24 gennaio 2008

La fuga da Gaza mina i rapporti tra Egitto e Israele

“Ho l’occorrente per la casa, basta per un mese. Ho comprato cibo, sigarette e anche benzina per la macchina”: a parlare è Mohammed Saeed, un palestinese di ritorno a Gaza con un trolley pieno di provviste. Meno fortunata la casalinga Umm Raid: “I panettieri non lavorano più, è difficile trovare le cose di cui abbiamo bisogno. Io sono venuta per comprare del latte e delle medicine per il diabete”. Come loro, mercoledì mattina migliaia di palestinesi della Striscia sono andati a fare la spesa in Egitto. La notte precedente, infatti, una serie di esplosioni ha distrutto due terzi del muro che separa Hamastan dalla terra delle piramidi, permettendo così alla popolazione della Striscia di evadere nel sesto giorno del blocco israeliano. La breccia nel muro è stata forzata nella cittadina di Rafah, metà palestinese e metà egiziana. Ma già nei giorni scorsi si erano registrati tentativi di sfondamento: le forze egiziane avevano dovuto usare gli idranti per tenere lontana la folla di palestinesi; ieri notte, di fronte a 17 esplosioni, anche loro hanno ceduto. Secondo le Nazioni Unite, nel pomeriggio più 350.000 palestinesi sono passati dalla Striscia all’Egitto.

Non è chiaro chi siano i responsabili. Hamas si è subito chiamata fuori, ma ora sono i suoi militanti a gestire l’afflusso di gente da e verso Gaza: la polizia dirama il traffico umano in due grosse cavità del muro e controlla le borse di chi fa ritorno dalla spesa egiziana. Sami Abu Zuhri, funzionario del partito che controlla la Striscia, dice di non sapere chi siano i responsabili: ma “è impossibile impedire lo scoppio di bombe sul confine”. Sono state infatti delle forti esplosioni, secondo quanto raccontano i testimoni, ad annunciare nel cuore della notte che qualcosa stava avvenendo. I responsabili dell’accaduto, stando ai cittadini di Rafah, vanno ricercati però proprio tra i militanti di Hamas, così come tra quelli Comitato di Resistenza Popolare (che ad Hamas gravita attorno). Intanto, mercoledì mattina, la distruzione del muro è continuata su larga scala: palestinesi a bordo di Caterpillar hanno continuato l’opera dei militanti notturni, permettendo ora l’accesso all’Egitto anche alle automobili.

La forzatura del muro verso l’Egitto segue i tagli delle forniture a Gaza decisi da Israele lo scorso giovedì, una misura presa contro i ripetuti e incessanti lanci di razzi Qassam su Sderot (250 nella scorsa settimana). Ma il vaso è traboccato proprio quando Israele, sotto pressione internazionale – non tanto quella di D’Alema, ma quella degli Stati Uniti per bocca del segretario di Stato Condoleeza Rice –, aveva allentato la morsa permettendo il passaggio dell’energia e dei beni necessari al sostentamento della popolazione. La linea d’Israele, secondo quanto hanno affermato martedì (dunque prima dell’abbattimento) alcune fonti della sicurezza, sarebbe quella di mantenere chiusi i valichi per Gaza permettendo però il passaggio dei beni umanitari: lo scopo è quello di assecondare le critiche internazionali, ma una di queste fonti ha assicurato ad “Haaretz” che “finché continueranno i lanci di razzi Qassam non ci sarà più una situazione per la quale cento camion al giorno potranno entrare e uscire dalla Striscia”.

L’abbattimento del muro causerà un cambio di strategia? Israele non si aspettava una simile eventualità, forte della collaborazione egiziana che con l’ausilio delle sue forze di polizia aveva sempre evitato che una breccia nel muro potesse scatenare un flusso di popolazione nei territori egiziani. Alcuni testimoni dell’esodo di mercoledì mattina hanno affermato che la polizia egiziana, con 50 automezzi pronti all’uso, osservava immobile gli eventi. Insomma, dalla collaborazione Mubarak sembrava essere passato a una posizione di semplice osservatore. E la conferma è giunta in seguito dalla bocca dello stesso presidente, che ha presenziato alla Fiera del Libro del Cairo: “Ho detto alla polizia di lasciarli entrare per mangiare e comprare cibo e poi ritornare, a patto che non trasportassero armi”. La decisione, ha spiegato Mubarak, è scaturita dal fatto che la popolazione di Gaza “stava morendo di fame” in seguito all’embargo israeliano.

L’accondiscendenza egiziana potrebbe a questo punto minare i rapporti diplomatici con Israele. Olmert e il suo governo, pur non accusando apertamente l’Egitto, fanno capire che la responsabilità è tutta sua e a lui tocca risolvere la questione. Accuse più o meno velate sono venute da Arye Mekel, portavoce del ministro degli Esteri Tzipi Livni: “È responsabilità egiziana assicurare che quella parte del muro operi correttamente, secondo quanto stabilito dagli accordi firmati. Ci aspettiamo che gli egiziani risolvano il problema: ovviamente siamo preoccupati dalla situazione, potenzialmente potrebbe permettere il passaggio di chiunque”.