Si avvicina ormai alla fine il viaggio del presidente degli Stati Uniti in Medio Oriente: ieri George W. Bush ha salutato l’Arabia Saudita, e oggi farà visita all’egiziano Mubarak prima di tornare alla Casa Bianca. Con lui, in questa cruciale settimana per la politica estera americana, il segretario di Stato Condoleezza Rice. I temi sul tavolo, discussi con i maggiori leader politici della zona, sono stati il conflitto israelo-palestinese, la minaccia iraniana, la democrazia in Medio Oriente e il prezzo del petrolio (giunto ormai alle stelle).Facciamo il punto della situazione. Il 9 gennaio George W. Bush ha incontrato il premier israeliano Olmert, nel tentativo di convincerlo a mettere fine alla pratica degli insediamenti nei territori palestinesi. Il giorno seguente ha invece dialogato a lungo con il presidente dell’Anp, Abu Mazen: tra i temi trattati, nel contesto della ricerca di una pace definitiva con gli israeliani entro il 2008, la necessità di garantire a Tel Aviv dei confini sicuri con i quali poter convivere serenamente, senza dover più fronteggiare i lanci di razzi dalla Striscia di Gaza al Negev.
Molti analisti hanno sottolineato un’inedita durezza del presidente – che ha definito “occupazione” gli insediamenti israeliani nel West Bank e ha caldeggiato la necessità di un Stato palestinese con un collegamento tra Gaza e Cisgiordania –: dietro al suo parlare franco, la consapevolezza di essere giunto ormai a fine mandato. Senza nulla da perdere, Bush può proporsi come un osservatore super partes: tentando il tutto e per tutto per chiudere i suoi otto anni da presidente con una pace – quella israelo-palestinese – che nessun inquilino della Casa Bianca ha mai potuto vantare.
Prima di partire per il Kuwait, Bush e la Rice hanno visitato lo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme. Dopo tanta politica, è stato il momento delle lacrime: quando il presidente ha visto le foto del campo di Aushwitz scattate dall’aereonautica angloamericana, si è rivolto alla Rice chiedendo perché gli americani non avessero bombardato il campo. La questione è una delle più dibattute dagli storici e dai sopravvissuti: molti di loro, come Elie Wiesel, sostengono che per molti internati sarebbe stato meglio morire sotto le bombe (evitando così a molti altri l’esperienza della reclusione). La Rice ha poi spiegato a Bush che una valida alternativa sarebbe stata il bombardamento dei binari: così facendo, si sarebbe potuto evitare lo sterminio degli ultimi ungheresi. Con gli occhi lucidi, prima di lasciare il museo – per Bush “un ammonimento sull’esistenza del male” – il presidente ha emesso la sua sentenza: “Avremmo dovuto bombardare Aushwitz”.
Gli effetti della tappa palestinese cominciano intanto a farsi sentire: lunedì, infatti, israeliani e palestinesi si sono seduti attorno al tavolo di un hotel di Gerusalemme per discutere i nodi più caldi. Tzipi Livni, ministro degli Esteri israeliano e capo dei negoziatori di Tel Aviv, ha definito “confidenziale” il suo incontro con il corrispettivo Ahmed Qurie, ma di fronte al parlamento ha poi dichiarato di essere pronta “a fare significative concessioni territoriali”. Esattamente quello che Bush aveva chiesto: e pazienza se stando ad “Haaretz”, sull’altro fronte caldo di Gerusalemme Est, Israele ha cominciato a costruire sessanta nuove case.
Lasciati israeliani e palestinesi, l’Air Force One ha portato Bush e la Rice in Kuwait, la prima tappa nei regni Mediorientali. Una tappa importante non tanto per il Paese in sé, ma perché qui Bush ha incontrato il Generale Petraeus, comandante generale delle truppe americane in Usa e artefice (vittorioso) del “surge” che ha migliorato la sicurezza irachena. Il Generale ha descritto i continui miglioramenti riscontrabili sul campo, senza tralasciare però tutto il lavoro che resta ancora da fare. L’incontro con Petraeus, mentre nelle primarie presidenziali americane il tema iracheno (cosa fare?) torna a farsi sentire, ha anche messo in luce le prossime tappe: dopo l’aumento di 30.000 unità dello scorso anno, che ha portato all’ottimismo di questi mesi, si potrà pensare di ritirare battaglioni senza rimpiazzarli. Alcuni soldati sono già ritornati e molti altri, sicurezza permettendo, dovrebbero seguirli a luglio.
In Kuwait George W. Bush ha inoltre incontrato un gruppo attiviste che lottano per portare maggiore libertà e benessere alle donne del Paese: “Voi siete delle pioniere, voi siete in prima linea nella lotta per la libertà” ha detto il presidente, assicurando il personale sostegno alla causa. A colpire Bush, più di tutto, il fatto che molte di loro siano state studentesse negli Stati Uniti per poi fare ritorno in Kuwait e lottare per un paese migliore. L’esperienza americana trapiantata in Medio Oriente: in altri termini, quelle che Bush considera le linee guida della sua politica estera dal 2001 a oggi.
Il 13 gennaio, all’Emirates Palace Hotel di Abu Dhabi, il presidente degli Stati Uniti ha letto l’unico discorso ufficiale previsto per il tour mediorientale. Un lungo ragionamento, incentrato sulla possibilità della libertà anche in un’area minata da dittature e integralismi. Se proviamo ad esaminare il discorso di Bush, ci accorgeremo che le parole chiave dello speech sono state “people” – la gente comune, quella che il presidente chiama alla lotta per la libertà –, “nation” – la nazione come entità libera, da costruire assieme –, “peace” – il traguardo da raggiungere nell’aerea maggiormente instabile del pianeta –, “freedom” e “democracy” contro gli “extremists”: un discorso “alto”, nei toni e nei temi, un discorso volto alla speranza e al cambiamento. Paradossalmente gli stessi due temi che imperano nelle primarie presidenziali americani, soprattutto sulle labbra del senatore Barack Obama. Il discorso del presidente è stato inoltre un’occasione per mettere in guardia il mondo dall’Iran, definito “il maggior sponsor mondiale del terrorismo”.
Dopo la cena nel deserto, e l’incontro-scontro con il falco del Re rimbalzato sui giornali di tutto il mondo, George W. Bush è poi ripartito alla volta dell’Arabia Saudita, dove è atterrato lunedì. Ieri, l’incontro con Re Abdullah: tra gli obiettivi, assicurarsi il sostegno saudita sul processo di pace israelo-palestinese, sul fronte anti-iraniano e sulla delicata questione del prezzo del greggio.
Tematiche difficili: l’Arabia Saudita, infatti, non ha rapporti diplomatici con Israele e crede che la “normalizzazione” palestinese possa passare solo dalla restituzione di tutti i territori conquistati dagli israeliani nella guerra del 1967. Ma Abdullah è un osso duro anche sul fronte iraniano: a dispetto dei tentativi di Bush di creare un’alleanza unita contro Ahmadinejad, il Re saudita ha recentemente invitato il presidente iraniano – per la prima volta nella storia – a prendere parte alla Haj, il tradizionale pellegrinaggio dalla Mecca fino al Monte Arafat. Il 29 dicembre, rispondendo all’invito, anche Ahmadinejad ha preso parte al pellegrinaggio insieme ad altri tre milioni di fedeli: più che di divisione, un segno di vicinanza (perlomeno diplomatica) con i sauditi.
Tra le diverse questioni, Bush si è premurato di toccare con l’ospite anche il nodo del prezzo del petrolio e della minaccia che rappresenta per l’economia statunitense. “Stanotte parlerò ancora con Sua Maestà del fatto che il prezzo del petrolio è molto alto, ed è un problema per la nostra economia”: sulla questione gli Stati Uniti non potrebbero trovare interlocutore migliore, dal momento che l’Arabia Saudita è il maggior esportatore di oro nero al mondo. Prima che l’Air Force One atterrasse a Riyadh, inoltre, l’amministrazione americana ha notificato al Congresso la sua intenzione di fornire a all’Arabia Saudita armamenti avanzati, come parte di un progetto di collaborazione con i Paesi del Golfo. Il piano prevede la fornitura di 900 bombe ad alta precisione: l’iniziativa statunitense non ha mancato di sollevare preoccupazione presso parte degli israeliani, anche se nelle intenzioni di Bush l’azione è mirata a favorire l’impegno saudita contro l’Iran di Ahmadinejad.
E mentre Bush trattava armi, petrolio e sostegno con Sua Maestà, il segretario di Stato Condoleezza Rice ha fatto tappa a Bagdad: dopo l’incontro in Kuwait con il generale Petraeus, l’amministrazione americana ha dunque ricambiato la visita. L’arrivo della Rice nella capitale irachena ha seguito di poco l’approvazione da parte del parlamento di una delle leggi volte a favorire la riconciliazione nazionale. La sosta irachena della Rice, che ha incontrato il premier Al Maliki, è stata presentata come “una buona opportunità per rafforzare i progressi compiuti e incoraggiare ulteriore riconciliazione e attività legislativa”. La visita della Rice ha anche fatto maggiore chiarezza sui piani statunitensi per il prossimo futuro: l’idea è quella di ritirare 20.000 uomini dall’Iraq entro metà anno.
Lasciata l’Arabia Saudita, Condoleezza e George faranno tappa in Egitto prima di tornare a Washington, mettendo fine a un viaggio tanto atteso – Bush è stato criticato in passato per la sua “mancanza fisica” da quel Medioriente al centro della politica estera americana – e sicuramente riuscito. Sette giorni molti intensi e sfruttati al meglio: il presidente non ha commesso errori, rafforzando il processo di pace israelo-palestinese e cercando alleati contro la proliferazione iraniana. Non sono mancati siparietti simpatici – un incontro-scontro con un falco reale e un invito scritto a “chiudere il becco” da parte di Condoleezza Rice, mentre il presidente si stava addentrando in questioni di politica interna israeliana –, ma visto da fuori in questi sette giorni George W. Bush sembra aver guadagnato qualcosa in autorevolezza. Oltre l’immagine, ovviamente, restano però le questioni aperte: ma per il processo di pace, il fronte anti-iraniano e il petrolio è troppo presto per dare un giudizio definitivo.