Bollono, in Medio Oriente, i territori che si preparano ad accogliere George W. Bush. Bolle la Striscia di Gaza, bollono i villaggi israeliani bersagliati dai razzi Qassam e dai colpi di mortaio. È storia antica, ormai: da mesi e mesi, ogni giorno le stesse notizie. Lanci di razzi, risposte dell’esercito israeliano: in tutto ciò, Fatah e Abu Mazen guardano impotenti senza poter mettere becco in quello che accade in un territorio, la Striscia di Gaza, controllata completamente dai “fratelli” di Hamas.Sempre le stesse notizie, ma l’escalation di violenza delle ultime ore dà credito all’ipotesi di una situazione potenzialmente deflagrante. Con quale esito? Con una vera e propria invasione della Striscia da parte dell’esercito israeliano, nel tentativo di stanare definitivamente le rampe di lancio dei razzi. Una possibilità che il ministro della Difesa Barak ha bella e pronta sul suo tavolo.
Per farsi un’idea del livello raggiunto ultimamente dagli scontri, basta dare una scorsa alle principali notizie dello scorso week end. Sabato: la Popular Resistance Committees – un gruppo di militanti islamici gravitanti nell’orbita di Hamas – lancia ventisei colpi di mortaio e sette razzi Qassam sul territorio israeliano, per poi rivendicare orgogliosamente l’operazione il giorno seguente. Il risultato dei lanci su Sderot è di sei razzi finiti in campo aperto e uno responsabile dei danneggiamenti di case e auto. Due cittadini sono stati portati all’ospedale, senza conseguenze.
Domenica mattina: in risposta agli attacchi del giorno precedente, truppe armate dell’esercito israeliano entrano nel campo di Bureij (2 km all’interno del territorio palestinese) nel tentativo di allontanare il più possibile i militanti responsabili dei ripetuti lanci. Una risposta dovuta, secondo fonti militari interpellate dal quotidiano “Haaretz”, perché “se i terroristi possono prendere posizione vicino al confine, questo provoca un’alterazione del raggio d’azione dei razzi Qassam, che possono essere sparati più profondamente nel territorio d’Israele”. Ma l’incursione israeliana di domenica non è che l’inizio di una giornata di scontri: il risultato finale è di cinque militari israeliani feriti, cinque palestinesi uccisi e almeno trentaquattro feriti (tra cui quattro donne, sette bambini e quindici militanti).
Sempre domenica, conscio di una situazione ormai insostenibile, il premier israeliano Ehud Olmert aveva preso la parola per annunciare una decisa escalation dei raid contro Gaza in risposta agli attacchi dei miliziani di Hamas. A provocare l’escalation, secondo quanto Olmert ha riferito alla riunione di governo di domenica, il razzo caduto ad Ashkelon: una prova, secondo Olmert, dell’escalation di violenza da parte palestinese alla quale rispondere con la stessa moneta. Le operazioni dell’esercito israeliano nella Striscia, ha commentato il premier, sortiscono un effetto positivo: a dispetto delle proteste di Abu Mazen, Olmert ha assicurato che Israele continuerà a reagire e rispondere andando a cacciare i miliziani ovunque si trovino, “a Gaza, in Giudea e Samaria”.
Ma, quasi a smentire l’ottimismo di Olmert, la giornata di lunedì non ha portato nulla di buono. Gli scontri si sono infatti ripetuti, come nel week end. Nel West Bank, l’esercito israeliano ha ucciso un militante palestinese a un posto di blocco, mentre altri due (appartenenti alla Jihad islamica) sono stati uccisi a nord di Gaza. Dall’altro lato della barricata, lunedì mattina, è stato lanciato l’ennesimo Qassam sul Negev – fortunatamente caduto in campo aperto.
Una situazione che sembra non trovare sbocchi. Tanto che anche Olmert, lunedì, ha dovuto prendere atto della situazione: “Una vera e propria guerra è in atto da alcuni mesi nella Striscia di Gaza”. Una guerra di trincea, verrebbe da dire, fatta di lanci da lontano e rapide incursioni: una tattica responsabile dell’attuale situazione, drammatica e senza sbocchi. “Non c’è dubbio – ha concluso il premier israeliano – che i lanci di razzi Qassam devono finire, e la lotta sarà portata nel West Bank come a Gaza”.
“I lanci devono finire”, dice Olmert. E lo dice con la consapevolezza di essere pressato da un’opinione pubblica che di questa situazione non ne può più. I più stremati, evidentemente, sono i cittadini del Negev: la popolazione di Sderot, ormai rassegnata all’inutilità delle azioni governative, sta addirittura pensando di fare causa al governo egiziano – che ritengono responsabile di favorire il contrabbando di armi all’interno della Striscia. A dare notizia dell’iniziativa è stata Israel Radio: principali promotori dieci famiglie i cui cari sono stati uccisi o feriti dai Qassam.
Al di là di iniziative come questa, con scarsa possibilità di successo ma sicuramente eloquenti dell’abbandono al quale si sente confinata Sderot, il governo israeliano sembra essere giunto a una svolta: Olmert, e con lui Barak, sentono di dover dare una svolta definitiva alla situazione. Due le possibilità: entrare nella Striscia o contare in qualche modo sulla vigilanza di Fatah ed Egitto.
Entrare nella Striscia significherebbe mettersi contro parte dell’opinione pubblica mondiale: vista la situazione attuale, la scelta potrebbe però risultare obbligata. Anche perché la seconda opzione – sostegno di Fatah ed Egitto – appare sostanzialmente inattuabile. L’Egitto, da parte sua, si è sempre mostrato disponibile a vigilare sul passaggio di armi nella Striscia: ma alle parole non sono mai seguiti fatti concreti. Per quanto riguarda Fatah, poi, la situazione è ancora peggiore: l’ascendenza del debole Abu Mazen sulla popolazione della Striscia è pressoché nulla. Infatti non solo i simpatizzanti di Hamas non riconoscono la sua autorità, ma lo considerano esplicitamente un usurpatore e traditore. Gli ultimi sondaggi di popolarità, resi noti venerdì, sottolineano una caduta di sette punti percentuali (dal 46% al 39%) tra i simpatizzanti di Fatah: la popolarità di Hamas, al contrario, è cresciuta dal 13% al 16%.
La sfida insomma, ancora una volta, ruota attorno a Hamas. La stessa Hamas che rappresenterà il maggior ostacolo, se non un muro insormontabile, nel raggiungimento di un accordo di pace tra palestinesi ed israeliani. I primi giorni dell’anno, del resto, sono stati un’occasione per rimarcare le intenzioni del gruppo: parlando dalla Siria (dove si trova in esilio), il leader Khaled Mashaal ha festeggiato i vent’anni dell’organizzazione islamica ricordando che la resistenza è l’unica scelta possibile per i palestinesi. Nel suo discorso, Mashaal ha anche dichiarato di aver rifiutato un’offerta di mediazione da parte dell’Europa: “Certi europei ci hanno offerto di incontrarci indirettamente con gli israeliani per discutere una tregua: gli abbiamo risposto no e mille no”. Niente tregua, insomma: che i lanci di razzi continuino indisturbati.
Su tutto questo, non va dimenticato, pesa l’ombra del re del terrore: Osama Bin Laden, che nel suo ultimo messaggio audio si è esplicitamente rivolto ad Hamas promettendo sostegno non solo morale ma anche pratico. In altre parole, a pesare sul 2008 è l’incubo di un ritorno della pratica dei kamikaze: i rinforzi di Al Qaeda, infatti, verrebbero tutti da quella schiera.
L'Occidentale