31 luglio 2009

Qualcosa su cui riflettere

Copio e incollo direttamente dal sito di Friuli Venezia Giulia Liberale:
“Dopo 150 anni il Governo Italiano si fa carico della necessità di colmare il divario che esiste tra nord e sud.” (Raffaele Lombardo, Governatore della Regione Sicilia, in occasione di uno stanziamento di 4,3 miliardi di Euro per la sua regione)

“Noi siamo partiti alla pari del Meridione. Forse più indietro ancora. E questa rivendicazione di orgoglio è molto forte tra i nostri ex contadini: abbiamo sempre fatto da soli, ci hanno sempre trattato male, lo Stato è come se non ci fosse mai stato. Nel rapporto dare-avere abbiamo dato mille e ricevuto zero virgola qualcosa. Per questo è così diffusa anche una certa rabbia per il Meridione: ecco, lo Stato ha mille occhi per voi, eppure noi ce l’abbiamo fatta da soli”. (Ferdinando Camon, scrittore, citazione tratta da “Schei” di Gian Antonio Stella, un libro che alla metà degli anni ’90 descriveva il nord-est e le sue peculiarità: il boom economico, i distretti industriali e, in politica, la dirompente crescita della Lega Nord).

Tre preti e due bagasce

Cioè. Feltri al Giornale, con Sallusti. Giordano al Tg5. Mimun alla Rai, o alla Sette, oppure vediamo. Riotta, bè, Riotta è un tale macinatore di economia e di finanza che se lo contendono il Wall Street Journal, l’Economist e il Financial Times. Lui andrebbe volentieri a Sky, perché non ha la minima intenzione di fare il ganassa con quelli che impilano i soldi. A Sky d’altra parte c’è Carelli. Belpietro al Tg5, forse, o forse a Panorama, ma forse a Panorama va Bechis, o forse Bechis va a Libero, se non tocca a Paragone. Polito va al Mattino. No, Polito non va al Mattino. E’ come la bella di Torriglia, tutti la vogliono e nessuno la piglia. Di Bella va a Rai Tre, Marino a Radio tre, la splendida Bianca al Tg3. Grandi spostamenti. Gad Lerner, quello dell’Avv., viene fotografato su uno scoglio in Sardegna con l’Ing., io stesso sto per andare in vacanza, e il povero Ezio Mauro sempre lì, a inseguire tre preti e due bagasce.
"Il Foglio"

27 luglio 2009

Giampaolo Pansa: "Il revisionista"

“Revisionismo”, secondo il dizionario De Mauro, è un “orientamento storiografico o ideologico tendente a reinterpretare gli eventi di un periodo storico invalidando tesi e notizie consolidate”. “Revisionista”, allora, è colui che studia e rilegge gli eventi storici sotto una luce diversa, inedita . “Il revisionista” (Rizzoli, 2009) è poi il titolo dell’ultima fatica di Giampaolo Pansa, peso massimo del giornalismo italiano in forza al quotidiano di Antonio Polito, “Il Riformista”, al quale è approdato dopo aver lavorato a “la Repubblica” e “L’Espresso”.

Dopo anni di studi sulle pagine più drammatiche della Resistenza italiana, Pansa si ferma a riprendere fiato: “Il revisionista”, autobiografia professionale ed umana, è un avvincente racconto del proprio passato, dall’infanzia agli studi universitari, dai primi passi nel mondo del giornalismo alla rottura definitiva con il gruppo editoriale di De Benedetti. Una storia, quella di Pansa, che è anche lo specchio dell’Italia del Dopoguerra: il giornalismo, infatti, porta l’autore a scontrarsi con gli eventi che hanno fatto la storia recente del nostro Paese.

Dopo l’indispensabile “I conti con me stesso” – raccolta postuma dei diari di Indro Montanelli – “Il revisionista” è senza dubbio la più preziosa testimonianza giornalistica pubblicata in questo 2009. Giampaolo Pansa fonde le armi della storia con gli strumenti della narrativa, mettendo insieme cinquecento pagine che si lasciano leggere con la stessa passione con cui sono state scritte. Una passione che traspare da ogni riga, soprattutto nelle pagine dedicate all’infanzia a Casale Monferrato in compagnia di personaggi memorabili (su tutti, la nonna Caterina Zaffiro).

Fondamentale per storici e giornalisti è invece la parte del volume dedicata al revisionismo: “Essere revisionista” scrive Pansa “vuol dire cercare la verità su un’epoca della storia, nel mio caso la guerra civile italiana fra il 1943 e 1948”, un “campo minato dai divieti di tanti parrucconi rossi”. Per chi non avesse letto nulla delle sue opere precedenti (“Il sangue dei vinti”, la sua opera più celebre, è datata 2003), “Il revisionista” si presta anche come ottimo compendio: Pansa ricorda il suo lavoro e i suoi libri, insieme agli anatemi lanciati da accademici, politici e giornalisti provenienti dalla “scuola” dei Partito Comunista Italiano.

Ma parallelamente alla storia del Pansa revisionista, nel libro scorre anche la storia dell’Italia. Ci sono pagine importanti dedicate al commissario Calabresi, e al vergognoso manifesto firmato dal meglio dell’intellighenzia italiana: intervistato dall’autore poco prima dell’omicidio, il commissario sembrava “una preda che sente stringersi attorno a sé la trappola preparata per dargli la morte”. Una storia terribile: molti dei firmatari del manifesto di condanna non hanno mai chiesto scusa. Giampaolo Pansa, che quel manifesto non lo firmò, arriva a scrivere: “Quello che so è che non ho difeso Calabresi come avrei dovuto. E provo vergogna di me stesso”. Una lezione umana, prima ancora che giornalistica.

L’ultima parte del volume è dedicata alla stretta attualità. Pansa riflette sulla svolta “a sinistra” di Gianfranco Fini, sugli ostacoli opposti alla realizzazione di una fiction tratta da “Il sangue dei vinti” e sui suoi rapporti con “la Repubblica” e “L’Espresso”. Dopo la vivacità intellettuale dei primi anni, sostiene l’autore, “Repubblica” è diventato un giornale prigioniero di se stesso. “L’effetto è quello del disco rotto, che ripete di continuo una sola canzone”: “Pure il lettore più distratto”, riflette Pansa, “sa in partenza che cosa leggerà l’indomani su ‘Repubblica’”. Nessuna opinione fuori dal coro: un giornale molto diverso da quello “libertino” delle origini.

“In questo libro c’è anche il mio ritratto. Un rompiscatole, un bastian contrario, uno spaccavetri. Ho tirato sassi contro i padroni postcomunisti della storia italiana. Ho provato a scrivere le pagine che loro avevano lasciato bianche. Li ho sbugiardati”. Un ritratto, un’autobiografia, un libro di storia personale e collettiva. Una splendida narrazione, anche. Chiuso il libro, però, “Il revisionista” emerge prima di tutto come una splendida lezione per gli aspiranti giornalisti: studiare, lavorare e poi “spaccare i vetri”, raccontare quello che nessuno vuole raccontare, con coraggio. Iniettando nelle pagine che scriviamo un po’ di verità e di sano revisionismo.

26 luglio 2009

Il maestro, il calzolaio e il meridionale. Tutti i provinciali di Lucio Mastronardi

“Nato a Vigevano il 28 giugno 1930 Lucio Mastronardi è cresciuto in ambiente piccolo borghese ma in un caseggiato abitato da operai e artigiani. Sua madre è lombarda, vigevanese. Il padre invece è nato abruzzese, di vicino Vasto, ora ispettore scolastico in pensione”. Così Elio Vittorini, primo editore di Mastronardi, presenta ai suoi lettori l'esordiente di Vigevano. Raggiunto il successo negli anni Sessanta con la pubblicazione de Il Maestro di Vigevano, Mastronardi è stato dimenticato. Nel trentesimo anniversario della sua scomparsa, riscopriamo questo grande autore di provincia insieme a Stefano Giannini, che insegna letteratura italiana alla Syracuse University di New York e ha scritto La musa sotto i portici, dedicato a Piero Chiara e Lucio Mastronardi.

Professore, Giovanni Tesio ha scritto: “È toccato in sorte a Mastronardi lo stesso ingiusto oblio di un altro irregolare di genio e vinto della vita che fu Luciano Bianciardi”. Dopo un breve successo – legato anche al film con Alberto Sordi e Claire Bloom – Mastronardi è stato dimenticato. Perché?

Mastronardi certamente ha vissuto momenti di ampia, e a volte criticata, notorietà nella prima metà degli anni Sessanta. I tre libri che compongono la “trilogia vigevanese” furono scritti e pubblicati in un breve arco di tempo, tra il 1959 e il 1964. A casa tua ridono del 1971 e i racconti non riscossero invece il successo dei tre precedenti. Forse il picco isolato della sua produzione letteraria, non sostenuto da altri lavori di simile caratura, e la sua tutto sommato limitata quantità, ha contribuito a farlo “dimenticare” più facilmente dall’industria culturale, che ha spesso bisogno di proposte e riproposte.

Quest’anno si celebra il trentesimo anniversario della scomparsa di Mastronardi… Sarà l’occasione buona per riscoprirlo?

Sì, qualcosa sta cambiando. Recentemente Tesio, che lei ha giustamente ricordato, ha curato una nuova edizione della trilogia, e nel 2002 ha anche riproposto in un unico utilissimo volume i racconti e A casa tua ridono, da tempo non disponibili. Quest’anno, poi, la biblioteca civica di Vigevano organizza una serie di eventi e presentazioni per ricordare Mastronardi in occasione dell’anniversario (il professor Giannini presenterà il suo saggio “La musa sotto i portici” sabato 5 settembre alle ore 18 presso la biblioteca di Vigevano, alla presenza della figlia di Lucio Mastronardi, ndr).

L’esordio di Mastronardi è legato all’interessamento di Elio Vittorini, che lo pubblicò su “Il Menabò”. In seguito, Mastronardi ha intrattenuto stretti rapporti con altri editori-letterati, da Calvino a Sergio Pautasso. Che ruolo hanno ricoperto nella sua carriera letteraria?

Mastronardi, a dispetto dell’immagine di irregolare che gli fu un po’ frettolosamente attribuita (e quindi perpetuata), era molto attento ai pareri critici di autori e amici vicino a lui, e ciò si può capire, secondo me, da quella prima famosa “Notizia su Lucio Mastronardi” di Vittorini, che segue immediatamente “Il calzolaio” nell’esordio sul “Menabò”, e che è rimasta tra le informazioni fondamentali per le successive analisi dei testi di Mastronardi. Vittorini e Calvino contribuirono a disciplinarne gli interessi e lo stile, con sproni a volte anche provocatori ma efficaci e ascoltati. Con tutti gli intellettuali che lei ha indicato, Mastronardi volle tenere aperto un dialogo con lo scopo di riflettere sul come fare letteratura.

Al centro della trilogia di Mastronardi c’è Vigevano con i suoi abitanti, nei primi anni Sessanta del "boom". Cosa ha rappresentato Vigevano, e più in generale la provincia, per Mastronardi?

Vigevano ha rappresentato lo spazio conchiuso e controllabile che Mastronardi ha potuto conoscere in ogni dettaglio, e quindi raccontare con la forza e l’intuizione artistica necessarie per creare un’opera narrativa capace di parlare a tutti. In fondo la sua città e la sua provincia aspirano a diventare un modello di città e di provincia che tutti i lettori dovrebbero poter riconoscere come la loro. Mastronardi ha dato un esempio di quell’impaesamento di cui parlava il critico spagnolo Ortega y Gasset come chiave per creare un romanzo: lo scrittore deve riuscire a fare interessare i lettori ai suoi personaggi, personaggi della quotidianità a cui i lettori devono potersi in qualche modo avvicinare diventando essi stessi “provinciali transitori”, residenti di quei luoghi…

La trilogia di Vigevano è composta da un calzolaio, un maestro e un meridionale. Perché Mastronardi ha scelto proprio questi tre “tipi” e non altri?

L’osservazione di quello spazio limitato che Mastronardi si era scelto – Vigevano – gli ha fatto individuare in quei tre personaggi il più forte potenziale narrativo. Avevano il più forte potenziale narrativo perché erano i tre tipi che meglio rappresentavano, ai suoi occhi, i tratti peculiari della città. Scegliere un calzolaio, un maestro e un meridionale non vuol dire però scrivere le loro biografie. I lettori capiscono subito che partendo da queste figure minime, Mastronardi esplora la vita di una provincia universale nei suoi disordinati e scabri rapporti umani che lui racconta con disperata lucidità.

Secondo Asor Rosa, con la sua trilogia Mastronardi avrebbe voluto rappresentare le contraddizioni del capitalismo. È d’accordo?

Asor Rosa ha bene sottolineato la desolante immagine della società italiana del dopoguerra in preda al frenetico sviluppo industriale che appare dalla trilogia mastronardiana. Ma pur tenendo conto della posizione critica di Lucio Mastronardi verso quella società, e del suo impegno per denunciare le pericolose condizioni di lavoro nelle fabbriche della sua città, intendere la sua opera come un progetto di rappresentazione delle contraddizioni del capitalismo non coglie appieno il valore degli scritti di Mastronardi. I suoi personaggi non sono portatori di univoci e consapevoli messaggi di classe, quanto di disagio esistenziale. L’obiettivo vero di Mastronardi è raccontare: obiettivo eticamente nobilissimo, in quanto si rivolge con sincerità ad un pubblico di lettori che vuole avvicinare a sè in un viaggio dove forse non tutto si può capire, ma su cui si può riflettere e far riflettere.

La vita di Mastronardi è segnata da un grande cambiamento: l’abbandono di Vigevano e il trasferimento a Milano, parallelo all’abbandono di casa Einaudi a favore della Rizzoli. Cosa l’ha portato a rompere con la casa torinese e con la sua città?

Il dialogo interrotto con Calvino portò lo scrittore ad una riflessione sull’impegno editoriale. Ritenne più opportuno affidare i suoi nuovi lavori ad una nuova casa editrice. Sviluppi problematici nel suo lavoro nella scuola – in parte nati dalle polemiche suscitate dal suo “Maestro”, attaccato da alcuni dei suoi colleghi insegnanti – lo portarono ad accettare ruoli slegati dall’insegnamento nella vicina Abbiategrasso e poi a Milano.

Tesio ha collegato la figura di Mastronardi a quella di Luciano Bianciardi. Altri vedono un parallelo con Giovanni Verga. È d’accordo?

Bianciardi per la categoria dei vinti e Verga per la decisione dell’osservazione costante sullo spazio minimo della provincia – l’impaesamento insomma – sono due nomi senz’altro avvicinabili a Mastronardi. Alcune caratterizzazioni di personaggi bianciardiani rimandano alle famiglie in crisi di Mastronardi. E certamente Mastronardi fu influenzato dal microscopio verghiano su Aci Trezza. Inoltre Verga è un nome fatto da Mastronardi stesso quando, in un'intervista, disse che se il primo fosse nato a Vigevano avrebbe scritto i Malavoglia vigevanesi…

Quali altri autori di riferimento accosterebbe allo scrittore di Vigevano?

Io aggiungerei anche Moravia, per l’amarezza inarrestabile nel descrivere il masochismo di cui i suoi personaggi sono vittima; un masochismo che è spia di disagio esistenziale e alienazione che invade il novecento letterario europeo. La lettura di Agostino di Moravia, libro molto apprezzato da Mastronardi, fornisce poi un’altra prova di vicinanza tematica e stilistica col Mastronardi del “Maestro” e di “A casa tua ridono”. Sembra che il bambino Agostino prefiguri la fissità dei ruoli su cui si infrangeranno le speranze degli adulti Mombelli, del “Maestro” e Pietro, lo sconfitto dell’ultimo romanzo.

Un’ultima domanda: nel suo saggio La musa sotto i portici, lei parla del ruolo fondante del caffè per i due scrittori. Cos’è "il caffè" nella poetica di Mastronardi?

Da sempre al centro della vita sociale della provincia italiana fino al secondo dopoguerra, il caffè è stato punto d’incontro di clienti di ogni tipo, dalla rispettabilità più o meno specchiata, ma sempre attratti dalla possibilità di ritrovarsi in una zona franca, senza l’impegno degli oneri organizzativi che sarebbero stati veri in una casa, o al lavoro. Il caffè per questi scrittori, che lo hanno frequentato assiduamente, ha avuto quindi la funzione di catalizzatore di storie: per Mastronardi e Chiara è, rispettando la tradizione, lo spazio preferito per il confronto verbale e di idee tra i loro personaggi, da cui nascono le storie che raccontano.

Un luogo d’incontro e di scambio, dunque, tanto per lo scrittore quanto per i suoi personaggi…

Sì. Nei caffè di Mastronardi il confronto tra i personaggi mette in scena, sottolineandolo in modo esasperato, la finzione di un rapporto sociale da cui i personaggi non riescono ad uscire, bloccati per loro inettitudine in maschere grottesche. Nella “Musa sotto i portici” ho esplorato i molteplici virtuosi contatti tra il topos culturale del caffè e le opere dei due autori, per entrare nelle loro officine letterarie e mostrare il loro ruolo di primo piano nel ricco panorama del novecento letterario italiano.

L'Occidentale

25 luglio 2009

24 luglio 2009

Padre Silvio



Dopo aver sviscerato ogni singolo aspetto della vita carnale di Silvio Berlusconi, ora i giornali iniziano ad occuparsi della sua anima. Incredibile articolo di Socci su "Libero" (qui in .pdf): "Berlusconi è corazzato da quel Gigante che attraversa le pagine dei Vangeli e che è la Misericordia fatta carne", "tanto più abbiamo sbagliato - continua Socci - tanto più abbiamo il diritto di buttarci tra le braccia del Salvatore". Tutto questo per dire che Berlusconi fa bene ad andare a trovare Padre Pio. Ma siamo proprio sicuri che Silvio si senta in colpa? E che sia ora di tirare in ballo il Salvatore e la Misercordia, manco avesse ucciso qualcuno? A questo punto mi aspetto una confessione dal Papa.

21 luglio 2009

Vittorio Bodini, poeta dimenticato tra il Salento e la Spagna

Salentino di nascita e spagnolo d’adozione, Vittorio Bodini figura tra i maggiori poeti dimenticati del secolo scorso. Instancabile sperimentatore, amante e traduttore della letteratura spagnola, critico letterario e mediatore culturale, il poeta leccese è un intellettuale in cui “si fondono esperienze e stimoli diversi”. Per conoscerlo meglio, abbiamo intervistato Antonio Lucio Giannone, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università del Salento e direttore della collana “Bodiniana”, volta alla riscoperta di un grande autore che “non rientra negli schemi consolidati del Novecento”.

Professore, al di là di qualche eccezione, le poesie di Vittorio Bodini sono state trascurate tanto dalle antologie novecentesche quanto dai libri di testo scolastici. Perché – e quando – ci siamo dimenticati di questo grande poeta?

Bodini, che negli anni Cinquanta era al centro del dibattito letterario e aveva pubblicato le sue raccolte poetiche anche con Mondadori e Scheiwiller, è stato dimenticato dopo la morte, anzi un po’ prima, per diversi motivi. Innanzi tutto per la sua “eccentricità” rispetto alle correnti poetiche dominanti del Novecento; in secondo luogo, perché la sua fama di ispanista ha messo un po’ in ombra l’attività creatrice; e infine perché da qualche critico frettoloso è stato scambiato per un poeta del “colore” meridionale, quando invece il Sud di Bodini è una sua originalissima “invenzione”, che arriva a diventare metafora di una triste condizione esistenziale. L’inizio della “sfortuna” critica di Bodini si può far risalire all’esclusione dall’antologia Poesia italiana del Novecento curata da Edoardo Sanguineti (1969). Questo esempio venne seguito purtroppo anche da quelle di Pier Vincenzo Mengaldo, Cucchi-Giovanardi e Segre-Ossola. È stato così che Bodini è stato estromesso dal canone poetico novecentesco del quale invece merita pienamente di far parte.

Parlare di Vittorio Bodini implica necessariamente una riflessione sulla sua terra, il Salento, con cui l'intellettuale ha intrattenuto una relazione conflittuale…

Con il Sud il poeta ebbe sempre un rapporto problematico, complesso, di odio-amore (“… mio paese / così sgradito da doverti amare”). All’inizio, anzi, a prevalere era una sorta di rifiuto della sua terra, che dopo la fondamentale esperienza spagnola si tramutò invece in profonda comprensione. Bodini esplorò il Salento, come aveva fatto con la Spagna, scoprendone una dimensione intima, nascosta, e lo interpretò da grande poeta, anche attraverso la chiave di lettura del barocco leccese, visto come “horror vacui”.

E proprio la Spagna – una seconda casa – è l’altro luogo topico nella parabola intellettuale del poeta… Cosa lo ha colpito della penisola iberica? Vi ha trovato forse delle corrispondenze con la terra natia?

Sì, è proprio questo che succede quando per la prima volta, alla fine del 1946, si reca in Spagna. Qui, partendo dalle manifestazioni più tipiche di quella nazione (la corrida, il flamenco, ecc.), si immerge nella realtà profonda della Spagna e, con la guida ideale di García Lorca, va alla ricerca della sua anima segreta. In questo modo rinviene le numerose affinità che legano il paese visitato alla sua terra, che riesce a capire meglio lontano da essa. A questo proposito non posso che rinviare ai bellissimi reportage che io stesso ho raccolto nel volume Corriere spagnolo (1947-54), pubblicato dall’editore Manni di Lecce nel 1987.

All’incontro con gli usi e i costumi segue immediatamente la scoperta della letteratura spagnola: il poeta Bodini diventa così uno dei maggiori traduttori dei capolavori iberici. Come, e perché, iniziò a tradurre gli autori spagnoli?

Bodini aveva incominciato a tradurre autori spagnoli, su varie riviste, fin dal 1941, ma è fuor di dubbio che la permanenza nel paese iberico contribuì in maniera determinante a convincerlo a proseguire su questa strada. Non a caso, subito dopo il rientro in Italia, portò a termine la traduzione del Teatro di Lorca(1952), poi del Don Chisciotte di Cervantes (1957), fino all’antologia dei Poeti surrealisti spagnoli (1963). Si tratta di tre opere fondamentali, continuamente ristampate ancora oggi dall’editore Einaudi. Bodini non è stato solo un grande traduttore, ma anche uno straordinario interprete della letteratura spagnola e, in particolare, di due suoi momenti, il “siglo de oro”, cioè il Seicento, e il Novecento, che sentiva intimamente suoi.

Tornando al Bodini poeta, come descriverebbe la sua poetica e il suo stile? Quali sono stati i suoi riferimenti culturali?

È difficile riuscire a definire la poetica di Bodini, che, come ho già detto, non rientra negli schemi consolidati del Novecento. In essa si fondono esperienze e stimoli diversi, dall’iniziale ermetismo a un certo realismo, ma poi soprattutto sperimentalismo, surrealismo, fino alla neoavanguardia. I suoi riferimenti principali, sia pure rielaborati originalmente, sono Montale e Lorca.

A proposito di sperimentalismo, in gioventù Bodini è stato anche un poeta futurista: cosa ha rappresentato per lui l'avanguardia di Marinetti? Forse una via d'uscita all'immobilità della sua terra?

Sì, il futurismo giovanile di Bodini è stato soprattutto questo: una forma di contestazione, di insofferenza nei confronti dell’immobilità culturale, sociale, economica della sua terra, tanto è vero che i temi della modernità presenti nelle sue poesie di quel periodo sono soprattutto simboli di evasione dal mondo soffocante e oppressivo della provincia.

Seppur celebre in quanto poeta e traduttore, Bodini è stato anche critico letterario, narratore e intellettuale a tutto tondo. Quali lati "inesplorati" della sua attività letteraria meritano di essere riscoperti?

Bodini è stato uno scrittore completo nel vero senso del termine. Tra i tanti aspetti della sua attività meritano ancora di essere conosciuti meglio quelli di narratore e di critico, letterario e d’arte, nonché di operatore culturale. Nel 1954 fondò e diresse una rivista, “L’esperienza poetica” (1954-1956), che cercava nuove strade alla poesia italiana, rifiutando sia il postermetismo sia il neorealismo. In tal senso anticipò la tanto più nota rivista bolognese “Officina”.

Attraverso la collana "Bodiniana" lei sta lavorando per riportare Vittorio Bodini alla meritata notorietà. Come procede il suo progetto?

In questa collana, pubblicata dall’editore Besa di Nardò (Lecce), finora sono usciti tre volumi: Barocco del Sud, una raccolta di racconti e prose, da me curati; il commento alla prima raccolta poetica di Bodini, La luna dei Borboni(1952), a cura di Antonio Mangione; e il Carteggio tra Vittorio Bodini e Luciano Erba, a cura di Maria Ginevra Barone. A settembre sarà pubblicato il quarto, un commento alla seconda raccolta bodiniana, Dopo la luna, del 1956, sempre a cura di Mangione. Successivamente sono in programma una raccolta degli scritti critici, una scelta delle lettere e ancora il commento a Metamor, il terzo libro poetico, nonché la pubblicazione di un romanzo giovanile, ancora inedito in volume, di alcuni racconti dispersi e di altri carteggi. Ma non mancherà nemmeno qualche sorpresa…

L'Occidentale

16 luglio 2009

Con gli uomini che vanno sulla Luna

Per andare sulla Luna si parte da qui: un punto del nostro pianeta che un tempo chiamavano Cape Canaveral ed ora chiamano Cape Kennedy, dal nome dell’uomo che pagò con la vita anche il sogno di navigare gli spazi. La regione dove esso si trova è indicata sulle mappe terrestri come Florida, è baciata da un’estate perpetua, ed è considerata il grosso laboratorio scientifico dell’emisfero occidentale. Dico occidentale perché per andare sulla Luna si parte, chiunque lo sa, anche da un altro punto del nostro pianeta: quello nella regione indicata sulle mappe terrestri come Kazahstan. Lì però bisogna parlare benissimo il russo, essere iscritti al partito locale, e impegnarsi a non fare la spia a quelli della Florida. Tutto il contrario di ciò che accade in Florida dove bisogna parlare benissimo inglese, non essere iscritti al partito suddetto, e impegnarsi a non fare la spia a quelli del Kazahstan. Tra le due regioni v’è infatti una concorrenza spietata, paragonabile a quella delle compagnie aeree che fanno lo stesso tragitto, con l’aggravante che il biglietto non è utilizzabile su entrambe le compagnie, come s’usa nei viaggi terrestri: o si parte di qui o si parte di là. Secondo me è meglio di qui: il razzoporto è eccellente, circondato da dodicimila chilometri di mare profondo dove le astronavi possono precipitare senza colpir l’abitato, e la preparazione psicologica addirittura perfetta. Coperto da un sudario di sabbia, di asfalto, di sale marino, il luogo è così brutto che quando ci sei non ti resta che andare sulla Luna dove, se non è meglio, peggio non è. Non a caso scienziati prolissi lo portano a esempio della prossima stazione spaziale. Estinti i sugheri, le palme, i lillà, le trecentoventotto specie di alberi che lo ossigenavano, vi trionfano le piante di plastica; i prati sintetici si comprano al supermarket come la stoffa. Estinti i coccodrilli, i topi, le zanzare, vi sopravvivono solo i pescicani impiegati dalla NASA per divorare i curiosi che bagnan nel mare anziché nelle piscine, e ciò che qui chiamano uccelli non sono gli uccelli ma i razzi o i missili: sicché chi va a caccia e dice “ho preso un uccello” finisce immediatamente in galera. I motel, che sono alberghi per l’uomo e l’automobile, hanno nomi come Satellite, Vanguard, Polaris e non dispongono di camerieri ma di esperti robot: robot per lucidare le scarpe, robot per far i caffè, robot per massaggiare chi è stanco. I giocattoli sono quelli che i figli dei cosmopionieri useranno nelle colonie lunari destinate a sorgere sulla Vallata della Eterna Luce: tutine spaziali, bombolette di ossigeno, astronavicelle che prendono il volo per mezzo di batterie solari. Le cartoline da spedire agli amici non riproducono paesaggi ma razzi, missili, depositi di kerosene, astronauti chiusi nelle capsule Mercury; la Terra che noi conoscemmo è dimenticata da tempo e nella desolata pianura si scorgono solo le torri di lancio: cattedrali di un’era che ha sostituto la liturgia con la tecnica.

IL CONTO ALLA ROVESCIA

Ma cosa succede quando l’uomo da un porto allo spazio spicca il volo verso l’immensità? Sui brividi del conto alla rovescia e sulla partenza per la Luna parla David Morris, medico della NASA.

“HANNO tutti paura quando sono lassù. Nessuno resiste all’angoscia della voce che conta a rovescio prima che esploda l’enorme fiammata. Più i numeri scendono… meno sette… meno sei… meno cinque meno quattro meno tre… più i battiti del cuore salgono. Shepard, che era salito scherzando, mantenne ottanta pulsazioni al minuto durante la conta finale: ma quando arrivò il meno sette le pulsazioni gli salirono a novanta, al meno quattro erano a novantacinque, allo zero erano a cento. Poi si accesero i fuochi e le pulsazioni salirono a centonove. Poi il razzo partì e le pulsazioni salirono a centoquindici, centoventi, centoventicinque, centotrenta, centotrentacinque, centotrentotto. Per un lungo minuto, il minuto durante il quale si ignora se il razzo continuerà a salire o scoppierà, le sue pulsazioni rimasero a centotrentotto. Sono uomini come gli altri, mi creda. Per me c’è solo un giorno in cui son diversi dagli altri, superuomini forse. Ed è la vigilia della partenza: quando vanno a dormire, tranquilli, si addormentano immediatamente, tranquilli, poi all’alba che potrebb’essere la loro ultima alba si svegliano riposati e contenti come se andassero a caccia di folaghe”. E quando partirono per la Luna, dottore? Anche allora si svegliarono contenti come se andassero a caccia di folaghe? “Sicuro. Il sistema è lo stesso e non dimentichi che sono soldati: andare sulla Luna per loro è come andare alla guerra, ma con meno probabilità di morire. Si rendono conto, evidente, che rischiamo di andare a morire: tuttavia sanno bene che non li faremmo andar su se le probabilità di salvezza non fossero al 99,99 per cento. Una cosmonave è meno pericolosa degli aerei supersonici che erano abituati a collaudare, e da terra li seguiamo secondo per secondo, possiamo portar loro soccorso. Perché dovrebbero essere meno tranquilli?”. Perché vanno sulla Luna, dottore. “Sciocchezze. Anche sulla Luna li seguiamo, le ho detto: mentre atterrano, scendono, si spostano…”. Dottore scherziamo? Un uomo ha aperto una capsula e scende su un mondo dove nessuno è mai stato: ed egli lo sa. Appoggia i piedi dove nessuno li ha mai appoggiati, gira gli occhi dove nessuno li ha mai girati: ed egli lo sa. Lentamente, cautamente, fa il primo passo; l’umanità intera, coloro che sono morti, fa quel passo con lui: ed egli lo sa. Non v’è scoperta di isola, né di oceano, né di continente in questo pianeta che possa paragonarsi a quel primo lentissimo, cautissimo passo: ed egli lo sa. L’oggetto dal quale è disceso potrebbe non ripartire mai più, condannarlo a morire su questo deserto e lontano centinaia di migliaia di miglia da casa: ed egli lo sa. Dottore, lei crede davvero che le sue pulsazioni non supereranno le centotrentotto al minuto? Ma cos’è, quest’uomo, un robot? “Gli astronauti”, dice il dottore, “non sono robot. Non volevamo robot”.

Oriana Fallaci,
"L'Europeo" n° 52, 1968

Per non dimenticare...

Sull'ultimo numero del "New Yorker", Laura Secor parla del silenzio calato sulle proteste iraniane: "The less we hear from Iran, the easier it is to presume that the regime’s strong-arm tactics have succeeded in putting down the protest movement. But the silence we hear is only our own. The protest movement that exploded into Iran’s streets in June was not a momentary flash of anger. It would not have been so heart-stopping if it were".

Il direttore David Remnick, invece, ripropone una sua intervista audio a Natalia Estemirova, erede della Politkovskaya recentemente uccisa: "Natalia was one of those remarkable people whom reporters depend on in every ominous corner of the world: the human-rights activists who know so much, and who give completely of themselves, with little thought to their security. They are the ones who reap no glory or profit; they are the ones for whom the violence and corruption is not a “story” but the center of their lives".

La foto più triste dell'estate



In un solo scatto, il massimo del cattivo gusto e della tristezza.

13 luglio 2009

Game, Set and Match Israel



Battendo la favoritissima Russia per 4 a 1 - e raggiungendo così le semifinali di Coppa Davis - i tennisti israeliani hanno scritto un pezzetto di storia. "Tennis Country" rintraccia le origini di questo successo nella nascita dell'Israel Tennis Center, il più vasto progetto tennistico per bambini al mondo: "Israel Tennis Centers is the largest tennis program for children in the world, reaching more than 350,000 families (5% of the Israeli population). There are fourteen tennis centers across Israel which use tennis to promote the social, physical and psychological well being of their students". (Thx to Straight Sets - Tennis Blog of the New York Times)

12 luglio 2009

Marino c'è o ci fa?

"Trovo davvero incredibile che un criminale che già 13 anni fa era stato coinvolto in odiosi reati di violenza sessuale possa essere arrivato a coordinare un circolo del Pd. È evidente che nel Pd abbiamo una questione morale grande come una montagna, che non può essere ignorata né sottovalutata".

A parlare è Ignazio Marino, terzo candidato alla segreteria del Pd. A lui va il premio per la dichiarazione più stupida della settimana: in un altro paese, si sarebbe già giocato ogni possibilità di vittoria alle primarie. Per dirla con Bersani: "Cose del genere non le pensa di noi il nostro peggiore avversario".

Francesco Biamonti ha fatto del Mar Ligure il suo paesaggio narrativo

Scomparso nel 2001, Francesco Biamonti ha raccontato la Liguria sospesa tra la vastità del mare e il suo antico entroterra. Questo scrittore schivo e riservato, arrivato tardi all'esordio letterario, era amato da Italo Calvino ed è stato pubblicato meritoriamente da Einaudi. La sua poetica ha affascinato anche il professore Giorgio Bertone, che insegna Letteratura Italiana all’Università di Genova e a Biamonti ha dedicato un volume intitolato "Il confine del paesaggio". Abbiamo intervistato Bertone per saperne di più su Biamonti e questo pezzo della geografia letteraria italiana.

Professore, Biamonti una volta disse “Mi piace non dire niente, io sono da cancellare”. Lei che idea si è fatto sulla sua personalità?

Non parlerei di personalità. Il concetto di “personalità” risale al Dopoguerra, quando si studiavano “l’opera e la personalità dell'Ariosto”. Oggi si dovrebbe parlare di biografia, analisi psicologica, scrittura, stile... E, s’intende, anche di temi, intrecci, ideologie, montaggi narratologici, stilemi.

Allora parliamo della biografia di Biamonti. Bordighera, la riviera ligure...

Per quanto riguarda la Liguria, Biamonti è stato sicuramente influenzato da alcuni amici pittori della Riviera come Ennio Morlotti. Più in generale, determinante è stato l’influsso di maestri come Cézanne (Biamonti visitò l’atelier di Cézanne in Provenza, ndr). Poi c’è stato l’esempio di grandi poeti, da Baudelaire a Montale. E infine, da un punto di vista filosofico, l’esistenzialismo di Camus. Insomma molteplici riferimenti tanto che è difficile ricordarli tutti.

Restiamo al Biamonti appassionato d'arte. Come ha trasposto la luce e i colori degli artisti preferiti nella sua narrativa?

Andando oltre la luce ed i colori di Morlotti e Cézanne. In altre parole, non riducendo la sua operazione a un semplice tentativo di trasposizione della pittura in letteratura. Biamonti ha preso spunto dai suoi modelli artistici per descrivere il mondo a suo modo. Se prendete i suoi romanzi, non troverete quasi mai un paesaggio dispiegato, ovvero descritto nella sua interezza – come avviene nei quadri di Cézanne. Biamonti punta piuttosto alla rappresentazione di un solo particolare taglio di luce, a un oggetto singolo.

Biamonti ha esordito tardi con “L’angelo di Avrigne”, nel 1983 (lui era del '22). Il libro fu presentato in modo entusiastico da Calvino e da allora i romanzi di Biamonti sono stati premiati e tradotti anche all'estero. Quali i sono temi portanti della sua poetica letteraria e perché Biamonti ha rischiato d'essere "dimenticato"?

Alla pari dei riferimenti culturali, anche i temi della sua poetica sono molteplici. Sicuramente c'è la Morte, il dolore (anche fisico), il conflitto tra il bene e il male colto nel contrasto di luce e ombra, di terra e mare. Ma potrei citare ancora la nostalgia della donna, la nostalgia di un contatto duraturo con la terra. Insomma, il senso dell'esilio. La risposta alle sue domande potrebbe essere questa.

C’è chi – guardando alle esperienze giovanili e alla carriera letteraria – ha paragonato Biamonti a Italo Svevo

Personalmente, non vedo alcun tratto in comune tra i due. Chi ha suggerito questo accostamento?

Il professor Francesco Improta, anch'egli di Bordighera, in un articolo della associazione “Amici di Biamonti”. Se non è così, lei a quali scrittori lo accosterebbe?

Piuttosto che Svevo suggerirei i lirici francesi, Montale, Boine… Attenzione, però: sto parlando di autori che hanno influenzato Biamonti indirettamente. Dopo averli letti, il Nostro li ha ben digeriti, per poi sottoporli a una profonda metamorfosi.

Ci dica perché ha scelto di approfondire l’opera di Biamonti e perché questo scrittore andrebbe riletto

Direi proprio per un fattore di cui abbiamo parlato in precedenza: il suo senso del paesaggio – mutuato dagli amici pittori e trasposto in letteratura. E, naturalmente, il significato che il paesaggio assume nella sua opera di narratore.

L'Occidentale

06 luglio 2009

The Making of a Legend

Love Fifteen


Il mondo celebra Federer e il suo quindicesimo slam. Qui sopra lo spot mandato in onda dalla Nike a pochi secondi dalla fine del match. Qui il sito ufficiale di Roger. Qui il tributo dell'Atp World Tour: video, racconti, interviste, statistiche, sfondi e tutto quello che cercate. Qui l'articolo odierno di Gianni Clerici. Congratulazioni Roger, appuntamento a New York.

05 luglio 2009

15



Sul centrale di Wimbledon, Roger Federer (il peggior Federer degli ultimi mesi) si porta a casa il 15° slam della carriera. Sconfitto un ritrovato Andy Roddick, già giustiziere di Murray in semifinale. Da segnalare il numero dei games giocati al quinto set: 30. Appuntamento agli US Open di fine agosto: ci sarà Nadal. E ci sarà anche Roddick.

Con Nuto Revelli riscopriamo l'Italia della Guerra e dei non protagonisti

Storico, memorialista, narratore. Ma anche, per dirla con parole sue, semplice “autodidatta”. Questo e molto altro è stato Nuto Revelli, lo scrittore piemontese che ha dedicato gran parte della vita all'incontro con gli “ultimi”. Per riscoprire un autore tanto eclettico, “l’Occidentale” ha intervistato Luisa Passerini, docente di Storia culturale all’Università di Torino, che ha conosciuto e frequentato personalmente quell’uomo “insieme brusco e profondamente mite”. Con lei ripercorriamo le tappe di una straordinaria avventura intellettuale, tra soldati al fronte e poveri contadini al cospetto della modernità.

Professoressa, come si è avvicinata a Nuto Revelli?

Mi avvicinai a Nuto Revelli - che già conoscevo alla lontana per altri suoi scritti e gesti - leggendo Il mondo dei vinti, la cui uscita, nel 1977, si situava in un momento del mio sviluppo intellettuale e professionale che andava in una direzione affine. Nella seconda metà degli anni Settanta, mi ero infatti appassionata alla storia orale, nella sua pratica e nei suoi aspetti teorici. Date le premesse da cui partivo, per me non fu facile venire a patti - se così posso dire - con l’opera di Revelli, che sovranamente valicava tutte le pastoie metodologiche e disciplinari. Io ero intenta a operare una sfida rispetto alla storiografia tradizionale, alla quale però rivendicavo il diritto di appartenenza sia della storia orale sia mia personale.

Lui, invece, era più lontano dalla storiografia tradizionale…

Ci volle del tempo e dell’esperienza perché potessi apprezzare il contributo di Revelli, così libero da condizionamenti, anche quelli che, come nel mio caso, permettevano - se adeguatamente sfidati - di raggiungere nuove frontiere, allargando i territori disciplinari esistenti. Revelli non aveva bisogno di dimostrare niente e non si lasciava irreggimentare da nessuno steccato; era scettico, e giustamente, anche verso la possibilità di essere classificato come storico orale, nonostante i suoi grandi contributi alla raccolta e all’elaborazione dell’oralità.

Lei ha conosciuto personalmente Revelli. Cosa ricorda del vostri incontri?

Ebbi la fortuna di conoscere Nuto Revelli di persona, in occasione di una serie di incontri che organizzammo, con altri amici e colleghi, all’Università e all’Istituto Gramsci di Torino, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta. Il contatto diretto con il suo modo di fare, che era insieme brusco e profondamente mite, mi fece comprendere molto dello spirito in cui si muoveva la sua opera. Lo rividi più volte, andando a trovarlo nella sua casa di Cuneo, intervistandolo, incontrandolo al Castello di Verduno dove passava le vacanze, e fui sempre colpita dalla mescolanza di estrema umanità - che lo rendeva così fine e simpatico - e di spregiudicatezza e di intransigenza, che caratterizzavano sia l’uomo sia l’intellettuale. Alcune opere successive, come Il disperso di Marburg e Il prete giusto confermarono queste impressioni.

Dalla Campagna di Russia alla lotta partigiana. Cosa ha rappresentato per lui la guerra?

Un aspetto fondamentale dell’atteggiamento di Nuto Revelli rispetto alla guerra, compresa quella partigiana, mi è rimasto profondamente impresso e ha ispirato la mia comprensione dell’atteggiamento che potremmo avere tutti, se ne fossimo capaci. E’ basato sulla convinzione che la violenza armata e organizzata si debba affrontare e anche praticare, quando è assolutamente necessario, compresi passi estremi come l’esecuzione di un nemico o di un traditore. Tuttavia queste decisioni devono costantemente poter contenere in se stesse il loro contrario, cioè non dare mai spazio al compiacimento per la violenza, ma anzi albergare sempre la consapevolezza del costo che comporta il metterla in atto. Si percepiva che questa consapevolezza aveva animato le azioni e i pensieri di Nuto Revelli, compreso il suo lavoro intellettuale.

Cosa lega il Revelli memorialista a quello narratore? Quale delle due forme di scrittura è più convincente?

Non credo si debba fare alcuna separazione tra le due forme di scrittura, e tanto meno ritengo che una sia più convincente dell’altra. Al contrario, stanno in rapporto di reciproca suggestione e si illuminano vicendevolmente. L’ispirazione di Revelli è sempre storica, sempre alla ricerca del senso di qualcosa che è accaduto, anche là dove resta misterioso, e nello stesso tempo la sua storicità è intessuta della capacità di narrare, che spazia dal registro orale a quello scritto.

L’altro grande tema di Revelli è quello del mondo contadino, alle prese con l’avvento dell’industrializzazione e della società di massa. Cosa l’ha spinto verso queste realtà?

Come egli stesso ebbe a dichiarare, Revelli considerò di aver terminato, con Mai tardi e La guerra dei poveri, il proprio discorso autobiografico, e di poter passare a raccogliere documenti sull’esperienza di coloro che avevano vissuto le stesse vicende in altro modo e con altro linguaggio, essendo contadini e operai, o soldati semplici invece che ufficiali. La spinta verso il passaggio da sé agli altri era già presente in precedenza, ma l’impulso, come Revelli raccontò in un’intervista, era stato rimandato per portare a termine il lavoro autobiografico.

Insomma, dopo aver parlato della propria esperienza l’autore ha sentito il bisogno di dare la voce agli “ultimi”…

Il passaggio da sé agli altri diventò una risposta al bisogno di far parlare quelli che altrimenti non avrebbero mai parlato. Nacque così una straordinaria combinazione di oralità e scrittura, che mostra una sostanziale continuità di ispirazione con le opere precedenti, ma anche una grande capacità di attenzione non solo verso gli aspetti arcaici, ma anche verso le forme di modernità presenti nel mondo contadino. Era il suo modo di renderlo attuale, di inserire quel mondo nella sfera pubblica contemporanea e denunciare l’ingiustizia del contesto complessivo.

Professoressa, lei è molto attenta allo studio delle fonti orali. Ci può raccontare come ha lavorato Revelli per costruire i due libri sul mondo contadino?

Ricordo bene l’incontro in cui Revelli stesso espose i suoi criteri per passare dalla testimonianza alla scrittura per quanto riguardava quei due libri. Il presupposto era un’intervista condotta con tutto il rispetto delle forme di relazione tra le persone, anche nella ritualità, che tuttavia lasciava lo spazio necessario a uno scambio sincero e talvolta confidenziale, anche con le donne. Non sempre Revelli usò il registratore, ma ammise francamente di aver sbagliato e lo riconobbe come strumento prezioso. Quello che accadeva dopo aver ottenuto la testimonianza era un lungo lavoro di limatura e traduzione. Faceva sempre molta attenzione, ci disse, a non tagliare pezzi che fossero essenziali per l’interezza della persona, come se si fosse trattato di tagliare un braccio o una gamba.

Un lavoro molto delicato…

Era un lavoro lunghissimo, con ripensamenti, tentativi, correzioni, che infine approdava a un risultato contemporaneamente molto fedele e molto innovativo, che produceva un terzo registro rispetto all’oralità e alla scrittura, caratterizzato tra l’altro dalla presenza costante del dialogo e dalla molteplicità linguistica. In particolare L’anello forte apre nuove prospettive per una comprensione della narratività differenziata sulla base del genere e della generazione, dato che in esso sono presenti testimonianze di donne di età diversissima e di svariate origini geografico-culturali. Nel complesso, entrambi i testi mostrano all’opera un’attiva intersoggettività tra l’autore e i suoi testimoni.

Un’ultima domanda. Revelli ha affermato che per i giovani d’oggi è impensabile svolgere ricerche come quelle da lui compiute in Piemonte e Calabria: servono tempo, pazienza e sicurezza economica. È d’accordo con lui? Ci sono state altre ricerche di questo tipo?

Non credo ci siano ricerche davvero paragonabili alla sua nell’ampiezza e nella qualità, ma credo ci siano molte ricerche che riprendono quello spirito e seguono almeno per un tratto l’esempio dato da Revelli, a loro volta proponendo una propria ispirazione e una specifica intersoggettività. Mi basti citare le tesi di laurea, condotte con passione e partecipazione, che documentano con ricchezza e precisione la vita di villaggi, gruppi sociali, individui, e costituiscono contributi preziosi, anche se restano poco conosciuti, a un filone di ricerca come quello della storia orale.

L'Occidentale

03 luglio 2009

You Can Not Be Serious!!!


"You can not be serious!!!" urlò McEnroe al giudice. "You can not be serious!!!" urlano questa sera gli inglesi. Eppure è tutto vero: il buon vecchio Roddick manda a casa Andy Murray in quattro set (6-4, 4-6, 7-6, 7-6). E' stata la partita più bella di Wimbledon, e l'eroe di casa ha perso. Vincerà il torneo, ma dovrà aspettare ancora qualche anno.

In finale


Oriana sulla Luna

Luglio, il mese della Luna. E di Oriana. Nel quarantesimo anniversario dell'allunaggio dell'Apollo 11 (21 luglio 1969), la Bur ripubblica "Quel giorno sulla Luna" (1970): cinque anni dopo il romanzesco "Se il Sole muore", la Fallaci racconta l'impresa americana con l'occhio attento del giornalista. Ma non è tutto. Alla Luna è dedicato il nuovo numero de "L'Europeo", da oggi in edicola, intitolato appunto "La Luna di Oriana". "Oggi che gli americani par­tono per la Luna, ci pensate a quanti ragazzi di 18 anni muoiono nel Viet­nam? - scrive la Fallaci - Così è l’uomo: angelo e bestia. Quando, alle 9.32 di qui, tutti urlere­mo di entusiasmo per l’Apollo che sa­le, dovremo pensare che in quello stes­so istante almeno una creatura, nel Vietnam, sta morendo".