02 gennaio 2008

Le nuove minacce di Osama contro Israele

Sembrava il solito, puntuale, messaggio di Osama Bin Laden ai suoi adepti sparsi in tutto il mondo. Cinquantasei minuti di registrazione audio, messi insieme dall’ormai nota casa di produzione qaedista Al Sahab, finiti sabato sul web. Un messaggio registrato qualche giorno fa, quasi certamente prima dell’attentato costato la vita a Benazir Butto: l’esplosiva situazione pakistana, cruciale per la sicurezza e il futuro della rete terroristica di Al Qaeda, non viene infatti menzionata.

Anche gran parte dei contenuti non ha riservato sorprese. Al centro dell’attenzione, come sempre, l’Iraq. Bin Laden accusa gli americani di aver ordito un complotto per assumere il controllo del petrolio iracheno, e si rivolge alla popolazione perché impedisca la creazione di un governo di unità nazionale (che Osama vede come il fumo negli occhi, o più semplicemente come una vittoria statunitense): “L’America cerca, per mezzo dei suoi agenti nella regione, di creare un governo alleato – recita l’audio attribuito al capo di Al Qaeda – che possa accettare a priori la presenza di grandi basi americane in Iraq ed esaudisca tutti i desideri americani riguardanti il petrolio”. Parole dure, in questo senso, anche contro la natia Arabia Saudita: Re Abdullah, secondo il re dei terroristi, sarebbe infatti un agente al servizio degli americani.

Non si è fatta attendere la reazione di Washington, affidata alle parole del portavoce Tony Fratto: “Questo messaggio è un promemoria del fatto che l’obiettivo di Al Qaeda in Iraq è bloccare l’instaurazione della democrazia e della libertà per tutti gli iracheni. Ci ricorda inoltre che la missione per sconfiggere Al Qaeda in Iraq è importante e deve avere successo”.

Quello di sabato è stato il quinto comunicato di Osama nel corso del 2007, un anno culminato l’8 settembre con l’apparizione in video del terrorista dopo tre anni di assenza dalle telecamere.

Ma nell’ultimo messaggio di Bin Laden, una sorta di “vetrina” per il 2008, c’è spazio per una novità: il conflitto israelo-palestinese, sempre presente tra righe ma mai così esplicitamente. “Voglio rassicurare la nostra gente in Palestina che espanderemo là il nostro jihad” ha detto Bin Laden, specificando l’intenzione di “liberare la Palestina, tutta la Palestina dal fiume Giordano al mare”. Come? “Sangue per sangue, distruzione per distruzione”.

L’idea di liberare Gerusalemme è sempre stato un punto fermo nella mente del terrorista saudita. Sin dal principio, quando nell’agosto 1996 (dalle grotte afgane di Tora Bora) Osama lanciò la sua prima chiamata alle armi contro gli Stati Uniti d’America: tra le motivazioni a sostegno del suo proclama, anche l’appoggio americano a Israele. Concetto ribadito due anni dopo, nel 1998, dall’egiziano Zawahiri – fresco di alleanza con la rete di Bin Laden.

Anche Israele, da parte sua, ha sempre messo in guardia dalla crescente attività qaedista nei Territori: ma sino ad oggi, il network del terrore non ha mai avuto presa diretta sui militanti palestinesi. Nel messaggio di fine 2007, invece, Israele e la Palestina assumono un’inedita centralità: “Non riconosceremo neppure un pollice di terra per i Giudei nella terra della Palestina, al contrario di quello che hanno fatto altri leader mussulmani” ha chiosato Osama, con una diretta accusa alla pratica delle concessioni e delle trattative portata avanti dall’Anp negli ultimi anni.

La reazione del governo israeliano, affidata alle dichiarazioni di Marc Regev – portavoce del premier Ehud Olmert –, sembra dare (inedito) credito all’entità della minaccia. “Israele prende sul serio le minacce di Osama Bin Laden. Abbiamo constatato attività di Al-Qaeda al nord di Israele in Libano, all’est di Israele in Giordania e a sud di Israele nel Sinai” ha detto il portavoce, confermando poi l’attività di Al Qaeda nei Territori palestinesi e sottolineando come “saremmo irresponsabili a non prendere sul serio la retorica di Osama Bin Laden”.

Il nuovo peso dato da Osama alla tematica isrelo-palestinese è strettamente legato ai processi di pace del 2007, culminati nella conferenza di Annapolis dello scorso novembre. Per Bin Laden e la sua rete terroristica la pace in Medio Oriente, e il definitivo riconoscimento di Israele da parte di un nuovo Stato palestinese, è semplicemente inaccettabile: da qui la necessità di far fallire con ogni mezzo il tavolo delle trattative.

La “resistenza” anti-sionista sarebbe teoricamente delegata ad Hamas e Hezbollah: ma forse spaventato dall’inattività del gruppo terroristico libanese e dal futuro di Hamas – pressata da più parti perché scenda a patti col Fatah di Abu Mazen –, Osama ha voluto rassicurare i militanti della regione. Al Qaeda, in altri termini, non sosterrà più Hamas (e i gruppi che le gravitano attorno) solo spiritualmente, ma anche praticamente: portando nei Territori la Guerra Santa e favorendo la ripresa degli attacchi terroristici contro gli obiettivi ebraici.

Se il 2008, dopo le promesse di Annapolis, sarà un anno cruciale per tutta la politica internazionale – in vista degli auspicati accordi definitivi tra i negoziatori israeliani e palestinesi –, lo sarà senza dubbio anche per la rete terroristica di Bin Laden. Oltre al “fronte occidentale”, infatti, Al Qaeda si trova a fronteggiare anche un fronte interno: quello dei musulmani che, come Fatah o il Re saudita, non sostengono le stesse idee massimaliste di Bin Laden e si mostrano maggiormente propensi al compromesso con l’altra parte della barricata. Tra le formazioni terroristiche rimaste attive contro ebrei e occidentali, Hamas è per Al Qaeda quella che rischia maggiormente di abbandonare le armi, pressata dalle scelte che il 2008 le porrà davanti. Di qui il proclama di Bin Laden, che promette un inedito sostegno di uomini e mezzi per evitare che i militanti mettano fine alla lotta anti-israeliana.

Sulla stessa linea, allora, andrà letto anche il richiamo ad Hezbollah. Nel suo messaggio audio, infatti, Osama accusa il leader della formazione libanese Sayyed Hassan Nasrallah di aver accettato l’invio di una forza d’interposizione da parte delle Nazioni Unite, in seguito alla guerra con Israele dell’estate 2006. I soldati, in gran parte italiani, inviati nella Terra dei Cedri sarebbero infatti dei “protettori dei giudei” e Hezbollah avrebbe dovuto continuare a combatterli.

Da non sottovalutare, nel caso libanese, è però il fatto che la sunnita Al Qaeda considera gli sciiti (ai quali appartiene Hezbollah) una propaggine eretica dell’Islam: i dissapori con le scelte di Nasrallah non sono dunque solo politici, ma investono più direttamente la sfera delle origini e della religione.

L'Occidentale