.
Tra i concorrenti della Sterling Cooper, del resto, figura il più grande pubblicitario della storia: Bill Bernbach, la mente creativa dietro alla storica agenzia newyorchese DDB (oggi di Spike Lee). Bernbach è l'uomo che ha definitivamente lanciato la Volkswagen negli Stati Uniti: quella campagna pubblicitaria è giudicata la più importante e innovativa del settore; l'uomo che ha basato il successo della compagnia di autonoleggio Avis "sull'importanza di essere secondi"; il creativo che ha salvato dal fallimento prodotti ebraici di nicchia come il pane di segale "Levy's". Ma la New York di "Mad Men" è anche quella di David Ogilvy, il primo pubblicitario a giocare sul desiderio di elevazione sociale del consumatore (lo "snob appeal"). Grandi uomini che hanno reso mitica una professione: quello del pubblicitario, al pari del giornalista, era visto infatti come un lavoro per pochi eletti, una porta d'accesso al successo, al lusso e al divertimento. Oggi per i pubblicitari non è più così: figure mitiche, forse, diventeranno però gli ideatori di serie fantastiche come "Mad Men".
L'Occidentale
27 settembre 2008
La stampa e il dibattito
Per Roger Simon di "Politico", ha vinto McCain. "He gave one of his strongest debate performances ever" dice Simon: "'I don’t need any on-the-job training,' McCain said. 'I am ready to go at it right now'. He certainly seemed like it Friday night".
Per Joe Klein di "Time", ha vinto Obama. "Obama did everything he had to do, with few if any mistakes. I thought McCain did less so. The early snap polling seems to agree with me, but I'd caution against taking those too seriously. This was a big event in this campaign—the beginning of the end. It will need to be digested, discussed around the water cooler and the dinner table. But the race has not been decided yet".
Secondo il "New York Times", "Mr. Obama dominated the economic portion of the debate, arguing that the Wall Street disaster was the fault of the Bush administration’s anti-regulation, pro-corporate culture. He called for a major overhaul of the financial regulatory system. Mr. McCain stuck to his talking points, railing against greed and corruption. He showed little sign that he understood the fundamental failures in government illuminated by the market crisis". Insomma, sostanziale parità: "We didn’t hear nearly as much detail as we would have liked. But the debate was a move toward a serious discussion of this country’s many problems. Americans need to hear more of that, and less of the tactical sparring, before going to the polls".
Pari anche per il "Wall Street Journal". "Neither candidate broke from talking points, neither one made a gaffe, and both men won on the grounds where they are most comfortable -- John McCain on foreign policy, and Barack Obama on domestic issues".
Per il futuro, cercasi maggior coraggio da entrambe le parti.
Per Joe Klein di "Time", ha vinto Obama. "Obama did everything he had to do, with few if any mistakes. I thought McCain did less so. The early snap polling seems to agree with me, but I'd caution against taking those too seriously. This was a big event in this campaign—the beginning of the end. It will need to be digested, discussed around the water cooler and the dinner table. But the race has not been decided yet".
Secondo il "New York Times", "Mr. Obama dominated the economic portion of the debate, arguing that the Wall Street disaster was the fault of the Bush administration’s anti-regulation, pro-corporate culture. He called for a major overhaul of the financial regulatory system. Mr. McCain stuck to his talking points, railing against greed and corruption. He showed little sign that he understood the fundamental failures in government illuminated by the market crisis". Insomma, sostanziale parità: "We didn’t hear nearly as much detail as we would have liked. But the debate was a move toward a serious discussion of this country’s many problems. Americans need to hear more of that, and less of the tactical sparring, before going to the polls".
Pari anche per il "Wall Street Journal". "Neither candidate broke from talking points, neither one made a gaffe, and both men won on the grounds where they are most comfortable -- John McCain on foreign policy, and Barack Obama on domestic issues".
Per il futuro, cercasi maggior coraggio da entrambe le parti.
Zero a zero

Solito copione su Iraq e Iran, non rispondono sul piano di salvataggio della finanza americana. L'opinione corrente è che il primo dibattito tra McCain e Obama sia stata una rottura di palle: entrambi hanno parlato al proprio elettorato, entrambi hanno seguito un copione classico. Non siamo a "Porta a Porta", non sono Prodi e Berlusconi: per la prossima sfida, gli americani chiederanno molto di più ai loro candidati.
25 settembre 2008
Deprime molto il primo ministro Berlusconi
La Spagna è il paese con le maggiori possibilità di crescita economica: il nostro reddito pro capite è di 35.000 dollari, più dell'Italia, una cosa che deprime molto il primo ministro Berlusconi.
José Luis Rodríguez Zapatero,
se la tira
se la tira
Pd, da Obama all'Iran
Da candidato premier, Walter Veltroni ha tradotto letteralmente lo slogan di Barack Obama: "Yes, we can", "Si può fare". Fin qui tutto bene - anche se siamo in Italia e non a New York, e Veltroni non è Obama: le elezioni lo hanno dimostrato. Da leader dell'opposizione, Veltroni lascia Obama e fa il verso al capo di Stato più applaudito alle Nazioni Unite: Mahmoud Ahmadinejad.
Il presidente iraniano, nel discorso all'Onu del 23 settembre, ha detto che alcuni Paesi (gli Stati Uniti) "si comportano da bulli". Veltroni coglie la palla al balzo e rilancia negli studi di "Porta a Porta": "Basta con gli spot, i fuochi d'artificio, il bullismo al governo". Vederemo se con Ahmadinejad il Pd avrà miglior fortuna...
Il presidente iraniano, nel discorso all'Onu del 23 settembre, ha detto che alcuni Paesi (gli Stati Uniti) "si comportano da bulli". Veltroni coglie la palla al balzo e rilancia negli studi di "Porta a Porta": "Basta con gli spot, i fuochi d'artificio, il bullismo al governo". Vederemo se con Ahmadinejad il Pd avrà miglior fortuna...
24 settembre 2008
Ahmadinejad sfida l'Onu e attacca Stati Uniti e Israele
È il più inseguito da giornali e televisioni, e il suo discorso è quello che puntualmente porta alle stelle audience e polemiche. Parliamo del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, giunto a New York per parlare al mondo in occasione della 63ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Lo scorso anno, più che il discorso all’Onu fece discutere la sua partecipazione a una conferenza organizzata dalla Columbia University. Questa volta niente inviti accademici, ma l’attenzione sulle parole del presidente resta altissima.Il motivo di tanta considerazione è che Ahmadinejad con i media ci sa fare. Il presidente è riuscito a far parlare di sé ancor prima di partire per gli Stati Uniti, con una conferenza stampa a Teheran in cui ha bersagliato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e Israele. “Lasciate che approvino nuove sanzioni, così potremo ringraziare Allah” ha dichiarato Ahmadinejad: “Le sanzioni mostrano la debolezza di coloro che le approvano”. Immancabile, poi, la questione ebraica: “Non solo l’idea della grande Israele è morta” ha annunciato – riprendendo un’affermazione del premier israeliano Olmert – “ma è morta l’idea stessa di un Paese chiamato Israele”. In chiusura, una “sfida” ai candidati per la Casa Bianca: “Sono pronto ad un dibattito televisivo con i due candidati presidenziali”.
Atterrato a New York, Ahmadinejad ha trovato nel “Los Angeles Times” un nuovo palcoscenico. Intervistato da Richard Boudreaux, il presidente iraniano è tornato a parlare a tutto campo: sulla la crisi finanziaria mondiale, causata dalle guerre di Bush; sulle prossime elezioni americane – “Qualunque governo americano giunga al potere deve cambiare l’attuale approccio politico”; e infine, ancora una volta, sull’Olocausto: “Se siamo d’accordo e accettiamo che certi eventi (l’olocausto, ndr) sono accaduti realmente durante la seconda guerra mondiale, bene… Dove sono accaduti? In Germania, in Polonia… Che cosa c’entra con i palestinesi?”.
Parole seguite dalle consuete proteste. Per dare il “benvenuto” ad Ahmadinejad, lunedì alcune associazioni ebraiche hanno portato davanti al Palazzo di Vetro oltre 3000 manifestanti: tra di loro il dissidente sovietico Natan Sharansky, che ha paragonato il presidente iraniano ai dirigenti comunisti dell’URSS, il premio Nobel per la Pace Elie Wiesel e la speaker della Knesset Dalia Itzik. Alla manifestazione avrebbero dovuto partecipare anche Hillary Cinton e Sarah Palin: ma dopo il rifiuto della prima – che temeva strumentalizzazioni per la presenza della candidata repubblicana alla vicepresidenza –, gli organizzatori hanno ritirato gli inviti alle personalità politiche. Ieri, invece, a protestare sono stati i dissidenti iraniani: l’accusa ad Ahmadinejad – confermata da Stop Child Executions Campaign – è quella di detenere 130 bambini in attesa di giudizio, mentre sei sarebbero già stati impiccati.
Il momento di Ahmadinejad è giunto nella sessione pomeridiana dell’Assemblea Generale, poche ore dopo il discorso del nemico giurato George W. Bush. Giacca grigia e camicia bianca, il presidente iraniano ha aperto il suo discorso con fare messianico, appellandosi a Dio – “Dio ci darà gli ordini a cui dobbiamo attenerci” e alla giustizia – “il valore chiave dell’umanità”. Nel mezzo – con grande compostezza – lancia invece fendenti contro tre obiettivi: l’Onu e il suo Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti, i “sionisti assassini”.
Il primo riferimento agli Stati Uniti, non troppo velato, arriva per mezzo di un ammonimento: “Alcuni leader della terra sono egoisti”. Egoisti, ma anche immorali e bugiardi: qualità che – insieme al “materialismo” che sottrae “all’obbedienza a Dio” – impediscono la diffusione della giustizia. Quando poi dal generale si passa al particolare, il presidente iraniano non le manda a dire: “Chi ha invaso l’Iraq dovrebbe vergognarsi di quello che ha fatto” dichiara Ahmadinejad, evidenziando come non vi sia “alcun rispetto per la vita degli iracheni”. Ma ad essere messa sotto accusa è l’idea stessa alla base dell’invasione statunitense: secondo Ahmadinejad, non solo l’Iraq è stato attaccato “sulla base di falsi pretesti”, ma “dittatura” non è quello che gli Stati Uniti intendono con questo termine. Non manca, infine, una denuncia per i bombardamenti di Washington sulla popolazione afgana.
Le guerre americane, nelle parole del presidente iraniano, sono un modo per allacciarsi al secondo grande tema: l’Onu e il Consiglio di Sicurezza. In occasione delle guerre del nostro tempo, il Consiglio di Sicurezza ha mostrato tutta la sua inutilità: tanto per “le vittime afgane” quanto per i “popoli africani sottomessi”, insomma, l’Onu non ha potuto intervenire. Il perché – sottaciuto – è chiaro: gli Stati Uniti, nell’ottica di Ahmadinejad principali responsabili dei mali del mondo, fanno parte di quel Consiglio. Ad essere attaccata, però, è anche un’altra branca delle Nazioni Unite: l’Agenzia Atomica, incaricata di monitorare lo sviluppo dell’uranio proprio in Iran.
Ahmadinejad, con fare beffardo, ricorda che vi è una “proliferazione di armi di distruzione di massa”: ad esempio quelle usate da Washington su Hiroshima e Nagasaki, alle quali “nessuna Agenzia ha prestato attenzione”. A ben vedere, continua il presidente, gli Stati Uniti non sono contrari allo sviluppo delle armi, quanto piuttosto “allo sviluppo delle Nazioni”: un modo per ribadire davanti al mondo gli intenti pacifici del proprio programma di arricchimento dell’uranio. Sul tema, Ahmadinejad ostenta la consueta fermezza: “L’Iran è per il dialogo, ma non ha mai risposto a richieste illegali” – come quelle di sospendere l’arricchimento dell’uranio. A dover essere disarmate sono piuttosto altri Paesi: a tal proposito, Ahmadinejad si è spinto a chiedere la formazione di comitato ad hoc in seno alle Nazioni Unite.
La chiusura, come da copione, è lasciata al tema più caro al presidente: Israele e i sionisti. Ahmadinejad non si riferisce direttamente a Tel Aviv: parla piuttosto di un regime contro i diritti dei palestinesi (Israele), e di una rete di sionisti assassini che “continuano a dominare un aspetto importante della vita delle persone: l’economia”. Da parte iraniana, sul tema in questione, nessun passo avanti: gli ebrei continuano ad essere visti come i dominatori dell’economia e della politica mondiale. Ahmadinejad dice di trovare mostruoso che i leader mondiali si rechino in Israele e ci collaborino economicamente: grandi Paesi, secondo il presidente, continuerebbero “a rispondere agli interessi di un piccolo gruppo di persone”. La rete sionista, appunto: quella di cui l’Iran “non vuole essere schiavo”. E se questo è Israele, Teheran non può che “sostenere la resistenza palestinese”: l’idea è quella di un “referendum”, perché i residenti nei Territori possano esprimere liberamente la propria volontà.
Prima dei saluti, Ahmadinejad torna a farsi messianico. Secondo il presidente iraniano, “l’impero americano è giunto alla fine”: più che una profezia, da parte di Teheran suona come un auspicio. Ahmadinejad ha finito il suo tempo, ora viene quello delle polemiche. Tra i primi a denunciare gli attacchi antisionisti figurano l’Anti-Defamation League, il Simon Wiesenthal Center e il candidato democratico Barack Obama. Il presidente israeliano Peres, invece, fa notare come ogni anno Ahmadinejad si spinga un po’ più in là: “Per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, un capo di Stato ha sostenuto apertamente e pubblicamente le brutte e oscure accuse contenute nei Protocolli dei Savi Sion”. Un falso acclarato pubblicato in Russia nel 1903, secondo cui i sionisti avrebbero piani per il dominio del mondo. Un falso, appunto: ma questo gli iraniani non devono saperlo.
L'Occidentale
Io amo l'Italia, io volo con Chavez
Per Alitalia sembrava fatta. La venezuelana Aserca Airlines sembrava interessata all'acquisto, con il benestare di Chavez. "Abbiamo intenzione di concorrere alla trattativa privata per la cessione di tutti o di parte dei complessi aziendali o delle attività produttive del gruppo di società Alitalia" si leggeva in un comunicato della compagnia, certa di poter contare sul "governo socialista di Chavez".
Oggi, la smentita: si trattava di una bufala. "Il comunicato non è partito da qui e non abbiamo alcuna idea di come sia stato distribuito" ha detto un portavoce della compagnia. Peccato: Ferrero (Prc) aveva già dato il suo assenso, e forse con Chavez anche i sindacati avrebbero trattato più volentieri.
Oggi, la smentita: si trattava di una bufala. "Il comunicato non è partito da qui e non abbiamo alcuna idea di come sia stato distribuito" ha detto un portavoce della compagnia. Peccato: Ferrero (Prc) aveva già dato il suo assenso, e forse con Chavez anche i sindacati avrebbero trattato più volentieri.
Caro Silvio, ti scrivo
Caro Silvio, ti scrivo. Walter Veltroni, tornato da New York, prende la penna e scrive una lettera al Presidente del Consiglio sulla querelle Alitalia. Dice Walter: "Le scrivo per rinnovare l'impegno del Partito Democratico a concorrere alla ricerca di una difficilissima soluzione positiva e per chiederLe di assumere immediatamente un'iniziativa volta ad uscire dalla paralisi che si è determinata dopo il ritiro dell'offerta di Cai".
Prima, però, le bacchettate: "La soluzione Air France era certamente più solida sul piano industriale e più efficace sul piano delle garanzie sociali. E aveva il merito di inserire, in maniera non subalterna, la compagnia di bandiera all'interno di una grande e consolidata realtà internazionale del trasporto aereo". Se l'ipotesi Air France è saltata, per il leader del Pd la colpa è di Berlusconi: "Non ho dubbi circa il fatto che siano state proprio in quelle settimane le Sue scelte ad alimentare sproporzionate aspettative da parte di alcune delle organizzazioni sindacali". Come dire: se Silvio non avesse tirato in ballo italianità e cordata italiana, slogan tipo "Amo l'Italia, volo Alitalia", la trattativa sarebbe andata in porto. Difficile da provare, non difficile da credere. Detto ciò, il Pd propone tre strade.
Uno: "Che la Cai faccia un passo in avanti verso le posizioni espresse dai sindacati, come le indubbie condizioni di vantaggio ad essa offerte dal decreto del governo consentono e richiedono". Forse però sarebbe più logico il contrario: che i sindacati, per evitare il fallimento, vadano incontro alle richieste degli imprenditori rinunciando a un po' di soldi e privilegi.
Due: "Che ci si attivi per riprendere i fili di quei negoziati con soggetti esteri, che, da soli o con Cai, potrebbero acquisire, rispondendo al bando tardivamente pubblicato dal commissario, un ruolo rilevante nella salvezza e nello sviluppo di Alitalia". Giusto, anche se è improbabile che vettori esteri acquistino da soli Alitalia quando possono subentrare dopo il fallimento: meglio pensare ad una acquisizione con Cai.
Tre: "Che il commissario, in rappresentanza di Alitalia, e su preciso mandato del Governo, concluda immediatamente e positivamente una intesa con tutti i sindacati consentendo così poi a Cai e/o a compagnie aeree straniere di acquisire Alitalia, garantendone la sopravvivenza". Una terza via che rimanda alla prima: per giungere all'accordo chi deve fare un passo indietro, sindacati o imprenditori?
Si segnala comunque un pallido ritorno dell'opposizione sullo scenario politico italiano.
Prima, però, le bacchettate: "La soluzione Air France era certamente più solida sul piano industriale e più efficace sul piano delle garanzie sociali. E aveva il merito di inserire, in maniera non subalterna, la compagnia di bandiera all'interno di una grande e consolidata realtà internazionale del trasporto aereo". Se l'ipotesi Air France è saltata, per il leader del Pd la colpa è di Berlusconi: "Non ho dubbi circa il fatto che siano state proprio in quelle settimane le Sue scelte ad alimentare sproporzionate aspettative da parte di alcune delle organizzazioni sindacali". Come dire: se Silvio non avesse tirato in ballo italianità e cordata italiana, slogan tipo "Amo l'Italia, volo Alitalia", la trattativa sarebbe andata in porto. Difficile da provare, non difficile da credere. Detto ciò, il Pd propone tre strade.
Uno: "Che la Cai faccia un passo in avanti verso le posizioni espresse dai sindacati, come le indubbie condizioni di vantaggio ad essa offerte dal decreto del governo consentono e richiedono". Forse però sarebbe più logico il contrario: che i sindacati, per evitare il fallimento, vadano incontro alle richieste degli imprenditori rinunciando a un po' di soldi e privilegi.
Due: "Che ci si attivi per riprendere i fili di quei negoziati con soggetti esteri, che, da soli o con Cai, potrebbero acquisire, rispondendo al bando tardivamente pubblicato dal commissario, un ruolo rilevante nella salvezza e nello sviluppo di Alitalia". Giusto, anche se è improbabile che vettori esteri acquistino da soli Alitalia quando possono subentrare dopo il fallimento: meglio pensare ad una acquisizione con Cai.
Tre: "Che il commissario, in rappresentanza di Alitalia, e su preciso mandato del Governo, concluda immediatamente e positivamente una intesa con tutti i sindacati consentendo così poi a Cai e/o a compagnie aeree straniere di acquisire Alitalia, garantendone la sopravvivenza". Una terza via che rimanda alla prima: per giungere all'accordo chi deve fare un passo indietro, sindacati o imprenditori?
Si segnala comunque un pallido ritorno dell'opposizione sullo scenario politico italiano.
A ridatece er puzzone!
Aldo Grasso su "Otto e Mezzo" di Lilli Gruber. Giuro che l'articolo non l'ho suggerito io.
A ridatece er puzzone! Una stagione è finita per sempre, improbabile che Giuliano Ferrara torni in tv, a breve termine, difficile che una trasmissione riesca ancora a proporci quei percorsi di conoscenza che sono stati la caratteristica principale di «Otto e mezzo». La comprensione degli avvenimenti di cui si discute in video nasce solo dal confronto di idee (ma prima di tutto bisogna averne, presupposto di cui la tv del quotidiano non tiene conto).
Quante lettere sono arrivate sul nostro Forum per ribadire un solo concetto! Che è questo: io non la penso come Ferrara però non riesco a fare a meno delle sue discussioni! Per questo sarebbe stato più opportuno cambiare nome all'appuntamento, cambiare collocazione, cambiare le carte in tavola. E invece «Otto e mezzo » e rimasto «Otto e mezzo», salvo che ha condurlo, sbaraccata la vecchia redazione, ci sono Lilli Gruber e un suo sparring partner, Federico Guiglia (La7, dal lunedì al venerdì, ore 20.30).
Pur continuando a essere un convinto europeista, non credo però che il Parlamento europeo faccia miracoli: la Gruber è sempre la Gruber (a parte le labbra), con quella sua aria da Sarah Palin altoatesina, quel suo parlar sindacalese, quel mettersi di traverso, nel corpo e nello spirito. Per non scivolare nei pregiudizi, voglio portare un esempio concreto: l'economista Tito Boeri, al di là delle sue convinzioni, è una persona estremamente civile, garbata, professionale e professorale. Ebbene, per la prima volta, è stato tirato per la giacca in una quasi rissa. Colpa di quel comandante dell'Alitalia, Fabio Berti, simpatico come una picconata in faccia, ma colpa anche di un dibattito fintamente imparziale. Così fintamente imparziale che la Gruber, mentre scorrevano i titoli di coda, ha fatto a Maurizio Sacconi la domanda che un giornalista non dovrebbe mai fare: «Ministro, si sente di essere ottimista?». Perché non «come vede il bicchiere?». Per dire: lo sparring partner è stato più puntuale nelle domande del campione.
A ridatece er puzzone! Una stagione è finita per sempre, improbabile che Giuliano Ferrara torni in tv, a breve termine, difficile che una trasmissione riesca ancora a proporci quei percorsi di conoscenza che sono stati la caratteristica principale di «Otto e mezzo». La comprensione degli avvenimenti di cui si discute in video nasce solo dal confronto di idee (ma prima di tutto bisogna averne, presupposto di cui la tv del quotidiano non tiene conto).
Quante lettere sono arrivate sul nostro Forum per ribadire un solo concetto! Che è questo: io non la penso come Ferrara però non riesco a fare a meno delle sue discussioni! Per questo sarebbe stato più opportuno cambiare nome all'appuntamento, cambiare collocazione, cambiare le carte in tavola. E invece «Otto e mezzo » e rimasto «Otto e mezzo», salvo che ha condurlo, sbaraccata la vecchia redazione, ci sono Lilli Gruber e un suo sparring partner, Federico Guiglia (La7, dal lunedì al venerdì, ore 20.30).
Pur continuando a essere un convinto europeista, non credo però che il Parlamento europeo faccia miracoli: la Gruber è sempre la Gruber (a parte le labbra), con quella sua aria da Sarah Palin altoatesina, quel suo parlar sindacalese, quel mettersi di traverso, nel corpo e nello spirito. Per non scivolare nei pregiudizi, voglio portare un esempio concreto: l'economista Tito Boeri, al di là delle sue convinzioni, è una persona estremamente civile, garbata, professionale e professorale. Ebbene, per la prima volta, è stato tirato per la giacca in una quasi rissa. Colpa di quel comandante dell'Alitalia, Fabio Berti, simpatico come una picconata in faccia, ma colpa anche di un dibattito fintamente imparziale. Così fintamente imparziale che la Gruber, mentre scorrevano i titoli di coda, ha fatto a Maurizio Sacconi la domanda che un giornalista non dovrebbe mai fare: «Ministro, si sente di essere ottimista?». Perché non «come vede il bicchiere?». Per dire: lo sparring partner è stato più puntuale nelle domande del campione.
Aldo Grasso
(C) Corriere della Sera
(C) Corriere della Sera
Absurd
It is absurd that a state unparalleled in threatening the security of its neighbors and calling for the destruction of another state should be a member of a body whose goal is to further global security.
Tzipi Livni,
sul discorso di Ahmadinejad alle Nazioni Unite
sul discorso di Ahmadinejad alle Nazioni Unite
I strongly condemn
I strongly condemn President Ahmadinejad’s outrageous remarks at the United Nations, and am disappointed that he had a platform to air his hateful and anti-Semitic views. The threat from Iran’s nuclear program is grave. Now is the time for Americans to unite on behalf of the strong sanctions that are needed to increase pressure on the Iranian regime. Once again, I call upon Senator McCain to join me in supporting a bipartisan bill to increase pressure on the Iranian regime by allowing states and private companies to divest from companies doing business in Iran. The security of our ally Israel is too important to play partisan politics, and it is deeply disappointing that Senator McCain and a few of his allies in Congress feel otherwise
Barack Obama,
sul discorso di Ahmadinejad alle Nazioni Unite
sul discorso di Ahmadinejad alle Nazioni Unite
Protocols of the Elders of Zion
This is the first time in the history of the United Nations that the head of a state is appearing openly and publicly with the ugly and dark accusations of the "Protocols of the Elders of Zion".
Shimon Peres,
sul discorso di Ahmadinejad alle Nazioni Unite
sul discorso di Ahmadinejad alle Nazioni Unite
23 settembre 2008
Lilli alle Otto e mezzo

Lilli Gruber ha esordito ieri come conduttrice di "Otto e mezzo", uno dei programmi di punta di La7. Ieri Alitalia, oggi la stretta sulle prostitute. E' presto, deve ingranare, deve trovare un suo stile, ecc, ecc, ecc: fatto sta che con Ferrara, l'Armeni e Lanfranco Pace il programma era tutta un'altra cosa.
22 settembre 2008
Israele, Olmert si dimette e Netanyahu prepara il colpo finale
Chiuse in settimana le primarie di Kadima – con la vittoria di Tzipi Livni sul ministro dei Trasporti Mofaz – ora è ufficiale: il premier israeliano Ehud Olmert ha rassegnato le proprie dimissioni nelle mani del presidente Shimon Peres. Quella che si apre ora è una fase molto delicata: dopo aver ricevuto l’incarico dal presidente, la Livni dovrà cercare di mettere insieme una nuova coalizione governativa. Qualcuno, però, remerà contro di lei: il Likud di Benjamin Netanyahu, che – forte di sondaggi favorevoli alla formazione di centro-destra – propende per elezioni anticipate a inizio 2009.Prima di recarsi direttamente da Shimon Peres, Ehud Olmert ha ufficializzato la propria scelta nel corso del consiglio dei ministri di ieri mattina. Di fronte ai colleghi di coalizione, Olmert ha rivendicato il proprio operato come premier israeliano: a giudicare obiettivamente il suo lavoro, ha concluso Olmert, sarà la storia. Al termine del consiglio, il premier dimissionario ha incontrato Tzipi Livni assicurandole il supporto personale e del partito. Olmert lascia il governo dopo averlo guidato per 33 mesi: fu lui a prendere il posto di Ariel Sharon, ridotto in coma da un’emorragia cerebrale pochi mesi dopo essersi staccato dal Likud per fondare il partito di centro Kadima.
Per formalizzare le proprie dimissioni dopo settimane di annunci, in serata Olmert si è recato alla residenza di Peres a Gerusalemme. Nel corso di una conferenza stampa, Peres ha ringraziato Olmert “per il suo contributo alla popolazione e allo Stato in così tanti anni di servizio pubblico come sindaco di Gerusalemme prima, ministro e primo ministro poi”. Secondo il presidente, “la sicurezza dello Stato d’Israele” e “il benessere dei suoi cittadini” sono sempre stati “al centro del suo lavoro come premier”: “Apprezzo la via rispettosa scelta dal primo ministro per lasciare il suo incarico – ha concluso Peres – È una decisione difficile, è una notte difficile per lui”.
Quello che si apre ora è un processo complesso, intessuto di trattative più o meno scoperte. Peres ha comunicato di voler incontrare gli esponenti di tutti i 13 partiti israeliani prima di conferire – presumibilmente alla Livni, vincitrice alle primarie del partito di maggioranza relativa – l’incarico di formare un nuovo governo. Mark Regev, portavoce di Olmert, ha dichiarato che “non ci potrà essere un vuoto di potere”: il premier dimissionario resterà in carica ad interim, finché non emergerà un nuovo capo di governo. Oggi Peres dovrebbe concludere le consultazioni – inaugurate dall’incontro con i capi dei quattro partiti maggiori: Kadima, Labour, Likud e Shas. Ad allungare i tempi del conferimento dell’incarico potrebbe però contribuire il viaggio del presidente israeliano a New York, in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Da quando riceverà l’incarico, la Livni avrà sei settimane per mettere in piedi una coalizione di governo che possa contare sull’appoggio della maggioranza della Knesset. “Se presto emergerà che non è possibile costituire una nuova coalizione, andremo ad elezioni anticipate e le vinceremo” ha dichiarato la Livni, che lancia un avvertimento agli altri attori politici: “Se gli altri partiti sono in attesa di vedere se Kadima è diventato più debole o più forte, la nostra risposta è che Kadima è unita e continuerà a guidare il Paese”. Parole sicure, indispensabili in vista delle trattative che la occuperanno nei giorni a venire: “Mi aspetto che i nostri partner di coalizione (Labour e Shas, ndr) agiscano di conseguenza. Ho intenzione di decidere velocemente: dobbiamo prendere una decisione e portare il Paese fuori da questa situazione di incertezza”.
Dietro al piglio decisionista della Livni si cela in realtà una partita tutt’altro che chiusa. L’attuale coalizione di governo controlla 67 seggi su 120: fondamentale, al fine di formare un nuovo governo, è il sostegno dei laburisti di Barak e del partito ortodosso Shas. Se Tzipi Livni dovrà cercare di tenere legati a sé i due partiti, altrettanto cercherà di fare il leader della destra Netanyahu: forte di sondaggi che da mesi lo indicano come vincitore in caso di elezioni, il leader del Likud rema contro Kadima al fine di giungere a nuove elezioni nei primi mesi del prossimo anno. Senza contare che negli ultimi tempi il partito di Olmert e della Livni si è spesso trovato al centro di svariate accuse mosse proprio dai compagni di coalizione.
A preoccupare maggiormente Kadima sono le trattative parallele di Benjamin Netanyahu. Sabato notte, il ministro della Difesa Barak (Labour) si è incontrato con il leader del Likud per discutere della complicata situazione politica israeliana: secondo molti analisti, Barak preferirebbe impegnarsi in un governo coalizione nazionale con Netanyahu piuttosto che con la Livni. Il sostegno del Labour – ma si tratta sempre di voci – potrebbe essere ricambiato dal Likud con la conferma del ministero della Difesa per Barak in caso di vittoria elettorale. Sulla necessità di andare alle urne il più presto possibile, del resto, Netanyahu è stato molto chiaro: “Milioni di cittadini israeliani devono avere l’opportunità di scegliere chi li guiderà, non possono sceglierlo solo i sostenitori di Kadima” ha dichiarato dopo l’affermazione della Livni alle primarie del suo partito.
Ancora più difficile, per Tzipi Livni, sarà assicurarsi il sostegno della Shas. Il partito ortodosso – che non vede di buon occhio una donna alla guida di Israele – considera Kadima troppo debole sul fronte palestinese: secondo Eli Yishai, capo del partito, è inaccettabile pensare di dividere Gerusalemme con i palestinesi. A cogliere la palla al balzo è stato ancora una volta Netanyahu, che ha incontrato Yishai chiedendo esplicitamente di non sostenere una coalizione guidata dalla Livni: il partito, dopo aver ascoltato le ragioni del Likud, ha fatto sapere che “continuerà ad esaminare e considerare diverse opzioni e alternative, per determinare che cosa sia meglio per i cittadini israeliani”. Le dimissioni di Olmert – invocate dalla maggioranza dei politici e dei cittadini israeliani – sono solo l’inizio di una partita lunga e complessa: la posta in gioco è la poltrona di primi ministro israeliano.
L'Occidentale
21 settembre 2008
Un brivido su per la schiena
Su "La Repubblica" di oggi, Eugenio Scalfari sottolinea come la soluzione per evitare il fallimento di Alitalia passi innanzitutto dall'acquisto da parte di un vettore straniero: come sarebbe stato con Air France, ma questa volta - aggiungo io - senza resistenze di sindacati e attuale premier. Non vedo però perchè un vettore straniero (e serio) debba tornare a buttare soldi e tempo nel calderone dell'Italia, dell'Alitalia e dei suoi sindacati: meglio aspettare il fallimento e comprarsi pezzi della nostra compagnia a prezzi stracciati (è il mercato, bellezza).
Detto ciò, Scalfari propone un'altra soluzione - facendo un parallelo con le iniezioni monetarie di George W. Bush nel sistema bancario americano. Cito testualmente: "Nazionalizzare l'Alitalia, magari temporaneamente, seguendo le procedure imposte in analoghi casi dalla Commissione di Bruxelles. Gli esempi che proprio in queste ore vengono dagli Usa ci dicono che in casi estremi la politica, in mancanza di alternative e per evitare guai peggiori, può e anzi deve ricorrere a estremi rimedi". NAZIONALIZZARE Alitalia. Buttare ancora più soldi di quelli che stiamo buttando da anni per tenere in carne un cadavere. NAZIONALIZZARE Alitalia: un brivido mi sale per la schiena.
Detto ciò, Scalfari propone un'altra soluzione - facendo un parallelo con le iniezioni monetarie di George W. Bush nel sistema bancario americano. Cito testualmente: "Nazionalizzare l'Alitalia, magari temporaneamente, seguendo le procedure imposte in analoghi casi dalla Commissione di Bruxelles. Gli esempi che proprio in queste ore vengono dagli Usa ci dicono che in casi estremi la politica, in mancanza di alternative e per evitare guai peggiori, può e anzi deve ricorrere a estremi rimedi". NAZIONALIZZARE Alitalia. Buttare ancora più soldi di quelli che stiamo buttando da anni per tenere in carne un cadavere. NAZIONALIZZARE Alitalia: un brivido mi sale per la schiena.
20 settembre 2008
18 settembre 2008
Tzipi Livni is Israel's Barack Obama
Tzipi Livni, attuale ministro degli Esteri israeliano, vince le primarie e prende il controllo di Kadima al posto del premier dimissionario Olmert. L'analisi del quotidiano "Haaretz", che paragona Tzipi a Barack Obama.
If, as John Lennon and Yoko Ono said, "Woman is the N----r of the World," then Tzipi Livni is Israel's Barack Obama.
Unlike Hillary Clinton, Livni did not exploit the fact that she was a woman in order to get elected. She is also not married to one of the most beloved individuals in the world.
Instead, Livni won the Kadima primary despite being a woman, and despite being married to a private man who prefers to steer clear from the limelight. (Israeli comics - all of them men, of course - are now busy thinking up new puns on the old "Mr. Tzipi Livni and Mrs. President.")
And all this while Livni is zealously trying to protect the privacy of her family, and is probably the last person anyone would turn to for a Rosh Hashanah cake recipe.
Livni, after all, strikes the perfect balance between "the beauty and the geek" - an autarkic individual who, albeit not being a beauty pageant runner-up, is nevertheless disinclined to change her wardrobe or haircut, and who still knows more about numbers and probabilities than at least two former generals: Dichter and "alpha male" Mofaz.
These generals have tried everything in their power to stop her. One of them, who, as Labor chair, has only a slim chance of beating her in the general elections, belittlingly called her "Tzipora", while the defeated and deflated alpha male remarked on her hesitancy and military inexperience. As though it's wrong to hesitate - in a true "womanly fashion" - before rushing in to make poor decisions like a regular macho.
They don't want her to pick up the phone at 3 A.M.? Let them find another woman to whisper to at night.
Not only is this the first time in Israel's history that a woman is elected to head a major party (Golda Meir doesn't count; she was appointed by a party committee), but one must also consider the quality of the woman chosen.
Unlike MKs Ruhama Avraham and Esterina Tartman, Livni is deliberately non-coquettish, and not very warm. Yet she managed to single-handedly beat all the polished politicians and generals despite being a woman, and precisely because she acted like an "inexperienced" one at that - by being candid, honest and unwilling to pay fake compliments to Kadima functionaries.
A new wind of hope is now blowing: One small step for Kadima, one giant leap for womankind in Israel. Perhaps it won't be long before the three authorities - judicial, legislative and executive - will all be headed by women.
If, as John Lennon and Yoko Ono said, "Woman is the N----r of the World," then Tzipi Livni is Israel's Barack Obama.
Unlike Hillary Clinton, Livni did not exploit the fact that she was a woman in order to get elected. She is also not married to one of the most beloved individuals in the world.
Instead, Livni won the Kadima primary despite being a woman, and despite being married to a private man who prefers to steer clear from the limelight. (Israeli comics - all of them men, of course - are now busy thinking up new puns on the old "Mr. Tzipi Livni and Mrs. President.")
And all this while Livni is zealously trying to protect the privacy of her family, and is probably the last person anyone would turn to for a Rosh Hashanah cake recipe.
Livni, after all, strikes the perfect balance between "the beauty and the geek" - an autarkic individual who, albeit not being a beauty pageant runner-up, is nevertheless disinclined to change her wardrobe or haircut, and who still knows more about numbers and probabilities than at least two former generals: Dichter and "alpha male" Mofaz.
These generals have tried everything in their power to stop her. One of them, who, as Labor chair, has only a slim chance of beating her in the general elections, belittlingly called her "Tzipora", while the defeated and deflated alpha male remarked on her hesitancy and military inexperience. As though it's wrong to hesitate - in a true "womanly fashion" - before rushing in to make poor decisions like a regular macho.
They don't want her to pick up the phone at 3 A.M.? Let them find another woman to whisper to at night.
Not only is this the first time in Israel's history that a woman is elected to head a major party (Golda Meir doesn't count; she was appointed by a party committee), but one must also consider the quality of the woman chosen.
Unlike MKs Ruhama Avraham and Esterina Tartman, Livni is deliberately non-coquettish, and not very warm. Yet she managed to single-handedly beat all the polished politicians and generals despite being a woman, and precisely because she acted like an "inexperienced" one at that - by being candid, honest and unwilling to pay fake compliments to Kadima functionaries.
A new wind of hope is now blowing: One small step for Kadima, one giant leap for womankind in Israel. Perhaps it won't be long before the three authorities - judicial, legislative and executive - will all be headed by women.
Neri Livneh
(C) Haaretz
(C) Haaretz
Tzipi vince di un soffio le primarie e cerca alleati per un nuovo governo
Stando ai primi exit poll, la strada di Tzipi Livni sembrava tutta in discesa: così non è stato, e i conteggi sono proseguiti per tutta la notte. La vittoria, però, è giunta lo stesso: l’attuale ministro degli Esteri israeliano ha sconfitto alle primarie di Kadima il ministro dei Trasporti Shaul Mofaz, con un vantaggio di soli 1.1 punti percentuali. La Livni prenderà ora il comando del partito centrista di Kadima: il primo compito sarà quello di cercare una coalizione di governo disposta a sostenerla. In caso contrario, (verosimilmente) a gennaio Israele si recherà alle urne per eleggere il successore del premier dimissionario Ehud Olmert.Come si sia giunti ad elezioni primarie, per eleggere il successore dell’attuale premier israeliano, è storia nota. Staccatosi dal Likud per fondare il partito centrista Kadima, Ariel Sharon si ammala e passa il testimone a Olmert: a lui il compito di governare lo Stato ebraico. Per l’ex-sindaco di Gerusalemme le prime difficoltà sorgono nell’estate del 2006, in occasione della guerra in Libano: messo sotto accusa da più parti per la condotta governativa nelle settimane del conflitto, la schiera dei critici vede proprio Tzipi Livni tra i principali attivisti. Parzialmente assolto dalla commissione Winograd – istituita per indagare sulla condotta dei vertici governativi e militari in occasione della guerra – Olmert non supera però un ulteriore scandalo di carattere finanziario. Investito dall’accusa di aver ricevuto tangenti da un uomo d’affari americano, al minimo della popolarità e attaccato dalla stessa coalizione governativa, il premier (che si dichiara innocente) preannuncia dimissioni e primarie per eleggere il suo successore. Le stesse primarie che hanno incoronato ieri l’attuale ministro degli Esteri – e capo della delegazione israeliana nelle trattative di pace con i palestinesi – al vertice di Kadima.
Grande favorita dai sondaggi, Tzipi Livni ha potuto annunciare la vittoria sul principale sfidante solo all’alba: i risultati ufficiali, annunciati dal portavoce del partito Shmuel Dahan, le danno la vittoria per 43.1%, contro il 42% del ministro dei Trasporti Mofaz. Una vittoria risicata, ma comunque sufficiente (in quanto superiore al 40%) per evitare il ballottaggio. “La responsabilità nazionale di cui sono stata investita mi porta ad affrontare questo lavoro con grande rispetto” ha dichiarato la vincitrice, chiamando poi all’unità gli oppositori delle primarie: “Sono stati rivali per un momento, ma abbiamo tutti la stessa missione. Insieme creeremo stabilità governativa”. Le prime parole della Livni sono tutte volte all’unità: starà a lei, nelle prossime settimane, cercare una coalizione di governo stabile per evitare elezioni anticipate – che, secondo i sondaggi, vedrebbero favorito il partito di destra Likud. Per ora il ministro degli Esteri può contare sul riconoscimento della vittoria da parte dello sfidante Mofaz e del premier israeliano Olmert – che mercoledì ha definito le sue dimissioni “molto dolorose”, senza tuttavia provare “amarezza”.
Ma le vere difficoltà, per la Livni, arrivano ora. Secondo le leggi israeliane – con un procedimento non dissimile da quello italiano – dopo le dimissioni del premier Olmert (che sarano annunciate domenica al consiglio dei ministri e al presidente Peres), il presidente israeliano conferirà l’incarico di formare un nuovo governo al nuovo capo di Kadima. A questo punto Tzipi Livni avrà 42 giorni per costituire una nuova coalizione governativa che sia votata dalla maggioranza del parlamento: sarà una lunga mediazione, che dovrà mettere d’accordo tanto la sinistra di Barak quanto il partito ortodosso della Shas. Se la Livni dovesse fallire, Peres istituirà nuove elezioni da tenersi entro 90 giorni: si capisce così perchè il processo di formazione del nuovo governo israeliano possa richiedere mesi, durante i quali Olmert rimarrà premier ad interim per il disbrigo degli affari istituzionali.
Quello che ora tutti si chiedono è se la Livni sia in grado di creare (e guidare) una nuova compagine governativa. Sulle capacità politiche del ministro, pochi sono i dubbi: Tzipi è stata un agente operativo del Mossad prima di entrare alla Knesset come parlamentare del Likud nel 1999. Insieme ad Ariel Sharon la Livni è stata una delle fondatrici di Kadima, il partito che l’ha portata a diventare il secondo ministro degli Esteri donna d’Israele dopo Golda Meir. La vittoria di Tzipi Livni alle primarie è dovuta anche al fatto che – in caso di elezioni anticipate – rappresenta per Kadima il miglior avversario possibile da opporre al Likud.
La sua missione, oggi, è però quella di evitare consultazioni anticipate mettendo insieme quelle diverse anime politiche che non pochi problemi hanno creato a Olmert negli anni passati. Da un lato c’è il partito ortodosso Shas, guidato da Eli Yishai per il quale “se la Livni vuole un nuovo governo, dovrà accondiscendere alle nostre richieste”; dall’altro c’è il Labour di Barak, le cui richieste sono molto distanti da quelle di Shas. Nessuna possibilità ad un governo di coalizione è venuta poi dal Likud, che reputa la Livni una delle responsabili del fallimento della guerra in Libano e vede nelle elezioni anticipate una concreta possibilità per tornare a guidare Israele.
Perplessità sul compito che attende la Livni è stata espressa anche dai maggiori quotidiani israeliani. Sul quotidiano progressista “Haaretz”, Amir Oren ha sottolineato come la prima missione della Livni debba essere quella di “deolmertizzare il partito e purgare la corruzione”, il tutto senza perdere tempo: Iran, Hezbollah e Hamas potrebbero trarre vantaggio dalla sua inesperienza alla guida del paese. Secondo il quotidiano conservatore “Jerusalem Post” poi, nelle parole dell’editorialista David Horovitz, dei 74.000 supporter di Kadima solo la metà si è recata a votare e di questi meno della metà a votato per lei: un po’ poco, secondo il giornale, per poter guidare un paese senza ricorrere ad elezioni generali.
Sul tavolo resta infine la questione delle trattative di pace con i palestinesi. Nelle prossime settimane sarà Olmert a tenere i contatti con la controparte, ma fino all’elezione di un nuovo premier verosimilmente tutto si fermerà: l’unica certezza è che non solo il capo del Likud, ma anche la stessa Livni sarà meno disponibile di Olmert a cedere di fronte alle richieste della controparte. Il capo dei negoziatori palestinesi si è ufficialmente felicitato per l’elezione della Livni, mentre per Hamas – impegnato in una tregua con Tel Aviv – il passaggio di consegne non cambierà nulla: secondo Ismail Haniya, infatti, chiunque diventi premier “rifiuterà di riconoscere i diritti dei palestinesi”.
L'Occidentale
Israel's security is sacrosanct
My belief is that Israel's security is sacrosanct and we have to ensure that as the soul democracy in the Middle East, one of our greatest allies in the world, one that shares a special relationship with us and shares our values, we have to make sure that they have the support whether its financial or military to sustain their security and the hostile environment.
Barack Obama,
davanti a 900 rabbini
davanti a 900 rabbini
17 settembre 2008
Scommessa vinta
Possiamo tranquillamente dire che Israele, sessant'anni dopo, rappresenta una scommessa vinta, perchè è un Paese prospero e libero. Ora dobbiamo lavorare tutti perchè sia anche uno Stato sicuro.
Franco Frattini,
apre il convegno dell'Aspen Institute Italia
apre il convegno dell'Aspen Institute Italia
Vespa, Vezzali e l'orrido siparietto
Vedo che l'imbarazzo - se non l'indignazione - per il siparietto della Vezzali con Berlusconi è generalizzato. Questa volta, però, persino Berlusconi mi sembrava un attimo stranito: stava parlando di Alitalia, della crisi economica americana, di temi importanti e Vespa cosa fa? Fa entrare la Vezzali che pretende di giocare a scherma con il Presidente del Consiglio, salvo dichiarare poi che da lui "si farebbe toccare volentieri" (un doppio senso così demenziale da non rientrare neanche nel novero delle battute di spirito). Secondo il presidente del Coni Gianni Petrucci, "un oro può dire tutto": certo, tutti possiamo dire tutto, ma ne paghiamo le conseguenze in termini di immagine. Il risultato di Porta a Porta è il seguente: la Vezzali ne esce male, Vespa malissimo (perchè senta sempre la necessità di travestire da circo equestre un talk show politico resta un mistero), Silvio si salva (e così facendo fa fare figura ancora peggiore agli altri due). Se il buongiorno si vede dal mattino, la nuova stagione di Porta a Porta sarà ricca di sorprese...
Può anche lasciare
Chi dice no evidentemente non condivide il nostro tragitto, politico ma anche culturale, iniziato già al congresso di Fiuggi. Allora, quando qualcuno decise di iniziare una nuova avventura, e anche oggi, chi crede di non voler più seguire la nostra linea, può anche lasciare.
Altero Matteoli,
scissione con i giovani di An?
scissione con i giovani di An?
La sua verginità per un milione di euro

Costei è Raffaella Fico, ex concorrente del Grande Fratello. Fa discutere una sua intervista a "Chi", dove propone di cogliere il fiore della sua verginità per... un milione di euro! Non sto scherzando: "Metto all'asta la mia verginità per un milione di euro. Voglio proprio vedere se c'è qualcuno che tiri fuori questa somma per avermi". Mio Dio, spero proprio di no. Prima di tutto se uno vuole vendere il proprio corpo per quella cifra non lo fa tramite "Chi" ma con più classe. Secondo: ma questa chi si crede di essere per "quotarsi" così? Una star hollywoodiana? La nuova Monroe? Il sogno erotico di milioni di uomini? Raffaella, rivedi le tue quote o cerca un altro modo per far cassa...
16 settembre 2008
Non vogliamo essere e non saremo mai antifascisti
Ce l'ho messa tutta per trovare un motivo valido per essere antifascista ma non l'ho proprio trovato. Anzi ne ho trovati molti per non esserlo. A questo punto ti prego di capirmi e con me tutti i ragazzi di Azione Giovani. Prego Dio affinché ci dia la forza di perdonare chi in nome dell'antifascismo ha ucciso giovani vite innocenti; ma cerca di comprenderci: noi non possiamo essere, non vogliamo essere e non saremo mai antifascisti.
15 settembre 2008
Olmert chiude con la Grande Israele. Il ritiro dalla Cisgiordania si avvicina
Per Israele e i territori palestinesi è stato l’ennesimo week-end carico di avvenimenti. Prima di tutto sul piano della convivenza quotidiana: agli scontri di sabato nel West Bank tra coloni israeliani e palestinesi, domenica si è aggiunto il lancio di un razzo Qassam dalla Striscia di Gaza – una delle sporadiche scintille che potrebbero compromettere la tregua in atto tra Hamas e Tel Aviv. Poi sul piano politico: il progetto israeliano di rientro dei coloni dalla Cisgiordania – di cui “L’Occidentale” ha reso conto la scorsa settimana – si è concretizzato ufficialmente sul tavolo dei ministri israeliani, suscitando polemiche all’interno della coalizione di governo e tra i partiti di opposizione.Ad innescare gli scontri tra coloni israeliani e palestinesi – la prima scintilla di un teso fine settimana – è stata l’incursione nella comunità di Yitzhar da parte di un palestinese, che sabato mattina ha accoltellato e ferito un bambino israeliano di nove anni. Le forze dell’ordine israeliane hanno subito innescato la caccia all’uomo, mentre il bambino è stato trasferito all’ospedale di Petah Tikva. Ma immediata è stata anche la reazione dei coloni israeliani, che si sono lanciati contro il villaggio palestinese di Asira el-Kabalya: Hosni Sharaf – il sindaco – racconta di spari in aria e finestre distrutte, mentre i concittadini cercavano di respingere l’assalto lanciando pietre. Polizia ed esercito israeliano si sono recati sul posto, ma la rivolta è proseguita per tre ore: i bollettini medici parlano di tre palestinesi con ferite di arma da fuoco, senza contare i numerosi danni arrecati a case, strade e automobili.
La ritorsione dei coloni ha suscitato immediate reazioni di condanna, la più dura delle quali è giunta dal premier israeliano Olmert. In occasione della riunione dei ministri di domenica, il premier ha paragonato l’assalto dei coloni a un “pogrom”: “Nello Stato d’Israele non ci saranno pogrom contro i non ebrei”. “Questo è un fenomeno intollerabile – ha proseguito Olmert, in diretta tv – di cui si occuperanno con durezza le autorità legali israeliane”. Fonti della polizia di stanza del West Bank – sentite dal quotidiano “Haaretz” – puntano però il dito contro le indagini di Tel Aviv: nonostante le organizzazioni umanitarie abbiano fornito videoregistrazioni degli assalti, nessun arresto sarebbe ancora stato effettuato. Per mezzo della stampa israeliana, molti coloni israeliani nel West Bank esprimono inoltre soddisfazione per l’assalto di sabato. Secondo Rivka Ben Ya'akov, residente di un villaggio vicino a Yitzhar, “la reazione contro il villaggio è stata un riflesso sano e giusto”. Revital Ofen – che ha lottato contro l’infiltrato palestinese – non usa parole diverse: “Non è stato certo il modo migliore per trascorrere lo Sabbath, ma era necessario farlo”.
Domenica pomeriggio intanto – mentre la questione dei coloni nel West Bank teneva banco tra ministri e media israeliani – un altro fronte si è improvvisamente riaperto. Dalla Striscia di Gaza è partito un razzo Qassam, atterrato in un campo deserto nei pressi di Sderot: si tratta del primo attacco di questo tipo dal 26 agosto, quando due razzi vennero lanciati contro Israele in violazione della fragile tregua con Hamas (in vigore dal 19 giugno). Ma se di rottura degli accordi con Gaza per ora non si parla, il ministro della Difesa Barak ha comunque provveduto a chiudere tutti i valichi per la Striscia fino a nuovo ordine: in occasione degli ultimi due Qassam, i valichi restarono chiusi per 48 ore.
La giornata di domenica è stata però al centro dell’attenzione soprattutto per il consiglio dei ministri presieduto da Olmert. Il piano di rientro dei coloni israeliani dagli avamposti illegali nel West Bank – già ventilato la settimana precedente – è stato infatti dettagliatamente illustrato dal vicepremier Ramon, responsabile del progetto. Secondo il vicepremier, circa 11.000 coloni (il 18% del totale) che vivono oltre i confini israeliani con la Cisgiordania accetterebbero di essere “spostati” in cambio di una compensazione economica. Il costo del progetto globale di rilocazione si aggirerebbe intorno ai 728 milioni di dollari: ad ogni nucleo familiare riportato entro i confini israeliani andrebbe un compenso di circa 308.000 dollari – il prezzo di un appartamento con due camere da letto nella zona centrale di Israele. Secondo Ramon, “l’evacuazione dei residenti di Giudea e Samaria è un passo inevitabile per chi crede nel progetto di due Stati per due popoli, cioè per la maggior parte della popolazione israeliana”. A ribadire il concetto, ci ha pensato poi Olmert: “La Grande Israele è finita. Non esiste più qualcosa di simile. Chi ancora ne parla andrà incontro a una delusione”.
Immediate sono giunte le reazioni. Le più dure sono quelle della YESHA – l’organizzazione che raggruppa parte dei coloni israeliani residenti nel West Bank – che ha ironicamente ribattuto chiedendo “l’evacuazione del governo Olmert (Ramon incluso) dalla vita pubblica”. Reazioni simili a quelle del partito ortodosso Shas, per il quale “questo piano è un errore strategico colossale e presenta Israele come uno Stato senza principi”. Ma a mostrarsi fredda è stata anche Tzipi Livni, ministro degli Esteri e principale candidata alle primarie di Kadima (che designeranno presto il successore di Olmert): secondo la Livni, discutere dell’evacuazione dei coloni è quantomeno prematuro.
La sensazione è che ora la sfida si giochi sui tempi. Olmert resterà in carica finché non verrà formato un nuovo governo – o non si terranno elezioni anticipate: il tempo potrebbe essere sufficiente per dare avvio al progetto di rientro dei coloni, sul quale il premier si mostra deciso. Secondo Channel 2 – che in serata ha dato ampio risalto alla notizia – Olmert sarebbe pronto a offrire ad Abu Mazen il 98,1% della Cisgiordania: si tratterebbe di un offerta record, in passato non è mai stato offerto più del 96% del territorio. Olmert e Abbas – che ha dichiarato di voler rimanere in carica fino al 2010, “nonostante Hamas” – si incontreranno domani: il presidente dell’Anp si sarebbe detto disponibile a negoziare lo status dei quartieri di Gerusalemme di Gilo e French Hill. In cambio, però, pretenderebbe da Israele la cessione degli insediamenti Maaleh Adumim e Givat Zeev, siti a Gerusalemme Est. Senza più nulla da perdere, Olmert sembra voler dare nuovo vigore alle trattative di pace: il problema, per gli israeliani, è fin dove il premier si potrebbe spingere.
L'Occidentale
Israele, timbri e passaporti
Questa mi mancava, o meglio non ci avevo mai pensato. Riporto direttamente quanto scrive il catalogo Francorosso - che come molti tour operator organizza splendidi viaggi in Giordania, Israele e Siria - nella sezione "Visto d'ingresso in Israele":
Non è necessario nessun visto di ingresso, ma bisogna compilare un modulo di ingresso nel Paese. In caso a bordo del volo non venga rilasciato il modulo, è necessario richiederlo in arrivo, compilarlo e consegnarlo alle autorità doganali che apporranno il timbro di Israele. Parte di questo modulo viene restituito e va conservato e consegnato a termine soggiorno alle autorità doganali (in questo modo non vi saranno richieste le tasse di soggiorno).
E fin qui ci siamo, niente di diverso da quanto accade per gli Stati Uniti. Attenzione qui però:
Anche il passaporto viene timbrato dalle autorità, pertanto preghiamo i clienti che non desiderano avere il timbro israeliano sul proprio documento (vi ricordiamo che tale timbro comporta il divieto di ingresso in alcuni paesi arabi, come la Siria) di avvisare immediatamente l’addetto doganale e farsi apporre il timbro su un modulo a parte.
Ebbene sì, non solo la cittadinanza: anche un timbro israeliano può creare problemi ai viaggiatori.
Non è necessario nessun visto di ingresso, ma bisogna compilare un modulo di ingresso nel Paese. In caso a bordo del volo non venga rilasciato il modulo, è necessario richiederlo in arrivo, compilarlo e consegnarlo alle autorità doganali che apporranno il timbro di Israele. Parte di questo modulo viene restituito e va conservato e consegnato a termine soggiorno alle autorità doganali (in questo modo non vi saranno richieste le tasse di soggiorno).
E fin qui ci siamo, niente di diverso da quanto accade per gli Stati Uniti. Attenzione qui però:
Anche il passaporto viene timbrato dalle autorità, pertanto preghiamo i clienti che non desiderano avere il timbro israeliano sul proprio documento (vi ricordiamo che tale timbro comporta il divieto di ingresso in alcuni paesi arabi, come la Siria) di avvisare immediatamente l’addetto doganale e farsi apporre il timbro su un modulo a parte.
Ebbene sì, non solo la cittadinanza: anche un timbro israeliano può creare problemi ai viaggiatori.
Anche a Fiesole Dio ha avuto bisogno degli uomini
Oggi è il secondo anniversario della morte di Oriana Fallaci. Quello che segue, invece, è il suo primo articolo per "L'Europeo" (1951). E' una storia molto divertente: dopo anni di (inutili) polemiche, è bello ricordarla così. Molti dei suoi scritti più famosi sono consultabili da oggi sul sito ufficiale a lei dedicato da Rcs Libri.
IL CAMERIERE Nello Casini morì il giorno 10 aprile senza sacramenti: era comunista convinto. Il funerale venne fissato per l'indomani sera alle 8: a Fiesole tutti i trasporti si fanno all'ora di notte, quando suona l'ultima campana. Si pensò di farlo e in forma religiosa dal momento che il povero Casini non aveva espresso la precisa volontà di essere portato al cimitero in forma civile. Quanto ai sacramenti erano stati i familiari a non parlargliene, conoscendo le sue idee. Il parroco di Fiesole non si rifiutò; chiese però ai parenti che i comunisti s'impegnassero con una dichiarazione scritta a non intervenire al funerale con le bandiere rosse. I famigliari stavano per firmare quando i comunisti glielo impedirono. Allora il vescovo, monsignor Giorgis, proibì al parroco di Fiesole di accompagnare il defunto. Quando nel tardo pomeriggio dell'11 aprile, gli abitanti di Fiesole si recarono a Borgunto dov'era la casa del morto, trovarono molte donne col velo in testa che piangevano. Accanto a loro col volto serio e compunto, c'erano tutti i comunisti ed i socialisti di Fiesole colle bandiere rosse. Con loro c'era il capoguardia della Arciconfraternita della Misericordia del paese: l'operaio della Selt Valdarno Lorenzo Breschi, assessore per il PCI ai Lavori Pubblici nel comune di Fiesole. Appariva nervoso, quasi sconvolto. Improvvisamente il suo volto assunse un'espressione dura, come se egli avesse deciso qualcosa di molto importante. Si volse ad alcuni uomini sparpagliati per la strada e disse: "Andiamo". Tornarono tutti poco dopo. Indossarono le sopravvesti nere dei "fratelli" della Misericordia, e si erano calati il cappuccio dal quale appaiono solo gli occhi, avevano cinto i grossi rosari e portavano il crocifisso, il catafalco con la coltrice giallocrociata, e tutti gli arredi che occorrono per i funerali religiosi. Si diressero alla casa di Nello Casini, poi, quando dalla cattedrale la campana suonò a morto, il corteo si mosse.
Era un corteo religioso senza preti. Lo apriva il Breschi che portava la croce e recitava a voce alta e solenne le preghiere dei morti. Subito dietro, portato a spalla, veniva il catafalco. Quindi, in due file staccate che toccavano i lati della strada, ad un metro di distanza l'uno dall'altro e con la torcia accesa in mano, avanzavano una sessantina di "fratelli" della Misericordia, anche loro salmodiando. In ultimo, la folla: i compagni di partito con otto bandiere rosse, il sindaco di Fiesole che è comunista, il medico condotto dott. Giovan Battista Naldoni che è anche lui comunista, i familiari, e quasi tutti gli abitanti di Fiesole.
Al loro passaggio gli uomini si levavano il cappello, le donne si inginocchiavano come quando in processione passa il Sacramento. Giunti al cimitero, mentre la folla sostava nel buio, i "fratelli" con le torce si disposero in quadrato intorno alla fossa. Vennero avanti i familiari ed il sindaco, i compagni del morto abassarono le bandiere rosse. Si fece un gran silenzio. Poi, reggendo il crocifisso, il Breschi che un tempo era stato sacrestano nella vicina parrocchia di Muscoli pronunciò a voce bassa e calma il De Profundis e quanti si ricordava delle preci dei defunti. Il servizio funebre si concluse così. Non vi fu nessun atto o parola che potesse suonare vilipendio alla religione. Il reato di vilipendio è punito ai sensi della legge e i comunisti avevano voluto dare una prova di serietà e di convinzione religiosa. Lorenzo Breschi era stato il regista del funerale sostituendosi al prete come il pescatore del film "Dio ha bisogno degli uomini" che prima di ottenere il premio del Festival suscitò tante polemiche. Ma il Breschi non ha visto il quel film, ed è probabile che neppure un terzo delle persone che componevano il corteo lo abbia visto. La cosa era nata spontanea: si tratta di gente semplice. Come la maggioranza dei comunisti di campagna il Bareschi ha una strana, contraddittoria personalità. Crede nel suo partito allo stesso modo in cui credo in Gesù Cristo e nei Santi. Frequenta le riunioni di cellula, esplica fino in fondo il suo compito di assessore comunista ma è un cattolico osservante e qualche volta va alla messa. Per San Carlo serve all'altare. È un uomo di quarantun anni, buono e gioviale, e fin da ragazzo ha sempre avuto una passione: far parte della Misericordia alla quale a Fiesole appartengono tutti, compresi i comunisti e socialisti.
La domenica successiva nelle chiese di Fiesole i sacerdoti lessero una notificazione del Vescovo in cui deplorava "la palese violazione dello Statuto della veneranda Arciconfraternita della Misericordia avvenuta durante un trasporto funebre privato in accompagnamento religioso, con l'arbitrario innalzamento della bandinella col crocefisso e la ridicola ostentazione del magistrato nelle funzioni proprie del sacerdote" e si preconizzavano "le più gravi pene contro i trasgressori se il fatto si fosse ripetuto". La notificazione scritta venne appesa sul portone della città cattedrale. La sera stessa i comunisti si riunirono per discutere il piano di battaglia.
Si recarono quindi preparatissimi alla assemblea generale indetta nella sede della Misericordia per la domenica 22 aprile.
Alla assemblea prese per primo la parola il Provveditore della Arciconfraternita, un monsignore della cattedrale. Illustrò con voce triste e severa gli articoli 5, 68 e 69 dello Statuto che prescrivono gli obblighi religiosi dei soci e le forme della loro partecipazione ai trasporti funebri. Disse che in un ente religioso non si può scavalcare la autorità ecclesiastica, e che mettere in discussione o criticare le deliberazioni del vescovo significa ribellarsi apertamente alla Chiesa. Rispose il capo della Federterra, Tosello Pesci, parlando anche a nome del Breschi: "Cosa vuol dire", disse, "se siamo comunisti. Noi siamo anche cattolici: battezzati e cresimati. E vogliamo accompagnare religiosamente i nostri morti anche se voi non lo volete. Siamo la maggioranza nella Arciconfraternita e per San Borromeo paghiamo la nostra quota. L'atto arbitrario l'avete fatto voi ecclesiastici a impedire il trasporto, non l'abbiamo fatto noi. La campana a morto che chiama e raccolta i "fratelli" suonò regolarmente e noi ci radunammo. Il compagno Casini non aveva mica detto di volere un trasporto civile. Che male c'è se noi abbiamo pregato per la sua anima?". Tuttavia, prima che la riunione si sciogliesse, tutti promisero che il fatto non si sarebbe più ripetuto.
L'unico a non dichiararsi convinto fu il Breschi. "La religione ce l'abbiamo dentro", diceva, "non c'è bisogno di tanta gente per arrivare a Dio". Diventò chiuso e malinconico; i fiesolani non sapevano che pensare di lui. Nel primo pomeriggio di lunedì gli accadde un grave incidente sul lavoro. Uno dei grossi e altissimi pali di cemento che sorreggono le linee elettriche gli cadde sulla gamba sinistra schiacciandogliela e fratturandogli il femore. E lui rimase in terra urlando: "Madonnina mia, Madonnina". Il giornalista Hombert Bianchi che si trovava lì per caso fece a tempo a scattare una impressionante fotografia mentre gli altri operai, incapaci perfino di prestare soccorso tanto erano sconvolti, narravano che il giorno prima, al medico condotto Giovan Battista Naldoni, era capitato un altro grave incidente. Mentre passava per quella strada la motocicletta, inspiegabilmente, aveva cominciato a sbandare ed egli era andato a batter nel muro, ferendosi alla faccia. Tanto lui che il Breschi sono ricoverati in serie condizioni all'ospedale.
IL CAMERIERE Nello Casini morì il giorno 10 aprile senza sacramenti: era comunista convinto. Il funerale venne fissato per l'indomani sera alle 8: a Fiesole tutti i trasporti si fanno all'ora di notte, quando suona l'ultima campana. Si pensò di farlo e in forma religiosa dal momento che il povero Casini non aveva espresso la precisa volontà di essere portato al cimitero in forma civile. Quanto ai sacramenti erano stati i familiari a non parlargliene, conoscendo le sue idee. Il parroco di Fiesole non si rifiutò; chiese però ai parenti che i comunisti s'impegnassero con una dichiarazione scritta a non intervenire al funerale con le bandiere rosse. I famigliari stavano per firmare quando i comunisti glielo impedirono. Allora il vescovo, monsignor Giorgis, proibì al parroco di Fiesole di accompagnare il defunto. Quando nel tardo pomeriggio dell'11 aprile, gli abitanti di Fiesole si recarono a Borgunto dov'era la casa del morto, trovarono molte donne col velo in testa che piangevano. Accanto a loro col volto serio e compunto, c'erano tutti i comunisti ed i socialisti di Fiesole colle bandiere rosse. Con loro c'era il capoguardia della Arciconfraternita della Misericordia del paese: l'operaio della Selt Valdarno Lorenzo Breschi, assessore per il PCI ai Lavori Pubblici nel comune di Fiesole. Appariva nervoso, quasi sconvolto. Improvvisamente il suo volto assunse un'espressione dura, come se egli avesse deciso qualcosa di molto importante. Si volse ad alcuni uomini sparpagliati per la strada e disse: "Andiamo". Tornarono tutti poco dopo. Indossarono le sopravvesti nere dei "fratelli" della Misericordia, e si erano calati il cappuccio dal quale appaiono solo gli occhi, avevano cinto i grossi rosari e portavano il crocifisso, il catafalco con la coltrice giallocrociata, e tutti gli arredi che occorrono per i funerali religiosi. Si diressero alla casa di Nello Casini, poi, quando dalla cattedrale la campana suonò a morto, il corteo si mosse.
Era un corteo religioso senza preti. Lo apriva il Breschi che portava la croce e recitava a voce alta e solenne le preghiere dei morti. Subito dietro, portato a spalla, veniva il catafalco. Quindi, in due file staccate che toccavano i lati della strada, ad un metro di distanza l'uno dall'altro e con la torcia accesa in mano, avanzavano una sessantina di "fratelli" della Misericordia, anche loro salmodiando. In ultimo, la folla: i compagni di partito con otto bandiere rosse, il sindaco di Fiesole che è comunista, il medico condotto dott. Giovan Battista Naldoni che è anche lui comunista, i familiari, e quasi tutti gli abitanti di Fiesole.
Al loro passaggio gli uomini si levavano il cappello, le donne si inginocchiavano come quando in processione passa il Sacramento. Giunti al cimitero, mentre la folla sostava nel buio, i "fratelli" con le torce si disposero in quadrato intorno alla fossa. Vennero avanti i familiari ed il sindaco, i compagni del morto abassarono le bandiere rosse. Si fece un gran silenzio. Poi, reggendo il crocifisso, il Breschi che un tempo era stato sacrestano nella vicina parrocchia di Muscoli pronunciò a voce bassa e calma il De Profundis e quanti si ricordava delle preci dei defunti. Il servizio funebre si concluse così. Non vi fu nessun atto o parola che potesse suonare vilipendio alla religione. Il reato di vilipendio è punito ai sensi della legge e i comunisti avevano voluto dare una prova di serietà e di convinzione religiosa. Lorenzo Breschi era stato il regista del funerale sostituendosi al prete come il pescatore del film "Dio ha bisogno degli uomini" che prima di ottenere il premio del Festival suscitò tante polemiche. Ma il Breschi non ha visto il quel film, ed è probabile che neppure un terzo delle persone che componevano il corteo lo abbia visto. La cosa era nata spontanea: si tratta di gente semplice. Come la maggioranza dei comunisti di campagna il Bareschi ha una strana, contraddittoria personalità. Crede nel suo partito allo stesso modo in cui credo in Gesù Cristo e nei Santi. Frequenta le riunioni di cellula, esplica fino in fondo il suo compito di assessore comunista ma è un cattolico osservante e qualche volta va alla messa. Per San Carlo serve all'altare. È un uomo di quarantun anni, buono e gioviale, e fin da ragazzo ha sempre avuto una passione: far parte della Misericordia alla quale a Fiesole appartengono tutti, compresi i comunisti e socialisti.
La domenica successiva nelle chiese di Fiesole i sacerdoti lessero una notificazione del Vescovo in cui deplorava "la palese violazione dello Statuto della veneranda Arciconfraternita della Misericordia avvenuta durante un trasporto funebre privato in accompagnamento religioso, con l'arbitrario innalzamento della bandinella col crocefisso e la ridicola ostentazione del magistrato nelle funzioni proprie del sacerdote" e si preconizzavano "le più gravi pene contro i trasgressori se il fatto si fosse ripetuto". La notificazione scritta venne appesa sul portone della città cattedrale. La sera stessa i comunisti si riunirono per discutere il piano di battaglia.
Si recarono quindi preparatissimi alla assemblea generale indetta nella sede della Misericordia per la domenica 22 aprile.
Alla assemblea prese per primo la parola il Provveditore della Arciconfraternita, un monsignore della cattedrale. Illustrò con voce triste e severa gli articoli 5, 68 e 69 dello Statuto che prescrivono gli obblighi religiosi dei soci e le forme della loro partecipazione ai trasporti funebri. Disse che in un ente religioso non si può scavalcare la autorità ecclesiastica, e che mettere in discussione o criticare le deliberazioni del vescovo significa ribellarsi apertamente alla Chiesa. Rispose il capo della Federterra, Tosello Pesci, parlando anche a nome del Breschi: "Cosa vuol dire", disse, "se siamo comunisti. Noi siamo anche cattolici: battezzati e cresimati. E vogliamo accompagnare religiosamente i nostri morti anche se voi non lo volete. Siamo la maggioranza nella Arciconfraternita e per San Borromeo paghiamo la nostra quota. L'atto arbitrario l'avete fatto voi ecclesiastici a impedire il trasporto, non l'abbiamo fatto noi. La campana a morto che chiama e raccolta i "fratelli" suonò regolarmente e noi ci radunammo. Il compagno Casini non aveva mica detto di volere un trasporto civile. Che male c'è se noi abbiamo pregato per la sua anima?". Tuttavia, prima che la riunione si sciogliesse, tutti promisero che il fatto non si sarebbe più ripetuto.
L'unico a non dichiararsi convinto fu il Breschi. "La religione ce l'abbiamo dentro", diceva, "non c'è bisogno di tanta gente per arrivare a Dio". Diventò chiuso e malinconico; i fiesolani non sapevano che pensare di lui. Nel primo pomeriggio di lunedì gli accadde un grave incidente sul lavoro. Uno dei grossi e altissimi pali di cemento che sorreggono le linee elettriche gli cadde sulla gamba sinistra schiacciandogliela e fratturandogli il femore. E lui rimase in terra urlando: "Madonnina mia, Madonnina". Il giornalista Hombert Bianchi che si trovava lì per caso fece a tempo a scattare una impressionante fotografia mentre gli altri operai, incapaci perfino di prestare soccorso tanto erano sconvolti, narravano che il giorno prima, al medico condotto Giovan Battista Naldoni, era capitato un altro grave incidente. Mentre passava per quella strada la motocicletta, inspiegabilmente, aveva cominciato a sbandare ed egli era andato a batter nel muro, ferendosi alla faccia. Tanto lui che il Breschi sono ricoverati in serie condizioni all'ospedale.
Oriana Fallaci
(C) L'Europeo
(C) L'Europeo
14 settembre 2008
"Dig Out Your Soul" per le strade della Grande Mela
La Warner, che pubblicherà negli Stati Uniti il nuovo album degli Oasis "Dig Out Your Soul", si è inventata una splendida trovata commerciale. Venerdì scorso, per le strade e i locali di New York, 30 artisti di strada hanno suonato (ognuno a modo suo) le nuove canzoni di Liam e Noel. Nel video, i Dagmar Rehearses interpretano il singolo di lancio "The Shock Of The Lightning".
Ancelotti rimane in panchina
Assolutamente sì, però non è che ve lo posso dire tutte le volte perchè diventa stucchevole. D'ora in poi non ve lo dirò più ma non è perché cambierò opinione: è l'ultima volta che ve lo dico. Certo che Ancelotti rimane in panchina.
Adriano Galliani,
i problemi non stanno in panchina
i problemi non stanno in panchina
Con o senza rossetto, McPalin resta in alta quota
Al di là dei commenti della stampa, l'intervista della Palin all'Abc rafforza ancora McCain. Per Obama - che ha partecipato al David Letterman Show senza troppo mordente - va sempre peggio: ecco gli ultimi sondaggi.
NEWSWEEK (11/9)
McCain 50% - 50% Obama
Pari
HOTLINE / FD TRACKING (12/9)
McCain 45% - 44% Obama
McCain +1%
GALLUP (12/9)
McCain 47% - 45% Obama
McCain +2%
RASMUSSEN (13/9)
McCain 50% - 47% Obama
McCain +3%
La media dei sondaggi dal 5 al 13 settembre vede McCain in vantaggio di 2.3% (fonte: Real Clear Politics). A Obama serve una svolta: già tornare quello di un tempo (meno battute e più discorsi ispirati) sarebbe un grande passo avanti.
Unico conforto per Obama, i fondi: secondo un portavoce citato dalla Reuters, il senatore dell'Illinois avrebbe raccolto ad agosto la cifra record di 66 milioni di dollari. Resta da vedere come verranno spesi questi soldi.
NEWSWEEK (11/9)
McCain 50% - 50% Obama
Pari
HOTLINE / FD TRACKING (12/9)
McCain 45% - 44% Obama
McCain +1%
GALLUP (12/9)
McCain 47% - 45% Obama
McCain +2%
RASMUSSEN (13/9)
McCain 50% - 47% Obama
McCain +3%
La media dei sondaggi dal 5 al 13 settembre vede McCain in vantaggio di 2.3% (fonte: Real Clear Politics). A Obama serve una svolta: già tornare quello di un tempo (meno battute e più discorsi ispirati) sarebbe un grande passo avanti.
Unico conforto per Obama, i fondi: secondo un portavoce citato dalla Reuters, il senatore dell'Illinois avrebbe raccolto ad agosto la cifra record di 66 milioni di dollari. Resta da vedere come verranno spesi questi soldi.
I frutti della campagna acquisti più demente della storia
Ora daranno la colpa ad Ancelotti. Ma i risultati di questo Milan - ampiamente pronosticabili sin dall'inizio dell'estate - sono il risultato della campagna acquisti più demente nella storia della società. Non sparate su Carlo: i colpevoli stanno nella dirigenza. Perchè nulla può giustificare gli acquisti di Ronaldinho e Sheva quando il Milan non ha un portiere, non ha una difesa, non ha quasi più un centrocampo. Una squadra non è per sempre: i presidenti possono anche decidere di vendere. Forse è ora che Berlusconi inizi a pensarci.
Ricordare Oriana per quello che era: uno "scrittore"
Si è creata una certa confusione intorno al romanzo postumo di Oriana Fallaci, “Un cappello pieno di ciliege”. All’annuncio della pubblicazione, i giornali – il suo “Corriere” in testa – hanno dedicato pagine e pagine al personaggio-Oriana, con tanto di anticipazioni sulle oltre 800 pagine che compongono il libro. Dopo la pubblicazione però, quando per tutti gli scrittori viene il tempo delle recensioni, la Fallaci-scrittrice è passata ancora una volta in secondo piano per lasciare spazio alle polemiche. Ad innescare la miccia, questa volta, un’intervista di “Vanity Fair” alla sorella dell’autrice – Paola Fallaci – secondo la quale il romanzo sarebbe stato pubblicato contro la volontà di Oriana. Accuse respinte al mittente tanto da Rizzoli quanto dal nipote della scrittrice Edoardo Perazzi. Ma non è tutto: pochi giorni dopo Paola Fallaci apre un altro fronte, parlando di “eutanasia” in quanto la scrittrice avrebbe chiesto della morfina per lenire il dolore. Altre polemiche, altri scontri. Ma del romanzo, ancora una volta campione di vendite, niente.A due anni dalla scomparsa della Fallaci – che si è spenta a Firenze il 15 settembre 2006 – il miglior omaggio alla sua memoria è allora trattarla come una scrittrice pura, parlando di “Un capello pieno di ciliege” e tralasciando per una volta le polemiche sulla trilogia aperta da “La rabbia e l’orgoglio”. Non perché Oriana amasse le recensioni – “Le opere postume hanno lo squisito vantaggio di risparmiarti le scemenze o le perfidie di coloro che senza saper scrivere e neanche concepire un romanzo pretendono di giudicare anzi bistrattare chi lo concepisce e lo scrive” scrive nell’introduzione a “La rabbia e l’orgoglio” – quanto perché amava definirsi scrittrice anzi “scrittore”, e come tale voleva essere trattata. E la critica è parte integrante di ogni grande romanzo moderno.
“Un cappello pieno di ciliege” è una grande saga familiare incompiuta, alla quale la Fallaci si è dedicata dal 1991 al 2001. Alla stesura delle oltre 800 pagine che compongono il libro, l’autrice ha affiancato maniacali ricerche in giro per il mondo per scoprire quanto più possibile sulla vita dei suoi personaggi e sul mondo a loro contemporaneo. Il progetto originario – secondo quanto confermato in appendice da Edoardo Perazzi – prevedeva un arco narrativo che dalla fine del ‘700 sarebbe giunto al 1944, a quella “terribile notte” citata in flash-forward nel corso della narrazione. Non è stato possibile: il perché si chiama l’11 settembre. Il risultato finale è allora un romanzo in quattro parti – ognuna dedicata ad un ramo della famiglia – che si apre nel 1773 per chiudersi nel 1889: un’opera di amplissimo respiro, da considerarsi definitiva per le prime tre parti e ancora da rivedere nella quarta (che presenta stralci manoscritti e post-it colorati come promemoria). Ma se la parte finale è quella che presenta alcune incongruenze (messe in luce dai redattori in appendice), la redazione si può considerare comunque molto avanzata: il romanzo avvolge come un fiume in piena, senza mostrare “stacchi” narrativi o stilistici nel passaggio alle pagine conclusive.
Non è facile riassumere in poche righe una trama tanto composita – e le grandi storie è bene che i lettori le scoprano da sé. Basti sapere allora che il romanzo si apre a Panzano, “un paesino di fronte alla casa dove intendo morire e che prima della ricerca condotta dalla formica impazzita guardavo senza sapere quanto vi appartenessi”. Qui si muovono due grandi avi di Oriana: Carlo Fallaci e Caterina Zani – alle prese con un podere, una folta progenie e le lotte contro gli invasori. Nella seconda parte poi, i toni avventurosi si fanno tragici: quella di Francesco Launaro e Monteserrat è una storia disperata e maledetta, incentrata su di un mare impazzito pronto ad inghiottire i suoi figli. E se le lotte contro l’invasore tornano al centro della scena nella terza parte – ricca di politica e di amore –, i capitoli conclusivi si abbandonano nuovamente ad avventura e fatalità. A sostenere “Un cappello pieno di ciliege” ci sta dunque una struttura perfettamente calibrata: la Fallaci si avvale delle più svariate tonalità – l’avventuroso, il tragico, il politico, lo storico, il sentimentale – alternando sezioni prevalentemente razionali (la prima e la terza) ad altre di segno opposto, dove il romanzesco prende il sopravvento sulla ricerca storica (la seconda e la quarta). Una variatio che rende il romanzo una piccola “Commedia umana”, campione rappresentativo tanto dei diversi generi letterari quanto dell’umanità italiana nel secolo dell’Unità.
Con lo stile proprio di tutti i suoi scritti – una prosa ricercata in ogni singola parola, un colloquio diretto che chiama in causa direttamente il lettore – l’autrice regala nuova giovinezza agli avi che le hanno dato la vita. E al di là delle storie che popolano il “Cappello”, sono proprio i personaggi a rendere immortale il suo ultimo romanzo. Tre di loro in particolare, guarda caso i tre più vicini al suo carattere. Caterina Zani, prima di tutto: una donna coraggiosa e pragmatica, una venditrice di mutande senese che si sposa per imparare a leggere e scrivere scoprendo poi l’amore per il marito. È Caterina Zani, incinta, a scagliarsi contro la carrozza di Napoleone: “Accident’a te e alla troia che t’ha partorito! Che statue sei venuto a rubarci, che guerre sei venuto a portarci, uccellaccio rapace?” – una reazione non dissimile da quella di Oriana e sua madre Tosca nei confronti del nazifascismo. Poi, Francesco Launaro: un giovane cresciuto nel rancore per il padre rapito dai pirati, un uomo capace di vendicarsi in guerra e di cambiare completamente per amore. Ma anche un uomo disperato e solo, che in alcuni tratti ricorda l’eroe (in carne ed ossa) della scrittrice: Alekos Panagulis, protagonista del romanzo “Un uomo”. E infine la grande, complessa e misteriosa Anastasìa: regina della quarta parte, è fatalmente lei a chiudere il romanzo. Bella come una fata, egoista redenta, la sua è la storia più affascinate di questo “Cappello pieno di ciliege”. In lei, come in Francesco, la fiaba si incontra con la tragedia nel tratteggiare una vicenda che potrebbe essere un grande romanzo in sé.
Tutti questi personaggi – primari, secondari, comparse, storici, ignoti, celati – si muovono in uno spazio-tempo proprio della grande letteratura. E qui emergono le estenuanti ricerche condotte dalla scrittrice, tese a creare una scenografia perfettamente aderente alla realtà del tempo. Le descrizioni, mai pedanti, tratteggiano un mondo che dal Chianti passa a Torino e alle vallate piemontesi, per finire negli Stati Uniti della familiare New York e del pericoloso Far West. In questi spazi, poi, scorre la Storia: quella con la S maiuscola, quella di Napoleone e di Carlo Alberto e Garibaldi e Mazzini. Quella degli uomini e delle donne che hanno fatto l’Italia, rivisti con l’occhio unico di Oriana Fallaci: così che nello stesso romanzo la storia della scrittrice e quella dell’Italia diventano la stessa cosa.
Su “La Stampa”, Igor Man ha definito l’opera della Fallaci “un rapinoso romanzo all’antica”. È vero: da anni la letteratura italiana non si impegnava in una ricostruzione di questo valore, di questa grandezza. Tutti gli scrittori italiani contemporanei dovrebbero leggere il “Cappello”: non tanto per migliorare la loro scrittura, quanto per fare i conti con tutte le potenzialità della forma romanzo. Tenendo conto che la Fallaci si è fermata al 1889: pensare a cosa sarebbe stato questo romanzo concluso (arrivando quindi al 1944) mette i brividi. Ma forse era destino che il romanzo si chiudesse lì: a Cesena, con Anastasìa al centro della scena.
L'Occidentale
13 settembre 2008
Il creazionismo impera
L'immenso Padre Livio Fanzaga - matador di Radio Maria - dice la sua sull'evoluzione: una panzana buona solo per il "Corriere" e "Repubblica". Secondo il Padre, tutti i migliori scienziati della terra propendono ormai per il creazionismo. Unico, splendido Fanzaga.
Orian@ on-line
Lunedì 15 settembre si celebra il secondo anniversario della scomparsa di Oriana Fallaci. Oltre alla convention organizzata dalla Fondazione Corriere della Sera in Sala Buzzati (ore 17.30), all'orizzonte ci sono due grandi iniziative per tutti gli appassionati:
- Sempre da lunedì sarà on-line il sito www.orianafallaci.com, curato da Rcs libri. Bibliografia, articoli ormai introvabili, testimonianze, news e rassegna stampa sempre aggiornata.
- Da novembre la collana BUR (che pubblica le più celebri opere della Fallaci con copertina oro) ristamperà l'opera omnia della scrittrice, arricchita da nuove prefazioni. Si parte da "Intervista con la storia", da tempo fuori catalogo, e dall'audiolibro (ora in cd) "Lettera a un bambino mai nato". Seguiranno vere e proprie perle come "Gli antipatici".
- Sempre da lunedì sarà on-line il sito www.orianafallaci.com, curato da Rcs libri. Bibliografia, articoli ormai introvabili, testimonianze, news e rassegna stampa sempre aggiornata.
- Da novembre la collana BUR (che pubblica le più celebri opere della Fallaci con copertina oro) ristamperà l'opera omnia della scrittrice, arricchita da nuove prefazioni. Si parte da "Intervista con la storia", da tempo fuori catalogo, e dall'audiolibro (ora in cd) "Lettera a un bambino mai nato". Seguiranno vere e proprie perle come "Gli antipatici".
I repubblichini dalla parte sbagliata
I resistenti stavano dalla parte giusta, i repubblichini dalla parte sbagliata. È doveroso dire che, se non è in discussione la buonafede, non si può equiparare chi stava da una parte e combatteva per una causa giusta di uguaglianza e libertà e chi, fatta salva la buonafede, stava dalla parte sbagliata.
Gianfranco Fini,
acqua sul fuoco
acqua sul fuoco
Cos'è cambiato a un anno dalla repressione dei monaci buddisti?
A marciare per le strade erano i monaci buddisti della Birmania, Paese ribattezzato Myanmar dalla giunta militare di Tahn Shwe che nel 1988 prese il potere con un colpo militare. Quelli che seguirono furono vent’anni di dittatura feroce, sostenuta dal tacito appoggio della Cina. Ma dopo le proteste dello scorso anno – forti di un’eco mediatica senza precedenti – sembrava che qualcosa potesse cambiare per davvero: i leader mondiali (Stati Uniti in testa, nella persona della first lady Laura Bush) e l’Onu (con la designazione di un apposito inviato, il nigeriano Ibrahim Gambari) si dedicarono assiduamente alla pratica birmana, nella speranza di superare il blocco russo e cinese in seno alle Nazioni Unite. Ma oggi che un anno è passato, la domanda è una sola: cosa è cambiato?
Dal punto di vista umanitario, se possibile, le cose sono addirittura peggiorate: il 2 maggio il ciclone Nargis si è abbattuto sull’ex Birmania, devastando una popolazione già allo stremo. Difficile dare un conto preciso della catastrofe, ma le stime più attendibili parlano oggi di oltre 100.000 morti. Quel che è certo è che la giunta di Than Shwe è riuscita ancora una volta a mostrare il suo volto più feroce: per settimane il governo del Myanmar ha prima bloccato e poi ostacolato gli aiuti internazionali, impedendo fatalmente l’efficacia dei soccorsi. E pochi giorni fa le Nazioni Unite hanno fornito l’ennesimo dato allarmante: solo negli ultimi tre mesi, 1,56 milioni di dollari sono andati persi nel distorto meccanismo del sistema di cambio birmano. Secondo John Holmes – responsabile dei diritti umani per l’Onu – l’ammontare di aiuti “bruciati” dal cambio birmano potrebbe avvicinarsi complessivamente ai 10 milioni di dollari. Nelle settimane che hanno seguito il disastro, infine, diversi osservatori umanitari hanno parlato di sfruttamento dei profughi (bambini compresi) da parte della giunta per la ricostruzione delle aree devastate. I danni di Nargis, secondo le stime delle Nazioni Unite, si aggirerebbero introno ai 4 miliardi di dollari.
Per quanto riguarda il sistema politico interno, invece, in questi dodici mesi sembravano esserci state delle aperture. Pressata dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale – ma sempre forte del sostegno di Pechino – in primavera la giunta ha annunciato un referendum per approvare una nuova Costituzione (redatta da uomini vicini al regime) e libere elezioni nel 2010. Sono bastate però poche ore a spegnere l’entusiasmo: a stabilire le regole del gioco e a mantenere il controllo su parte degli eletti sarebbe stata infatti la giunta stessa. E il colpo più duro è giunto contro la storica leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari: in quanto spostata con un inglese, non avrebbe potuto candidarsi alla guida del Myanmar.
Al di là delle apparenze, insomma, il regime birmano resta saldamente in sella e a dimostrarlo è l’immobilità forzata di tutti i principali protagonisti dello scenario locale e internazionale. Partiamo da Aung San Suu Kyi: la donna è ancora rinchiusa nella propria casa, senza possibilità di incontrare l’inviato delle Nazioni Unite. Gli unici contatti del premio Nobel per la pace – anche se sporadici e soggetti ad autorizzazione del regime – sono con il suo avvocato Kyi Win, che lotta per porre fine alla sua detenzione illegale. Ed è stato proprio Win ha lanciare l’allarme negli ultimi giorni: da tempo la sua assistita avrebbe dato il via ad uno sciopero della fame, mettendo seriamente a repentaglio la sua salute. E mentre il capo della polizia birmana dice di essere all’oscuro della scelta di Suu Kyi, sulla questione si sono espressi ieri gli Stati Uniti con un documento ufficiale: “Siamo venuti a conoscenza del rifiuto del cibo da parte di Aung San Suu Kyi” si legge, sottolineando come la detenzione renda impossibile verificare le condizioni della donna – che destano preoccupazione presso “gli Stati Uniti e la comunità internzionale”.
Se la situazione di Aung San Suu Kyi – e dei partiti di opposizione – non è cambiata, è soprattutto perché le Nazioni Unite non sono riuscite ad ottenere nulla di concreto da Than Shwe e dai suoi uomini. In un anno l’inviato Gambari ha visitato il Paese svariate volte, ma il risultato è stato sempre lo stesso: come nell’ultima visita di agosto, al nigeriano è stato impedito di vedere Suu Kyi e di parlare con il capo della giunta. Anche se la soluzione della crisi non passa certo dall’impotenza dell’Onu, l’organizzazione internazionale resta comunque l’unica speranza per gli attivisti democratici: ma se una coalizione di politici birmani residenti all’estero si è rivolta al Palazzo di Vetro per chiedere che la giunta venga definita illegittima, altri oppositori al regime – la United Nationalities Alliance e il Politician Colleagues of Myanmar – lunedì hanno accusato l’Onu di non fare abbastanza per il Paese. Secondo i due gruppi, le Nazioni Unite dovrebbero mettere in pratica “esattamente quello che è stato deliberato dall’Assemblea Generale dal 1994 ad oggi”.
Ma l’impotenza dell’Onu è comune agli altri attori internazionali: se gli Stati Uniti hanno alzato la voce più di altri (seppur senza azioni incisive), anche l’Unione europea ha dato prova di debolezza. Piero Fassino, inviato della Ue in Myanmar, si incontrerà in questi giorni con il ministro degli Esteri francesi Kouchner a caccia di una soluzione: “La scorsa settimana ho incontrato a Torino il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. Mercoledì vedrò Bernard Kouchner quale rappresentante della presidenza di turno dell'Ue e poi ho in programma missioni in Giappone e in India e tornerò in Cina, Indonesia e Thailandia” ha dichiarato l’ex diessino ad “Articolo 21”. Ma al di là degli incontri diplomatici di routine, la realtà è che senza il sostegno di Mosca e Pechino la pratica birmana è una via senza uscita.
La realtà sul campo, infine, parla di grandi tensioni in vista del primo anniversario delle proteste. Da giorni il Myanmar è vittima di esplosioni: a saltare in aria, poche ore fa, è stato un bus. La giunta punta il dito contro i partiti di opposizione, alimentando la stretta del regime: lunedì il governo ha annunciato di aver compiuto arresti tra le fila dell’opposizione. Illazioni che gli attivisti respingono al mittente: la National League for Democracy – principale partito d’opposizione – si è detta completamente estranea agli attacchi, nei quali vede un alibi di Tahn Shwe per arrestare i militanti. In questi giorni, poi, sono ricomparsi flebili segni di protesta: diversi palazzi pubblici sono stati spruzzati di vernice rossa. Un ulteriore motivo per perquisire monasteri e compiere arresti preventivi: dopo un anno devastante, però, sembra mancare lo spirito che guidò le grandi manifestazioni dello scorso settembre.
L'Occidentale
Iscriviti a:
Post (Atom)


