Paolo Salom, inviato del "Corriere della Sera" a Ragoon (Myanmar), racconta la vita da reclusa della leader dell'opposizione (e premio Nobel per la pace) Aung San Suu Kyi. Ieri il quarto incontro con un emissario della giunta militare, dopo le proteste dei monaci dello scorso autunno: un passo minuscolo in un paese da incubo.
RAGOON - Le buone notizie, in Birmania, sono scarne fino all'essenziale. Ieri, il quarto incontro tra Aung San Suu Kyi e il ministro Aung Kyi, delegato al dialogo con il capo dell'opposizione (agli arresti domiciliari da 12 anni), è stato annunciato, alla televisione di Stato, in 30 secondi. Eppure è un segnale importante. «Significa che le trattative vanno avanti e che è giusto sperare anche se finora non abbiamo visto ancora nulla di concreto», ci dice Hantha Myint, portavoce della Lega nazionale per la democrazia. Suu Kyi è stata scortata nella foresteria dell'esecutivo che si trova tra la sua residenza, sul lago Inya, e la nuova ambasciata americana, un edificio enorme secondo — sembra — soltanto a quello costruito in Iraq. La «rivoluzione zafferano» di settembre-ottobre non è dunque completamente fallita. E la nuova aria si può già respirare avvicinandosi alla villa della pasionaria birmana, dove un soldato, di guardia al posto di blocco, esita un istante, come fosse in attesa di ordini che però non arrivano. Quindi si fa da parte, con un sorriso nervoso, mentre da sotto l'elmetto osserva di sottecchi lo straniero che con noncuranza prosegue il suo cammino oltre la barriera. Viale dell'Università rimane ancora il luogo più protetto di Yangon (ex Rangoon).La strada, ampia, che costeggia il lago, è chiusa al traffico privato nei duecento metri che corrono davanti alla residenza di Aung San Suu Kyi, al numero 54. Almeno venti soldati in tenuta da combattimento, più una decina di agenti in borghese, le fronti madide di sudore, sorvegliano chiunque passi di lì. In aggiunta, un passaggio continuo di jeep e auto dai vetri scuri, tutte con la targa nera di Tatmadaw (le forze armate birmane), garantisce il pronto intervento in caso di necessità. Grandi acacie, palme e banyan proiettano un'ombra tenue che non riesce a schermare il calore intenso del pomeriggio. Non c'è una regola per superare il doppio sbarramento alle due estremità dell'isolato: dipende in parte dall'umore di chi comanda il drappello; in parte dallo stato di calma relativa dell'ex capitale birmana che si riflette nei militari e negli agenti della polizia segreta, il cui compito ufficiale è «proteggere» la leader della Nld. Qui, a settembre scorso, forse sperando di sedare gli animi, gli ufficiali permisero a una folla di un migliaio tra monaci e sostenitori di raggiungere l'entrata della residenza. Aung San, commossa fino alle lacrime, aveva aperto il cancello ed era uscita in strada, sotto la pioggia battente del monsone: una preghiera collettiva per il bene del Paese. La villa, un edificio coloniale di due piani i cui muri bianchi, scrostati, testimoniano una passata bellezza, è circondata da una cortina di bambù su cui sventolano orgogliosi i vessilli rossi — con una sola grande stella — del movimento di liberazione guidato negli anni Quaranta dal generale Aung San, padre della Patria (e di Suu Kyi).
Davanti alla cortina, un'altra recinzione, in doppio filo spinato, più adatta a difendere un obiettivo militare. I soldati che passeggiano tra la cortina e il filo spinato non osano toccare le bandiere. Sanno che rappresentano una sfida. Ma nessuno, adesso, è lì per raccoglierla. «Quando si strappano, o si rovinano per il vento — dice al Corriere una persona che per motivi di sicurezza deve restare anonima — Daw (signora) Aung San Suu Kyi in persona le porta in casa a una a una per rammendarle». Un modo per occupare il tempo in giornate tutte uguali, scandite da abitudini studiate per resistere alla prova di forza imposta dai militari: una vita in isolamento senza poter mai vedere (o sentire) i due figli, in esilio a Londra, o i suoi collaboratori. Unica eccezione: gli incontri di ottobre con l'inviato dell'Onu Gambari e, ora, con il ministro Aung Kyi. La leader della Lega nazionale per la democrazia vive con una «badante», Daw Khin Win, 60 anni, e la figlia trentenne di quest'ultima: entrambe hanno accettato le stesse condizioni di prigionia pur di non abbandonare Suu Kyi. «Ogni giorno — racconta la fonte — Aung San Suu Kyi si sveglia alle cinque. Dopo una frugale colazione, trascorre almeno un'ora in meditazione e preghiera. Quindi accende l'unico strumento che può portare il mondo in casa sua: una radio a onde corte sintonizzata sulla Bbc o sulla Democratic Voice of Burma».
A dispetto dell'isolamento, il capo dell'opposizione birmana è molto informata. «Ha fame di notizie, anche se, mi ha confessato un giorno, al risveglio il suo pensiero è: "Chi avranno arrestato la notte scorsa?"». Suu Kyi trascorre il resto della giornata leggendo i rapporti che ogni tanto riesce a ricevere dall'esterno e, più semplicemente, organizzando le attività quotidiane: «Un uomo, Ko Myint Soe, 40 anni, ha il permesso di farle la spesa e portarla all'ingresso. Che cosa mangia Aung San? Dipende da cosa si trova al mercato. Lei è vegetariana. Ma, dal momento che negli ultimi tempi è molto deperita, ha accettato il consiglio di nutrirsi anche di carne». In casa, Suu Kyi ha un pianoforte, ormai completamente scordato, e una televisione con lettore Dvd («Segue l'opera e, in particolare, adora le musiche di Scarlatti»). Ma per la maggior parte del tempo si immerge nei suoi amati libri o scrive, almeno quando le sue condizioni di salute lo permettono: «Le medicine sono scarse. Anche un mal di testa può trasformarsi in un problema perché non ha nulla per farlo passare. Figuriamoci fastidi più seri». Nel giardino, che arriva a lambire il lago, ci va di rado: «L'anno scorso, dopo una lunga attesa, un vecchio giardiniere ha avuto finalmente il permesso di ripulirlo dalle erbacce e dai serpenti». La villa tutta, in effetti, ha un aspetto fatiscente, circondata com'è da una selva incolta. Le finestre sono prive di persiane e restano chiuse: inutile sperare che lei, la pasionaria Aung San Suu Kyi, si affacci. Non è ancora il momento.
Paolo Salom
(C) Corriere della Sera