30 giugno 2009

Persepolis 2.0



Since the Revolution in 1979, Iranians have coped with an increasingly repressive regime. Attempts for greater social and political freedoms have resulted in brutal crackdowns by the hardline government. The ensuing apathy and significant boycott of the 2005 presidential elections led to the election of the ultraconservative mayor of Tehran, Mahmoud Ahmadinejad.

Four years later Iran has become increasingly alienated and its people more polarized than ever before. The campaign of former Prime Minister Mir Hussein Moussavi galvanized voters hoping for change, especially among the youth – two thirds of Iran’s population is younger than 32. On June 12th 85% of eligible voters cast their ballots and what happened next changed Iran forever…

Persepolis 2.0 (.pdf )

Here the instructions to spread Persepolis

Le fatiche di Andy



La buone notizie, per i britannici, sono che Andy Murray ha sconfitto Stanislas Wawrinka al 5° set e che il tetto del campo centrale è stato inaugurato sulla testa di un suddito di Sua Maestà. Per il resto, contro lo svizzero Murray ha faticato tantissimo e la sconfitta di Wawrinka, più che a meriti di Murray, si deve a errori di Wawrinka stesso. Ciò detto, la stampa inglese continua a crederci parlando di "vittoria epica" e di Murray prediletto: vedi "The Times", "The Independent" e "The Guardian".

29 giugno 2009

Andiamo ai quarti



6-4 7-6 7-6, anche a Wimbledon Soderling non passa

Il gatto dei cartoni animati

Tutti conosciamo la classica scena dei cartoni animati: il gatto arriva sull'orlo del precipizio, ma continua a camminare anche se non ha più la terra sotto ai piedi. Solo quando guarda in basso, e si accorge che sotto di lui c'è l'abisso, comincia a precipitare. Un regime in crisi è come il gatto dei cartoni animati: per farlo cadere basta dirgli di guardare giù.
Slavoj Zizek,
"Internazionale"

Via da te, Italia velenosa

Rita Clementi, laurea in medicina e due specializzazioni, lascia l'Italia: dopo aver scoperto l'origine genetica di alcuni linfomi maligni, Rita ha capito che in questo Paese per il suo cervello non c'è posto. Quindi farà armi e bagagli, prenderà i figli e se andrà in un Paese più civile. Non prima, però, di aver inviato questa lettera al Presidente della Repubblica.

Caro presidente Napolitano, chi le scrive è una non più giovane ricercatrice precaria che ha deciso di andarsene dal suo Paese portando con sé tre figli nella speranza che un’altra nazione possa garantire loro una vita migliore di quanto lo Stato italiano abbia garantito al la loro madre. Vado via con rabbia, con la sensazione che la mia abnegazione e la mia dedizione non siano servite a nulla. Vado via con l’intento di chie dere la cittadinanza dello Stato che vorrà ospitarmi, rinunciando ad essere italiana.

Signor presidente, la ricerca in questo Paese è ammalata. La cronaca parla chiaro, ma oltre alla cronaca ci sono tantissime realtà che non vengono denunciate per paura di ritorsione perché, spesso, chi fa ricerca da precario, se denuncia è automaticamente espulso dal «sistema» indipendentemente dai risultati ottenuti. Chi fa ricerca da precario non può «solo» contare sui risultati che ottiene, poiché in Italia la benevolenza dei propri referenti è una variabile indipendente dalla qualità del lavoro. Chi fa ricerca da precario deve fare i conti con il rinnovo della borsa o del contratto che gli consentirà di mantenersi senza pesare sulla propria famiglia. Non può per mettersi ricorsi costosi e che molto spesso finiscono nel nulla. E poi, perché dovrebbe adire le vie legali se docenti dichiarati colpevoli sino all’ultimo grado di giudizio per aver condotto concorsi universitari violando le norme non sono mai stati rimossi e hanno continuato a essere eletti (dai loro colleghi!) commissari in nuovi concorsi?

Io, laureata nel 1990 in Medicina e Chirurgia all’Università di Pavia, con due specialità, in Pediatria e in Genetica medica, conseguite nella medesima Università, nel 2004 ho avuto l’onore di pubblicare con primo nome un articolo sul New England Journal of Medicine i risultati della mia scoperta e cioè che alcune forme di linfoma maligno possono avere un’origine genetica e che è dunque possibile ereditare dai genitori la predisposizione a sviluppare questa forma tumorale. Tale scoperta è stata fatta oggetto di brevetto poi lasciato decadere non essendo stato ritenuto abbastanza interessante dalle istituzioni presso cui lavoravo. Di contro, illustri gruppi di ricerca stranieri hanno confermato la mia tesi che è diventata ora parte integrante dei loro progetti: ma, si sa, nemo profeta in Patria.

Ottenere questi risultati mi è costato impegno e sacrifici: mettevo i bambini a dormire e di notte tornavo in laboratorio, non c’erano sabati o domeniche...

Lavoravo, come tutti i precari, senza versamenti pensionistici, ferie, malattia. Ho avuto contratti di tutti i tipi: borse di studio, co-co-co, contratti di consulenza... Come ultimo un contratto a progetto presso l’Istituto di Genetica medica dell’Università di Pavia, finanziato dal Policlinico San Matteo di Pavia.

Sia chiaro: nessuno mi imponeva questi orari. Ero spinta dal mio senso del dovere e dalla forte motivazione di aiutare chi era ammalato. Nel febbraio 2005 mi sono vista costretta a interrompere la ricerca: mi era stato detto che non avrei avuto un futuro. Ho interrotto una ricerca che molti hanno giudicato promettente, e che avrebbe potuto aggiungere una tessera al puzzle che in tutto il mondo si sta cercando di completare e che potrebbe aiutarci a sconfiggere il cancro.

Desidero evidenziare proprio questo: il sistema antimeritocratico danneggia non solo il singolo ricercatore precario, ma soprattutto le persone che vivono in questa Nazione. Una «buona ricerca» può solo aiutare a crescere; per questo motivo numerosi Stati europei ed extraeuropei, pur in periodo di profonda crisi economica, hanno ritenuto di aumentare i fi­nanziamenti per la ricerca.

È sufficiente, anche in Italia, incrementare gli stanziamenti? Purtroppo no. Se il malcostume non verrà interrotto, se chi è colpevole non sarà rimosso, se non si faranno emergere i migliori, gli onesti, dare più soldi avrebbe come unica conseguenza quella di potenziare le lobby che usano le Università e gli enti di ricerca come feudo privato e che così facendo distruggono la ricerca.

Con molta amarezza, signor presidente, la saluto.

Rita Clementi
(C) Corriere della Sera

27 giugno 2009

L'outsider israeliano

E' giovane e bassino. Ha molta fantasia, corre come un furetto ma sbaglia tantissimo. Sto parlando di Dudi Sela, israeliano di 24 anni che ieri ci ha regalato una delle partite più divertenti di Wimbledon battendo in quattro set il favorito Tommy Robredo. Agli ottavi incontrerà Djokovic: molto probabilmente sarà la fine della sua avventura, ma la partita promette bene. Qui la sua scheda dal sito Atp World Tour. Qui, invece, la cronaca di John Martin (NYT) della sua partita contro Robredo.

26 giugno 2009

Edizione Extra-Large



Va bene che su internet non ci sono problemi di spazio, ma non è che il "Corriere" sta un po' esagerando? "Los Angeles Times" e "New York Times" sono molto più sobri...

25 giugno 2009

Da tre anni il soldato Shalit è nella mani di Hamas

Sono passati tre anni da quel terribile giorno, il 25 giugno 2006. Il giovane militare Gilad Shalit, classe 1986, viene catturato da un commando palestinese nei pressi di Kerem Shalom, vicino al confine con Gaza. Poi, il silenzio: da quel giorno, genitori e commilitoni di Shalit non hanno più avuto sue notizie. Più di una volta il governo israeliano – presieduto da Ehud Olmert – ha lasciato intendere di essere vicino alla liberazione del militare: puntualmente, però, tutto si è risolto in niente. Speranze vane anche in occasione delle trattative con Hamas in seguito all’operazione Piombo Fuso: la guerra è finita, ma il soldato israeliano è rimasto nella Striscia di Gaza.

A ricordare e rendere omaggio a Gilad Shalit, sull’esempio della Francia di Sarkozy, interviene oggi la città di Roma. Il Consiglio comunale, con voto definitivo, ha deliberato il conferimento della cittadinanza onoraria al giovane soldato israeliano, mettendo fine ad un iter iniziato lo scorso 2 aprile su iniziativa del sindaco della capitale, Gianni Alemanno. Un’iniziativa carica di valore simbolico, ma non solo: ad essere prigioniero nella Striscia di Gaza, infatti, non è più soltanto un cittadino israeliano, ma anche un cittadino italiano e francese. E i suoi carcerieri, da questo momento in poi, dovranno rendere conto della sorte del prigioniero non soltanto ad Israele, ma anche a Roma e Parigi.

L’iniziativa capitolina – lodata in particolare dalla Vicepresidente della Commissione Esteri alla Camera, Fiamma Nirenstein – rientra in un insieme di iniziative volte a ricordare il giovane militare e ad esprimere solidarietà ai suoi genitori. Noam Shalit, padre del ragazzo, lotta infatti da tre anni perché il governo del suo Paese metta in campo tutte le risorse di cui dispone per giungere alla liberazione del figlio. Oggi, in occasione del terzo anniversario della cattura di Gilad, il padre Noam invita tutti a tenere gli occhi chiusi per tre minuti: solo tre minuti, per provare a figurarsi l’oscurità e l’isolamento in cui il figlio si trova ormai da tre anni.

Parallelamente al conferimento della cittadinanza onoraria, l’Italia si è mossa a sostegno di Shalit anche a livello della Commissione diritti umani del Senato. Il presidente Pietro Marcenaro ha scritto infatti una lettera al padre del ragazzo, invitandolo ufficialmente in Italia per prendere parte ad una seduta della commissione. “Il rapimento di Suo figlio costituisce un atto efferato e insopportabile, che ripugna alla coscienza” ha scritto Marcenaro, sottolineando poi l’importanza di rompere il silenzio: “Il silenzio è complice dei peggiori crimini e il nostro dovere, se vogliamo realmente favorire il processo di pace che nonostante tutto deve andare avanti, è far sentire la nostra voce contro ogni atto di violenza e di barbarie”.

Fiamma Nirenstein, da tre anni in prima linea a sostegno di Shalit, ha ricordato in una nota che “durante questo lunghissimo periodo, né i genitori di Ghilad, né nessun altro ha mai potuto ricevere la minima informazione sulla salute del ragazzo”. Una prassi in palese violazione della Convenzione di Ginevra, se è vero che neppure la Croce Rossa Internazionale ha potuto visitare il soldato per verificare le sue condizioni di salute. Da qui l’appello della Nirenstein alla Croce Rossa perché metta in campo tutte le sue forze, rinnovando “l’invito formulato nello scorso dicembre dal confine con la Striscia di Gaza con una lettera sottoscritta da 24 parlamentari italiani in visita in Israele”.

Il ricordo e le manifestazioni per Shalit si accompagnano anche alla cronaca. Le notizie, come sempre, sono confuse e contraddittorie: pochi giorni fa, secondo quanto riportato dai giornali egiziani, le trattative per la liberazione di Gilad sembravano ad un punto di svolta. Poi, come sempre accade quando si parla del prigioniero israeliano, la doccia fredda: oggi Hamas, per bocca del suo portavoce Osama al Muzini, ha comunicato che “la folle guerra nella Striscia di Gaza ha spazzato tutto, così noi non sappiamo se Shalit sia ancora vivo o sia morto”. Strategia della tensione? Possibile. Quel che è certo è che familiari e amici di Gilad convivono da tre anni con speranze continuamente gelate dalle dichiarazioni che giungono da Gaza.

A supporto della causa del giovane militare è intervenuta infine anche Human Rights Watch. L’appello dell’Ong per i diritti umani è di particolare importanza: in prima linea contro le politiche e le campagne militari israeliane, l’organizzazione non può certo essere tacciata in quanto filoisraeliana. Secondo Hrw, “il rifiuto di Hamas di permettere al soldato Shalit di comunicare con l'esterno è crudele, inumano e può essere paragonato a una forma di tortura”. “Le leggi di guerra – prosegue l' Ong – impongono ad Hamas di permettere a Shalit di comunicare con la sua famiglia”: il comportamento dei carcerieri di Hamas, dunque, “è ingiustificabile”.

Basteranno questi appelli per avere sue notizie? Forse no. Le iniziative delle organizzazioni internazionali e dei genitori di Shalit, però, contribuirebbero ad evitare che cali il silenzio sulla prigionia di Gilad. Missione compiuta: secondo un sondaggio pubblicato dal principale quotidiano israeliano, “Yedioth Aharonoth”, il 69% degli ebrei israeliani sarebbe favorevole alla liberazione di detenuti palestinesi, anche se responsabili di attentati sanguinosi, in cambio di Shalit; di parere contrario è solo il 28% degli intervistati.

L'Occidentale

L'Iran di Hitchens

Amo Christopher Hitchens: dice le cose come stanno, senza fronzoli. Sul "Corriere della Sera" di oggi ci parla dell'Iran, dell'odio del regime per gli inglesi e della miopia di Barack Obama (sembra proprio che la luna di miele tra la stampa occidentale e il neopresidente sia definitivamente finita, ma questa è un'altra storia). Di seguito, gli highlights dell'editoriale di Hitchens (la versione integrale dell'articolo, per chi non avesse comprato il Corsera, sarà disponibile domani nell'archivio online del quotidiano).

"Una spia del sottosviluppo iraniano è senz'altro la cultura del sospetto e della paranoia che scarica tutte le responsabilità dei mali del Paese sull'intervento di vari demoni e satana". Khamenei, però, "evidentemente non sa nemmeno che che la teoria del complotto è da tempo diventata una barzelletta tra i suoi concittadini": l'odio verso gli inglesi, infatti, nasce da un romanzo satirico - "Mio zio Napoleone" - di Iraj Pezeshkzad, "che descrive l'esistenza ridicola, e in ultima analisi odiosa, di un membro della famiglia, convinto sostenitore della teoria del complotto inglese". Il romanzo, pubblicato nel 1973, è diventato poi una serie televisiva di successo, messa al bando - insieme al libro - dopo il 1979. Risultato: la teoria del complotto è diventata una religione di Stato e di recente Ahmad Jannati, appartenente al Consiglio dei guardiani, "ha annunciato che gli attentati alla metropolitana di Londra del 7 luglio 2005 sono stati organizzati dallo stesso governo inglese".

Passando al governo Obama, "vuole prendere una posizione non interventista? Bene, che la prenda pure. Ma non ha senso chiamare Khamenei con il termine ossequioso di 'leader supremo', e l'Iran con il titolo tirannico di 'Repubblica islamica'. State attenti però, perchè questo non impedirà ai teocrati di accusarvi comunque di ingerenza. Sappiate che prima o poi dovrete fare i conti con i giovani democratici iraniani che hanno rischiato la vita nella battaglia e spiegar loro che cosa stavate facendo, mentre venivano massacrati e soffocati con i gas lacrimogeni". Nel suo discorso d'insediamento, Obama si rivolse ai dittatori dicendo che stavano dalla parte sbagliata della storia: così, però, rischiamo di finirci pure noi.

Conclude Hitchens: "La coesistenza con una teocrazia totalitaria e nuclearizzata in Iran è impensabile anche nel breve termine. I mullah, questo, lo capiscono perfettamente. Perchè noi no?". Aggiungo che l'ha capito benissimo anche Israele. Obama ci ha provato, e ha fatto bene: ma da Teheran, ad oggi, ha ricevuto solo porte in faccia e umiliazioni. Yes we can, ma non sempre e non con tutti.

Il medico e la morte di Neda



Riguado alla tragica morte di Neda, oggi il "Corriere della Sera" pubblica uno scambio di mail tra Paulo Coelho e il medico iraniano (amico dello scrittore) che ha cercato di rianimare la ragazza.

I giornalisti Rai contro il Minzo

24 giugno 2009

Un popolo di imbecilli

Io sono convinto che i lettori di Repubblica siano un popolo di imbecilli, perche' continuano a leggere un giornale che gli racconta un sacco di panzane.

Paolo Liguori,
ex direttore di Studio Aperto (!)

I peccatucci di Silvio



"Mi candido"

Quella che segue è una breve spiegazione della crescente disaffezione degli elettori italiani nei confronti della politica nostrana (e in particolare del Partito Democratico). Con un videomessaggio sul suo sito, Dario Franceschini annuncia la propria candidatura alla segreteria del Pd in vista del congresso di ottobre: "Mi candido per portare il Pd nel futuro, non per tornare indietro".

Soprassediamo sul fatto che Dario Franceschini sia stato l'ex di Walter Veltroni (fino a prova contraria, il passato) e che sia in politica da un po' di anni; soprassediamo pure sul fatto che il suo sfidante, Bersani, è paradossalmente molto più "nuovo" di lui. Quello che davvero stride, nella candidatura di Franceschini, è la selva di dichiarazioni rilasciate dal nostro dal momento in cui viene eletto segretario ad interim. Due esempi, presi a caso dall'archivio del "Corriere della Sera":
«Non mi ricandiderò al congresso di ottobre». L' aveva già detto, ma dato che molti non ci credevano Dario Franceschini, approfittando dell' invito a Matrix, lo ripete con forza: «Il mio è un mandato a termine e di garanzia». Anzi, aggiunge, «per me era innaturale anche sostituire Veltroni dopo le sue dimissioni». Certo, da qui ad ottobre il percorso è lungo e potrebbe succedere di tutto, ma se si crede alle parole del nuovo segretario del Pd, in autunno ci sarà quindi una battaglia tra Pierluigi Bersani e qualcun altro che ancora non conosciamo. (5 marzo)
A Porta a Porta, non senza lasciare qualche margine all' interpretazione, torna sulla sua volontà di non ricandidarsi: «Non ho cambiato idea. L' ho già detto e non rispondo più a questa domanda. Ma lo statuto non lo impedisce e sarebbe legittimo» (28 aprile)

Ora, tutti possono cambiare idea, ci mancherebbe. Ma qui siamo di fronte ad una presa per i fondelli: è questo il nuovo del Partito Democratico? L'ex di Veltroni, attualmente segretario ad interim, che si candida per diventare segretario definitivo? Per Franceschini non c'è alcuna contraddizione: "Avevo detto che il mio lavoro sarebbe finito a ottobre e pensavo di passare il testimone alle nuove generazioni. In questi giorni, però, ho visto riemergere molti errori con l'emergere di protagonismi e della litigiosità".

Dunque, niente passaggio generazionale: "Non mi sento di tradire gli impegni che avevo preso e mi candido". E pazienza se l'unico impegno preso da Franceschini era quello di lasciare ad ottobre. Per vedere qualche cambiamento nel centrosinistra italiano, dunque, l'appuntamento è di qui a qualche anno: quando Matteo Renzi, neo sindaco di Firenze, si deciderà a sfidare "vicedisastro" Franceschini e i padri nobili del partito anche a livello nazionale.

23 giugno 2009

Wimbledon, la fede e il culto

Su "Repubblica", il poeta del tennis Gianni Clerici ricorda il suo primo Wimbledon: l'arrivo a Londra sulla 500, la pioggia incessante, e la prima partita. "Il mio avversario era un vecchio jugoslavo, uno che avevo già battuto facilmente in Costa Azzurra. Un giocatore ancor più mediocre di me, accompagnato, mi sorpresi, da due tipi dall'aria militaresca": "Mancai netto una delle prime palle. Ne colsi qualcuna quando ormai avevo perduto i due primi set". Il finale è tutto un programma: "La mia prima avventura a Wimbledon si concluse così, un povero ragazzo zoppicante, che si reggeva al braccio di un'anziana signora e del suo vincitore. Seguito, questi, lo capii più tardi, dai suoi carcerieri dell'ambasciata".

Ma oltre alla sua prima avventura sull'erba più famosa del mondo, Clerici ricorda anche quello che di Wimbledon scrisse un grande autore italiano, Giorgio Bassani: "Disse una volta Giorgio Bassani, in visita a Wimbledon, che l'intera vicenda gli ricordava un pellegrinaggio. L'oggetto di culto in fondo, era in qualche modo complementare alla fede, la fede e il culto tanto intessuti che si faticava a distinguerli. E, forse, di distinguerli non era nemmeno il caso".

21 giugno 2009

La morte di Neda

Tra i tanti video amatoriali che giungono dall'Iran aggirando le maglie della censura, quello della morte di Neda è senza dubbio il più terrificante:

Altro che Ghedini, a Silvio servono gli sceneggiatori di Lost...

Scene da un seggio

Vado a votare (per la cronaca, tre Sì convinti). Davanti a me c'è una vecchietta, che si bulla di aver sempre votato dal 1947 ad oggi. Le danno le schede, segue questo dialogo tra vecchietta e scrutatori:
"Scusi, ma dove sono i simboli?"
"Simboli? Signora, è un referendum"
"Ma io pensavo fossero le provinciali di Como"
"Signora, non si vota per le provinciali di Como..."
"Ah bè, allora niente: queste cose del referendum non le capisco, le lascio a voi giovani..."
E per la prima volta, dal 1947, la vecchietta non votò.

Le ragioni del sì

Se sei giovane e ami l'America le storie di Borgese ti faranno impazzire

Figlio dell’Italia e amante dell’America, Giuseppe Antonio Borgese ha dominato la scena culturale italiana del primo Novecento. L’autore siciliano ha scritto tantissimo ma solo negli ultimi anni – con la ripubblicazione di Atlante americano e l’imminente Autunno a Costantinopoli – l’editoria italiana sembra averlo riscoperto. A lamentare il “poco spazio concesso, non dico dalla manualistica scolastica, ma anche dall’editoria accademica a uno scrittore così interessante” è Annamaria Cavalli, docente di Letteratura italiana all’Università di Parma.

Professoressa, Giuseppe Antonio Borgese rientra a pieno titolo tra i dimenticati del Novecento. Perché?

È una bella domanda, ma non è facile rispondere. È probabile che pesino sul misconoscimento del suo valore varie circostanze, tra cui la decisa presa di distanza dal regime fascista, che lo indusse a un volontario espatrio in America e che probabilmente ne favorì la dimenticanza in Italia. A ciò potrebbe aggiungersi il forte dissidio con Croce e magari anche le stesse vicende familiari, con il divorzio americano dalla prima moglie Maria Freschi e le nuove nozze con la figlia di Thomas Mann, Elisabeth.

Dopo la sua morte, poco è cambiato…

Borgese, che in vita si è saputo difendere e anche – perché no? – ‘vendere’ con straordinaria efficacia, dopo la morte è stato quasi abbandonato. Pochi, seppur benemeriti, gli allievi, del tutto assenti i parenti, tranne qualche sporadico intervento del figlio Leonardo. Piuttosto latitante anche la critica accademica e quasi inesistente l’interesse editoriale; basti dire che non gli è stato dedicato nemmeno un “Meridiano”, che ormai non si nega a nessuno, nemmeno a scrittori senz’altro meno degni di considerazione… Ma ora, per fortuna, pare che le cose stiano cambiando. Alcuni testi si stanno ristampando, anche grazie alla convenzione stipulata tra il Dipartimento di Italianistica dell’Università di Parma e la «Fondazione Borgese» di Polizzi Generosa, diretta da Gandolfo Librizzi.

Borgese è stato intellettuale a tutto tondo: romanziere, critico letterario, giornalista. Tra i suoi primi riferimenti giovanili figurano Benedetto Croce e Gabriele D’Annunzio, dal quale si distacca presto. Come hanno influenzato il giovane autore?

Fin dai suoi esordi Borgese si merita il plauso di Croce, che lo designa come la più bella speranza degli studi letterari italiani, pubblicandogli nel 1905 la sua tesi sulla Storia della critica romantica in Italia. In seguito il giudizio di Croce muta radicalmente e i rapporti tra i due sono segnati da più di uno spunto polemico. Troppo distanti risultano le rispettive concezioni sulla funzione della letteratura, che Borgese intende come imperativo etico.

E riguardo a D’Annunzio?

D’Annunzio è stato “una parte troppo viva” della storia di Borgese, per potere definire in modo semplice la relazione tra i due. Si tratta da parte del più giovane di un rapporto sofferto e complesso di amore e odio. Amore per la sua straordinaria creatività verbale, per quella sua eccezionale capacità di trasformare la parola in musica; odio per “la prepotenza di quel despota” e per tutta quella serie di orpelli e di artifici con cui il Vate cercava di celare la sua sostanziale inadeguatezza ad affrontare taluni temi drammatici.

Borgese ha scritto molti saggi critici sulla letteratura a lui contemporanea: come descriverebbe, a grandi linee, la sua idea di critica e di letteratura?

Borgese condividerebbe appieno l’ammonimento attuale di Tzvetan Todorov sulla Letteratura in pericolo e la sua convinzione che essa vada salvaguardata da ogni possibile sopraffazione da parte dei nuovi media, perché non solo ci aiuta a vivere, ma soprattutto ci aiuta a vivere meglio e in modo più consapevole. Quella di Borgese è sempre stata una critica come atto, addirittura interpretabile come missione. Le sue opere critiche rappresentano una miscela di grande attrattiva sia per il lettore di allora, che era guidato a comprendere con chiarezza le novità letterarie più degne di attenzione, sia per quello di oggi, che riesce a ricostruire con facilità il cosiddetto ‘colore del tempo’. Per Borgese fare critica era un modo di vivere e per lui la vita è sempre stata inscindibile da un impegno letterario che era anche un impegno etico.

La rottura col regime fascista rappresenta una cesura nella vita di Borgese. Quando sorgono i primi problemi?

In seguito alle insistenti polemiche sulla “vittoria mutilata”, Borgese viene accusato di sostenere tesi rinunciatarie: in realtà la sua era una visione illuminata, che mirava al raggiungimento di un rapporto di buon vicinato con la nascente Jugoslavia. Il comportamento di Borgese viene ritenuto “antinazionale” e gli articoli con cui aveva sostenuto il superamento dei nazionalismi esacerbati, del dannunzianesimo e del fascismo non verranno mai perdonati allo scrittore. Dopo sei anni di “lenta tortura”, nel luglio 1931 decide di imbarcarsi per gli Usa, dove si reca ad insegnare “Storia della critica ed estetica” all’Università di Berkeley.

E il soggiorno sarà molto lungo…

Quello che avrebbe dovuto essere un breve soggiorno di natura accademica si trasforma in una sorta di auto-esilio, in seguito alla mancata sottoscrizione del giuramento fascista richiesto ai professori. Con due lettere inviate al Duce nell’agosto del ‘33 e nell’ottobre del ‘34, lo scrittore prende posizione contro il regime, ed espone le sue idee sul giuramento come atto supremo della libertà, che dunque non può essere imposto per non trasformarsi in menzogna. Il rifiuto di prestare fedeltà al Pnf e gli strascichi dell’irrisolta questiona dalmatica, precludono a Borgese la possibilità di un rientro in patria, che avverrà solo a guerra conclusa, nel 1948.

Il soggiorno americano è alla base della sua opera più celebre, “Atlante americano”, un omaggio agli Stati Uniti e un mito per gran parte degli italiani degli anni Trenta. Qual è l'approccio dello scrittore alla realtà americana?

L’America rappresenta innanzitutto il risarcimento dell’inattività forzata a cui l’intellettuale era stato costretto in patria. Negli Usa Borgese trova il modo per condurre un’intensa ed appassionata opposizione al Regime, a partire dalla composizione del Goliath, in cui chiarisce il suo pensiero politico, indagando le ragioni e le caratteristiche del Fascismo. Nell’elaborare il suo giudizio sugli Stati Uniti, l’autore prende le distanze dalla convenzionalità delle condanne europee, e contesta le analisi generiche che pretendono di rivelare verità inoppugnabili sulla civiltà statunitense. Il suo obiettivo è piuttosto quello di penetrarne lo spirito e di comprenderne il risvolto umano, nella convinzione che “l’America è una grande cosa”, e non va giudicata superficialmente…

In America Borgese trova anche una seconda moglie, la figlia di Thomas Mann… Ci sono stati “rapporti lavorativi” con il suocero?

Certo. Ricorderò semplicemente la coproduzione del libro The city of man, la premessa di Mann al Disegno preliminare di una costituzione mondiale, oltre che diversi interventi critici borgesiani sull’autore della Montagna incantata, tra cui quelli compresi nel volume Da Dante a Thomas Mann, che fin dal titolo pare indicare un ideale tragitto tra due capisaldi della letteratura mondiale.

Solo un ultima domanda sul Borgese romanziere e la sua opera più celebre, “Rubè”...

Il tema dominante è quello più diffuso nella narrativa, non solo italiana, dei primi due decenni del Novecento, ovvero la ricerca di un ubi consistam e di un’identità, ricerca resa più drammatica in Rubé dallo sconvolgimento generale causato dalla guerra. In questo romanzo lo scrittore siciliano concentra il proprio impegno ‘riedificatorio’ col narrare il percorso di un uomo sullo sfondo di un grande affresco storico e sociale, cercando di rappresentare la vita in tutta la sua “immensità” e “organicità”. Ma per comprendere a fondo la parabola esistenziale di Filippo Rubé, bisognerebbe accostargli quella del protagonista dell’altro grande romanzo borgesiano, I vivi e i morti, un testo uscito due anni dopo l’altro, nel 1923, che ho recentemente sottratto a un lungo oblio. Entrambi i romanzi mantengono tuttora una validità non solo artistica ma esistenziale. Sono fatti per piacere ai giovani, almeno a quelli che si pongono domande sulla vita e sono, com’è giusto, un po’ utopisti.

L'Occidentale

20 giugno 2009

Wimbledon, Rafa spiana la strada a Roger



Lunedì parte Wimbledon. Oggi Nadal, detentore del titolo, ha annunciato che non giocherà: le ginocchia non sono a posto. Per Federer, dopo il trionfo di Parigi, si prospetta un'altra passeggiata? Certo è che in caso di vittoria lo svizzero scalzerà l'eterno rivale dal trono. Oltre che su Sky, che lo trasmette in esclusiva per l'Italia, sarà possibile seguire tutti gli aggiornamenti dai campi verdi direttamente sul sito ufficiale del torneo e tramite Twitter.

Bari!!



L'Orlando furioso

19 giugno 2009

Lieberman incontra la Clinton ma sulle colonie è un dialogo fra sordi

Un conto sono i capi, Barack Obama e Benjamin Netanyahu, un altro sono i ministri degli Esteri, Hillary Clinton e Avigdor Liberman. Si potrebbe spiegare così lo stato attuale dei rapporti tra Stati Uniti ed Israele. Da una parte i discorsi “alti” del presidente americano e del primo ministro israeliano (rispettivamente all’Università del Cairo e di Bar-Ilan), dall'altra il più concreto faccia a faccia tra i due responsabili della politica estera.

Se Obama e Netanyahu, dopo la freddezza del primo incontro alla Casa Bianca, sembrano in fase di riavvicinamento, le posizioni della Clinton e di Liberman non potrebbero essere più distanti: un dissidio incentrato sulla questione degli avamposti israeliani in Cisgiordania, emerso chiaramente nel corso della conferenza stampa congiunta seguita all’incontro fra i due.

Il dissenso tra Lieberman e la Clinton non rappresenta certo una novità. Le settimane precedenti all’incontro tra i due ministri degli Esteri sono state segnate da un’intensa attività diplomatica: George Mitchell, l'inviato di Obama in Medio Oriente, ha premuto per il congelamento degli insediamenti in Cisgiordania e Gerusalemme Est, rivolgendosi direttamente al premier Netanyahu. La posizione americana è chiara: con i palestinesi non sarà possibile alcuna pace finché Israele non bloccherà l’espansione delle colonie. La pensano diversamente Netanyahu e il (meno diplomatico) Lieberman: aperti alle trattative sul blocco di nuovi insediamenti, entrambi considerano impossibile frenare quella che chiamano la “naturale crescita” degli insediamenti esistenti.

Nelle dichiarazioni rese ieri ai giornalisti dalla Clinton e da Liberman, queste frizioni sono uscite allo scoperto. “Vogliamo vedere uno stop agli insediamenti” ha dichiarato il segretario di stato americano: “Pensiamo sia una parte importante ed essenziale dello sforzo per giungere ad una pace globale e alla creazione di uno Stato palestinese”. La risposta di Liberman, che vive in una colonia, è stata altrettanto chiara: “In ogni posto del mondo nascono bambini, la gente si sposa e qualcuno muore: quindi non possiamo accettare di congelare completamente gli insediamenti”. In altri termini, Israele non ha alcuna intenzione di frenare l’espansione naturale delle colonie in Cisgiordania, terra definita significativamente da Lieberman – a nome della destra israeliana – “Giudeo-Samaria”.

C’è qualche possibilità che Stati Uniti ed Israele giungano ad un compromesso? La Clinton non chiude tutte le porte: “Crediamo che questo processo, gestito dal senatore Mitchell, sia appena iniziato. Ci sono molti punti critici, molti dei quali verranno trattati nelle prossime settimane”. Ad attirare l’attenzione dei giornalisti, però, è stato soprattutto un riferimento a presunti accordi con la passata amministrazione Bush: secondo Lieberman, infatti, sugli insediamenti “c’è stata un’intesa con la passata amministrazione, e noi stiamo cercando di mantenere quella strada”. Intesa che però non risulta alla Clinton: “Guardando alla storia dell’amministrazione Bush non c’è stato alcun accordo orale o informale sulla questione”.

La questione non è di poco conto. Hillary Clinton parla di accordi inesistenti sulla base di “verifiche” presso la passata amministrazione: la fonte sarebbe Daniel Kurtzer, ambasciatore di George W. Bush in Israele ed in seguito sostenitore di Barack Obama. In questa direzione, poi, vanno anche svariate dichiarazioni dell’ex sottosegretario Condoleezza Rice: in occasione delle frequenti visite in Medio Oriente nella fase preparatoria della conferenza di Annapolis, la Rice ha sempre sostenuto la necessità del blocco degli insediamenti. Le fonti di Liberman, secondo quanto riportato dal “Jerusalem Post”, sarebbero invece alti funzionari israeliani come l’ex consulente per la sicurezza nazionale Elliott Abrams e l’ex capo dello staff di Ariel Sharon Dov Weisglass: entrambi avrebbero fatto riferimento a “taciti accordi” sugli insediamenti tra il governo Olmert e l’amministrazione Bush.

L’incontro-scontro tra Lieberman e la Clinton si colloca nel difficile contesto dei rapporti tra i nuovi governi di Gerusalemme e Washington. Se la questione degli insediamenti rappresenta il primo grande (e concreto) ostacolo all’avvio di nuove trattative tra israeliani e palestinesi, ai piani più alti nelle ultime settimane sembra essere tornato un po’ di sereno. Dopo l’incontro “glaciale” tra il presidente Obama e il premier israeliano Netanyahu alla Casa Bianca, i rapporti tra due leader sembrano in via di distensione. Il discorso di Obama all’Università del Cairo, accettato dal governo israeliano nel suo impianto generale, e quello di Netanyahu all’Università di Bar-Ilan, possono essere considerati un momento di 'riconciliazione' nonostante restino delle differenze di impostazione. Grazie a Netanyahu, per la prima volta il Likud ha riconosciuto la possibilità dell'esistenza di uno Stato palestinese, “demilitarizzato” e che riconosca Israele come “Stato ebraico”.

Ma per Netanyahu la questione degli insediamenti – unitamente alla soluzione dei due popoli per due Stati – non rappresenta solo un problema di politica estera e diplomazia internazionale. Il premier deve fare i conti con la popolazione israeliana e con una fragile coalizione di governo: è per questo che molti analisti hanno letto il discorso di Bar-Ilan come un appello ai propri concittadini, più che come risposta indiretta ad Obama. Secondo i primi sondaggi, l’accettazione di uno Stato palestinese – fortemente contrastato dalla destra estrema di Lieberman – avrebbe notevolmente innalzato il gradimento popolare nei confronti del premier in carica.

Resta tutto da gestire il rapporto con Lieberman che si trova a convivere nello stesso governo con Ehud Barak: il leader dei laburisti e ministro della Difesa, politicamente agli antipodi rispetto al ministro degli Esteri, preme per un immediato congelamento degli insediamenti (una posizione sostenuta anche dal presidente Shimon Peres). Ad appesantire il clima, concorre poi il fatto che Kadima – il partito guidato da Tzipi Livni, che ha ottenuto la maggioranza relativa dei seggi – siede all’opposizione e non fa sconti al governo. Per non parlare delle voci, mai sopite, secondo cui Obama e la sua amministrazione spingerebbero per la caduta del governo Netanyahu giudicato troppo di destra per sedersi al tavolo delle trattative con l’Anp di Abu Mazen.

L'Occidentale

18 giugno 2009

Sempre prigioniera

Ci saranno sempre i fedelissimi berlusconiani che, di fronte a qualsiasi critica nei suoi confronti, gridano all’attentato, al «golpe» antidemocratico contro colui che la maggioranza degli italiani ha eletto premier del Paese. E quelli per cui Berlusconi è un pericoloso dittatore e l’Italia è diventata un regime, come quello di Mussolini. Ma non si capisce perché, di costoro, l’Italia debba restare sempre prigioniera.
Luigi La Spina,

17 giugno 2009

Essere Lolita a Teheran





Giovani, belle e incazzate: sono le ragazze di Teheran (thx to Pumpkin).

Stranezze

Repubblica apre la sua pagina online con uno scoop del Corriere, diretto concorrente.




Tutti in piazza, contro questo schifo



Contro questo schifo, rinnovo l'invito a tutti i romani a prendere parte alla manifestazione organizzata dal Riformista e da Radio Radicale (17 giugno, Piazza Farnese, ore 18.30). Qui l'editoriale di Peppino Caldarola e qui l'appello del direttore Antonio Polito.

Dallo Strega all'Hemingway

Gaetano Cappelli è fuori dalla cinquina dello Strega: qui un esilarante racconto dello spoglio. Il nostro, in compenso, ha vinto il premio Hemingway con la seguente motivazione:
La vedova, il santo e il segreto del pacchero estremo (Marsilio) è una commedia perfida, umorale, irriverente sui miti, le mode e i vezzi del nostro tempo. Seguendo i casi del protagonista Dario Villalta, che alla passione per le donne mature – e tra di esse per le vedove – abbina quella per l’arte antica ma che si trova costretto, per vivere, a vendere arte contemporanea in televisione, si ha infatti modo di osservare dal di dentro i paradossi della produzione artistica odierna e quelli del mondo parallelo della cucina dei cuochi stellati, dove la comune ricerca del nuovo a tutti i costi produce spesso altrettanti “mostri”. Una storia che nel suo ilare sviluppo può lasciare tuttavia posto alla tragedia della shoah, alla teodicea e al suo interrogarsi sul male nel mondo, questo in un flusso ininterrotto di improvvise fioriture dell’immaginazione che partono da disgressioni a prima vista estranee alla radice del racconto per poi, sorprendentemente, ricongiungervisi grazie a una scrittura che nella sua scioltezza e spavalderia offre una straordinaria esemplificazione della ricchezza e duttilità della nostro lingua.

16 giugno 2009

L’occidente ha l’obbligo di aiutarli

Sul "Corriere della Sera", ennesimo grande editoriale del filosofo francese Bernard-Henri Lévy sul regime iraniano e le proteste dei riformisti. Mettendo in luce tutti i limiti dello sconfitto Moussavi, BHL spiega perchè l'Occidente deve comunque sostenere i dissidenti iraniani (esattamente come fece contro l'Unione Sovietica).

Siamo di fronte a brogli elettorali su scala massiccia, oppure no? A una nuova forma di colpo di Stato, oppure no? E come interpretare queste strane elezioni, i cui risultati sono stati annunciati dalle agenzie di stampa legate alle milizie filogovernative ancor prima che gli scrutini fossero terminati? Nell’assenza di osservatori internazionali, dato che gli scrutatori inviati dagli oppositori di Ahmadinejad sono stati cacciati dai seggi a colpi di manganello, e visto il clima di terrore, è difficile pronunciarsi con certezza. Ma tre punti, in ogni caso, restano fermi.

1) Le elezioni iraniane sono state democratiche solo in apparenza. Mir Hossein Mousavi, il principale antagonista di Ahmadinejad, è comunque anche lui figlio del sistema. A proposito del «diritto» dell’Iran al nucleare, le sue posizioni non differiscono poi tanto da quelle del presidente riconfermato. Interrogato sulle dichiarazioni negazioniste dell’avversario, Mousavi non ha esitato ad affermare: «Ammettendo che ci sia stato lo sterminio degli ebrei in Germania (notate la sottigliezza di quel 'ammettendo che'...), cosa c’entra l’Olocausto ebraico con il popolo oppresso della Palestina, vittima dell’olocausto di Gaza?» (E già questo dice tutto...). In altre parole, un Gorbaciov iraniano non è ancora sceso in lizza. L’uomo capace di avviare un’autentica perestroika resta inconcepibile, e tuttora inesistente, in una repubblica islamista che oggi appare più blindata che mai. Gli osservatori che commentavano l’«alternativa» proposta da Mousavi per l’appunto, già primo ministro di Khomeini, oltre che direttore onnipotente dell’equivalente iraniano della Pravda, peccavano per ingenuità — un po’ come quelli che, ai tempi dell’Unione Sovietica trionfante, discettavano sulle impercettibili lotte tra fazioni in seno a un apparato abilissimo, anch’esso, nell’inscenare la sua stessa commedia. È un dato di fatto.

2) L’altro fatto incontestabile, peraltro, è il desiderio di cambiamento avvertito da una percentuale non indifferente, e forse addirittura maggioritaria, della società iraniana. Gli elettori esasperati che vediamo, da domenica, pronti a sfidare i paramilitari delle milizie... Le donne che a Teheran, ma anche a Isfahan, Zahedan e Shiraz, reclamano l’uguaglianza dei diritti... I giovani, collegati in permanenza a Internet, che hanno trasformato Facebook, Dailymotion e il sito «I love Iran» nel teatro di una guerriglia ludica ed efficace... I conducenti di taxi, araldi della libertà di espressione... Gli intellettuali... I disoccupati... I mercanti dei bazar, in rotta contro un governo che li manda in rovina... In breve, i ribelli contro gli imbroglioni. I blogger e i burloni contro i sepolcri imbiancati dell’apparato militare islamista. L’autore anonimo della barzelletta che è rimbalzata tramite Sms su milioni di cellulari e che, a quanto pare, fa sghignazzare i manifestanti: «Perché Ahmadinejad porta la riga in mezzo? Per separare i pidocchi maschi dalle femmine»... Tutti costoro hanno votato per Mousavi. Ma senza farsi illusioni.Come i polacchi di Solidarnosc, che negli ultimi anni del comunismo tenevano a freno consapevolmente la loro rivoluzione in attesa di vedere il regime autodistruggersi e sparire.

3) La terza certezza, infine, è che l’iniziativa, all’improvviso, torna più che mai nel campo delle democrazie. In realtà, esistono solo due alternative. O vincono i partigiani della realpolitik: ci incliniamo davanti al presunto verdetto delle urne e ci limitiamo a ratificare il peggio, come quel ministro degli Affari esteri francese che, nel 1981, al momento del colpo di Stato contro Solidarnosc pronunciò il suo famoso «Sia chiaro che noi non faremo nulla». Oppure, davanti a un Paese diplomaticamente isolato, davanti a un regime al quale tutti gli Stati confinanti augurano più o meno velatamente la caduta, davanti a un’economia sfibrata e incapace persino di raffinare il suo petrolio, decidiamo di ricorrere ai mezzi che abbiamo a disposizione e che sono molto più numerosi di quanto si pensi.

Eviteremo così la doppia catastrofe che sarebbe, da un lato, l’inasprimento della repressione, forse addirittura un bagno di sangue a Teheran, e dall’altro il rafforzamento inevitabile di uno Stato jihadista che rappresenterebbe un pericolo terribile per il mondo intero, perché dotato di un arsenale nucleare che non esiterebbe a mettere immediatamente al servizio dell’Imam nascosto e della sua apocalittica riapparizione (e di questo non ha mai fatto mistero).

Per riassumere; da queste tre certezze, esaminate congiuntamente, scaturisce un obbligo chiaro: aiutare e rafforzare, con tutti i nostri mezzi, la società civile iraniana in rivolta. L’abbiamo già fatto, in passato, con l’Unione sovietica. Abbiamo finalmente compreso, dopo decenni di vigliaccheria, che il totalitarismo, arrivato a un tale stadio di putrefazione, traeva la sua forza esclusivamente dalle nostre debolezze. Abbiamo saputo organizzare catene di solidarietà verso coloro che venivano definiti dissidenti e che alla fine trionfarono sul sistema. In Iran esiste l’equivalente di quei dissidenti che sono, come apprendiamo oggi, infinitamente più numerosi e potenti. A costoro deve andare oggi il nostro sostegno e il nostro incoraggiamento. La «mano tesa» di Obama? Speriamo che sia tesa anche in direzione di questa gioventù, che fa onore a un popolo che ha dato i natali ad Avicenna, Razi, al-Ghazali, Kasifi e tanti altri. È questa la nostra sfida.

Bernard-Henri Lévy
(C) Corriere della Sera

Ahmadi Get Out

Il Riformista e Radio Radicale si muovono per l'Iran. "Dopo le elezioni vinte da Ahmadinejad, le piazze dell'Iran si sono riempite di giovani che protestano contro un'elezione dubbia e chiedono che il regime si apra, che si facciano le riforme. Il Riformista è con loro, e chiede anche a voi lettori di manifestare la vostra solidarietà inviando la foto che accompagna questo articolo ai rappresentanti della Repubblica Islamica in Italia. Contiamo anche su di voi per far capire a quei ragazzi in piazza che il mondo è con loro". Qui (.jpg) trovate la foto da inviare alle rappresentanze diplomatiche iraniane: info@iranembassy.it /milano@consolatodelliran.com. Chi domani (17 giugno) si trovasse a Roma, potrà poi partecipare alla manifestazione indetta da riformisti e radicali: appuntamento in piazza Farnese, ore 19.00.

Lombardia Liberale organizza invece un presidio a Milano il giorno 18 giugno alle ore 18.00, in piazza Diaz 6 (Consolato Iraniano), "contro la repressione poliziesca dell'opposizione al regime di Ahmadinejad".