Non c’era scelta. A dispetto delle iniziali dichiarazioni del presidente Pervez Musharraf – che, dopo l’omicidio della leader dell’opposizione Benazir Butto del 27 dicembre, aveva assicurato che le elezioni previste per l’8 gennaio non sarebbero state spostate –, la commissione elettorale ha reso noto lo slittamento del voto pakistano al 18 febbraio 2008. Dopo le proteste da parte dei due maggiori partiti d’opposizione, però, non si sono registrate particolari violenze nel paese: la situazione in Pakistan, ad oggi, appare infatti sostanzialmente tranquilla anche se restano forti motivi di preoccupazione.A rendere nota la decisione di posporre l’appuntamento elettorale a febbraio inoltrato è stato ieri il presidente della commissione elettorale, Qazi Mohammed Farooq, nel corso di una conferenza stampa. “In tutte le quattro province, per alcuni giorni questo processo elettorale si è completamente bloccato. Le elezioni si terranno dunque il 18 febbraio invece che l’8 gennaio”.
Tra i motivi dello spostamento, Farooq ha citato le violenze scaturite dall’omicidio di Benazir Bhutto. Tra i danni causati dalla folla dei sostenitori del Pakistan People Party, principale partito d’opposizione passato ora nelle mani del marito e del figlio di Benazir, figura infatti il danneggiamento di alcuni uffici elettorali e la totale paralisi di alcune zone del paese, nelle quali il PPP avrebbe la maggioranza dei consensi. Undici uffici elettorali, secondo il presidente della commissione elettorale, sono stati incendiati insieme ai registri.
A causare il rinvio, infine, la festa sciita di Muharram che durerà dal 10 gennaio all’8 febbraio: impensabile indire consultazioni elettorali in un frangente nel quale ogni anno il rischio di scontri tra sciiti e sunniti cresce esponenzialmente, tanto che le forze di polizia vengono dispiegate in tutto il paese per permettere il pacifico svolgimento della festività.
Ma i maggiori partiti d’opposizione, evidentemente, non hanno preso bene la notizia e – dietro al rinvio elettorale – vedono più che altro il tentativo del presidente Musharraf di riacquistare un minimo di credibilità e consenso.
Nawaz Sharif, a capo della Pakistan Muslim League-Q, fa sapere che il suo partito prenderà parte alle nuove elezioni ma allo stesso tempo invita il presidente pakistano a rassegnare le dimissioni a favorire la formazione di un governo ad interim. Ahsan Iqbal, portavoce del partito, ha dichiarato che “il paese non può fronteggiare un’altra elezione controversa: la nostra paura è che, dopo la morte di Benazir Bhutto, una consultazione elettorale controversa possa scatenare un disastro”. Il rischio, insomma, di violenze che sfiorino la guerra civile: le proteste seguite alla morte della Bhutto, in questo senso, non sarebbero che un semplice assaggio di quello che potrebbe accadere.
Sulla stessa linea anche il partito della compianta Benazir. Asif Ali Zardari, vedovo della donna, ha condannato lo spostamento della data delle elezioni ma, come nel caso di Sharif, ha fatto sapere che il PPP prenderà parte alle elezioni. “Le elezioni si terranno e le masse vinceranno” ha dichiarato ai giornalisti raccolti a Naudero, per poi mettere severamente in guardia Musharraf dai continui rinvii. In una polveriera come quella pakistana, ha lasciato intendere Zardari, giocare con la pazienza della gente può essere devastante: e allora sì che la guerra civile si trasformerebbe in uno spettro concreto.
Il giorno dopo l’annuncio del rinvio sembra segnato però da una relativa tranquillità. La decisione delle opposizioni di prendere comunque parte alle elezioni – e gli stessi appelli alla calma lanciati dai leader dei partiti ai propri sostenitori – hanno giocato un ruolo chiave nell’evitare ulteriori disordini. “I casi di violenza sono calati” ha dichiarato l’ex ministro e analista Shafqat Mahmood “in questo frangente si potrebbe dire che la situazione è migliorata”. Ma, ha continuato Mahmood, “le principali questioni che dividono la nazione permangono e la figura che provoca le maggiori divisioni è quella di Musharraf”.
E il presidente Pervez Musharraf, consapevole di creare divisioni all’interno del paese così come della sua calante popolarità, ha parlato alla Tv di Stato proprio per cercare di risollevare la sua immagine. Diversi i temi toccati dal presidente, in un discorso volto a placare gli animi dei propri concittadini. A pesare su di lui, tra le altre cose, l’accusa di una Tv indiana secondo la quale il giorno dell’uccisione la Bhutto avrebbe dovuto incontrare due funzionari americani per mostrare loro le prove di presunti brogli, orditi dallo stesso presidente in vista delle elezioni.
Musharraf ha dedicato ampio spazio alla Bhutto: “La Nazione ha vissuto una grande tragedia. Benazir Bhutto è morta nelle mani di terroristi. Prego Dio di dare pace all’anima di Benazir”. Poi ha spostato il tiro sulle accuse dell’opposizione: “Mi rattrista che miscredenti e partiti politici vogliano sfruttare questa occasione per trarne vantaggio” ha detto il presidente, riferendosi alle esplicite illazioni che lo vedono come mandante di un omicidio attuato per mano dei servizi segreti.
Per fugare ogni dubbio sulle indagini, Musharraf ha fatto sapere che “Scotland Yard ci aiuterà” nella ricerca dei colpevoli. Colpevoli sui quali il presidente non sembra nutrire alcun dubbio: “Alleati di Al Qaeda sono coinvolti nell’omicidio di Benazir Bhutto” ha detto Musharraf, ribadendo la propria versione dei fatti fornita il giorno dopo l’attentato del 27 dicembre.
L’altro messaggio lanciato da Musharraf verte invece sull’unità e la sicurezza. “L’esercito sarà dispiegato per tutto il periodo delle elezioni, affinché si svolgano in maniera libera chiara e pacifica”. La speranza è che “ci sia una democrazia costituzionale dopo le elezioni”, ma questo potrà accadere solo se tutti partiti e la popolazione pakistana contribuiranno al mantenimento della pace.
Elezioni spostate, dunque, e calma apparente. Molti analisti ostentano però un certo pessimismo sul futuro prossimo del Pakistan. Secondo l’International Crisis Group, ad esempio, “se il Pakistan vuole rimanere stabile dopo l’uccisione di Benazir Bhutto, il Presidente Musharraf deve dare le dimissioni e un breve governo di transizione deve essere seguito da un governo civile democraticamente eletto”. Finchè Musharraf non lascia, insomma, “le tensioni cresceranno e la comunità internazionale potrebbe trovarsi a fronteggiare l’incubo di un paese mussulmano dotato di bomba atomica sprofondato in una guerra civile, nella quale i terroristi potrebbero vincere”.
Uno scenario da incubo, che al momento non trova però riscontro sul campo. Anche se le tensioni, a livello profondo, restano alte: continua la processione sul luogo dell’uccisione della Bhutto, i suoi sostenitori lasciano fiori e covano rabbia contro un presidente che, se non diretto colpevole, considerano responsabile per non aver rafforzato la scorta della donna dopo il primo attentato (fallito) al suo rientro in patria.
Una cosa è certa: da qui al 18 febbraio, sempre che elezioni non slittino ulteriormente, una semplice fiammella potrebbe provocare un incendio di grandissime dimensioni.
L'Occidentale