30 dicembre 2008

Il jihad diventa un obbligo

Quando i nemici usurpano un pezzo di terra musulmana, il jihad diventa un obbligo individuale per ogni musulmano. Di fronte all'usurpazione della Palestina da parte degli ebrei, dobbiamo innalzare la bandiera del jihad. Questo richiede la propagazione di una coscienza islamica tra il popolo a livello locale, arabo e islamico. È necessario diffondere lo spirito del jihad all'interno della umma, scontrarsi con i nemici, e unirsi ai ranghi dei combattenti.
Statuto di Hamas,
art. 15

Sproporzione

Nessuno discute il diritto all'autodifesa di Israele, tuttavia è evidente una certa sproporzione tra l'offesa ricevuta e la reazione di questi giorni. Ma a preoccupare è il senso politico di questa iniziativa militare. Come con il Libano, quando Israele sbagliò ad attaccare, oggi esce rafforzato l'estremismo palestinese e indebolito il ruolo dei moderati. Purtroppo oggi Hamas riceve nuove solidarietà, mentre vedo con angoscia l'isolamento e la debolezza di Abu Mazen. Non bisogna mai dimenticare che Hamas ha vinto le elezioni, una delle poche tornate elettorali controllate e certificate dalle organizzazioni internazionali, e che rappresenta una parte importante del mondo palestinese: è impossibile avere una pace senza un qualche coinvolgimento di questa forza.
Massimo D'Alema,
Déjà vu

Il progetto ebraico e la crisi economica mondiale

Chi è il responsabile della crisi economica mondiale? Gli ebrei. No, non sono impazzito e non si tratta di un aggiornamento dei Protocolli dei Savi di Sion (anche se poco ci manca). Parlo di un editoriale di Ida Magli pubblicato sul sito dell'Associazione Italiani Liberi - che, cito testualmente, "si propone di difendere e rafforzare l'identità nazionale, storica e culturale degli Italiani e di ristabilire l'indipendenza dell'Italia uscendo dall'Unione europea".

Vi raccomando la lettura integrale dell'articolo, anche se non posso esimermi dal riportare alcuni passaggi. Dopo essersi chiesta perchè i responsabili del crac finanziario non siano stati puniti, l'autrice sottolinea che "di fatto sono quasi tutti ebrei gli operatori della finanza, compreso il Madoff e i capitalisti di cui sopra, e come è noto lo sono sempre stati anche quando le Borse e le Banche non esistevano, ed erano loro che prestavano soldi ad alto interesse ai poveri, piazzandosi con piccoli 'banchetti' vicino ai mercati, mentre ai Re e Papi fornivano il denaro per le guerre e le conquiste in cambio di ipoteche su intere città".

E ancora: "Gli Ebrei non amano ricordarlo, ma uno dei motivi che ha contribuito alla formazione dell’immagine negativa che li ha accompagnati lungo lo scorrere della storia è stato proprio il loro arricchirsi attraverso il commercio di denaro". Del resto, continua la Magli, "il primo Monte di Pietà è nato in Italia ad opera di S. Bernardino da Feltre con il preciso scopo di prestare denaro ai poveri senza richiedere 'interesse', per sottrarli all’usura dei banchi ebraici cui non erano in grado di far fronte e che spesso li faceva finire nella prigione prevista per i debitori insolventi".

Arriviamo dunque al nocciolo della questione: "Perché ci si trova oggi a dover precisare l’identità ebraica dei manipolatori della finanza mondiale?". Risposta: "Perché esiste appunto una 'visione del mondo' che li guida, un progetto di vita sul quale si fondano i dogmi che tutti noi, non ebrei, siamo stati obbligati a condividere dalla fine della seconda guerra mondiale: il primato dell’Economia nella struttura della società, il Mercato come massimo e quasi unico valore (non dimentichiamoci che anche Marx era ebreo)".

Un progetto, quello ebraico, imposto agli "altri" in quanto "gli Ebrei per quanto riguarda sé stessi hanno sempre messo al primo posto la propria identità come 'Popolo' e non si sono dati pace fino a quando non hanno ottenuto, con Israele, il proprio territorio, la propria patria, il proprio Stato. Ma agli altri popoli questo è negato". E qui il capolavoro storiografico: "L’Europa del nazismo, del fascismo, della persecuzione razzista doveva pagare, o meglio non aveva diritto a sopravvivere se non cancellando la sua storia, la sua identità, i suoi sentimenti, i suoi valori, perfino la sua configurazione geografica, per abbracciare totalmente il modello ebraico. E’ così che è nata l’Unione Europea: eliminando la vecchia Europa". Sì, questo articolo è reale. E no, non è datato 1938 ma 17 dicembre 2008.

WarTube

L'esercito israeliano si fa il canale YouTube.

Vivere ad Ashkelon



Vivere ad Ashkelon, una delle città israeliane bersagliate dai razzi Qassam lanciati dalla Striscia di Gaza. In questo blog - ospitato dal "Jerusalem Post" - uno scrittore e la sua famiglia ci raccontano come.

No point, no logic, and no chance

Nobody in this world understands what are Hamas' goals and why it continues to fire missiles. This shooting has no point, no logic, and no chance.
Shimon Peres,
"Haaretz"

Is Israel too imprisoned in the familiar ceremony of war?

Su "Haaretz" di oggi, David Grossman parla dell'intervento militare nella Striscia. La proposta dello scrittore è più o meno questa: Israele dovrebbe assicurare ad Hamas 48 di tregua assoluta e unilaterale, da mantenere anche in caso di razzi sul Negev; nel corso delle 48 ore, Tel Aviv dovrebbe tenere aperta la porta alle trattative con l'aiuto dei paesi arabi. Forte dei raid compiuti sinora, secondo Grossman, ci sono possibilità che si giunga ad un accordo. L'idea è chiara, ma ci sono almeno tre punti deboli: Israele ha già tenuto aperta la porta al dialogo per giorni, ma non è servito a nulla; Hamas non vuole che Israele la faccia finita con i bombardamenti: anzi, aspetta solo che parta l'invasione via terra per cercare un grande ritorno di immagine come Hezbollah ai tempi della seconda guerra del Libano; presto ci sarano le elezioni: l'80% degli israeliani sostiene l'intervento armato, smettere ora - per la Livni e Barak - significherebbe consegnare il governo nelle mani del Likud.

After its severe strike on Gaza, Israel would do well to stop, turn to Hamas' leaders and say: Until Saturday Israel held its fire in the face of thousands of Qassams from the Gaza Strip. Now you know how harsh its response can be. So as not to add to the death and destruction we will now hold our fire unilaterally and completely for the next 48 hours. Even if you fire at Israel, we will not respond with renewed fighting. We will grit our teeth, as we did all through the recent period, and we will not be dragged into replying with force.

Moreover, we invite interested countries, neighbors near and far, to mediate between us and you to bring back the cease-fire. If you hold your fire, we will not renew ours. If you continue firing while we are practicing restraint, we will respond at the end of this 48 hours, but even then we will keep the door open to negotiations to renew the cease-fire, and even on a general and expanded agreement.

That is what Israel should do now. Is it possible, or are we too imprisoned in the familiar ceremony of war? Until Saturday, Israel under Ehud Barak's military leadership showed remarkable cool. It should not lose its cool in the heat of battle. We should not forget even for a moment that the people of the Gaza Strip will remain our close neighbors and that sooner or later we will want to achieve good neighborly relations with them.

We should in no way strike them so violently, even if Hamas, for years, has made life intolerably miserable for the people of southern Israel, and even if their leaders have refused every Israeli and Egyptian attempt to reach a compromise to prevent this lastest flare-up.

The line of self-control and the awareness of the obligation to protect the lives of the innocent in Gaza must be toed even now, precisely because Israel's strength is almost limitless. Israel must constantly check to see when its force has crossed the line of legitimate and effective response, whose goal is deterrence and a restoration of the cease-fire, and from what point it is once again trapped in the usual spiral of violence.

Israel's leaders know well that given the situation in the Gaza Strip, it will be very hard to reach a total and unequivocal military solution. The lack of a solution might result in an ongoing ambiguous situation where we have already been: Israel will strike Hamas, it will strike and be struck, strike and be struck, and will become unwillingly enmeshed in every trap a situation like this entails, and will not attain its true and essential goals. It might very quickly discover that it is swept up - a strong military power, but helpless to get itself out of the entanglement - into a maelstrom of violence and destruction.

Therefore, stop. Hold your fire. Try for once to act against the usual response, in contrast to the lethal logic of belligerence. There will always be a chance to start firing again. War, as Barak said about two weeks ago, will not run away. International support for Israel will not be damaged, and will even grow, if we show calculated restraint and invite the international and Arab community to intervene and mediate.

It is true that Hamas will thus receive a respite with which to reorganize, but it has had long years to do so, and two more days will not really make a difference. And such a calculated lull might change the way Hamas responds to the situation. The response could even give it an honorable way out of the trap it has set for itself.

And one more, unavoidable thought: Had we adopted this attitude in July 2006, after Hezbollah abducted the soldiers, had we had stopped then, after our first response, and declared we were holding our fire for a day or two to mediate and calm things down, the reality today might be entirely different.

This is also a lesson the government should learn from that war. In fact, it might be the most important lesson.

David Grossman
(C) Haaretz

29 dicembre 2008

L'opportunità persa

Con la decisione di ritirare le truppe israeliane da Gaza, Ariel Sharon aveva offerto ai palestinesi un’opportunità. Al tempo stesso, però, il passaggio della sua amministrazione nelle loro mani aveva creato obbiettivamente le premesse di una loro spaccatura. L'opportunità consisteva nella possibilità che le fazioni nelle quali il movimento era diviso abbandonassero la lotta armata, si unificassero sotto Al Fatah e partecipassero al processo di pace con Israele, voluto da Usa e Europa. Le premesse della crisi stavano nell’eventualità di un acuirsi della divisione fra integralisti, contrari a soluzioni di pace, movimento palestinese moderato e governi islamici favorevoli. La crisi di questi giorni conferma che, fra le due prospettive, a prevalere è stata la seconda. Ancora una volta sono state le divisioni all'interno del movimento palestinese e, in parte, dello stesso mondo arabo a prevalere, riaccendendo il conflitto. Con il lancio di missili da parte di Hamas contro le popolazioni israeliane limitrofe, cui ha fatto seguito l'inevitabile reazione di Israele.

Il successo di Hamas nelle elezioni per l'amministrazione di Gaza, nel gennaio 2006; la rottura, nel giugno 2007, dell'accordo con Al Fatah, raggiunto solo poco più di tre mesi prima, nel febbraio dello stesso anno, ne erano state le avvisaglie. C'è un convitato di pietra che blocca ogni possibilità di pace. È l'Iran. Che sostiene il rivendicazionismo di Hamas; che, con la sua corsa all'armamento atomico, inquieta Israele, l'Occidente e pressoché l'intero mondo arabo, dall’Arabia Saudita—promotrice, nel marzo 2002, dell’iniziativa Arab Peace e fallita nel 2007 — all'Egitto, alla Giordania. Forse non è superfluo ricordare che l'articolo 7 della Carta di Hamas non propugna solo la distruzione di Israele, ma lo sterminio degli ebrei, così come sostiene il presidente iraniano Ahmadinejad; che all'articolo 13 si invoca la guerra santa; che il nazionalismo del movimento affonda le sue radici nell’interpretazione di Teheran della religione. La maggioranza del mondo arabo è per la pace. Lo testimoniano — al di là delle condanne di rito di Israele e delle manifestazioni di piazza—le reazioni alla crisi di Fatah. Abu Mazen, il presidente dell’Autorità palestinese, ha ricordato di aver implorato Hamas a non rompere il cessate il fuoco. L'Egitto fa trapelare che esiste un piano Iran-Hamas-Fratelli musulmani per creare disordini in Palestina e nel suo territorio. Tacciono la Giordania, l'Arabia Saudita, i palestinesi della West Bank. L'attacco israeliano—invece di ricompattarlo contro Israele, come vuole una tesi propagandistica anti israeliana — ha rinsaldato il mondo arabo contro Hamas e l'Iran. È un ulteriore segno che Ariel Sharon aveva visto bene.

Piero Ostellino
(C) Corriere della Sera

28 dicembre 2008

Obama e i Qassam

Dai paesi arabi alle Nazioni Unite, passando per Stati Uniti ed Unione Europea, tutti chiedono un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. C'è chi attacca duramente Israele (gli Stati arabi), chi se la prende anche con Hamas (è il caso di Sarkozy a nome della Ue), chi lascia intendere che i militanti di Gaza se la sono cercata ma Israele dovrebbe contenere la reazione (gli Stati Uniti). C'è il Papa, che implora una tregua. Ma la domanda che molti si pongono, a questo punto, è: che dice Obama?

Il presidente eletto si trova in vacanza alle Hawaii. Il suo portavoce ha parlato di un "colloquio telefonico con la Rice", tralasciando qualsiasi valutazione: "C'è un solo presidente alla volta". Il "New York Times", comunque, ricorda quello che Barack disse a luglio in piena campagna elettorale : "Se qualcuno lanciasse razzi contro la mia casa, dove le mie due bambine dormono la notte, farei qualsiasi cosa in mio potere per fermarlo. E mi aspetterei che Israele facesse lo stesso".

Se una parte rispetta le regole e l'altra no

Immaginate 12.000 missili che si abbattono su Milano, su Dallas, o su Liverpool. Gli italiani, gli americani o gli inglesi non resterebbero a lungo con le mani in mano. Certo, non tanto a lungo quanto ha fatto Israele. Ma nel caso di Israele si applicano sempre, stranamente, due pesi e due misure. Hamas può permettersi di puntare i suoi missili contro la popolazione civile, infischiandosene delle responsabilità, mentre una qualsiasi reazione israeliana, per quanto accuratamente siano stati scelti gli obiettivi strategici, viene subito bollata come crimine di guerra. E' impossibile vincere a questo gioco — fermare cioè il lancio dei razzi — se una parte rispetta le regole e l'altra no.

La lettera e l'intervista, il ritorno di Oriana

“La rabbia e l’orgoglio” – pubblicato con ampio risalto dal “Corriere della Sera” nel settembre 2001 – ha segnato indelebilmente l’immagine di Oriana Fallaci. Tornata alla ribalta sulla scena politica e culturale, la scrittrice fiorentina ha dedicato gli ultimi anni di vita alla difesa dell’Occidente contro l’Islam più radicale: una battaglia passionale, che l’ha vista partorire tre volumi e numerosi articoli sulla stampa italiana e mondiale. Quello stesso successo, però, ha paradossalmente “cancellato” il resto della sua carriera: quarant’anni di letteratura e giornalismo ai massimi livelli, dall’esordio all’“Europeo” (1951) alla pubblicazione del romanzo “Insciallah” (1990).

A riequilibrare la situazione ci ha pensato il romanzo postumo (e incompiuto) “Un cappello pieno di ciliege” (Rizzoli, 2008): un gioiello letterario – frutto di un lungo lavoro di ricerca – che ha riconsegnato agli italiani la Fallaci scrittrice (anzi “scrittore”, come voleva essere ricordata). Ed è sulla scia dell’ennesimo successo editoriale targato Oriana che la Bur (Biblioteca Universale Rizzoli) ha pensato di rieditare tutte le sue opere, celebri e meno celebri, riprendendo la celebre collana dalle copertine dorate interamente dedicata alla scrittrice. I primi due titoli ad essere pubblicati, a ridosso del Natale, sono dei “pezzi” rari: “Intervista con la storia” e l’audiolibro “Oriana Fallaci legge Lettera a un bambino mai nato”.

Sull’audiolibro, in realtà, non c’è molto da dire. Pubblicandolo su audiocassette nel 1993, Rizzoli cercò di replicare il successo di quella che resta la sua opera più amata: “Lettera a un bambino mai nato” (1975), il celebre discorso di una madre al figlio che porta in grembo tradotto in ventisette Paesi. “Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla. Me ne stavo con gli occhi spalancati nel buio e d’un tratto, in quel buio, s’è acceso un lampo di certezza: sì, c’eri”: comincia così il celebre monologo della Fallaci, dilaniata di fronte alla scelta tra aborto e maternità. Ed è emozionante, per tutti gli amanti della scrittrice, poter riascoltare quelle pagine lette dalla voce di Oriana: dolce e decisa allo stesso tempo, carica di passione. La nuova edizione Bur propone l’audiolibro (240 minuti) in quattro cd, contenenti la voce della scrittrice intervallata da una selezione di brani di musica classica.

D’interesse per un pubblico più vasto è invece “Intervista con la storia”. Pubblicato originariamente nel 1974 e ampliato tre anni dopo, da qualche tempo risultava fuori catalogo: una prima edizione, su eBay, può costare anche 200 euro. Oltre che documenti di estremo valore, i colloqui della Fallaci con i grandi della terra rappresentano una forma di intervista studiata in tutto il mondo: ecco perché la ripubblicazione del volume è una grande notizia per tutti gli appassionati di storia e giornalismo. La nuova edizione con copertina rigida, esteticamente molto curata, è inoltre arricchita da un’introduzione di Federico Rampini, corrispondente di “Repubblica” da Pechino.

In questa “indimenticabile galleria dei protagonisti internazionali del suo tempo”, annota Rampini, “la storia mondiale si fa umana, concreta, animata da personaggi in carne ed ossa, messi a nudo nelle loro storie private, nelle loro sofferenze e nei loro sogni”. Senza mai chinare la testa di fronte al potente di turno, la giornalista andava a scovare le schegge d’umanità presenti in ogni interlocutore: i grandi della terra non sono mai stati così vicini alla sensibilità del lettore, oltre ogni barriera e formalità. Ecco perché alcune di queste interviste sono ormai scolpite nella storia del giornalismo e nell’immaginario dei lettori: Henry Kissinger, che ricorderà per sempre come un incubo l’incontro con la Fallaci e le polemiche che seguirono, il generale Giap, personaggio chiave della guerra in Vietnam, o il superstizioso Ailé Sellassié, che alla domanda “Come guarda alla morte?” caccia via indignato giornalista e fotografo al seguito.

In un libro che la stessa autrice definisce “una testimonianza diretta si ventisette personaggi politici della storia contemporanea”, la figura della Fallaci è molto presente: con i personaggi che si trova di fronte l’autrice instaura immediatamente un rapporto emozionale, positivo o negativo che sia. Ci sono uomini che proprio non le vanno giù – Yassir Arafat, al tempo leader della resistenza palestinese, è “un uomo nato per irritare” e “un nulla basta a renderlo ostile, freddo, arrogante” – mentre altri la conquistano al primo sguardo – come il saggio e lucido Pietro Nenni, protagonista di lunghi colloqui sulla politica italiana degli anni Settanta.

Tra i grandi della storia, però, sono in pochi a conquistare completamente la Fallaci. Ci riescono due donne: Golda Meir e Indira Gandhi. Sulla prima la Fallaci mette subito le cose in chiaro: “A mio avviso, anche se non si è affatto d’accordo con lei, con la sua politica, la sua ideologia, non si può fare a meno di rispettarla, ammirarla, anzi volerle bene”. Dietro a tanta ammirazione, un semplice motivo (ancora una volta emotivo): “Mi ricordava mia madre, a cui assomigliava un po’”. Indira Gandhi (“questa donna incredibile che governava su quasi mezzo miliardo di creature”) disarma invece per la sua intelligenza e la sua forza: qualità comuni alla Fallaci stessa, da sempre ammiratrice delle donne che hanno saputo farsi strada in un mondo dominato da uomini.

Ed è proprio un uomo a chiudere l’antologia della Fallaci: Alekos Panagulis. Resistente greco, futuro compagno della scrittrice, vittima del potere che combatteva e protagonista di un altro capolavoro dell’autrice (“Un uomo”, 1979), di fronte al registratore della giornalista Panagulis è (ancora) solo un combattente le cui gesta hanno appassionato tutta l’Europa. Responsabile di un attentato contro la giunta dei colonnelli, Alekos venne imprigionato e torturato: Oriana lo incontra il giorno della liberazione, e “quel giorno aveva il volto di un Gesù crocifisso dieci volte e sembrava più vecchio dei suoi trentaquattro anni”. Nel ritratto introduttivo della scrittrice c’è già l’eroe morto “per un sogno che si chiama libertà, che si chiama giustizia”. Ecco perché l’intervista conclusiva è “una specie di testamento spirituale, una spiegazione di ciò che Alekos cercò sempre invano”. Col senno del poi, è l’intervista più emozionante.

Oriana Fallaci, “Oriana Fallaci legge Lettera a un bambino mai nato”, Milano, Bur 2008
4 cd, € 19.00

Oriana Fallaci, “Intervista con la storia”, Milano, Bur 2008
pp. 879, € 14.00

27 dicembre 2008

Gaza, Israele e il balletto degli appelli



Dopo giorni di ultimatum e decine di razzi Qassam sul territorio israeliano, questa mattina alle 10.30 Israele ha dato il via a un'operazione militare contro Hamas nella Striscia di Gaza. Qui gli aggiornamenti della Reuters. Parte intanto il balletto delle dichiarazioni internazionali: per l'Egitto "il mondo non può stare a guardare" questa "strage senza precedenti", Abu Mazen chiede di "fermare gli attacchi" e l'Iran sfida l'embargo con una nave di aiuti. Più diplomatico Sarkò, a nome dell'Unione Europea, che tira le orecchie a entrambi e chiede la fine immediata "
dei lanci di missili su Israele, così come dei bombardamenti israeliani su Gaza". Qualcuno almeno ha ricordato anche i razzi palestinesi...

Buone feste da Mahmoud


Quest'anno Channel 4 ha affidato gli auguri di Natale al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinjead. Buone feste!

Le quattro facce dell’Apocalisse che minacciano lo Stato ebraico

Benny Morris, storico israeliano, parla di Israele e dei suoi nemici all'alba del raid militare sulla Striscia di Gaza.

Molti israeliani oggi si sentono accerchiati dai muri— e dalla storia— nel loro Stato, nato 60 anni or sono, proprio come lo furono nel 1967, alla vigilia della «Guerra dei sei giorni» in cui sconfissero gli eserciti di Egitto, Giordania e Siria nel Sinai, in Cisgiordania e sulle alture di Golan. Durante le settimane che precedettero il conflitto gli egiziani avevano scacciato le forze di pace dell’ONU dal confine tra Sinai e Israele, sbarrato lo Stretto di Tiran alle navi israeliane e al traffico aereo, messo in campo cinque divisioni corazzate e di fanteria sulla frontiera di Israele e firmato una serie di patti militari con Siria e Giordania, che consentivano loro il dispiegamento di truppe in Cisgiordania. Le stazioni radio e i leader politici dei Paesi arabi strombazzavano di ora in ora l’annuncio dell’imminente trionfo: gli ebrei sarebbero stati scaraventati in mare. Gli israeliani, o piuttosto gli ebrei israeliani, cominciano a provare le medesime sensazioni avvertite dai loro genitori in quei giorni apocalittici che precedettero l’attacco dell’esercito israeliano.

Oggi Israele è uno Stato molto più prospero e potente - all’epoca contava poco più di due milioni di abitanti (contro i 5,5 milioni attuali), un bilancio di meno del venti percento di quello odierno e nessun deterrente nucleare - eppure la stragrande maggioranza della popolazione guarda al futuro con profonda apprensione. I presentimenti più cupi scaturiscono da due fonti generali e da quattro cause specifiche. I problemi generali sono semplici: innanzitutto, il mondo arabo e in genere islamico, malgrado le speranze israeliane dal 1948 a oggi, non ha mai riconosciuto la legittimità della creazione di Israele e continua a opporsi alla sua esistenza, nonostante i trattati di pace firmati dai governi di Egitto e Giordania con lo stato ebraico rispettivamente nel 1979 e nel 1994. Secondo: mentre l’Olocausto sfuma ormai sempre di più in un ricordo sbiadito e lontano e le pressioni del mondo arabo emergente e desideroso di affermare la sua potenza si fanno incalzanti, l’opinione pubblica in Occidente (e in democrazia, i governi non possono far altro che seguirla) si allontana gradualmente da Israele, mentre guarda con sospetto il trattamento riservato dallo Stato ebraico ai vicini palestinesi e ai suoi cittadini arabi.

E’ indicativa la popolarità di alcune recenti pubblicazioni assai critiche verso Israele, come Pace non apartheid in Palestina, di Jimmy Carter, e La lobby israeliana e la politica estera americana, di John Mearsheimer e Stephen Walt. Solo un paio di decenni fa, tali libri avrebbero suscitato scarso interesse. Per entrare nello specifico, Israele deve affrontare una combinazione di minacce, tutte ugualmente terrificanti. A est, l’Iran si affretta a completare il programma nucleare, che secondo gli israeliani e i servizi di spionaggio internazionali è destinato alla produzione di armi atomiche. E questo, abbinato alle ripetute smentite da parte del presidente iraniano Ahmadinejad dell’esistenza dell’Olocausto (e dell’omosessualità in Iran), che basterebbero a provare la sua irrazionalità, e ai pubblici appelli a distruggere lo Stato ebraico, mette sulle spine i leader politici emilitari di Israele. A nord, il movimento fondamentalista libanese di Hezbollah, anch’esso votato alla distruzione di Israele, si è riarmato fino ai denti dall’estate del 2006, quando la guerra lanciata da Israele per sbarazzarsi di quell’organizzazione non ha dato i risultati sperati. Oggi, secondo le stime dei servizi segreti israeliani, Hezbollah dispone di un arsenale bellico doppio rispetto al 2006, che consiste di 30-40.000 missili di fabbricazione russa forniti da Siria e Iran, alcuni dei quali possono raggiungere le città di Dimona e Tel Aviv.

Se dovesse scoppiare un conflitto tra Israele e l’Iran, o Israele e la Palestina, certamente Hezbollah si getterà nella mischia. A sud, Israele deve vedersela con il movimento islamista di Hamas, che controlla la Striscia di Gaza e la cui costituzione o statuto promette di distruggere Israele e di ricondurre ogni centimetro quadrato della Palestina sotto il governo e la legge dell’Islam. Oggi Hamas vanta un esercito di migliaia di uomini, uno spiegamento di molte migliaia di missili—i razzi Qassam di fabbricazione locale e i missili Katyusha e Grad di provenienza russa, finanziati dall’Iran e contrabbandati attraverso tunnel dal Sinai, mentre l’Egitto chiude un occhio—la cui gittata raggiunge le città di Ashkelon, Ashdod, Kiryat-Gat e i sobborghi di Beersheba. Le ultime settimane hanno visto un martellamento giornaliero di Qassam contro gli insediamenti israeliani di confine, provocando disperazione, panico e fuga. L’opinione pubblica e il governo israeliano ne hanno avuto abbastanza e l’esercito si prepara a lanciare una pesante controffensiva nei prossimi giorni. Ma non basterà a risolvere i problemi sollevati da una Striscia di Gaza popolata da un milione e mezzo di palestinesi impoveriti e disperati, governati da un regime di fanatici che odiano Israele. E una massiccia operazione di terra da parte di Israele, allo scopo di invadere la Striscia e distruggere le milizie di Hamas, con ogni probabilità si ritroverebbe impantanata prima ancora di riuscire nel suo intento. Senza contare che, se l’offensiva dovesse andare a segno, il nuovo dominio di Israele su Gaza, senza limiti di tempo, risulterebbe ugualmente inaccettabile.

Ma se Israele non prende una decisione, il futuro è carico di presagi altrettanto spaventosi. I Qassam, a differenza dei Katyusha e dei Grad, sono armi relativamente innocue — solo una dozzina di israeliani hanno perso la vita in questi attacchi nell’ultimo decennio— ma si dimostrano molto efficaci nel seminare terrore e sgomento. Se aumenta il rischio di lanci missilistici, come avverrà inevitabilmente con il crescente arsenale di Hamas, la vita nel Sud di Israele potrebbe diventare intollerabile. La quarta minaccia immediata è interna allo Stato di Israele e proviene dalla minoranza araba. Nel corso degli ultimi due decenni, i cittadini arabi di Israele (che ammontano a 1,3 milioni) si sono sostanzialmente radicalizzati, rivendicando apertamente la loro identità palestinese e abbracciando la causa nazionale della Palestina. La maggior parte di essi afferma di sostenere il loro popolo, anziché il loro Stato (Israele). Molti leader di questa comunità, approfittando delle istituzioni democratiche israeliane, hanno appoggiato più o meno dichiaratamente Hezbollah nel 2006 e invocano all’unisono una qualche forma di «autonomia » e lo scioglimento dello Stato ebraico. Non sul campo di battaglia, ma in campo demografico gli arabi si sono già assicurati la vittoria: il tasso di natalità tra gli arabi israeliani è tra i più elevati al mondo, con 4-5 figli per famiglia (contro i 2-3 figli per famiglia tra gli ebrei).

Gli esperti sono convinti che a questo ritmo verso il 2040 o il 2050 gli arabi rappresenteranno la maggioranza della popolazione israeliana. E nel giro di cinque-dieci anni gli arabi (gli arabi israeliani sommati a quelli che risiedono in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza) formeranno la maggioranza della popolazione in Palestina (il territorio che si estende tra il fiume Giordano e il Mediterraneo). Ma le frizioni tra israeliani e minoranza araba costituiscono già un fattore politico assai preoccupante. I leader arabi di Israele reclamano da tempo l’autonomia e nel 2000, all’inizio della seconda Intifada, migliaia di giovani arabi israeliani, per solidarietà con i loro fratelli nei territori semi-occupati, hanno scatenato disordini lungo le principali arterie israeliane, bloccando il traffico, e nelle città a popolazione mista.

Gli ebrei israeliani temono che alla prossima occasione i tumulti saranno molto peggiori e considerano la minoranza araba come una potenziale Quinta colonna. In queste minacce specifiche, che siano a breve, medio e lungo termine, il denominatore comune è il fattore della sorpresa. Tra il 1948 e il 1982 Israele è riuscito a fronteggiare senza troppe difficoltà gli eserciti convenzionali arabi, sgominandoli in più occasioni. Ma la minaccia nucleare iraniana, geograficamente distante, e il complesso dei gruppi Hamas-Hezbollah, capaci di operare scavalcando confini internazionali e insediandosi fin nel cuore di città ad alta densità di popolazione, sommati al crescente scontento dei cittadini arabi di Israele verso lo Stato in cui vivono, presentano oggi un pericolo di natura completamente diversa. Sono queste le sfide che il popolo e i politici israeliani, vincolati da norme di comportamento liberali e democratiche di stampo occidentale, trovano difficili da affrontare e risolvere.

Benny Morris
(C) Corriere della Sera

25 dicembre 2008

Anche gli ebrei festeggiano il loro Natale

Tutto ha inizio l'8 dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione; poi vengono Natale e Santo Stefano. Per il mondo cristiano, le ultime settimane dell'anno rappresentano l'incarnazione stessa della "festività": amici e parenti si riuniscono attorno ad un tavolo per pranzi interminabili, milioni di regali vengono scambiati davanti all'albero o al presepe, canzoni a tema riecheggiano nei negozi e per le strade. Ma i cristiani non sono gli unici a festeggiare: anche il mondo ebraico celebra in questi giorni una ricorrenza carica di suggestioni. Si chiama Chanukkà, dura otto giorni – quest'anno dal 21 al 29 dicembre – e deve la sua origine ad eventi occorsi due secoli prima della nascita di Cristo.

La nascita di Chanukkà – detta anche "festa delle luci" – viene narrata nel primo e nel secondo libro dei Maccabei. Ed è una storia così bella che merita di essere raccontata. Nel 180 a.C., Antioco IV Epifane prende il posto del fratello alla guida del regno siriano: a quel tempo la Siria, sotto la dinastia Seleucida, controllava un vasto territorio comprendente le terre d'Israele. A differenza del predecessore – che aveva garantito agli ebrei libertà di culto, lavoro e commercio – Antioco iniziò a perseguitare il popolo eletto: non solo i sudditi di religione ebraica subirono vessazioni e violenze personali, ma i loro templi furono profanati ed ellenizzati.

Le violenze durano anni. Quando però nel 167 a.C. Antioco fa consacrare a Zeus un altare all'interno del tempio di Gerusalemme, nel popolo ebraico scatta la molla della rivolta. È allora che Giuda Maccabeo mette insieme un piccolo esercito di uomini, che con l'aiuto di Dio – nel giro di soli due anni – riconquista il tempio profanato: "Ecco, i nostri nemici sono stati sconfitti. Andiamo perciò a purificare il tempio e a restaurarlo" (Maccabei I, 4;36). Giunti alle porte dell'edificio sacro, però, la scena che si presenta agli occhi dei ribelli è raccapricciante: "Il santuario deserto, l'altare profanato, le porte bruciate, le piante cresciute nei cortili come in un bosco o come su una montagna, le celle in rovina" (Maccabei, I, 4;38).

Gli uomini del Maccabeo si rimboccarono le maniche: per giorni lavorarono alla ristrutturazione del tempio, fino al completo ripristino della sacralità. "Poi Giuda, i suoi fratelli e tutta l'assemblea d'Israele, stabilirono che i giorni della dedicazione dell'altare si celebrassero a loro tempo, ogni anno, per otto giorni" (Maccabei I, 4;59): sono gli otto giorni di Chanukkà. Ma non è tutto. All'interno del tempio si verificò un miracolo: e a raccontarcelo, questa volta, è il Talmud. Per riconsacrare l'edificio, secondo la liturgia, dell'olio d'oliva avrebbe dovuto bruciare nella Menorah (il candelabro ebraico) per otto giorni consecutivi: a seguito della devastazione siriana, però, era rimasto olio soltanto per un giorno. Una minima riserva, che continuò però a bruciare per tutto il tempo necessario: la missione di Giuda Maccabeo poteva considerarsi miracolosamente conclusa.

Ogni anno, a più di duemila anni di distanza, gli ebrei ricordano ancora la riconquista del tempio di Gerusalemme. Inizialmente poco sentita – si tratta infatti di una festa che non affonda le radici nella Torah (testo sacro dell'ebraismo) –, la festa è tornata in auge nel corso del XX secolo. Qual è oggi il suo significato? Secondo Rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano, al centro di tutto c'è la luce: "È il simbolo fondamentale della festa di Chanukkà". Si tratta di una luce divina, che ha accompagnato il popolo ebraico nel corso della sua storia: "Secondo i nostri Maestri, periodicamente ricompare la luce nascosta e Chanukkà è uno di questi momenti. Compito di tutti noi è coglierla, e se possibile aumentare la luce".

Le parole del rabbino trovano riscontro nei rituali che accompagnano la festa delle luci. La tradizione vuole che venga acceso un lume per ogni sera di Chanukkà: la lampada – formata da otto lumi più uno, detto "servitore" – viene solitamente sistemata davanti a una finestra o vicino alla porta d'entrata. "L'uso" spiega David Gianfranco Di Segni "è di accendere i lumi al primo calare della sera, quando c'è ancora gente per strada: lo scopo è rendere pubblico il miracolo che avvenne a quel tempo, di manifestare a tutti che gli ebrei riacquistarono miracolosamente la loro libertà e indipendenza culturale". Chanukkà è dunque una festa da condividere: da qui la pratica, in voga da qualche anno anche a Roma e Milano, di accendere un candelabro in piazza nella sera che inaugura la festività.

Gli otto giorni di Chanukkà sono un momento di gioia per tutti gli ebrei. I bambini ricevono regali: le dreidl – trottole a quattro facce che recano l'iscrizione "lì è avvenuto un grande prodigio", utilizzate già al tempo di Giuda Maccabeo – e soldi premio per aver studiato la Torah. Fondamentale è poi la carità, in segno di riconoscenza verso Dio per il miracolo del tempio. Ma la festa delle luci invade anche la tavola: si va dal tipico "bombolone" fritto nell'olio d'oliva alle fettine di mele cosparse di zucchero e cannella, passando infine per il riso alle uvette – particolarmente diffuso sulle tavole italiane.

Data la vicinanza di Chanukkà al Natale, negli ultimi anni – soprattutto negli Stati Uniti – sembra essersi diffusa una particolare tradizione. Il suo nome è "Chrismukkah": per citare Wikipedia, un neologismo dal sapore "pop" che indica la commistione tra due festività, il 25 dicembre cristiano e la festa delle luci ebraica. A celebrarlo, continua l'enciclopedia, sono le famiglie formate da genitori di diversa estrazione religiosa. La festa, che ai più apparirà una stravaganza, non dovrebbe rappresentare una novità per i tanti appassionati delle serie tv americane: a lanciare definitivamente "Chrismukkah" ci ha pensato infatti un telefilm di enorme successo, "The O.C.", creato da Josh Schwartz nel 2003.

Inventore della ricorrenza, nel serial, è il geniale Seth Cohen: figlio di padre ebreo e madre cristiana, per non scontentare nessuno pensa di mettere insieme le due feste. Curando il tutto nei minimi dettagli, a partire dalla menorah sapientemente collocata a fianco di un abete decorato. Il successo è clamoroso: complici i milioni di telespettatori che seguono le gesta della famiglia Cohen, nascono siti di gadget e biglietti ispirati alla neonata ricorrenza. E non mancano le polemiche: in un comunicato congiunto, le associazioni cattoliche ed ebraiche di New York accusano "Chrismukkah" di insultare entrambe le religioni; le critiche, però, non fanno che accrescere la popolarità del neologismo, inserito dalla prestigiosa rivista "Time" tra le parole dell'anno. Oggi, comunque, è certo che Natale e Chanukkà continuano a riscuotere maggior successo prese nella loro singolarità. Come dire, tradizione che vince non si cambia.

L'Occidentale

23 dicembre 2008

Non c'è figlio che tenga

Non c'è figlio che tenga e siccome non ho nulla da temere, non ho niente da nascondere e quindi posso dire solo "buon lavoro" ai magistrati.
Antonio Di Pietro,
questa è una risposta

Nel mondo 2008 del Cav. c'è solo Putin

Copio e incollo "L'uovo di Giornata" de "L'Occidentale".

Sul versante della politica estera e delle questioni internazionali, il 2008 è certamente l’anno del primo presidente nero d’America, l’anno di Barack Obama. Ma quest’anno verrà ricordato anche per la spettacolare atrocità degli attentati a Mumbai e per la rinnovata guerra mondiale africana, tra genocidi, pirati e colera.

Senza dimenticare l’assassinio di Benazir Butto, la drammatica guerra civile palestinese, i razzi su Sderot, la riscossa dei talebani in Afghanistan, le nuove speranze per l’Iraq…

Peccato che nella sua conferenza stampa di fine d’anno, invece, Berlusconi abbia praticamente sorvolato su tutto questo e speso parole appassionate solo per l’amico Putin e per l’offesa dell’attacco georgiano. Per il Cav. insomma, l’uomo dell’anno è solo lui, il presidente russo Vladimir Putin.

Bisogna riconoscere che Berlusconi non è solo: con lui c’è il 40 per cento dei russi che considera Putin l’uomo del 2008. Lo rivela un sondaggio di Vitsiom. Peccato che questa sia una rinomata agenzia demoscopica creata dal governo, abituata a non dare dispiaceri ai vertici del Cremlino.

Chissà se Berlusconi ha saputo, a puro titolo d’esempio – che lo scorso 17 dicembre il caro amico Putin ha presentato una proposta di legge che prevede il reato di “tradimento della Patria” per chi assume posizioni critiche verso il governo, con pene detentive fino a 22 anni di carcere.

Chissà se ha saputo di un altro sondaggio di un programma popolare televisivo russo secondo il quale, Stalin sarebbe uno di primi tre “grandi eroi della Russia”, assieme a Aleksandr Nevsky e Pietro il Grande. Lenin è rimasto fuori.

Strano poi che con i “marxisti leninisti” di casa nostra, il Cav. non voglia neppure prendere un caffè.

(C) L'Occidentale

Belle ma inaferrabili categorie

Quando un imprenditore vuole incontrare gli amministratori, siano essi politici o funzionari, non dovrebbe farlo telefonicamente (e quasi clandestinamente, come avviene adesso) ma attraverso canali e procedure stabilite, sotto gli occhi dell’opinione pubblica che ha il diritto di conoscere quali sono gli interessi (legittimi) in gioco. Un ceto politico serio affronterebbe subito questo nodo. Invece Veltroni parla di morale e di onestà, belle ma inaferrabili categorie.
Giuseppe Cruciani,
"L'Occidentale"

L'Iran festeggia il 2008 e mette il bavaglio a Shirin Ebadi

Un vero e proprio raid, con tanto di perquisizioni e interrogatori. Obiettivo della polizia iraniana, l'attivista Shirin Ebadi e il suo Circolo dei difensori dei diritti umani. La donna, premio Nobel per la Pace, è stata fermata per un breve interrogatorio; alla sede della sua associazione – un faro per dissidenti e perseguitati di Teheran – sono stati posti i sigilli. Immediate le reazioni della comunità internazionale: parole di dura condanna sono giunte tanto dagli Stati Uniti quanto dall'Unione Europea. A Roma, il presidente della Commissione diritti umani del Senato Pietro Marcenaro ha convocato una riunione d'urgenza: la situazione, ci ha detto al termine della riunione, "è molto grave e seria".

I fatti. Domenica 21 dicembre, nel pomeriggio, decine di funzionari della sicurezza iraniani hanno bloccato il quartiere dove si trova il Circolo dei difensori dei diritti umani, fondato dal premio Nobel per la Pace Shirin Ebadi nel 2000. Narges Mohammadi, vicepresidente del Circolo, racconta che dozzine di poliziotti – inclusi agenti in borghese – hanno fatto irruzione senza presentare alcun mandato di perquisizione: "Un poliziotto mi ha detto di non dover mostrare nulla in quanto indossava una divisa". Secondo i testimoni, nessun attivista sarebbe stato arrestato: il Circolo, però, è stato chiuso a tempo indeterminato. Secondo l'agenzia semi-ufficiale Mehr, "il centro operava come un partito senza averne l'autorizzazione, aveva contatti illegali con organizzazioni locali e straniere e aveva illegalmente promosso conferenze stampa e seminari".

Accuse chiaramente pretestuose. Ma Shirin Ebadi, raggiunta telefonicamente dalla France Presse dopo il sequestro, non si arrende: "Chiaramente questa mossa del regime non è un messaggio positivo per gli altri attivisti dell'Iran, ma io e i miei colleghi andremo avanti in ogni circostanza". A preoccupare, ora, è la possibile fabbricazione di prove false: "Non è stato fatto alcun inventario prima di mettere i sigilli e, quindi, dichiaro già da adesso che le autorità potrebbero fabbricare prove false mettendo documenti e oggetti incriminanti che non si trovavano nell'Ufficio prima della loro irruzione". La tempistica del raid, come hanno lasciato intendere gli attivisti, non è casuale: poche ore dopo il Circolo avrebbe festeggiato il 60° anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani con il dissidente politico Taghi Rahmani, che dal 1979 ad oggi ha trascorso 14 anni in carcere. Pochi giorni prima, inoltre, Shirin Ebadi era intervenuta in un forum delle Nazioni Unite a Ginevra condannando lo stato dei diritti umani in Iran e in altri regimi islamici.

La chiusura del Circolo della Ebadi segna il culmine di un anno drammatico per la Repubblica iraniana: la sensazione è che colpendo un premio Nobel il regime abbia voluto dare un segno a tutti gli altri dissidenti e attivisti del Paese. Shirin Ebadi, del resto, è davvero un simbolo internazionale nella lotta per la difesa dei diritti umani: nata ad Hamedan nel 1947, nel 1975 diventa il primo giudice donna nella storia dell'Iran. La sua lotta contro il regime comincia nel 1979: a seguito alla Rivoluzione Islamica, infatti, tutte le donne giudice devono abbandonare la carica. Un'imposizione che Shirin Ebadi non ha mai accettato. Dopo anni di proteste, racconta, "nel 1992 ho finalmente ottenuto la licenza da avvocato e ho messo su il mio studio": comincia qui il suo impegno a favore dei dissidenti e dei condannati a morte. Una passione presto incarnata dal Circolo dei difensori dei diritti umani. Nel 2003 l'Accademia di Svezia le conferisce il Nobel "per il suo impegno a favore della democrazia e dei diritti umani": è allora che il suo nome diventa un simbolo di libertà per i dissidenti di tutto il mondo.

Ma cosa accadrà ora al Circolo dei difensori dei diritti umani? Difficile dirlo. Il governo potrebbe bloccarlo fino alle elezioni del giugno 2009, chiudendo così la bocca a una donna che già nel 1997 aveva sostenuto il riformatore Kathami. Da tutto l'Occidente, intanto, si moltiplicano appelli e proteste. Il ministro degli Esteri francese Kouchner, a nome dell'Unione Europea, "condanna con assoluta fermezza e vigore la chiusura degli uffici del Circolo da parte della polizia iraniana" e chiede inoltre "che all'associazione venga conferito quello status di legalità richiesto da troppi anni". E se condanne sono giunte tanto dal ministro degli Esteri Frattini quanto dal suo omologo ombra Fassino, il senatore del Partito Democratico Pietro Marcenaro – presidente della Commissione diritti umani del Senato – ha indetto ieri pomeriggio una riunione d'emergenza per il fare il punto della situazione.

Raggiunto telefonicamente in serata, Marcenaro ci parla di "una situazione molto grave e seria": lo stato d'animo espresso dalla Commissione diritti umani è di "fortissima preoccupazione". E non solo per il caso di Shirin Ebadi: il raid al Circolo dei difensori dei diritti umani si colloca in un quadro che ha visto, nel giro di poche ore, "l'impiccagione di cinque cittadini iraniani, uno dei quali condannato per diffusione di idee superstiziose". Dunque, "per un reato d'opinione". Le iniziative emerse dalla riunione straordinaria della Commissione si muovono su più canali. Primo: "Abbiamo chiesto al governo" spiega il senatore "di farsi sentire per via diplomatica attraverso la rappresentanza italiana a Teheran". Secondo: "Abbiamo messo in luce la necessità di un'azione concertata a livello di Unione Europea, per richiedere l'immediata riapertura del Circolo della Ebadi". Terzo: "La Commissione si appella infine ai gruppi e alle forze politiche riformiste, che si professano contrarie alle politiche dell'attuale amministrazione iraniana. Bene, questo è il momento di far sentire la loro voce con fermezza".

Di notizie fresche dopo la chiusura del Circolo della Ebadi, conferma Marcenaro, non ce ne sono. E forse, riflette il senatore, "non sapremo mai cosa è accaduto nei dettagli": la sensazione, comunque, è che "si tratti di una decisione del governo e delle autorità iraniane". Ma – conclude il presidente della Commissione – se anche dietro all'iniziativa vi fossero "squadracce" non direttamente legate ai vertici, questo non ridimensionerebbe le responsabilità governative che "tollerano o addirittura promuovono le azioni di tali gruppi". L'Iran, intanto, respinge le accuse: le politiche occidentali, secondo il regime, sono "ipocrite" e "basate su metri diversi".

L'Occidentale

Buon Natale, Bel Paese

Continua il teatrino quotidiano del Partito Democratico e dell'Italia dei Valori. Ora siamo davvero al ridicolo: due casi su tutti. Il primo riguarda Renato Soru: cosa fa per ricandidarsi alla guida della Sardegna aggirando un potenziale conflitto d'interessi? Ebbene sì, passa "L'Unità" - di cui è proprietario - al fratello. Ci ricorda un certo Silvio Berlusconi, che ha passato "Il Giornale" ad un certo fratello Paolo. Il Pd rassicura: se a farlo è Soru, va benissimo. Ma se a farlo è Berlusconi, siamo praticamente al regime: curiosa lettura dei fatti. Grazie a Dio in Italia ci sono ancora giornali - in questo caso il "Corriere della Sera", che non a appartiene nè a Soru nè a Berlusconi - che parlano apertamente di "doppiopesismo": qui l'editoriale di Pierluigi Battista.

Secondo caso. Dobbiamo usare il condizionale: si tratta di indagini e intercettazioni, e fino al terzo grado di processo in questo Paese vige ancora (o almeno dovrebbe) la presunzione di innocenza. Fa però un certo effetto vedere il figlio di Antonio Di Pietro - oh yes, proprio il campione dei pesi massimi della legalità e del giustizialismo - sospettato di raccomandazioni varie. Recita il testo dell'informativa legata agli atti: "Di Pietro chiede alcuni interventi di cortesia quali: affidare incarichi a persone da lui segnalate anche al di fuori degli ambiti di competenza istituzionale; affidare incarichi ad architetti da lui indicati e sollecitati anche da Nello Di Nardo; interessi di Cristiano in alcuni appalti e su alcuni fornitori. Naturalmente le sue richieste vengono subito esaudite. "Gli ho dato l'incarico! Poi non l'ho ancora dato a lei! Lo passerò sempre a te e poi ce lo farai avere tu!", gli dice Mautone".

Meno male che a risollevare questo Paese ci pensa Alitalia. Ieri, dal nulla e a ridosso delle festività natalizie, i dipendenti della venerata compagnia di bandiera hanno ben pensato di bloccare Fiumicino: cancellazioni, perdite di bagagli e altri simpatici inconvenienti. Destinati, potete giurarci, a ripetersi anche oggi. Questa è l'Italia. Possiamo aprire un giornale e iniziare a piangere, oppure possiamo farci su una bella risata: le cose stanno così, e credo che non cambieranno mai. Buon Natale, Bel Paese.

21 dicembre 2008

Rovesciamento del regime di Hamas

Lo Stato d'Israele, e un eventuale governo da me presieduto, faranno del rovesciamento del regime di Hamas a Gaza un obiettivo strategico. I mezzi per realizzare tale obiettivo debbono essere militari, economici e diplomatici.
Tzipi Livni,
campagna elettorale

Talkin' Oscar 2008

Anche quest'anno, da qui al 31 dicembre, assegnerò gli Oscar dell'anno. Poche le modifiche rispetto alla scorsa edizione. Ecco le categorie, in ordine di assegnazione:

CALCIO

Squadra dell'anno

Giocatore dell'anno

Allenatore dell'anno


COSTUME E SOCIETA'

Oggetto dell'anno

Coppia dell'anno

Città dell'anno

Tormentone dell'anno


GIORNALISMO

Giornale dell'anno

Radio dell'anno

Tg dell'anno

Trasmissione dell'anno

Sito dell'anno


CULTURA

Romanzo dell'anno

Saggio dell'anno

Film dell'anno

Telefilm dell'anno


POLITICA

Personaggio politico dell'anno

Evento politico dell'anno

Outsider dell'anno

Buon Hanukkah



20 dicembre 2008

Iran, gli studenti si ribellano al regime: ecco le immagini


In Europa siamo ormai assuefatti alle proteste studentesche. Da Roma a Parigi – passando per i violenti scontri di Atene – cortei di studenti riempiono spesso le pagine di cronaca. Garantite dalla Costituzione, le manifestazioni rappresentano una comune (e democratica) espressione di dissenso. Ma le dimostrazioni di piazza e le altre svariate forme di protesta degli studenti europei sono per lo più frutto di ribellismo post adolescenziale, eterodiretto e (im)motivato da quelle presunte cause che a partire dal ’68 hanno già ampiamente dimostrato tutta la loro inconsistenza, foriere solo di nefaste conseguenze.

Di tutt’altro significato e importanza sono invece le proteste che interessano parte degli studenti iraniani: singoli coraggiosi o raccolti in gruppi più numerosi, i dissidenti universitari sono accomunati da un vero desiderio di libertà e democrazia contro l’oppressione ormai trentennale del regime khomeinista. E a sostegno delle loro iniziative – con grande disappunto della mullocrazia al potere – accorre il medium più democratico che ci sia: Internet, capace di diffondere in tutto il mondo quello che i media nazionali vorrebbero nascondere.

A rilanciare in Occidente il caso più clamoroso degli ultimi mesi è stato il Wall Street Journal. "Nell'era digitale", commenta il quotidiano finanziario americano, "siamo in grado di vedere più a fondo" nel mondo delle proteste studentesche: fonte diretta della notizia, in questo caso, è YouTube. Il documento in questione è stato registrato il 9 ottobre nell'aula magna dell'Università di Shiraz: fondato nel 1946, con oltre 13.000 studenti iscritti, oggi è uno dei maggiori atenei pubblici del paese. Il video si apre con uno studente che prende la parola di fronte allo speaker del parlamento – ed ex-negoziatore per la questione nucleare – Ali Larijani, ospite d'onore ad un incontro con gli universitari. E l'approccio è ben diverso da quello dei colleghi che lo hanno preceduto: "Io non le farò una domanda, in quanto non la riconosco come legittimo speaker del parlamento", attacca lo studente, "così come non riconosco la legittimità del parlamento stesso".

La sala comincia a vociare: da un lato i basiji (gli studenti a favore del regime), dall'altro i contestatori dello status quo. Ma l'oratore non si ferma qui: dopo aver ricordato l'eliminazione dei candidati d'opposizione nel corso delle passate elezioni, il ragazzo cerca di elencare ad un attonito Larijani le tre cose che più odia. Primo, "il Presidente Ahmadinejad", secondo "la sua ipocrisia": ma i basiji, a questo punto, riescono ad interrompere la contestazione a suon di urla e slogan. E qui finisce anche il video: "Non conosciamo il nome del ragazzo e quello che gli è successo dopo il 9 ottobre", scrive il "Wall Street Journal", "secondo alcuni iraniani è stato arrestato, secondo altro è sparito dalla circolazione". Resta comunque una prova di grandissimo coraggio: per amore della libertà, lo studente senza nome ha insultato il regime guardandolo direttamente negli occhi. Un atto di eroismo potenzialmente mortale.

Ma il caso segnalato dal "Wall Street Journal" non è una meteora: dopo le repressioni di sei anni fa, la dissidenza studentesca non accenna a diminuire. Teheran, Shiraz, Hamedan: le immagini delle manifestazioni, con tanto di slogan e striscioni "all'europea", riempiono molti canali di YouTube. L'ultimo caso degno di nota risale al 7 dicembre, quando gli universitari hanno celebrato l'annuale "Giornata dello Studente" in ricordo di tre manifestanti uccisi dal governo iraniano nel 1953. Una ricorrenza che al regime ha creato non pochi problemi: migliaia di studenti sono giunti nella capitale da ogni parte del paese, manifestando per la libertà accademica e il rispetto dei diritti umani. Ma anche, ha dichiarato un contestatore a Radio Farda, contro "Ahmadinejad, la Guida Suprema dell'Iran che non accetta le critiche, la repressione delle attività politiche degli studenti universitari e la censura sulla stampa": in altre parole, contro un regime spietato.

Nonostante la manifestazione sia stata posticipata di un giorno – la "Giornata dello Studente", infatti, cade tradizionalmente il 6 dicembre – proprio per evitare attriti, all'Università di Teheran si sono registrati scontri con le forze dell'ordine. Secondo l'Irna, l'agenzia di stampa ufficiale del regime, responsabile dei disordini e dei danni alle strutture dell'Ateneo sarebbe un non meglio precisato "gruppo secessionista"; un'altra agenzia vicina al regime parla invece di anarchici ed estremisti. Diversa la versione dei testimoni e dei protagonisti: a contestare il regime e a forzare il blocco della sicurezza – secondo quanto riportato da Reuters ed altre agenzie – sarebbero stati in realtà centinaia di giovani, e non certo un piccolo gruppo di esagitati. In ogni caso, il regime non è riuscito a silenziare l'accaduto, vista la sua portata, e anche le televisioni hanno trasmesso le immagini delle proteste anti-regime. Due giorni dopo, gli universitari di Teheran hanno replicato le contestazioni.

La domanda che gli analisti si pongono è quanto tali manifestazioni possano incidere sull'equilibrio del regime. Sul "New York Post" – in un articolo pubblicato in italiano da "L'Occidentale" – il giornalista iraninano Amir Taheri scrive che "molti dei gruppi interni ed esterni all'establishment vedono questa nuova campagna come un'opportunità per un rimpasto nel governo o per aprire la via a un cambiamento di regime". Le speranze sono tante, ma i soli studenti "non sono nella posizione di poter fornire l'energia necessaria a un cambiamento significativo": al loro fianco si rende necessario l'ausilio di altri strati sociali. Ma chi potrebbe affiancare gli studenti nella lotta contro il regime? Forse i protagonisti dell'economia iraniana, colpiti dalla crisi internazionale e dalla (disastrosa) gestione finanziaria messa in campo dal governo Ahmadinejad. Le stesse frange della popolazione, insomma, che stanno mettendo a repentaglio la rielezione dell'attuale Presidente in occasione delle ormai prossime elezioni politiche.

Quel che è certo è che tanto Ahmadinejad quanto l'ayatollah Khamenei sono consapevoli dei rischi comportati dalle crescenti voci di dissenso. Non è un caso, infatti, che il tour elettorale dell'attuale Presidente sia stato accompagnato da una vera e propria campagna contro Internet: obiettivo dichiarato, quello di "difendere la comunità dai nemici che usano il web per cercare di invadere la nostra identità religiosa". Tradotto in pratica, nella seconda metà dell'anno l'Iran ha oscurato 5 milioni di siti accusati di diffondere materiale "immorale e antisociale": a questo bisogna aggiungere poi la diminuzione di velocità di navigazione – imposta nel 2006 per contrastare il download di video e canzoni occidentali – e la stretta contro i blogger, spesso arrestati con l'accusa di spionaggio.

Tornando infine alle manifestazioni studentesche, la risposta del regime è venuta dall'Ayatollah Khamenei in persona. Dopo le proteste del 7 e del 9 dicembre, la Guida Suprema dell'Iran si è recata in visita all'Università della Scienza e della Tecnologia di Teheran per parlare agli studenti. Tema dell'incontro, ciò che gli studenti rappresentano per il governo: una risorsa per lo sviluppo tecnologico e scientifico del paese, certo, ma anche una forza per proteggere "la reale identità del sistema islamico" contro "le cospirazioni nemiche". I bravi universitari iraniani – nello spirito della Rivoluzione Islamica – non dovrebbero dunque protestare contro il regime interno, quanto piuttosto contro i nemici storici del paese: Stati Uniti e Israele in testa. Un chiaro tentativo, quello dell'Ayatollah, per riportare le università iraniane sulla "retta via": per Ahmadinejad e Khamenei, episodi come quelli di ottobre e dicembre non dovrebbero più ripetersi. Fortunatamente, però, molti studenti non sembrano pensarla così.

L'Occidentale

19 dicembre 2008

"LA Times" fa piazza pulita



Della crisi della stampa abbiamo parlato in abbondanza. Oggi però scopriamo che il "Los Angeles Times" - che fa parte del gruppo Tribune, vicino alla bancarotta - potrebbe silurare tutti i suoi reporter al di fuori della città. Così almeno mormora "Gawker".

Il Pd è un'amalgama fin qui malriuscita

Il progetto del Pd in questi mesi si è appannato. E non a causa delle correnti. Il Pd è un'amalgama fin qui malriuscita.
Massimo D'Alema,
la forza della verità

Azzeramento della classe dirigente

Sarò lieto di tenere una lezione alla scuola di formazione nel Mezzogiorno a condizione che il Pd si impegni a portare avanti un doveroso percorso di azzeramento della classe dirigente (meridionale e non solo) collusa e compromessa, che negli anni ha purtroppo dimostrato di essere fortemente inadeguata alla realtà territoriale. Solo così tali iniziative potranno finalmente avere un impatto positivo sul territorio e si dimostreranno effettive e volte al cambiamento. La legalità è la premessa assoluta e non la conseguenza della dialettica democratica.
Roberto Saviano,
mette i puntini sulle i

La morte di Gola Profonda



Mark Felt, gola profonda dello scandalo Watergate, è morto all'età di 95 anni. L'ex numero due dell'Fbi aveva guidato le indagini di Bernstein e Woodward - giovani reporter del "Washington Post" - fino alle dimissioni del presidente Nixon, nell'agosto 1974. E' la fonte anonima più celebre della storia.

Convergenze programmatiche

Sento dire in questi giorni che dovremmo rompere con Di Pietro, ma io ho già detto tante volte che ci sono forme diverse di opposizione. L'ho fatto ad aprile, lo abbiamo fatto non aderendo alla manifestazione di piazza Navona e l'ho detto io stesso in una dichiarazione che ha aperto tutti quanti i giornali. Questo non significa che a livello locale non si possano trovare delle convergenze programmatiche, con l'Idv così come l'Udc e il Prc.
Walter Veltroni,
il Pd prosegue sulla via del suicidio

18 dicembre 2008

Lo si sapeva da dieci anni

Al di là delle attuali vicende in corso a Napoli e di come andranno a finire, una cosa va detta: che il centrosinistra avesse relazioni con la criminalità organizzata lo si sapeva da dieci anni. Non a caso la Campania e la Calabria, feudi del centrosinistra, hanno il record per crimini di questo tipo.
Roberto Saviano,
su Tangentopoli 2

17 dicembre 2008

RifoTube

"Il Riformista" sbarca su YouTube. Il direttore, Antonio Polito, presenta il quotidiano del giorno seguente. Domani: tangentopoli, il ritorno.

Person Of The Year 2008



E chi altro, se non lui? Qui "Time" spiega il perchè della scelta, qui intervista il presidente eletto, qui parla il cognato di Obama. Qui, e ho finito, gli sfidanti di Obama per la conquista dell'ambita cover di "Time".

Pd, un partito alla deriva

Al di là della catastrofe elettorale abruzzese, la bufera che si sta abbattendo sul Pd è potenzialmente devastante. Corruzione, tangenti, appalti truccati: ex-Ds ed ex-Margherita sono sotto accusa ovunque, dalla Calabria alla Basilicata, dalla Campania alla Toscana. Presunti innocenti fino a sentenza definitiva, chiaro. Ma politicamente Veltroni deve fare i conti - e al più presto - con un partito alla deriva: con che faccia, senza un duro processo interno, potrà tornare a chiedere il voto degli elettori? Dopo aver sventolato per anni il vessillo della moralità in politica, oggi gli uomini di sinistra appaiono inguaiati quanto (se non più) dei colleghi del Pdl.

Il successo di Antonio Di Pietro si spiega bene con un commento postato da un lettore di Corriere.it: "Veltroni deve capire che le sue sono solo fantasie, fin quando avrà compagni di partito come D'Alema, La Torre, Iervolino, Bassolino, e gli ex DC non potrà mai realizzare il suo progetto politico. Il mio prossimo voto lo darò a Di Pietro, spero che finalmente il Diritto trionfi in Italia". Questo è lo stato d'animo di migliaia di elettori del Pd, questa è la ragione dei successi del partito più giustizialista che ci sia.

Sulla questione, segnalo infine tre editoriali. Quello di Angelo Panebianco ("Corriere della Sera"): "Il riformismo dipende dalla qualità delle policies, delle politiche che si adottano. La ragione per cui il Pd, fin dai suoi primi passi, è stato giudicato da tutti come la sommatoria dei Ds (gli ex Pci) e della Margherita (l’ex sinistra Dc) dipende dal fatto che la sua nascita non ha coinciso, né al centro né alla periferia, con un forte rinnovamento dei gruppi dirigenti". Quello di Ezio Mauro ("La Repubblica"): "L'unico rimedio è uno strappo di innovazione che faccia piazza pulita di vecchi apparati e di metodi ancora più vecchi, renda il partito trasparente, contendibile e aperto a forze davvero nuove nella società, col rischio necessario del ricambio. Per fare questo, serve una classe dirigente coraggiosa e consapevole del pericolo mortale che corre, perché indulgenze e ritardi oggi - quando il Paese in crisi avrebbe bisogno di un pensiero e di una politica davvero alternativi alla destra - sono peggio che errori: sono colpe". E quello di Andrea Romano ("Il Riformista"): "La soluzione esiste e Veltroni la conosce benissimo. Consiste nell’annunciare già oggi che il prossimo candidato premier espresso dal PD non sarà lui né D’Alema, né Rutelli né qualsiasi altro esponente di un gruppo che ha da tempo esaurito la propria capacità di apprendimento e innovazione. E nel dare a questo PD un anno di tempo per discutere a fondo della propria linea e soprattutto della persona che dovrà incarnarla".

I silenzi di un paese intero

Un intervento di Pierluigi Battista sulle leggi razziali e sul silenzio degli italiani del tempo. Battista riprende anche la polemica suscitata dalle parole di Fini alla Camera.

La «non reazione» della Chiesa, certo. Ma nel ’38 e negli anni successivi non reagì, non parlò, non si oppose nessuno. Il silenzio imbarazzato o accondiscendente nei confronti delle leggi razziali promulgate dal fascismo coinvolse cattolici e laici, conservatori e progressisti. Le eccezioni furono rarissime. Gli ebrei vennero lasciati soli, come il padre di Giorgio nel Giardino dei Finzi-Contini di Giorgio Bassani, iscritto al Fascio di Ferrara, volontario nella Prima guerra mondiale.

Nel ’38 il personaggio di Bassani vide improvvisamente la sua famiglia messa ai margini della società, dal partito, dalle biblioteche, dal circolo del tennis, senza che nessuno, ma proprio nessuno spendesse una parola contro la discriminazione. Vittorio Foa, che mai recriminò contro i coetanei che facevano carriera mentre lui languiva nelle prigioni fasciste, verso la fine della sua vita ruppe il suo riserbo («non so bene perché diavolo lo faccio ») e scrisse: «Non uno di quegli illustri antifascisti aveva detto una sola parola contro la cacciata degli ebrei dalle scuole, dalle università, dal lavoro, contro quella che è stata un’immonda violenza». Dieci anni fa Giulio Andreotti si chiese perché non si fossero avviate indagini critiche «sul comportamento di senatori come Croce, De Nicola, Albertini, Frassati, che disertarono la seduta del 20 dicembre 1938 facendo passare senza opposizione la legislazione antisemita ». Vero.

Ma non risultano commenti altrettanto indignati di Andreotti sulle accuse che padre Agostino Gemelli, Presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, mosse nel ’39 all’indirizzo degli ebrei, «popolo deicida» che «va ramingo per il mondo » a scontare le conseguenze di quell’«orribile delitto ». E a proposito di Croce fa molta impressione leggere, nel libro L’espulsione degli ebrei dalle accademie italiane di Annalisa Capristo, l’elenco degli intellettuali che risposero con zelo ed entusiasmo al censimento per identificare «i membri di razza ebraica delle Accademie, degli Istituti e delle Associazioni di scienze, lettere ed arti che cesseranno di far parte di dette istituzioni». Bastava una compilazione burocratica e svogliata dei moduli, per chi non avesse avuto il coraggio di sottrarsi a quel compito infame. E invece i Giorgio Morandi e i Gianfranco Contini, i Roberto Longhi e i Natalino Sapegno, i Nicola Abbagnano e gli Antonio Banfi, gli Alessandro Passerin d’Entrèves e i Giuseppe Siri (e centinaia con loro, illustri come loro) vollero sfoggiare «l’aggiunta di esplicite dichiarazioni antisemite sotto forma di precisazioni ai vari quesiti tenuti nella scheda». Da Luigi Einaudi, che sottolineò orgoglioso «l’appartenenza alla religione cattolica ab immemorabile», a Ugo Ojetti, che fu puntuale fino alla pignoleria: «Cattolico romano, dai dieci ai sedici anni ho servito tutte le domeniche».

Solitaria eccezione, appunto, quella di Benedetto Croce, che rispedì al mittente i moduli della vergogna con impareggiabile sarcasmo: «L’unico effetto della richiesta dichiarazione sarebbe di farmi arrossire, costringendo me, che ho per cognome CROCE, all’atto odioso e ridicolo insieme di protestare che non sono ebreo, proprio quando questa gente è perseguitata». Era già una «persecuzione »: ci voleva poco a capirlo, malgrado i risibili rosari autoassolutori del «non sapemmo » e del «non capimmo». Mentre Alberto Moravia implorava le autorità fasciste perché gli venisse data la possibilità di continuare a scrivere sulle riviste («sono cattolico fin dalla nascita, mio padre è israelita, ma mia madre è di sangue puro »), Guido Piovene recensiva rapito Contra Judeos di Telesio Interlandi.

Il giovane cattolico Gabriele De Rosa (in un «libercolo » che lo storico decenni dopo avrebbe definito «goffo e scriteriato ») inveiva contro «il focolare ebraico» in Palestina, alimentato dal popolo responsabile della crocifissione di Gesù Cristo. Il giovane Giorgio Bocca discettava sui pericoli del piano ebraico di conquista del mondo rivelata dai (falsi) Protocolli dei savi Anziani di Sion. Giulio Carlo Argan, colto collaboratore del regime per la difesa dei beni culturali e artistici, in una corrispondenza del 1939 dagli Stati Uniti dissertava sull’influenza del «potentissimo elemento ebraico» in America. Una fornitissima appendice documentaria apparsa nella seconda edizione del «lungo viaggio» di Ruggero Zangrandi «attraverso il fascismo» descrisse nel 1962 l’ampiezza del consenso servile degli intellettuali alla politica antisemita del regime, ricostruito per la prima volta in quegli stessi anni da Renzo De Felice nella Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo. Rosetta Loy, nel suo libro La parola ebreo, ha definito la «Difesa della Razza» una «rivista dalla grafica aggressiva e anticonvenzionale che aveva tra i suoi finanziatori la Banca Commerciale ».

Sandro Gerbi ha confermato che sul quindicinale fossero comparsi «talvolta avvisi pubblicitari della Comit, del credito Italiano, della Ras, dell’Ina e via dicendo», precisando però che quelle inserzioni erano il frutto di «chiare direttive "superiori" del Minculpop e non di scelte autonome e di dirigenti delle singole aziende». Non furono scelte «autonome». Ma furono o no, anch’esse, l’esito di una tacita «non reazione»? «Non reagirono» gli scrittori che, come è documentato dall’Elenco di Giorgio Fabre, non si rifiutarono di firmare i manuali e le antologie scolastiche al posto degli autori ebrei il cui nome era ostracizzato e dannato. Non reagirono i docenti universitari che ereditarono le cattedre lasciate vacanti dai colleghi estromessi a causa della legislazione antisemita. Roberto Finzi ha rivelato che per Ernesto Rossi, in carcere, la cacciata dei docenti ebrei avrebbe rappresentato «una manna per tutti i candidati che si affolleranno ora ai concorsi». Rossi non si sbagliava: l’«affollamento » fu macroscopico, corale, macchiato solo da qualche residuale caso di coscienza.

Un capitolo controverso di viltà collettiva che faticherà a chiudersi anche nell’Italia democratica. Alberto Cavaglion ha ricordato che la cattedra di letteratura italiana sottratta ad Attilio Momigliano sotto l’effetto delle leggi razziali «dopo la fine della guerra sarà sdoppiata perché fosse restituita a chi era stato illegittimamente cacciato, ma anche per non scomodare chi al suo posto era tranquillamente subentrato». Chi, in altre parole, non aveva «reagito» nel ’38 e negli anni successivi non perderà la cattedra. E del resto le leggi razziali saranno completamente e radicalmente soppresse solo nel 1947, con una lentezza che forse tradì il turbamento per non aver saputo contrastare, coralmente e individualmente, l’abiezione della legislazione antiebraica. La vergogna per non aver «reagito»: con poche, ammirevoli, sporadiche eccezioni.

Pierluigi Battista
(C) Corriere della Sera

Lo sciopero dell'ananas

Suggerisco di cominciare lo sciopero dell'ananas e preferire, per il pranzo di Natale, qualcuno degli oltre 2.500 prodotti tipici di questa stagione.

16 dicembre 2008

Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica

La loro odiosa iniquità si rivelò in particolare contro gli ebrei che avevano aderito al fascismo. Ma l'ideologia fascista da sola non spiega l'infamia. C'è da chiedersi perché la società italiana si sia adeguata, nel suo insieme, alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica.
Gianfranco Fini,
nel 70° anniversario delle leggi razziali

La carriera politica

Adesso, ripensandoci, mi sfugge onestamente il vero motivo per cui non potrei intraprendere la carriera politica. So esprimermi e mastico politica da quando ero una ragazzina, anzi anche prima. Mio padre mi dava il biberon e mi parlava di grandi idealità. Una volta cresciuta, mi portava con lui a manifestare il 25 aprile.
Alba Parietti,
non esclude di correre per il Pd

14 dicembre 2008

Bush e la scarpa assassina

David Letterman con Fabio Fazio

Povera Rai, se il presidente Petruccioli confonde David Letterman con Fabio Fazio. Se Fazio continua a confondere la bellezza con l'idea che i perbene hanno della bellezza. Se anche i perbene restano allibiti davanti al riportone di Donald Trump. Se i reality invitano il marito di Ivana Trump (che scandalo!) e Fazio invita Mr Trump, in persona, in uno dei più lussuosi ristoranti di New York e toccherà a noi pagare il conto.

12 dicembre 2008

Non sottovalutate Al Qaeda

BHL il terrorismo islamico lo conosce bene ("Chi ha ucciso Daniel Pearl?", Rizzoli 2003). Queste sono le sue considerazioni sugli attentati di Mumbai, sul rapporto tra India e Pakistan e su al-Qaeda oggi.

Decisamente, il mondo è fatto male, deve dirsi Asif Ali Zardari, vedovo di Benazir Bhutto e presidente del Pakistan: è proprio quando cerca di modernizzare il proprio Paese, giusto quando vorrebbe cominciare a interrompere il doppio gioco degli anni Musharraf ed è sulla soglia del processo di pace con l'India, di cui ha preso l'iniziativa, che accade il dramma di Mumbai. Ma purtroppo i fatti sono questi. E se gli autori della carneficina sono effettivamente legati, come sembra, al Lashkar-e-Toiba, occorre trarne fin d'ora un certo numero di conclusioni, terribili, ma senza appello.

1) Il Lashkar-e-Tobia, con il Lashkar-e-Jhangvi, il Jaish-e-Mohamed e l'Harkat-e-Mujahiddin, è uno dei gruppi jihadisti che conobbi durante il mio lavoro su Daniel Pearl e che indubbiamente sono basati in Pakistan: che abbia dovuto reclutare sicari locali, che per eseguire il crimine si sia appoggiato a una logistica indiana e abbia, nella stessa India, nell'immensa comunità musulmana che si ritiene, non senza ragione, discriminata dalla maggioranza indù, dei «corrispondenti» ideologici o religiosi, è probabile. In compenso, non c'è quasi più dubbio che l'iniziativa, la strategia, i soldi siano venuti dal Pakistan.

2) Il Lashkar-e-Tobia, lungi dal concentrarsi soltanto sulla causa dell'indipendenza del Kashmir, come si usa dire tanto per sentirsi rassicurati, e lungi, soprattutto, dall'esistere solo nelle famose «zone tribali» di frontiera dell'Afghanistan e del Pakistan, ufficialmente ingovernabili, è un gruppo che si propaga ovunque, a vasto spettro politico, che dispone di militanti in tutte le città del Paese: a Peshawar, certo, a Muzaffarabad, ma anche a Lahore, a Karachi, la capitale economica, dove la sua presenza era chiara, durante la mia inchiesta, nella moschea di Binori Town, nel cuore della città; o anche a Rawalpindi, la città gemella di Islamabad, dove innumerevoli erano le moschee, le madrasse, addirittura gli alberghi, in cui i suoi assassini si sentivano come pesci nell'acqua.

3) Il Lashkar-e-Tobia, fin dalla sua creazione, è legato all'Isi, il temibile servizio segreto che è come uno Stato nello Stato all'interno del Pakistan, e le cui trame sfuggono, in buona parte, al controllo del potere politico: questo legame, evidentemente, non è confessato. Come dopo l'11 settembre, si può anche interdire ufficialmente il Lashkar, che si è poi ricostituito sotto il nuovo nome – lo stesso ancora oggi – di Jama'at-ud-Dawa; ma, dal rapimento di Daniel Pearl all'attacco, nel luglio del 2005, nello Stato di Uttar Pradesh, del tempio indù di Ayodhya, oltre a tante altre operazioni, più modeste, condotte in territorio pachistano, le prove abbondano sia del finanziamento sia della strumentalizzazione tecnica del gruppo da parte di un'ala dell'Isi acquisita alle tesi della jihad.

4) Peggio ancora, il Lashkar, come avevo mostrato nel «Chi ha ucciso Daniel Pearl?» (Rizzoli, 2003), è il gruppo con cui ha simpatizzato a lungo l'inventore della bomba atomica pachistana, Abdul Qadeer Khan, il quale, come ormai sappiamo, ha trascorso una buona quindicina d'anni a far traffico dei propri segreti con Libia, Nord Corea, Iran e, forse, Al Qaeda: par di sognare, ma è proprio così. Il Pakistan è un luogo molto speciale dove l'uomo in questione, perfettamente libero dei propri movimenti, visto che di recente è stato ammesso, sotto scorta dell'Isi, nell'ospedale più lussuoso di Karachi, può essere al tempo stesso il padre del programma nucleare del proprio Paese e il simpatizzante di un gruppo islamico la cui ultima manifestazione si è conclusa con un bilancio provvisorio di 172 morti e parecchie centinaia di feriti.

5) Questo gruppo è uno degli elementi costitutivi di quello che viene chiamato Al Qaeda: infatti, si ha un bel dire che Al Qaeda da molto tempo è soltanto una «sigla»; si ha un bel dire e ripetere che è semplicemente l'emblema di organizzazioni locali e indipendenti le une dalle altre; resta il fatto che esiste (o, se si preferisce, è esistito) un «Fronte internazionale islamico per la jihad contro Stati Uniti e Israele», che è (o è stato) una sorta di costellazione di atomi aggregati attorno a un nucleo centrale; e resta il fatto che questi atomi sono in maggior parte basati nella nuova zona di tempeste formata da Afghanistan, Bangladesh, Pakistan. Una menzione speciale, quindi, all'organizzazione responsabile del massacro di Mumbai.

Insomma, voglio credere sulla parola al presidente Zardari quando, tre giorni dopo la carneficina, in un impeto di collera che sembra sincero ma che, d'improvviso, sembra una confessione, dice con forza al Financial Times: «Anche se questi attivisti sono legati al Lashkar-e-Toiba, chi credete che noi combattiamo?». Purtroppo, il problema è più grande di lui. Come il suo predecessore, egli non ha i mezzi per spezzare le reni all'esercito del crimine pachistano né, ancor meno, di rompere i legami che lo ricollegano alla faccia scura della propria amministrazione. Siamo di fronte a una sfida, la più spaventosa della nostra epoca, di cui era tempo che, al di là della regione stessa, prendesse coscienza l'intera comunità internazionale.

Bernard-Henri Lévy
(C) Corriere della Sera