31 gennaio 2008

Dopo Winograd, Olmert è più forte del giorno prima

Il giorno più lungo di Olmert – quello della pubblicazione del rapporto stilato dalla commissione Winograd, incaricata di far luce sugli errori commessi da governo ed esercito israeliano nel corso della seconda guerra del Libano (luglio 2006) – è cominciato con un’insolita nevicata, che ha imbiancato Gerusalemme e Israele. Nevica, il traffico è in tilt, alcune scuole hanno chiuso: ma attenzione, si diceva tra i nemici di Olmert, niente fermerà Winograd e il suo rapporto. E puntuale, con una conferenza stampa tenutasi ieri sera alle cinque ora locale, la commissione d’inchiesta ha detto la sua: ribadendo, senza eccessive novità, le conclusioni già anticipate ed evitando di puntare il dito contro Olmert.

Facciamo un passo indietro: cos’è la commissione Winograd? Quando nasce? E perché tutta questa attesa? Il signor Eliahu Winograd altri non è che un ex-giudice della Corte Suprema israeliana. Al termine della guerra tra Israele e Libano del luglio 2006 – scoppiata in seguito al rapimento di due soldati israeliani da parte del movimento sciita libanese Hezbollah, guidato da Hassan Nasrallah –, Winograd è stato chiamato a presiedere una commissione d’inchiesta sulla condotta del conflitto da parte del governo e dei capi militari israeliani.

Se il rapporto nella sua completezza è stato reso noto solo ieri, alcune anticipazioni erano state fornite all’opinione pubblica già a maggio 2007. Anticipazioni durissime, racchiuse in 171 pagine: come responsabili della cattiva condotta dell’esercito nel sud del Libano venivano additati infatti Ehud Olmert – al quale è stata imputata mancanza di ponderazione e prudenza –, il ministro della Difesa Amir Peretz – definito inesperto e poco informato della situazione sul campo – e il capo di Stato Maggiore Dan Halutz – impulsivo e poco professionale. I tre venivano accusati inoltre di aver maturato in sole due ore l’idea di rispondere militarmente al rapimento dei soldati: di qui tutti gli errori che sono seguiti.

L’anticipazione della scorsa primavera lascia intuire tutti i rischi che la pubblicazione integrale del rapporto portava con sé. Bastò l’antipasto, infatti, a portare il ministro degli Esteri Livni a chiedere la testa di Olmert, al tempo già indagato per corruzione in un’inchiesta legata ai suoi trascorsi da sindaco di Gerusalemme: alle affermazioni della Livni seguì una manifestazione di 100.000 israeliani, tutti uniti nel chiedere le dimissioni del premier. Niente da fare: Olmert rimase al suo posto, con una spada di Damocle pendente sulla testa.

Il premier israeliano, del resto, è un leader costituzionalmente debole sin dal gennaio 2006 (ben prima della guerra), quando prese il posto di Sharon alla guida del partito centrista di Kadima e del governo. Una debolezza endemica, insita nella compagine governativa: Olmert, infatti, guida una coalizione che conta sull’appoggio del suo partito, sui Laburisti, su Shas (un partito ultraortodosso fortemente critico nei confronti del premier) e sul partito dei pensionati. Un disgregazione che una batosta targata Winograd poteva distruggere immediatamente.

Ma già prima dell’attesa pubblicazione, Olmert aveva ribadito di voler restare in carica: per quanto lo riguarda, le dimissioni del ministro della Difesa dell’epoca – Perez, sostituito da Barak – e di Halutz possono bastare. Con Olmert si è schierato il ministro della Finanza Bar-On (Kadima), per il quale “non ci saranno elezioni”, ma anche il ministro della Difesa Ehud Barak: proprio Barak, che in passato aveva minacciato la richiesta di dimissioni, ha sibillinamente fatto sapere che la colpa degli errori non può ricadere tutta sul premier, anche se si pone la necessità di una concreta discussioni sugli errori compiuti. Un richiamo alla responsabilità è giunto poi dal ministro degli Interni Boim, per il quale bisogna evitare una “notte dei lunghi coltelli” all’interno di Kadima. Contro Olmert, però, ci sono un sondaggio televisivo di Channel 10 (secondo il quale il 58% degli israeliani vuole le dimissioni del premier) e decine di riservisti dell’esercito, che hanno invitato il ministro della Difesa Barak a ritirare la sua fiducia alla compagine governativa.

Ed è così che l’atteso momento della verità, al fine dei giochi, non ha spostato più di tanto le carte in tavola. La guerra in Libano, secondo Winograd, è stata una “grande e seria occasione sprecata”. “Un’organizzazione paramilitare ha tenuto testa al più forte esercito del Medio Oriente per settimane” ha dichiarato il giudice, sottolineando l’incapacità israeliana di mettere fine ai lanci di razzi su Israele e di giungere ad una vittoria concreta. Una guerra senza vincitori, insomma: ma viste le potenzialità di Israele, una guerra che andava vinta. Per quanto riguarda poi le ultime sessanta ore di conflitto, secondo Winograd “non hanno portato al raggiungimento di alcun obiettivo militare”: in linea teorica, però, l’idea dell’“assalto finale” era corretta. Accuse pesanti, certo, ma già note da quasi un anno.

Le colpe, ancora una volta, vengono fatte ricadere su gran parte delle scelte compiute “tanto dalla sfera militare quanto da quella politica”: c’è stata la fretta, c’è stata una visione insufficientemente lucida delle tattiche da mettere in atto. Questioni note da tempo, tanto tra i rivali di Olmert quanto tra i suoi alleati. Vera novità del rapporto, al di là dei giudizi tecnici sulle fasi del conflitto e sulle scelte dei capi politici e militari, è alla fine il non aggravamento della posizione del premier: Winograd sembra aver graziato Olmert, senza accusarlo esplicitamente di gravi errori (tutti condivisi e non imputabili ai singoli). Ecco perché funzionari vicini al premier, pochi minuti dopo aver ricevuto copia del rapporto, hanno fatto sapere che Olmert è “soddisfatto e ottimista”.

Particolare soddisfazione, viste le catastrofiche previsioni delle settimane precedenti, ha destato soprattutto il riconoscimento della correttezza dell’escalation finale – l’utilizzo delle forze di terra dopo giorni di bombardamenti –, una decisione “indispensabile” anche se non risolutiva. Un riconoscimento al quale funzionari vicini a Olmert si sono attaccati, richiedendo addirittura – tramite Channel 10 – le scuse dei detrattori del premier per il “charachter assassination” dei mesi passati. L’unico riferimento diretto all’azione del premier, fino a prova contraria, parla di “valutazione onesta” degli interessi di Israele.

Che la guerra non fosse stata vinta, insomma, per gli israeliani era chiaro da un pezzo: e subito sono corsi ai ripari militarmente – con nuove strategie – e politicamente – con due dimissioni importanti. Winograd, ieri, ha solo certificato considerazioni note ormai a tutti: le stesse forze armate, secondo quanto scrive Yuval Azoulay di “Haaretz”, stanno studiando da tempo gli errori commessi, cercando di rimediare con nuove tattiche e addestramenti. Un cambio di rotta tempestivo favorito dall’immediata assunzione di responsabilità da parte dei maggiori imputati: il ministro della Difesa e il capo di Stato Maggiore, che non hanno avuto bisogno della commissione d’inchiesta per rassegnare immediatamente le loro dimissioni.

Sia chiaro, Olmert non è in una botte di ferro. Ma l’attenuazione delle accuse, così come il sostegno degli Stati Uniti, potranno farlo respirare per un po’. Il 2008, del resto, è l’anno scelto per mettere in pratica le promesse di Annapolis: questo significa trattative a oltranza con Abu Mazen, per compiere un processo iniziato e portato avanti da Olmert. Lui è l’interlocutore di Fatah, e cambiare il cavallo in corsa potrebbe danneggiare i colloqui di pace: per questo, il futuro di Olmert si deciderà probabilmente a fine anno. E il banco di prova non sarà il Libano, quanto piuttosto la questione palestinese.