30 gennaio 2009

Erdogan come l'Annunziata

Davos World Economic Forum, dibattito su Gaza tra Erdogan e Peres. Erdogan attacca Israele, Peres risponde. Poi Erdogan si alza, e se ne va. Santoro non era il moderatore.

Olmert: “Via i coloni dalla West Bank e Gerusalemme Est ai palestinesi”

Mentre vacilla la tregua tra Israele e Hamas – i miliziani palestinesi hanno ucciso un militare israeliano, Tel Aviv ha risposto con nuovi bombardamenti – “Yediot Ahronot” lancia una notizia destinata a riaprire i tavoli diplomatici. Ehud Olmert, premier israeliano ad interim, avrebbe offerto al presidente dell’Anp Abu Mazen il ritiro di 60.000 coloni dalla Cisgiordania. Secondo il principale quotidiano israeliano – che include nell'offerta israeliana anche la sovranità palestinese su Gerusalemme Est – Olmert avrebbe poi discusso la questione con George Mitchell, nuovo inviato di Barack Obama in Medio Oriente. La notizia irrompe negli ultimi giorni di campagna elettorale: a guidare i sondaggi è il leader del Likud Benjamin Netanyahu, fortemente contrario alle concessioni territoriali ipotizzate dall’attuale premier.

La notizia dell’offerta di Olmert è arrivata in contemporanea con la visita in Israele e nei territori da parte di George Mitchell. Inviato del presidente americano Barack Obama, Mitchell avrà nei prossimi anni – insieme al segretario di Stato Hillary Clinton – un ruolo fondamentale nel processo di pace tra israeliani e palestinesi: già mediatore della Walt Disney in una disputa legale, a livello politico Mitchell ha avuto un ruolo di primo piano nella pacificazione dell'Irlanda. La speranza di Barack Obama, che lo ha posto in una posizione tanto delicata, è che la sua proverbiale pazienza possa risollevare il dialogo tra le parti dopo l’esaurimento dello spirito di Annapolis.

Il viaggio di questi giorni – mercoledì Mitchell ha incontrato Ehud Olmert e il presidente Shimon Peres, giovedì si è recato nei territori palestinesi da Abu Mazen e Salam Fayyad – è servito a presentarsi e a conoscere le posizioni dei propri interlocutori. E proprio di fronte ai leader israeliani – che hanno ribadito la determinazione a rispondere agli attacchi di Hamas, legando il futuro della tregua allo stop del traffico delle armi nella Striscia e al rilascio di Gilad Shalit – Mitchell è venuto a conoscenza dell'offerta di Ehud Olmert al presidente dell'Anp Abu Mazen.

Secondo Yediot Ahronot, Olmert avrebbe parlato con l'inviato americano del ritiro di 60.000 coloni dalla West Bank e del passaggio di Gerusalemme Est sotto il controllo palestinese; i luoghi santi, nei piani di Olmert, dovrebbero essere posti sotto il controllo internazionale. Sul fronte dei rifugiati del 1948, invece, resta la contrarietà israeliana al loro ritorno nello Stato ebraico. Yediot Ahronot conclude affermando che sarebbero stati Abbas e il negoziatore palestinese Qureia a non voler firmare tale accordo con Israle, ritenuto inaffidabile vista la prossimità delle elezioni israeliane (e dunque del cambio di leadership). Mark Regev, portavoce di Olmert, non ha confermato né smentito le rivelazioni del giornale.

La presunta offerta di Olmert giunge poi in concomitanza con i richiami del movimento “Pace Adesso”, attento alla questione degli insediamenti sin dagli anni Settanta. In un rapporto di fresca pubblicazione, l'associazione accusa il governo Olmert di aver esteso le colonie israeliane in Cisgiordania: secondo il segretario del movimento, Yariv Oppenheimer, “il governo uscente Kadima-Olmert rappresenta una grande delusione per quanto concerne il congelamento dei progetti edili in Cisgiordania”. Secondo i coloni, però, i dati forniti da Pace Adesso sono imprecisi: l'idea è quella di rispondere quanto prima con un contro-documento destinato proprio all'inviato Mitchell. La tesi sostenuta dai residenti è che il ritiro dal West Bank “consentirebbe a Hamas di sparare razzi su tutti i principali centri urbani di Israele”, esattamente come è avvenuto in seguito al ritiro da Gaza.

La questione degli insediamenti israeliani, del resto, è da anni al centro del conflitto israelo-palestinese. Le sue radici affondano nel 1967: con la Guerra dei Sei Giorni, Israele conquista i territori della West Bank, Gerusalemme Est, la Striscia di Gaza, il Sinai e le alture del Golan. La questione dei Territori palestinesi entra allora nel vivo del dibattito: che fare? Amministrare temporaneamente questi territori? Occuparli? Annetterli? Dalla fine degli anni Settanta, sotto il governo Begin, il numero degli insediamenti cresce e nascono i primi centri urbani. Tra espansioni (in Cisgiordania) e ritiri (l'ultimo, in ordine di tempo, da Gaza), il problema degli insediamenti si è protratto sino ad oggi: la stessa Condoleezza Rice, segretario di Stato di George W. Bush e protagonista del vertice di Annapolis, ha spesso e volentieri invitato Israele a ritirare i coloni dalla Cisgiordania per andare incontro alle legittime richieste dell'Autorità Nazionale Palestinese. Sulla stessa posizione, afferma chi lo conosce bene, si collocherà anche l'inviato di Obama George Mitchell.

Ad affrontare seriamente la questione degli insediamenti e dei futuri trattati di pace, però, non sarà il premier Olmert: dal 10 febbraio, la pratica passerà infatti nelle mani del suo successore. I progetti di Olmert – indicativi di quella che potrebbe essere la posizione di Kadima, anche se difficilmente potrà permettersi simili aperture in campagna elettorale – valgono dunque fino a un certo punto: tutto dipenderà da chi governerà gli israeliani nei prossimi anni. In caso di vittoria della Livni – anche se in queste settimane sta cercando di mostrarsi più dura di quanto sia stata in passato – è probabile che il ritiro (e la spinosa questione di Gerusalemme Est) vengano presi seriamente presi in considerazione. In caso di vittoria del Likud, però, difficilmente Israele si mostrerebbe così disponibile.

Il leader del Likud, Benjamin Netanyahu – che guida i sondaggi, rafforzato dal mancato completamento dell'offensiva di Gaza – è sempre stato molto chiaro: ritirarsi non è la soluzione e Gerusalemme Est non sarà mai sotto controllo palestinese. La sua idea, rafforzata dalla presa del potere di Hamas nella Striscia, è che ritirare i coloni rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza dei cittadini israeliani: come è stato per Gaza, infatti, altri territori potrebbero diventare roccaforti di Hamas e dei suoi razzi. L'equazione terra in cambio di pace, sotto un governo Netanyahu, sarebbe dunque di più difficile attuazione. A meno che, come sostengono alcuni politici e osservatori israeliani, l'amministrazione Obama – unita all'Autorità Palestinese di Abu Mazen – non metta il Likud con le spalle al muro: concessioni territoriali o isolamento diplomatico. Scenari, al momento, ancora prematuri.

L'Occidentale

29 gennaio 2009

Absolute support

The conduct of the new administration when it comes to Israel is ... one of absolute support. I have not sensed until now that there is any difference between the two [U.S.] administrations.
Hassan Nasrallah,
Obama come Bush

Farebbero meglio ad andarsene via

I preti che negano l'Olocausto, che negano le camere a gas, farebbero bene a togliersi di dosso quell'abito e se qualcuno di questi si trova in Veneto, è il caso di Don Abrahamowicz, farebbero meglio ad andarsene via, magari rifugiandosi in uno dei campi di sterminio nazisti.
Giancarlo Galan,
presidente del Veneto

Lefebvriani, da Williamson a Treviso

Ormai citare i lefebvriani è come sparare sulla Croce Rossa. Ma dopo Mr. Williamson, "La Tribuna di Treviso" è andata a intervistare un lefebvriano nostrano: si chiama don Floriano Abrahamowicz e anche le sue affermazioni non sono niente male.

Camere a Gas: "Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perchè non ho approfondito la questione. So che, accanto a una versione ufficiale, esiste un'altra versione basata sulle osservazioni dei primi tecnici alleati che sono entrati nei campi".

Numero dei morti: "Le vittime potevano essere anche più di 6 milioni. Anche nel mondo ebraico le cifre hanno un valore simbolico. Papa Ratzinger dice che anche una sola persona uccisa ingiustamente è troppo, è come dire che uno è uguale a 6 milioni. Andare a parlare di cifre non cambia niente rispetto all'essenza del genocidio, che è sempre un'esagerazione". Però, attenzione: "I numeri derivano da quello che il capo della comunità ebraica tedesca disse agli angloamericani subito dopo la liberazione. Nella foga ha sparato un cifra. Ma come poteva sapere? Per lui la questione importante era che queste vittime sono state uccise ingiustamente per motivi religiosi. La critica che si può fare al modo in cui in cui viene gestita la tragedia dell'Olocausto sta nel dare ad essa una supremazia in confronto ad altri genocidi".

Paragoni tra genocidi: "Se monsignor Williamson avesse negato alla televisione il genocidio di un milione e 200mila armeni da parte dei turchi, non penso che tutti i giornali avrebbero parlato delle sue dichiarazioni nei termini in cui lo stanno facendo ora. Chi ha mai parlato del genocidio anglo-americano nel bombardamento delle città tedesche? Chi ha mai parlato di Churchill che ha ordinato il bombardamento al fosforo di Dresda, dove non c'erano solo moltissimi civili, ma anche molti soldati alleati? Chi ha parlato dell'aviazione inglese, che ha ucciso nei bombardamenti delle città centinaia di migliaia di civili?".

L'immancabile "genocidio di Gaza" (sempre duro a morire, al pari dei Protocolli dei Savi di Sion), pari ad Auschwtiz: "E gli israeliani non possono mica dirmi che il genocidio che loro hanno subito dai nazisti è meno grave di quello di Gaza, perchè loro hanno fatto fuori qualche migliaio di persone, mentre i nazisti ne hanno fatti fuori 6 milioni. È qui che do la colpa all'ebraismo che esaspera invece di onorare decentemente le vittime del genocidio".

E per finire, il classico uso dell'Olocausto per perseguire gli sporchi piani sionisti: "È come se nella storia vi sia stato un solo genocidio: quello ebraico durante la seconda guerra mondiale. Sembra che si possa dire tutto quello che si vuole su tutti gli altri popoli sterminati, ma nessuno oggi a livello mondiale ha parlato nei termini in cui si sta parlando ora dopo le dichiarazioni di Williamson".

Iraq, 4.000 donne candidate per dimenticare Saddam

Le file davanti ai seggi scortati dai militari, le dita colorate di viola a suggellare il voto: era il 2005, e la popolazione irachena sperimentava le prime elezioni democratiche dalla caduta del regime di Saddam Hussein. Questa settimana si replica: sabato saranno chiamati alle urne circa 15 milioni di iracheni, mentre la fase iniziale delle operazioni di voto – per militari, poliziotti, detenuti e disabili – è già partita. I candidati per la costituzione dei consigli provinciali sono 14.431: di questi, 3.921 sono donne che hanno sfidato minacce e intimidazioni. Gli sciiti del sud, intanto, si trovano di fronte a un bivio: recarsi alle urne o intraprendere il pellegrinaggio alla città santa di Kerbala?

Il gran giorno delle elezioni è fissato per sabato 31 gennaio: dalle 7 del mattino alle 5 del pomeriggio, milioni di iracheni saranno chiamati alle urne per eleggere i consigli di 14 delle 18 province irachene. Gli aventi diritto potranno esprimere le proprie preferenze in 7000 seggi, secondo un sistema definito "a lista aperta": diversamente da quanto accaduto nel 2005, questa volta i cittadini – oltre a votare la lista favorita – potranno anche esprimere una preferenza sui singoli candidati. Per vigilare saranno messi in campo circa 60.000 osservatori, tutti locali: le elezioni provinciali di sabato, infatti, saranno anche le prime interamente gestite dagli iracheni per mezzo della Commissione elettorale indipendente (IHEC, istituita nel maggio 2007). Ieri, intanto, hanno iniziato a votare alcune categorie speciali di elettori (per un totale di 614.998 aventi diritto): si tratta disabili, detenuti con pene lievi, militari e mezzo milione di agenti di polizia che sabato saranno chiamati a vigilare fuori e dentro i seggi.

L'attesa da parte della popolazione è alta. I muri delle città sono tappezzati di manifesti, i candidati si sono fatti pubblicità anche attraverso gli sms e la campagna elettorale – che termina ufficialmente oggi – è stata tranquilla: a differenza di quanto temevano i militari iracheni e statunitensi, infatti, nelle ultime settimane non si è registrato un aumento delle violenze. Il più chiaro segnale di entusiasmo in vista delle consultazioni, però, è rappresentato dal numero dei partiti e dei candidati: si sono registrati 427 "entità politiche", di cui 161 individui e 266 partiti. Il totale dei candidati – sintomo di forte adesione da parte della popolazione alla ricostruzione politica dell'Iraq – è di 14.431: di questi, quasi 4000 sono donne.

Tra i tanti primati di queste elezioni – grande partecipazione popolare, freno delle violenze, gestione completamente irachena – quello delle 3.921 donne è senza dubbio il più sorprendente. Per una donna, candidarsi pubblicamente in Iraq significa infatti mettere a repentaglio la propria vita, scontrandosi con intimidazioni e minacce da parte dei gruppi più radicali. La televisione saudita al Arabiya ha intervistato Ramana Malallah (lista "Congresso Nazionale Iracheno") a Kerbala: "Sui manifesti elettorali non ci sono immagini delle candidate" denuncia la donna, "perchè gli uomini – che qui hanno il potere – lo hanno impedito". Spostandosi a Diwaniyeh (180 km a sud di Bagdad), la storia non cambia: l'insegnante Hna'a Khadim (lista "Insegnanti Iracheni") ha denunciato "la sistematica rimozione dei poster delle candidate donne" al Commissariato per le elezioni. "Questi atti succedono solo con noi donne" commenta Maha al Buderi (lista "Civili"): la spiegazione, conclude Ban al Samarrai (candidata per la lista dell'ex premier Ayad al Allawi), è che "la gente è molto conservatrice e per rispetto alla sensibilità dominante ho fatto a meno di pubblicare una mia immagine".

Le elezioni provinciali, comunque, non saranno un banco di prova solo per le donne. Il primo a mettersi in gioco – anche in vista delle elezioni nazionali – è lo stesso premier Nuri al-Maliki: la sua speranza è quella di rafforzarsi politicamente, strappando province attualmente controllate dai rivali. Considerato inizialmente un leader debole, Maliki sembra essersi riabilitato con l'annuncio del ritiro statunitense ed in seguito alla repressione delle milizie politiche e religiose. Sabato dovrà però fare i conti con il suo maggior avversario sciita, quel Consiglio sapremo islamico iracheno che controlla gran parte delle province del sud. La sfida di Maliki è quella di convincere gli iracheni della propria forza e autorità, garantendo però l'espressione e la tutela delle diversità regionali e provinciali.

Al centro dell'attenzione ci sarà infine la sicurezza: dopo una campagna elettorale relativamente tranquilla, i militari dovranno fisicamente proteggere gli iracheni in fila ai seggi. Per gli americani – che hanno iniziato il ritiro dei 140.000 militari presenti sul territorio – si tratta di un test importante in vista del passaggio di consegne alle forze dell'ordine nazionali, addestrate nel corso degli ultimi anni. Tra le province più a rischio c'è quella di Diyala, che il "New York Times" descrive come "un microcosmo del Paese: sciiti e sunniti, curdi e arabi, agricoltori e professori". Secondo Ibrahim Bachilan, attualmente a capo del consiglio provinciale di Diyala, "circa il 30% della provincia è sotto il controllo di al-Qaeda". Senza contare la difficilissima convivenza tra le diverse anime della popolazione, chiamata alle urne per esprimere democraticamente la propria volontà.

Nelle elezioni irachene, infine, non poteva mancare il fattore religioso. A questo proposito, migliaia di sciiti del sud si trovano di fronte alla scelta tra le urne e il pellegrinaggio alla città santa di Kerbala: portare a termine la manifestazione religiosa, infatti, renderebbe impossibile raggiungere i seggi entro i termini stabiliti. Secondo Mohammed Ali, un pellegrino intervistato dalla Reuters, "Kerbala è più importante delle elezioni, e comunque non ho visto nessun candidato che mi ispiri fiducia. Non ho ancora un lavoro dopo le ultime elezioni". Il pellegrinaggio – evento molto importante per gli sciiti – segna i 40 giorni di lutto per la morte di Imam Hussein, nipote del profeta Maometto ucciso in battaglia nel VII secolo. Non mancano comunque i fedeli che non rinunceranno alle elezioni: Mohammed Ibrahim, un altro pellegrino, spiega che "cammineremo finché potremo, poi torneremo in dietro"; sulla stessa linea Riyad Ali: "Vale la pena tornare indietro, così potremo cambiare lo stato delle cose in Iraq".

L'Occidentale

28 gennaio 2009

L'Obama italiano secondo Zoro

Un Obama italiano? Zoro ci ha provato, con scarsi risultati.

Così Bartali in bici portava ai conventi i documenti salva-ebrei

Andrea Garibaldi racconta sul "Corriere" la bella storia di Bartali al tempo dell'Olocausto.

Suor Alfonsina e suor Eleonora guardavano fuori, attraverso le fessure della Ruota degli Innocenti, e vedevano due gambe muscolose che uscivano da un paio di pantaloni attillati e corti. Sussurravano un nome, «Bartali», perché la fama aveva valicato le mura del monastero di San Quirico, clausura per clarisse. Gino Bartali, che aveva vinto il Giro d'Italia nel '36 e nel '37 e il Tour nel '38, per almeno 40 volte, dopo l'8 settembre 1943, salì a San Quirico in Assisi, tra San Francesco e il Vescovado, con la sua Legnano rossa e verde. Nascosti nella canna, sotto il sellino o dentro le impugnature del manubrio, portava foto e documenti di ebrei. Documenti da falsificare, per permettere le fughe. Partiva da Firenze, faceva più di 200 chilometri di strade secondarie e di montagna, addosso una maglia con scritto «Bartali».

Qualche volta lo fermarono, i tedeschi, a un posto di blocco, ma finiva che gli facevano domande di ciclismo. A San Quirico Bartali consegnava alla madre superiora carte e foto, che poi venivano portate in una tipografia, lì dietro, tre minuti di buon passo. Gli ebrei ottenevano così le identità necessarie a circolare e a raggiungere l'Abruzzo, oltre la linea Gustav, nell'Italia già liberata. Il primogenito di Bartali, Andrea, è andato ad Assisi, ha ritrovato le suorine, utranovantenni, e i luoghi di queste imprese non sportive del padre. È andato a ricercare la tipografia, ha trovato al suo posto uno degli innumerevoli negozi di souvenir di Assisi, ma dentro c'era ancora la stampatrice che servì a salvare le vite di centinaia di ebrei. E lo stesso percorso era già stato compiuto da Riccardo Nencini, presidente del Consiglio regionale toscano, segretario del Partito socialista e nipote del campione che fu considerato l'erede di Bartali, Gastone Nencini: «La nuova madre superiora ci fece leggere il diario della superiora di quei tempi, dove erano annotate le visite di Bartali», racconta. E Andrea Bartali dice: «A proposito delle polemiche su Pio XII e gli ebrei, io credo che fosse necessario il permesso papale per far entrare uomini in un convento di clausura».

Bartali era un militante dell'Azione cattolica e tramite monsignor Elia Dalla Costa entrò in contatto con l'organizzazione Delasem, che assisteva i profughi ebrei. Talvolta, a metà strada tra Firenze e Assisi, fermava la bici alla stazione di Terontola. Come in un film, il suo arrivo calamitava le persone presenti, i soldati tedeschi e italiani intervenivano per disperdere l'assembramento e gruppi di ebrei e di perseguitati politici venivano fatti salire sui treni. Quest'anno, in quella stazione, è stata scoperta una lapide in ricordo di Bartali. «Prima dei viaggi verso Assisi — racconta Andrea Bartali — papà aveva fatto molti "allenamenti" andando in bicicletta da Firenze fino a Genova. A Genova gli venivano consegnati dei fondi che venivano da conti depositati in Svizzera da ebrei di tutto il mondo e lui li portava a Firenze».

Il presidente Ciampi diede la medaglia d'oro al merito civile a Bartali per aver protetto l'esistenza di almeno 800 ebrei.

Andrea Garibaldi
(C) Corriere della Sera

Provocare il diritto all'autodifesa

Purtroppo i leader di Hamas sembrano essere convinti che sia nel loro interesse provocare il diritto all'autodifesa invece di creare un miglior futuro per la gente di Gaza.
Hillary Clinton,
sulla rottura del cessate il fuoco a Gaza

Hamas, censure e minacce nella Striscia

Lorenzo Cremonesi racconta la censura nella Striscia di Gaza.

Le immagini erano forti. Il 28 dicembre, all’inizio dei bombardamenti israeliani su Gaza, vengono colpite ripetutamente le palazzine di Saraia, la prigione più importante. Accorre una troupe di giornalisti locali impiegati dalla tv araba del Qatar, Al Jazeera. E filmano in diretta: le fiamme, i danni, i morti e i feriti. Improvvisamente dalle macerie fumanti cominciano ad emergere decine di militanti di Fatah, che da mesi erano tenuti segretamente nelle celle. «Hamas criminali, assassini, venduti. Volevano farci morire sotto le bombe sioniste», gridano furiosi. Molti sono feriti, shoccati. I giornalisti mandano in onda. Ma poco dopo arrivano negli studi di Al Jazeera i militanti di Hamas e chiedono che le trasmissioni vengano interrotte. «Non si possono mostrare le divisioni interne», dichiarano. Lo stesso avviene per Al Arabia, l’emittente del Dubai. Qui però riescono a trasmetterlo onda più volte. «Non sono filo-Hamas come Al Jazeera», dicono polemici i reporter pro-Fatah.

CENSURA - Censure simili si ripetono quando i giornalisti della Striscia intervistano civili che inveiscono contro Hamas con l’accusa di essere stati usati come «scudi umani». Oppure quando si cercano verifiche indipendenti del numero delle vittime. O, ancora peggio, quando incontrano persone che criticano apertamente «questa guerra suicida». Il loro numero è palesemente in aumento. C’è stato a Gaza subito dopo il cessate il fuoco un momento di confusione che ricorda ciò che avvenne in Iraq nel periodo seguente la fine dell’attacco americano. L’autorità centrale era caduta e la popolazione si sentiva più libera di parlare. Ma è un momento che qui sembra stare già tramontando. E a farne le spese resta in prima linea la libertà di stampa. Attenzione: non è molto diverso per i giornalisti di Hamas sotto l’autorità di Abu Mazen in Cisgiordania e non lo era per loro neppure a Gaza sino alle elezioni del gennaio 2006, quando Fatah era il padrone. Pure a Gaza sotto i riflettori oggi il peso della censura è particolarmente oppressivo.

MINACCE - I 29 reporter di Wafa, la vecchia agenzia stampa dell’Olp, ricevono il salario da Ramallah, ma non possono lavorare. Il loro posto è stato preso dalla nuova agenzia di Hamas, Al Bajan. Lo stesso vale per la ventina che lavorano nelle due radio pro-Fatah, Al Hurra e Shabiba. Salim Nafar, poeta noto per i suoi legami con la sinistra laica, è stato minacciato di morte. Saed Swerki, l’autore oggi quarantenne di una controversa opera teatrale, Watan, che nel 2007 non esitava a condannare le follie della guerra civile interpalestinese, è stato censurato. Prima che scoppiasse il conflitto, il parlamento di Gaza stava per approvare la «legge della punizione» mirata a colpire chi offende «gli interessi dello Stato». Commenta Saek Abu Suliman, noto docente di letteratura araba alla locale università Al Azar: «Siamo sempre più sotto un regime totalitario che cerca di imporre la sharia, la legge islamica. Trionfa il regno del silenzio». Così diventa difficile investigare il vero numero dei morti tra i guerriglieri della «muhamawa», la resistenza.

CADAVERI - Girano con insistenza notizie che ci sarebbero ancora decine, se non centinaia, di cadaveri sepolti nei tunnel bombardati da Israele nella parte settentrionale e orientale della striscia. I giornalisti parlano di «bilanci di sangue imposti dall’alto» e di «cimiteri e fosse comuni segrete», un po’ come avveniva in Libano dopo la guerra con Israele nel 2006. Ancora oggi nessuno sa quale sia il vero numero degli Hezbollah morti. «Siamo come sotto il regime di Saddam Hussein», dicono i reporter più arrabbiati. Nessuno è pronto a dare il suo nome. Hanan Musri, nota corrispondente locale di Al Arabia, è come in attesa di giudizio. Durante la guerra disse in diretta che i missili di Hamas venivano sparati dal loro edificio, dai trenta piani del palazzo Shuruk, nel centro di Gaza city. Ma adesso un altro, grave problema preoccupa le decine di giornalisti che da tempo hanno i loro uffici nello Shuruk. Vi sono tra l’altro le sedi di Abu Dhabi tv, Reuters, Nbc, Sky, diverse emittenti libanesi. Negli ultimi giorni all’ultimo piano si è installata infatti la sede di «Al Aqsa», la televisione di Hamas.

NESSUNA ALTERNATIVA - «Per noi non ci sono alternative. Questo posto non è più sicuro. Israele potrebbe bombardarlo in ogni momento. Dobbiamo andarcene», dicono tra gli altri i colleghi della Reuters. Timori più che comprensibili. «Il quartier generale di Al Aqsa venne colpito da Israele nelle prime ore dei bombardamenti e una delle nostre tre postazioni mobili fu distrutta da un missile pochi giorni dopo nelle vicinanze dello Shifah Hospital», conferma il vicedirettore dell’emittente, il 28enne Mohammad Thuraia. Tra parentesi, alle giornaliste palestinesi che vengono a intervistarlo lui chiede con ferma cortesia che mettano il velo sulla testa, «per difendere la loro moralità». Anche in questo caso l’esperienza libanese docet. Ancora nel 2006 i caccia israeliani si accanirono più volte contro le stazioni di «Al Manar», la televisione di Hezbollah. E i suoi giornalisti si ritengono tutt’ora a rischio. Del resto qui fanno ben poco per nascondere le loro simpatie per la jihad, guerra santa, ad oltranza. Aggiunge Thuraia come se fosse la verità più evidente della terra: «Ogni guerra di liberazione ha un prezzo. Ci saranno ancora tante vittime purtroppo. La guerra è appena iniziata. Dopo ogni tregua ricominceremo il conflitto perché gli ebrei sono in essenza traditori, non sanno mantenere gli impegni, lo dice anche il Corano. Ma non abbiamo paura, Allah ci aiuta e la nostra religione è di conforto. Alla fine gli ebrei se ne andranno dalle nostre terre e, magari non mio figlio Alì di 5 anni, ma i miei nipoti vedranno la libertà».

Lorenzo Cremonesi
(C) Corriere della Sera

27 gennaio 2009

La vergogna della Martani

Daniela Martani - "Che Guevara" delle proteste contro Cai, ora nella casa del Grande Fratello - rischia il licenziamento. Ieri, Alessia Marcuzzi l'ha avvertita: Cai vuole farti fuori. Reazione (oltre alle lacrime): "Non ho avuto la possibilità di chiedere l'aspettativa né ad Alitalia che stava chiudendo né a Cai che stava aprendo, ma è chiaro che è quello che vorrei fare. Con il mio avvocato avevamo pensato di chiedere la cassa integrazione volontaria come primo step e come secondo l'aspettativa. Le polemiche le immaginavo, ma la protesta che ho fatto in quei giorni caldi era vera così come la voglia di coronare il mio sogno di bambina di lavorare in tv".

Ora, la Martani faccia il grande piacere di coronare il suo sogno con i soldi suoi, non con quelli dei contribuenti che pagano la cassa integrazione. O fai la soubrette o fai la hostess, punto. Onore a Signorini, che le ha spiattellato in faccia la semplice verità: "Secondo me tu sei una grande opportunista: hai deciso di tenere il piede in due staffe, cassa integrazione e Grande Fratello. La cassa integrazione è pagata con i soldi dei contribuenti e in più, facendo così, ne privi un povero cristo che magari ha una famiglia da mantenere". Parole sante.

27 gennaio



Buchenwald concentration camp
13.04.1945


Margaret Bourke-White
(C) Life Magazine

26 gennaio 2009

Netanyahu si rafforza, vira al centro e guarda a Barak

"Piombo fuso" ha distolto l'attenzione dei media da una scadenza fondamentale. Il 10 febbraio, infatti, gli elettori israeliani saranno chiamati alle urne per rinnovare la Knesset e dare un successore al premier dimissionario Ehud Olmert. Ma se i sondaggi segnalano l'avanzata dei partiti di destra, la campagna elettorale ha ancora molto da dire: tanto la guerra di Gaza quanto l'elezione di Barack Obama, infatti, potrebbero incidere notevolmente sulle scelte degli elettori. E la partita per la formazione del nuovo governo – con la scelta degli alleati da parte del nuovo premier – è ancora tutta da giocare.

Per comprendere l'orientamento dell'elettorato, partiamo dai sondaggi. Gli ultimi rilevamenti di Maariv/Teleseker (23 gennaio) assegnano 28 seggi al Likud (Netanyahu), 24 a Kadima (Livni), 16 al Labour (Barak) e Yisrael Beiteinu (Lieberman). Uno scenario simile a quello prospettato da Yedioth/Dahaf (23 gennaio): 29 seggi al Likud, 25 a Kadima, 17 al Labour e 14 a Yisrael Beiteinu. A guerra conclusa, insomma, lo scenario è chiaro: a fronte di un'avanzata di Netanyahu e di Lieberman – il leader di una formazione di estrema destra –, il partito centrista di Kadima è quello che risente maggiormente sul piano delle intenzioni di voto. Motivo? Gli israeliani – che in grande maggioranza hanno sostenuto l'operazione militare contro Hamas – sentono che il lavoro a Gaza non è stato finito. E sanno bene che è stata proprio Tzipi Livni (leader di Kadima) ad aver lavorato per mettere fine a "Piombo fuso", evitando la terza fase del conflitto caldeggiata da Olmert e dallo Shin Bet.

Se stiamo agli umori dell'elettorato – e dunque alla probabile vittoria del Likud, unita al buon risultato di Yisrael Beiteinu – l'esito naturale delle elezioni sarebbe un governo presieduto da Netanyahu, con Lieberman come principale alleato. Tale sodalizio, però, è difficilmente realizzabile: oltre che troppo sbilanciato a destra, infatti, il partito di estrema destra è stato recentemente investito da svariate polemiche. Domenica, poi, sette membri di Ysrael Beiteinu (compresa la figlia del leader) sono stati prelevati e interrogati dalla polizia: l'accusa che pende sul partito di Lieberman – a sole due settimane dalle elezioni – è quella di corruzione e frode. Al di là delle inchieste, comunque, di questi tempi i rapporti tra Likud e Ysrael Beiteinu non sono certo idilliaci: sabato il candidato del Likud Moshe Yaalon, ex-capo dell'esercito, ha dichiarato di provare paura davanti a Lieberman e alle sue affermazioni estremiste.

Ma se le elezioni del 10 febbraio non porteranno a un governo sbilanciato a destra, il motivo principale resta l'insediamento del presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Appena entrato alla Casa Bianca, Obama ha infatti preannunciato un forte impegno per risolvere il decennale conflitto israelo-palestinese; e il primo leader mondiale a ricevere una sua telefonata è stato il presidente dell'Anp Abu Mazen: dimostrazione, secondo molti israeliani, della minore indulgenza che gli Stati Uniti mostreranno nei confronti della Stato ebraico. In vista della futura (e inevitabile) collaborazione con l'amministrazione Obama, dunque, Netanyahu sa di dover riequilibrare il suo governo verso sinistra. Una strategia che Yossi Verter ha illustrato con chiarezza sul quotidiano Haaretz: "L'obiettivo strategico di Netanyahu, se eletto, è di imbarcare il Labour e Kadima (o uno dei due partiti) nel suo governo, come giubbotto protettivo anti-Obama".

Piuttosto che ad un'alleanza con lo scomodo Lieberman, Netanyahu pensa insomma ad un governo con il Labour. Contro questa eventualità, però, remano alcuni membri del partito di Barak: a fronte di quello che reputano un'inevitabile scontro tra Obama e Netanyahu, parte del Labour crede che sia meglio riabilitarsi all'opposizione per poi – in caso di crisi – rimpiazzare il Likud al governo, insieme a Kadima. Ed è proprio il partito della Livni a sostenere con forza l'incompatibilità tra Netanyahu e Barack Obama. Secondo il quotidiano "Haaretz", Kadima starebbe addirittura pensando di utilizzare nei propri spot degli estratti dal libro "The Missing Peace" di Dennis Ross, ex-inviato speciale in Medio Oriente di Bill Clinton e possibile diplomatico di Obama: nel saggio, Benjamin Netanyahu è viene definito "insopportabile".

Ma al di là dei futuri scenari governativi, i protagonisti della politica israeliana si trovano alle prese con gli ultimi giorni di campagna elettorale. Il Likud di Netanyahu, primo partito nelle intenzioni di voto, cercherà di mantenere il vantaggio respingendo le accuse di Kadima e mostrando un profilo centrista all'amministrazione Obama; anche il Labour, che dalla guerra di Gaza sembra aver guadagnato qualche seggio, attuerà una strategia di contenimento: una buona affermazione elettorale darebbe a Barak maggior potere contrattuale, tanto con Netanyahu quanto con la Livni. Lieberman, che da "Piombo fuso" ha tratto i maggiori benefici elettorali, dovrà invece evitare che una bufera giudiziaria riduca i 14-16 seggi che potrebbe conquistare secondo gli ultimi sondaggi.

A inseguire, dunque, è Kadima. L'immagine di Tzipi Livni è stata sciupata dall'operazione militare nella Striscia di Gaza: gli israeliani chiedono un premier più duro e deciso di quanto il ministro degli Esteri sia apparso nelle ultime tre settimane. In questo contesto si spiega l'intervista rilasciata dalla Livni a Channel 1: la leader di Kadima ha dichiarato infatti di essere pronta ad ulteriori bombardamenti sulla Striscia, per evitare il traffico di armi dall'Egitto. Allo stesso tempo, però, ha anche cercato di sfruttare l'insediamento di Obama parlando di "comuni interessi e valori" tra Israele e Stati Uniti: "Israele dovrà decidere se stare dalla parte di coloro che promuovono il dialogo o da quella che lo rifiuta; diversamente vi sarà un'inevitabile frattura con gli Stati Uniti". L'elezione di Obama, insomma, renderebbe invitabile la scelta di Kadima da parte degli israeliani: un discorso chiaro ma rischioso, che potrebbe spingere molti indecisi a respingere il "ricatto" e a votare Likud. O Yisrael Beiteinu, senza troppo badare alle inchieste giudiziarie.

L'Occidentale

22 gennaio 2009

"Così i guerriglieri di Hamas ci hanno utilizzato come bersagli"

Dopo la guerra, qualcuno inizia a parlare. Nella Striscia di Gaza, Lorenzo Cremonesi incontra alcuni palestinesi: uso deliberato (e forzato) dei civili da parte di Hamas, clima di terrore, esecuzioni sommarie e un numero di morti che potrebbe essere non superiore ai 500-600 (gran parte dei quali militanti di Hamas con tanto di mitra). A parlare, anche in questo caso, sono dei palestinesi: parole molto diverse da quelle che i media ("Anno Zero" in testa) ci hanno propinato finora.

GAZA - «Andatevene, andatevene via di qui! Volete che gli israeliani ci uccidano tutti? Volete veder morire sotto le bombe i nostri bambini? Portate via le vostre armi e i missili», gridavano in tanti tra gli abitanti della striscia di Gaza ai miliziani di Hamas e ai loro alleati della Jihad islamica. I più coraggiosi si erano organizzati e avevano sbarrato le porte di accesso ai loro cortili, inchiodato assi a quelle dei palazzi, bloccato in fretta e furia le scale per i tetti più alti. Ma per lo più la guerriglia non dava ascolto a nessuno. «Traditori. Collaborazionisti di Israele. Spie di Fatah, codardi. I soldati della guerra santa vi puniranno. E in ogni caso morirete tutti, come noi. Combattendo gli ebrei sionisti siamo tutti destinati al paradiso, non siete contenti di morire assieme?». E così, urlando furiosi, abbattevano porte e finestre, si nascondevano ai piani alti, negli orti, usavano le ambulanze, si barricavano vicino a ospedali, scuole, edifici dell’Onu.

In casi estremi sparavano contro chi cercava di bloccare loro la strada per salvare le proprie famiglie, oppure picchiavano selvaggiamente. «I miliziani di Hamas cercavano a bella posta di provocare gli israeliani. Erano spesso ragazzini, 16 o 17 anni, armati di mitra. Non potevano fare nulla contro tank e jet. Sapevano di essere molto più deboli. Ma volevano che sparassero sulle nostre case per accusarli poi di crimini di guerra», sostiene Abu Issa, 42 anni, abitante nel quartiere di Tel Awa. «Praticamente tutti i palazzi più alti di Gaza che sono stato colpiti dalle bombe israeliane, come lo Dogmoush, Andalous, Jawarah, Siussi e tanti altri avevano sul tetto le rampe lanciarazzi, oppure punti di osservazione di Hamas. Li avevano messi anche vicino al grande deposito Onu poi andato in fiamme E lo stesso vale per i villaggi lungo la linea di frontiera poi più devastati dalla furia folle e punitiva dei sionisti», le fa eco la cugina, Um Abdallah, 48 anni. Usano i soprannomi di famiglia. Ma forniscono dettagli ben circostanziati. E’ stato difficile raccogliere queste testimonianze. In generale qui trionfa la paura di Hamas e imperano i tabù ideologici alimentati da un secolo di guerre con il "nemico sionista".

Chi racconta una versione diversa dalla narrativa imposta dalla «muhamawa» (la resistenza) è automaticamente un «amil», un collaborazionista e rischia la vita. Aiuta però il recente scontro fratricida tra Hamas e Olp. Se Israele o l’Egitto avessero permesso ai giornalisti stranieri di entrare subito sarebbe stato più facile. Quelli locali sono spesso minacciati da Hamas. «Non è un fatto nuovo, in Medio Oriente tra le società arabe manca la tradizione culturale dei diritti umani. Avveniva sotto il regime di Arafat che la stampa venisse perseguitata e censurata. Con Hamas è anche peggio», sostiene Eyad Sarraj, noto psichiatra di Gaza city. E c’è un altro dato che sta emergendo sempre più evidente visitando cliniche, ospedali e le famiglie delle vittime del fuoco israeliano. In verità il loro numero appare molto più basso dei quasi 1.300 morti, oltre a circa 5.000 feriti, riportati dagli uomini di Hamas e ripetuti da ufficiali Onu e della Croce Rossa locale. «I morti potrebbero essere non più di 500 o 600. Per lo più ragazzi tra i 17 e 23 anni reclutati tra le fila di Hamas che li ha mandati letteralmente al massacro», ci dice un medico dell’ospedale Shifah che non vuole assolutamente essere citato, è a rischio la sua vita. Un dato però confermato anche dai giornalisti locali: «Lo abbiamo già segnalato ai capi di Hamas. Perché insistono nel gonfiare le cifre delle vittime? Strano tra l’altro che le organizzazioni non governative, anche occidentali, le riportino senza verifica. Alla fine la verità potrebbe venire a galla. E potrebbe essere come a Jenin nel 2002. Inizialmente si parlò di 1.500 morti. Poi venne fuori che erano solo 54, di cui almeno 45 guerriglieri caduti combattendo».

Come si è giunti a queste cifre? «Prendiano il caso del massacro della famiglia Al Samoun del quartiere di Zeitun. Quando le bombe hanno colpito le loro abitazioni hanno riportato che avevano avuto 31 morti. E così sono stati registrati dagli ufficiali del ministero della Sanità controllato da Hamas. Ma poi, quando i corpi sono stati effettivamente recuperati, la somma totale è raddoppiata a 62 e così sono passati al computo dei bilanci totali», spiega Masoda Al Samoun di 24 anni. E aggiunge un dettaglio interessante: «A confondere le acque ci si erano messe anche le squadre speciali israeliane. I loro uomini erano travestiti da guerriglieri di Hamas, con tanto di bandana verde legata in fronte con la scritta consueta: non c’è altro Dio oltre Allah e Maometto è il suo Profeta. Si intrufolavano nei vicoli per creare caos. A noi è capitato di gridare loro di andarsene, temevamo le rappresaglie. Più tardi abbiamo capito che erano israeliani». E’ sufficiente visitare qualche ospedale per capire che i conti non tornano. Molti letti sono liberi all’Ospedale Europeo di Rafah, uno di quelli che pure dovrebbe essere più coinvolto nelle vittime della «guerra dei tunnel» israeliana. Lo stesso vale per il “Nasser” di Khan Yunis. Solo 5 letti dei 150 dell’Ospedale privato Al-Amal sono occupati. A Gaza city è stato evacuato lo Wafa, costruito con le donazioni «caritative islamiche» di Arabia Saudita, Qatar e altri Paesi del Golfo, e bombardato da Israele e fine dicembre. L’istituto è noto per essere una roccaforte di Hamas, qui vennero ricoverati i suoi combattenti feriti nella guerra civile con Fatah nel 2007. Gli altri stavano invece allo Al Quds, a sua volta bombardato la seconda metà settimana di gennaio.

Dice di questo fatto Magah al Rachmah, 25 anni, abitante a poche decine di metri dai quattro grandi palazzi del complesso sanitario oggi seriamente danneggiato. «Gli uomini di Hamas si erano rifugiati soprattutto nel palazzo che ospita gli uffici amministrativi dello Al Quds. Usavano le ambulanze e avevano costretto ambulanzieri e infermieri a togliersi le uniformi con i simboli dei paramedici, così potevano confondersi meglio e sfuggire ai cecchini israeliani». Tutto ciò ha ridotto di parecchio il numero di letti disponibili tra gli istituti sanitari di Gaza. Pure, lo Shifah, il più grande ospedale della città, resta ben lontano dal registrare il tutto esaurito. Sembra fossero invece densamente occupati i suoi sotterranei. «Hamas vi aveva nascosto le celle d’emergenza e la stanza degli interrogatori per i prigionieri di Fatah e del fronte della sinistra laica che erano stato evacuati dalla prigione bombardata di Saraja», dicono i militanti del Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina. E’ stata una guerra nella guerra questa tra Fatah e Hamas. Le organizzazioni umanitarie locali, per lo più controllate dall’Olp, raccontano di «decine di esecuzioni, casi di tortura, rapimenti nelle ultime tre settimane» perpetrati da Hamas. Uno dei casi più noti è quello di Achmad Shakhura, 47 anni, abitante di Khan Yunis e fratello di Khaled, braccio destro di Mohammad Dahlan (ex capo dei servizi di sicurezza di Yasser Arafat oggi in esilio) che è stato rapito per ordine del capo della polizia segreta locale di Hamas, Abu Abdallah Al Kidra, quindi torturato, gli sarebbe stato strappato l’occhio sinistro, e infine sarebbe stato ucciso il 15 gennaio.

Lorenzo Cremonesi
(C) Corriere della Sera

21 gennaio 2009

E vissero tutti felici e contenti...



Sembra una fiaba.

President Obama

There was no shortage of powerful imagery on Barack Obama’s Inauguration Day, starting with the confident man who defied all political conventions — that he was too young, too inexperienced, too black or not black enough — to stand on the steps of the Capitol and take the oath of office in a city and a country that are still racially divided in many shameful ways.

And there was the crowd that for a day, and we hope much longer, defied those divisions. By the hundreds of thousands they came from every part of a nation that has rarely been in such peril and yet is so optimistic about its new leader.

In his Inaugural Address, President Obama gave them the clarity and the respect for which all Americans have hungered. In about 20 minutes, he swept away eight years of President George Bush’s false choices and failed policies and promised to recommit to America’s most cherished ideals.

With Mr. Bush looking on (and we’d like to think feeling some remorse), President Obama declared: “On this day, we gather because we have chosen hope over fear, unity of purpose over conflict and discord. On this day, we come to proclaim an end to the petty grievances and false promises, the recriminations and worn- out dogmas that for far too long have strangled our politics.”

The speech was not programmatic, nor was it filled with as much soaring language as F.D.R.’s first Inaugural Address or John Kennedy’s only one. But it left no doubt how Mr. Obama sees the nation’s problems and how he intends to fix them and, unlike Mr. Bush, the necessary sacrifices he will ask of all Americans.

The American story “has not been the path for the faint-hearted, for those who prefer leisure over work, or seek only the pleasures of riches and fame,” he said.

Just as he reshaped the Democratic Party to win its nomination, and the American electorate to defeat John McCain, Mr. Obama said he intended to reshape government so it will truly serve its citizens.

“The question we ask today is not whether our government is too big or too small, but whether it works, whether it helps families find jobs at a decent wage, care they can afford, a retirement that is dignified,” he said.

Mr. Obama was unsparing in condemning the failed ideology of uncontrolled markets. He said the current economic crisis showed how “without a watchful eye, the market can spin out of control” and that the nation has to extend the reach of prosperity to “every willing heart, not out of charity, but because it is the surest route to our common good.”

Mr. Obama also did not shrink from the early criticism of his ambitious economic recovery plan. Rather, he said the “state of our economy calls for action, bold and swift,” to build roads and bridges and electrical power and digital networks, to transform schools, and “harness the sun and the winds and the soil to fuel our cars and run our factories.”

After more than seven years of Mr. Bush’s using fear and xenophobia to justify a disastrous and unnecessary war, and undermine the most fundamental American rights, it was exhilarating to hear Mr. Obama reject “as false the choice between our safety and our ideals.”

Instead of Mr. Bush’s unilateralism, Mr. Obama said the United States is “ready to lead once more,” by making itself a “friend of each nation and every man, woman and child who seeks a future of peace and dignity.” He said “our power alone cannot protect us, nor does it entitle us to do as we please.” Mr. Obama told the Muslim world that he wants “a new way forward, based on mutual interest and mutual respect.”

Mr. Obama was steely toward those “who seek to advance their aims by inducing terror and slaughtering innocents.” He warned them that “our spirit is stronger and cannot be broken; you cannot outlast us, and we will defeat you.” But where Mr. Bush painted this as an epochal, almost biblical battle between America and those who hate us and “who hate freedom,” Mr. Obama also offered to “extend a hand if you are willing to unclench your fist.”

As the day continued with a parade and parties and balls, the image that stayed with us was the way the 44th president managed to embrace the symbolism and rise above it. It filled us with hope that with Mr. Obama’s help, this battered nation will be able to draw together and mend itself.

(C) The New York Times

Il primo discorso del Presidente Obama

Concittadini, oggi sono qui di fronte a voi con umiltà di fronte all'incarico, grato per la fiducia che avete accordato, memore dei sacrifici sostenuti dai nostri antenati. Ringrazio il presidente Bush per il suo servizio alla nostra nazione, come anche per la generosità e la cooperazione che ha dimostrato durante questa transizione.

Sono quarantaquattro gli americani che hanno giurato come presidenti. Le parole sono state pronunciate nel corso di maree montanti di prosperità e in acque tranquille di pace. Ancora, il giuramento è stato pronunciato sotto un cielo denso di nuvole e tempeste furiose. In questi momenti, l'America va avanti non semplicemente per il livello o per la visione di coloro che ricoprono l'alto ufficio, ma perché noi, il popolo, siamo rimasti fedeli agli ideali dei nostri antenati, e alla verità dei nostri documenti fondanti. Così è stato. Così deve essere con questa generazione di americani.

Che siamo nel mezzo della crisi ora è ben compreso. La nostra nazione è in guerra, contro una rete di vasta portata di violenza e odio. La nostra economia è duramente indebolita, in conseguenza dell'avidità e dell'irresponsabilità di alcuni, ma anche del nostro fallimento collettivo nel compiere scelte dure e preparare la nazione a una nuova era. Case sono andate perdute; posti di lavoro tagliati, attività chiuse. La nostra sanità è troppo costosa, le nostre scuole trascurano troppi; e ogni giorno aggiunge un'ulteriore prova del fatto che i modi in cui usiamo l'energia rafforzano i nostri avversari e minacciano il nostro pianeta.

Questi sono indicatori di crisi, soggetto di dati e di statistiche. Meno misurabile ma non meno profondo è l'inaridire della fiducia nella nostra terra: la fastidiosa paura che il declino dell'America sia inevitabile, e che la prossima generazione debba ridurre le proprie mire. Oggi vi dico che le sfide che affrontiamo sono reali. Sono serie e sono molte. Non saranno vinte facilmente o in un breve lasso di tempo. Ma sappi questo, America: saranno vinte. In questo giorno, ci riuniamo perché abbiamo scelto la speranza sulla paura, l'unità degli scopi sul conflitto e la discordia. In questo giorno, veniamo per proclamare la fine delle futili lagnanze e delle false promesse, delle recriminazioni e dei dogmi logori, che per troppo a lungo hanno strangolato la nostra politica.

Rimaniamo una nazione giovane, ma, nelle parole della Scrittura, il tempo è venuto di mettere da parte le cose infantili. Il tempo è venuto di riaffermare il nostro spirito durevole; di scegliere la nostra storia migliore; di riportare a nuovo quel prezioso regalo, quella nobile idea, passata di generazione in generazione: la promessa mandata del cielo che tutti sono uguali, tutti sono liberi, e tutti meritano una possibilità per conseguire pienamente la loro felicità.

Nel riaffermare la grandezza della nostra nazione, capiamo che la grandezza non va mai data per scontata. Bisogna guadagnarsela. Il nostro viaggio non è mai stato fatto di scorciatoie o di ribassi. Non è stato un sentiero per i deboli di cuore, per chi preferisce l’ozio al lavoro, o cerca solo i piaceri delle ricchezze e della celebrità. E’ stato invece il percorso di chi corre rischi, di chi agisce, di chi fabbrica: alcuni celebrato ma più spesso uomini e donne oscuri nelle loro fatiche, che ci hanno portato in cima a un percorso lungo e faticoso verso la prosperità e la libertà.

Per noi hanno messo in valigia le poche cose che possedevano e hanno traversato gli oceani alla ricerca di una nuova vita.

Per noi hanno faticato nelle fabbriche e hanno colonizzato il West; hanno tollerato il morso della frusta e arato il duroterreno.

Per noi hanno combattuto e sono morti in posti come Concord e Gettysburg, la Normandia e Khe Sahn.

Ancora e ancora questi uomini e queste donne hanno lottato e si sono sacrificati e hanno lavorato fino ad avere le mani in sangue, perché noi potessimo avere un futuro migliore. Vedevano l’America come più grande delle somme delle nostre ambizioni individuali, più grande di tutte le differenze di nascita o censo o partigianeria.

Questo è il viaggio che continuiamo oggi. Rimaniamo il paese più prosperoso e più potente della Terra. I nostri operai non sono meno produttivi di quando la crisi è cominciata. Le nostre menti non sono meno inventive, i nostri beni e servizi non meno necessari della settimana scorsa o del mese scorso o dell’anno scorso. Le nostre capacità rimangono intatte. Ma il nostro tempo di stare fermi, di proteggere interessi meschini e rimandare le decisioni sgradevoli, quel tempo di sicuro è passato. A partire da oggi, dobbiamo tirarci su, rimetterci in piedi e ricominciare il lavoro di rifare l’America.

Perché ovunque guardiamo, c’è lavoro da fare. Lo stato dell’economia richiede azioni coraggiose e rapide, e noi agiremo: non solo per creare nuovi lavori ma per gettare le fondamenta della crescita. Costruiremo le strade e i ponti, le reti elettriche, le linee digitali per nutrire il nostro commercio e legarci assieme. Ridaremo alla scienza il posto che le spetta di diritto e piegheremo le meraviglie della tecnologia per migliorare le cure sanitarie e abbassarne i costi. Metteremo le briglie al sole e ai venti e alla terra per rifornire le nostre vetture e alimentare le nostre fabbriche. E trasformeremo le nostre scuole e i college e le università per soddisfare le esigenze di una nuova era. Tutto questo possiamo farlo. E tutto questo faremo.

Ci sono alcuni che mettono in dubbio l’ampiezza delle nostre ambizioni, che suggeriscono che il nostro sistema non può tollerare troppi piani grandiosi. Hanno la memoria corta. Perché hanno dimenticato quanto questo paese ha già fatto: quanto uomini e donne libere possono ottenere quando l’immaginazione si unisce a uno scopo comune, la necessità al coraggio.

Quello che i cinici non riescono a capire è che il terreno si è mosso sotto i loro piedi, che i diverbi politici stantii che ci hanno consumato tanto a lungo non hanno più corso. La domanda che ci poniamo oggi non è se il nostro governo sia troppo grande o troppo piccolo, ma se funziona: se aiuta le famiglie a trovare lavori con stipendi decenti, cure che possono permettersi, unapensione dignitosa. Quando la risposta è sì, intendiamo andareavanti. Quando la risposta è no, i programmi saranno interrotti. E quelli di noi che gestiscono i dollari pubblici saranno chiamati a renderne conto: a spendere saggiamente, a riformare le cattive abitudini, e fare il loro lavoro alla luce del solo, perché solo allora potremo restaurare la fiducia vitale fra un popolo e il suo governo.

Né la domanda è se il mercato sia una forza per il bene o per il male. Il suo potere di generare ricchezza e aumentare la libertànon conosce paragoni, ma questa crisi ci ha ricordato che senza occhi vigili, il mercato può andare fuori controllo, e che unpaese non può prosperare a lungo se favorisce solo i ricchi. Il successo della nostra economia non dipende solo dalle dimensioni del nostro prodotto interno lordo, ma dall’ampiezza della nostra prosperità, dalla nostra capacità di ampliare le opportunità a ogni cuore volonteroso, non per beneficenza ma perché è la via più sicura verso il bene comune.

Per quel che riguarda la nostra difesa comune, respingiamo come falsa la scelta tra la nostra sicurezza e i nostri ideali. I Padri Fondatori, di fronte a pericoli che facciamo fatica a immaginare, prepararono un Carta che garantisse il rispetto della legge e i diritti dell’uomo, una Carta ampliata con il sangue versato da generazioni. Quegli ideali illuminano ancora il mondoe non vi rinunceremo in nome del bisogno. E a tutte le persone e i governi che oggi ci guardano, dalle capitali più grandi al piccolo villaggio in cui nacque mio padre, dico: sappiate che l’America è amica di ogni nazione e di ogni uomo, donna e bambino che cerca un futuro di pace e dignità, e che siamo pronti di nuovo a fare da guida.

Ricordate che le generazioni passate sconfissero il fascismo e il comunismo non solo con i carri armati e i missili, ma con alleanze solide e convinzioni tenaci. Capirono che la nostra forza da sola non basta a proteggerci, né ci dà il diritto di fare come ci pare. Al contrario, seppero che il potere cresce quando se ne fa un uso prudente; che la nostra sicurezza promana dal fatto che la nostra causa giusta, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell’umiltà e della moderazione.

Noi siamo i custodi di questa eredità. Guidati ancora una volta da questi principi, possiamo affrontare quelle nuove minacce cherichiedono sforzi ancora maggiori - e ancora maggior cooperazione e comprensione fra le nazioni. Inizieremo a lasciare responsabilmente l’Iraq al suo popolo, e a forgiare una pace pagata a caro prezzo in Afghanistan. Insieme ai vecchi amici e agli ex nemici, lavoreremo senza sosta per diminuire la minaccia nucleare, e allontanare lo spettro di un pianeta surriscaldato. Non chiederemo scusa per la nostra maniera di vivere, né esiteremo a difenderla, e a coloro che cercano di ottenere i loro scopi attraverso il terrore e il massacro di persone innocenti, diciamo che il nostro spirito è più forte e non potrà essere spezzato. Non riuscirete a sopravviverci, e vi sconfiggeremo.

Perché sappiamo che il nostro multiforme retaggio è una forza, non una debolezza: siamo un Paese di cristiani, musulmani, ebrei e indù - e di non credenti; scolpiti da ogni lingua e cultura, provenienti da ogni angolo della terra. E dal momento che abbiamo provato l’amaro calice della guerra civile e della segregazione razziale, per emergerne più forti e più uniti, non possiamo che credere che odii di lunga data un giorno scompariranno; che i confini delle tribù un giorno si dissolveranno; che mentre il mondo si va facendo più piccolo, la nostra comune umanità dovrà venire alla luce; e che l’America dovrà svolgere un suo ruolo nell’accogliere una nuova era di pace.

Al mondo islamico diciamo di voler cercare una nuova via di progresso, basato sull’interesse comune e sul reciproco rispetto. A quei dirigenti nel mondo che cercano di seminare la discordia, o di scaricare sull’Occidente la colpa dei mali delle loro società, diciamo: sappiate che il vostro popolo vi giudicherà in base a ciò che siete in grado di costruire, non di distruggere. A coloro che si aggrappano al potere grazie alla corruzione, all’inganno, alla repressione del dissenso, diciamo: sappiate che siete dalla parte sbagliata della Storia; ma che siamo disposti a tendere la mano se sarete disposti a sciogliere il pugno.

Ai popoli dei Paesi poveri, diciamo di volerci impegnare insieme a voi per far rendere le vostre fattorie e far scorrere acque pulita; per nutrire i corpi e le menti affamate. E a quei Paesi che come noi hanno la fortuna di godere di una relativa abbondanza, diciamo che non possiamo più permetterci di essere indifferenti verso la sofferenza fuori dai nostri confini; né possiamo consumare le risorse del pianeta senza pensare alle conseguenze. Perché il mondo è cambiato, e noi dobbiamo cambiare insieme al mondo.

Volgendo lo sguardo alla strada che si snoda davanti a noi, ricordiamo con umile gratitudine quei coraggiosi americani che in questo stesso momento pattugliano deserti e montagne lontane. Oggi hanno qualcosa da dirci, così come il sussurro che ci arriva lungo gli anni dagli eroi caduti che riposano ad Arlington: rendiamo loro onore non solo perché sono custodi della nostra libertà, ma perché rappresentano lo spirito di servizio, la volontà di trovare un significato in qualcosa che li trascende. Eppure in questo momento - un momento che segnerà una generazione - è precisamente questo spirito che deve animarci tutti.

Perché, per quanto il governo debba e possa fare, in definitiva sono la fede e la determinazione del popolo americano su cui questo Paese si appoggia. E’ la bontà di chi accoglie uno straniero quando le dighe si spezzano, l’altruismo degli operai che preferiscono lavorare meno che vedere un amico perdere il lavoro, a guidarci nelle nostre ore più scure. E’ il coraggio del pompiere che affronta una scala piena di fumo, ma anche la prontezza di un genitore a curare un bambino, che in ultima analisi decidono il nostro destino.

Le nostre sfide possono essere nuove, gli strumenti con cui le affrontiamo possono essere nuovi, ma i valori da cui dipende il nostro successo - il lavoro duro e l’onestà, il coraggio e il fair play, la tolleranza e la curiosità, la lealtà e il patriottismo - queste cose sono antiche. Queste cose sono vere. Sono state la quieta forza del progresso in tutta la nostra storia. Quello che serve è un ritorno a queste verità. Quello che ci è richiesto adesso è una nuova era di responsabilità - un riconoscimento, da parte di ogni americano, che abbiamo doveri verso noi stessi, verso la nazione e il mondo, doveri che non accettiamo a malincuore ma piuttosto afferriamo con gioia, saldi nella nozione che non c’è nulla di più soddisfacente per lo spirito, di più caratteristico della nostra anima, che dare tutto a un compito difficile.

Questo è il prezzo e la promessa della cittadinanza.

Questa è la fonte della nostra fiducia: la nozione che Dio ci chiama a forgiarci un destino incerto. Questo il significato della nostra libertà e del nostro credo: il motivo per cui uomini e donne e bambine di ogni razza e ogni fede possono unirsi in celebrazione attraverso questo splendido viale, e per cui un uomo il cui padre sessant’anni fa avrebbe potuto non essere servito al ristorante oggi può starvi davanti a pronunciare un giuramento sacro.

E allora segnamo questo giorno col ricordo di chi siamo e quanta strada abbiamo fatto. Nell’anno della nascita dell’America, nel più freddo dei mesi, un drappello di patrioti si affollava vicino a fuochi morenti sulle rive di un fiume gelato. La capitale era abbandonata. Il nemico avanzava, la neve era macchiata di sangue. E nel momento in cui la nostra rivoluzione più era in dubbio, il padre della nostra nazione ordinò che queste parole fossero lette al popolo: “Che si dica al mondo futuro... Che nel profondo dell’inverno, quando nulla tranne la speranza e il coraggio potevano sopravvivere... Che la città e il paese, allarmati di fronte a un comune pericolo, vennero avanti a incontrarlo”.

America. Di fronte ai nostri comuni pericoli, in questo inverno delle nostre fatiche, ricordiamoci queste parole senza tempo. Con speranza e coraggio, affrontiamo una volta ancora le correnti gelide, e sopportiamo le tempeste che verranno. Che i figli dei nostri figli possano dire che quando fummo messi alla prova non ci tirammo indietro né inciampammo; e con gli occhi fissi sull’orizzonte e la grazia di Dio con noi, portammo avanti quel grande dono della libertà, e lo consegnammo intatto alle generazioni future.

Barack Obama
Presidente degli Stati Uniti d'America

20 gennaio 2009

U2 are back



Reduci dal concerto per Obama al Lincoln Memorial Center di Washington, gli U2 hanno messo online il loro nuovo (deludente) singolo "Get On Your Boots": potete ascoltarlo qui. Il singolo è il primo estratto dal nuovo album della band irlandese, "No Line On The Horizon" (sopra la deludente copertina), sugli scaffali dai primi di marzo.

Il programma dell'inaugurazione

Ore 17.30 - Giuramento del vicepresidente eletto Joe Biden.

Ore 18.00 - Giuramento del presidente eletto Barack Obama sulla Bibbia di Lincoln.

A seguire - Discorso inaugurale del 44° presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

Ore 20.30 - Parata inaugurale: Barack Obama entra alla Casa Bianca.

Il giuramento del presidente - seguito dal discorso - verrà trasmesso in diretta Tv da SkyTg24, Rai Tre e La7.

Rivali uniti

"In a major bipartisan appeal on the eve of his inauguration, Barack Obama held dinners Monday evening for Republicans Colin Powell and John McCain, praising both to the skies and perhaps making a down payment on future political success" ("New York Times").

Tradotto: la sera prima dell'inaugurazione, il Presidente eletto degli Stati Uniti cena con Colin Powell e John McCain (sfidante repubblicano alle scorse elezioni). Il tutto dopo aver scelto Hillary Clinton - l'acerrima nemica delle primarie - come Segretario di Stato. Nei momenti difficili, bisogna lavorare assieme: Lincoln lo aveva capito, Obama pure. Povera politica italiana.

Sono triste, ho laureato Santoro



Il professore che ha laureato Santoro prova "malinconia e inanità" di fronte ad "Anno Zero". Grazie a "Il Riformista" per questa testimonianza.

Resto, non resto. Resto.

19 gennaio 2009

Tanto vale che lo dica e lo venda

Come quella di domenica allo stadio, anche questa protesta non è contro il presidente Berlusconi. Lui vive il Milan con la nostra stessa mentalità ma se, per motivi politici o imprenditoriali, vuole cambiare il modo in cui fin qui ha gestito il club, allora tanto vale che lo dica e lo venda.
Curva Sud,
basterebbe un po' di chiarezza

King Day

Domani è l'Obama Day. Oggi il King Day:

Da cosa si capisce che Barack Obama inizia ad avere paura

La top ten di David Letterman:

Ha coniato un nuovo slogan: "Sì, possiamo, o forse no, chi lo sa?".

Ha avuto un attimo di smarrimento e ha chiesto 300 miliardi di aiuti di Stato al settore in crisi.

E' arrivato a non fumare tre pacchetti al giorno.

Gli amici dicono che è debole, insicuro... no, quello è McCain.

E' così stressato che gli hanno diagnosticato un Sanjay alla Gupta.

Cammina nervosamente mormorando: "In cosa diavolo mi sono cacciato?".

Ha offerto 100.000 $ a Blagojevich per riavere il suo posto al Senato.

E' sul tetto della Casa Bianca che urla: "Salvaci, Superman!".

Suda come Bill Clinton quando Hillary rincasa prima...

Ha chiesto di ricontare i voti.

La peste contro il terrorismo



Secondo il quotidiano inglese "The Sun", la peste nera avrebbe colpito alcuni militanti di al-Qaeda in un campo d'addestramento in Algeria. I leader del network del terrore temono che il contagio possa estendersi ad altre cellule terroristiche, magari fino ai Taliban.

Questa è una cosa radicale

C'è un'intera generazione che crescerà dando per scontato che il più importante ufficio al mondo possa essere occupato da un afroamericano. Questa è una cosa radicale. Cambia il modo in cui i bambini neri guardano a se stessi. E cambia anche il modo in cui i bambini bianchi guardano ai bambini neri.
Barack Obama,
domani si fa la storia

Non vi strapparono neanche una lacrima

Jean-Marie Le Pen dichiara che Gaza è un campo di concentramento. Altri, vicini alla sinistra radicale, gridano che da molto tempo non c'era stato un massacro di musulmani peggiore di quello degli abitanti di Gaza. E i 300.000 del Darfur? E i 200.000 bosniaci? E le decine di migliaia di ceceni che Putin andò a «snidare fin dentro i cessi» e che non vi strapparono neanche una lacrima?
Bernard-Henri Lévy,
"Corriere della Sera"

We Are One

Iniziano i festeggiamenti per l'insediamento del 44° Presidente delgi Stati Uniti. Ieri, al Lincoln Memorial Center di Washington, Barack Obama ha parlato di fronte a migliaia di persone:


Poi, spazio alla musica. Tra gli ospiti, Bruce Springsteen e gli U2:



Domani (ore 12.00) il giuramento di Obama. Qui, i suoi predecessori e le loro parole.

Israele si ferma e Hamas canta vittoria

Dalla guerra a una fragile tregua. Dopo 22 giorni di "Piombo fuso", sabato notte il gabinetto di Difesa israeliano ha annunciato un cessate il fuoco unilaterale: "Hamas è stata duramente colpita", ha annunciato il premier Olmert. Le truppe israeliane hanno iniziato a ripiegare: "Tutto è calmo, non c'è stato alcun segnale di attività di nessun tipo per tutta la notte", ha detto un portavoce israeliano all'alba. Ieri per la prima volta e' stata riaperta la strada tra sud e nord della Striscia.

Dopo qualche incertezza – e una decina di razzi lanciati contro lo Stato ebraico – anche Hamas rompe gli indugi: i militanti della Striscia hanno accettato la tregua e danno a Israele una settimana di tempo per ritirare tutte le truppe. Il leader di Hamas, Ismail Haniye, ha definito l’operazione israeliana a Gaza “un fallimento” e quella di Hamas una “grande vittoria”. “La nostra decisione di sospendere le ostilità per una settimana è saggia e responsabile. Per consolidare il debole cessate il fuoco, i protagonisti della diplomazia internazionale si sono intanto riuniti a Sharm El Sheikh: obiettivo – sotto la guida del presidente egiziano Mubarak e del suo omologo francese Sarkozy – giungere ad una tregua condivisa e duratura.

"Voglio ringraziare, prima di tutto, il mio amico e ministro della Difesa Ehud Barak per la competenza professionale e la comprensione che ha mostrato nel corso di tutta l'operazione". È sabato sera, Ehud Olmert annuncia ai cittadini israeliani l'inizio del cessate il fuoco unilaterale nella Striscia di Gaza: "Voglio ringraziare anche il ministro degli Esteri Tzipi Livni, per il suo contributo negli sforzi diplomatici a tutto campo". Barak e la Livni dunque, all'interno del gabinetto di sicurezza, hanno avuto la meglio: i due ministri – che da giorni promuovevano la fine di "Piombo fuso" – hanno convinto il premier e i funzionari della Difesa israeliani. Il cessate il fuoco è stato approvato con due soli voti contrari e un astenuto.

Nella conferenza stampa che ha seguito la riunione, Ehud Olmert ha parlato tanto agli israeliani quanto ai palestinesi. I cittadini dello Stato ebraico devono andare orgogliosi dei risultati raggiunti: Hamas è stato duramente colpito, "gli obiettivi prefissati sono stati più che raggiunti" e "Israele ha dato prova della sua forza e ha rafforzato la sua deterrenza". Per quanto riguarda i palestinesi, invece, Olmert si è scusato per i morti civili causati dall'attacco militare: "Noi non abbiamo combattuto contro la gente di Gaza. Abbiamo lasciato Gaza nel 2005 con l'intenzione di non farci più ritorno". Il conto dei morti, insomma, andrebbe presentato ad Hamas, al quale il premier lancia un chiaro avvertimento: "Se i nostri nemici decideranno che il sangue versato non è sufficiente e hanno interesse a proseguire i combattimenti, Israele sarà pronta e si sentirà libera di rispondere con la forza".

La risposta di Hamas non si è fatta attendere. Prima – pochi minuti dopo l'annuncio di Olmert – i militanti annunciano la continuazione delle ostilità, fino al ritiro dell'ultimo soldato israeliano. Poi domenica mattina – dopo aver lanciato almeno 13 razzi verso Israele – i militanti hanno fatto marcia indietro: il funzionario di Hamas Ayman Taha ha annunciato "un immediato cessate il fuco a Gaza e la concessione a Israele di una settimana per ritirare l'esercito". Quella del ritiro, però, è una questione spinosa: Mark Regev, portavoce di Olmert, ha dichiarato che "non parleremo di un calendario per il ritiro finché non saremo certi della tenuta del cessate il fuoco". Scettico, in questo senso, si è mostrato il capo dello Shin Bet, Diskin, secondo il quale Hamas potrà inoltre riarmarsi facilmente nel corso dei prossimi mesi.

I problemi sul tavolo sono molti, e il cessate il fuoco è più fragile che mai. È in questo contesto di incertezza che si colloca il super-vertice di Sharm El Sheikh organizzato dal presidente egiziano Mubarak – insieme al francese Sarkozy, protagonista degli sforzi diplomatici delle ultime tre settimane. Al vertice di ieri pomeriggio hanno partecipato molti leader della comunità internazionale, dal Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon al leader dell'Anp Abu Mazen, passando per i rappresentanti della Lega Araba. Tra i leader europei, oltre a Sarkozy, erano presenti Berlusconi (che ha definito l'incontro "un grande e importante impegno per la pace nel mondo"), la Merkel, Brown e Zapatero: tutti disponibili – come hanno annunciato in una lettera indirizzata a Mubarak – a mettere in piedi una forza internazionale per il controllo dei confini e il traffico delle armi.

Il senso del vertice – terminato nel tardo pomeriggio – sta tutto nelle parole del ministero degli Esteri egiziano: "Lo sforzo ora è quello di consolidare il cessate il fuoco: i leader vogliono discutere come prevenire un nuovo conflitto a Gaza e come ricostruire le infrastrutture della Striscia". Più intenzioni che atti concreti: senza i due contendenti – Hamas e Israele – e con un Presidente americano non ancora in carica, del resto, non poteva che essere così.

Nel corso della riunione, Sarkozy ha annunciato di aver chiesto agli Stati Uniti "una conferenza che porti alla coesistenza dei due Stati, uno accanto all'altro, per garantire una pace accettabile" con il contributo dell'Unione Europea: insomma, un'Annapolis II. Barack Obama, per bocca del portavoce David Axelrod, ha comunicato di "sperare in una tregua duratura", e proprio con l'amministrazione Obama, secondo Berlusconi, si dovrà compiere "quello sforzo decisivo per arrivare ad una soluzione vera e concreta del problema".

Silvio Berlusconi è poi entrato poi nel merito delle possibili azioni volte a garantire la stabilità dell'area. "Abbiamo dato il nostro benestare affinché i nostri carabinieri si possano unire ad eventuali formazioni per il controllo dei valichi" ha dichiarato il premier, anche se l'Egitto si è detto contrario allo schieramento di forze straniere sul suo territorio. Una via d'uscita, dunque, potrebbe venire dal mare: l'Italia, ha concluso Berlusconi, è favorevole "ad eventuali azioni militari di mare per fermare il contrabbando di armi".

L'ipotesi del blocco navale è stato preso in considerazione anche dal premier inglese Gordon Brown: tutto dipenderà, comunque, dalle indicazioni di Obama e dalla tenuta della tregua a Gaza. In serata, i leader europei si sono recati a Gerusalemme per una cena con il premier israeliano Olmert: al centro dei colloqui, le questioni emerse al vertice di Sharm. Il presidente Mubarak, in serata, ha preannunciato una nuova riunione diplomatica in Egitto in data da destinarsi.

Le posizioni di Israele e Hamas – mentre la televisione israeliana Channel 10 conferma il rientro in patria di parte delle truppe – restano però lontane. I miliziani palestinesi pretendono il ritiro totale dell'esercito israeliano dalla Striscia di Gaza e la riapertura dei valichi per permettere l'afflusso dei beni di prima necessità. Israele, invece, vuole che Hamas metta fine ai lanci di razzi e che il flusso di armi nella Striscia venga bloccato: uno sforzo sancito pochi giorni fa da un trattato di collaborazione tra Israele e Stati Uniti, firmato a Washington da Tzipi Livni e Condoleezza Rice.

Sul fronte israeliano, infine, resta la questione Shalit. Gli amici e i familiari del soldato rapito si sono mobilitati con forza per chiedere al governo che la tregua con Hamas comporti la liberazione del militare. A parole, il governo si dice d'accordo: portarlo a casa davvero, però, sarà molto più difficile.

L'Occidentale

18 gennaio 2009

This will not mean an end to resistance

A unilateral ceasefire does not mean ending the aggression and ending the siege. These constitute acts of war and so this will not mean an end to resistance.
Hamas,
resistenza ad oltranza

17 gennaio 2009

Che il viaggio abbia inizio



"Starting now, let's take up in our own lives the work of perfecting our union. Let's build a government that is responsible to the people, and accept our own responsibilities as citizens to hold our government accountable. Let's all of us do our part to rebuild this country. Let's make sure this election is not the end of what we do to change America, but the beginning. Join me in this effort. Join one another in this effort. And together, mindful of our proud history, hopeful for the future, let's seek a betterworld in our time. Thank you". - Barack Obama, Philadelphia.

16 gennaio 2009

Mai visto sui Mass Media internazionali occidentali

Devo premettere che io mi occupo di Mass Media da molti anni ormai, e che prima del mio incarico qui in Italia ho ricoperto per sei anni la carica di direttore generale per l'informazione e i Mass Media presso il ministero degli Esteri a Gerusalemme. Questo mi ha permesso, in tutti questi anni, di prendere parte a ceninaia di trasmissioni e di vedere migliaia di programmi di attualità dedicati al conflitto arabo-israeliano. Devo dire che non ho mai visto sui Mass Media internazionali occidentali una trasmissione così poco accurata dal punto di vista professionale.
Gideon Meir (Ambasciatore israeliano in Italia),
lettera a Petruccioli

Milano-Ashkelon solo andata

Smadar Hakimi è una ragazzina israeliana di 14 anni. Dopo aver vissuto a Milano, quattro anni fa si è trasferita ad Ashkelon - una delle città israeliane maggiormente colpiti dai razzi di Hamas. Questa lettera è indirizzata alla Comunità ebraica di Milano, che l'ha pubblicata sul suo sito web.

Ashkelon, Israele
14 gennaio 2009

Ho 14 anni e vivo ad Ashkelon. Mi trasferii qui 4 anni fa dalla città di Milano dove frequentavo assieme alle mie sorelle la Scuola della comunità ebraica. Oggi più che mai riesco a comprendere la differenza che c’è tra il vivere lì e qui ad Ashkelon. Penso che chi non abbia mai vissuto in Israele non possa capire che cosa vuol dire affrontare ogni giorno il pericolo. Forse tutti al mondo pensano di sapere che cosa significhi, ma credetemi non è così. Quando vivevo a Milano la mia vita era tranquilla; mi svegliavo la mattina, andavo a scuola e passavo i pomeriggi con le mie amiche, senza preoccuparmi di chi mi sta intorno, o di ciò che sarebbe accaduto l’indomani. Questa è la vita che voi affrontate tutti i giorni.

Io non ho paura. Con il terrore s’impara a convivere. Quando sento la sirena penso a quanto mi manchi la mia vita italiana, quando non dovevo preoccuparmi di correre nel bunker e sperare che nessuno sia rimasto vittima dei missili di Hamas. Forse pochi sanno che sono 8 anni che noi abitanti dei territori confinanti con Gaza riceviamo questi attacchi. Ma il mondo è sempre stato in silenzio, indifferente. Ora più che mai è arrivato il momento che noi riconquistiamo il diritto di vivere in pace. Voglio poter passare le notti a casa mia, senza scappare nei rifugi. Voglio poter crescere con i miei amici, andare al cinema, divertirmi, come è mio diritto. Voglio poter studiare. Voglio poter rivedere mia sorella Iris. Lei è in guerra, e come lei, migliaia di altri suoi coetanei.

Molti dicono che Israele sta sbagliando a fare la guerra, che la pace si raggiunge attraverso il dialogo e la democrazia. Anch’io penso che questo sia il miglior modo, ma ciò è possibile solo quando da entrambe le parti c’è il desiderio di pace. Hamas non vuole la pace. Noi sì. La guerra non è bella, ma a volte è necessaria. Dobbiamo difenderci. Dobbiamo poter vivere felici. Io amo Israele. Non è un posto qualunque, è la nostra Terra, la Terra che ci è stata donata da D-o. E come ogni dono è nostro compito custodirlo, proteggerlo, e farla crescere più bella che mai.

Io penso che se i bambini palestinesi non fossero istruiti ad odiarci anche loro proverebbero ciò che io provo ogni giorno. Un desiderio di pace e libertà. Spero che questa guerra finisca presto, che i nostri soldati tornino tutti sani e salvi a casa, e che il mondo capisca le ragioni di Israele. Grazie per avermi ascoltata.

Smadar Hakimi
(C) Comunità ebraica di Milano