In breve, cosa chiede Israele al nuovo presidente americano – senza fare distinzioni tra democratici e repubblicani? Primo, che Washington continui a sostenere con tutti i mezzi il diritto a difendersi di Tel Aviv. Secondo, che il nuovo presidente degli Stati Uniti continui a seguire le trattative di pace tra israeliani e palestinesi senza sbilanciarsi eccessivamente dalla parte di Abu Mazen (come fanno, ad esempio, le Nazioni Unite). Terzo, che la nuova Casa Bianca tenga alta l’attenzione sul dossier iraniano – che, stando alle ultime dichiarazioni di Olmert, diventerà col tempo sempre più bollente.
Poste queste premesse, ci sono due candidati che per Peres, Olmert e gli israeliani sarebbero pressoché perfetti. Il primo è John McCain: con la nomination repubblicana ormai conquistata, l’eroe del Vietnam sarebbe decisamente in prima linea nella difesa degli interessi israeliani. Senza contare che, tra i pretendenti alla presidenza, McCain si presenta come il più intransigente di fronte alla minaccia rappresentata da Ahmadinejad (contro il quale non esclude l’uso della forza militare). Perfetta, però, sarebbe anche Hillary Clinton: suo marito Bill, infatti, si è sempre dimostrato buon amico di Israele e attento alle necessità dello Stato ebraico. E viste le dichiarazioni della moglie, c’è da aspettarsi che anche Hillary prosegua su quella strada – senza contare che nel rapporto con il Medio Oriente lo stesso Bill potrebbe assumere un ruolo decisivo.
Resta insomma l’incognita rappresentata dal senatore dell’Illinois, fino a qualche mese fa anni luce lontano dalla nomination. Ma ora che l’onda Obama si ingrossa giorno dopo giorno, risucchiando sempre più sostenitori, sono in molti (a Tel Aviv e dintorni) a chiedersi cosa rappresenterebbe per Israele il primo presidente nero della storia. I dubbi sulla possibile condotta di Obama, sollevati da più parti, si sono poi accresciuti in seguito al riuscito “character assassination” messo a segno dai suoi detrattori: menzogne, ora lo sappiamo, che parlavano di Obama come di un ex mussulmano tirato su in una madrassa indonesiana. È vero, ha rivelato poi la Cnn, che Obama ha vissuto per due anni a Jackarta: ma la scuola frequentata era una normalissima scuola laica, e certo non un covo di fondamentalisti.
Al di là della madrassa, gli interrogativi suscitati dalla possibile nomination democratica per Obama riguardano prevalentemente l’atteggiamento che assumerà in politica estera. Come Hillary, anche Obama si è mantenuto piuttosto sul vago: forse è ancora presto per scendere nei dettagli, ma è proprio questo “silenzio” a dare adito alle maggiori preoccupazioni. Cosa sappiamo, al momento, delle sue posizioni internazionali? Sappiamo che vuole gradualmente ritirare le truppe dall’Iraq, focalizzando piuttosto l’attenzione su Pakistan e Afghanistan. Sappiamo che vorrebbe trattare con Ahmadinejad, senza precondizioni, e anche con la Siria di Assad – due aspetti certamente poco graditi in Israele. Sappiamo, o meglio possiamo immaginare, che si voglia spendere per una maggior collaborazione tra Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite. Da queste posizioni ancora poco definite ha preso spunto l’ex-ambasciatore israeliano negli Stati Uniti Danny Ayalon, che sul “Jerusalem Post” ha retoricamente chiesto “chi è davvero quest’uomo?”: secondo il diplomatico, infatti, “la sfida del terrorismo islamico e del fanatismo sono concetti che sono stati trattati da Obama nel modo più ambiguo possibile”. Così la pensano in tanti: e allora la domanda da porsi è se Barack Obama rappresenterebbe un passo indietro nei rapporti tra Israele e gli Stati Uniti d’America.
Le incognite, abbiamo visto, ci sono: probabilmente Obama sarà più duro nel ricordare a Olmert i suoi impegni per la road map, così come sarà maggiormente disponibile a concedere qualcosa ad Ahmadinejad nel nome del mantenimento di un fragile status quo. Ma che possa essere un “pericolo” per Israele, questo è difficile crederlo. Insieme ai “preoccupati”, del resto, non sono pochi coloro che sostengono Obama da un punto di vista ebraico: è il caso di Mel Levine, che rispondendo ai detrattori del candidato sulle pagine del “Jerusalem Post” parla di lui come l’unico capace di attirare gran parte degli ebrei d’America, affascinati dal suo carisma e dalla sua visione del futuro.
Di particolare interesse è poi un articolo comparso sul prestigioso “Foreign Affairs”, che riprendendo le vaghe affermazioni sparse qua e là da Obama negli ultimi anni giunge a delineare una visione di politica estera che ha del sorprendente. Secondo la rivista, infatti, Obama si dichiara favorevole alla soluzione dei due Stati (Israele e Palestina) mettendo al primo posto la sicurezza di Israele e il sostegno alle forze palestinesi moderate. Insomma, quello che i repubblicani hanno fatto sino ad oggi. Per quanto riguarda poi Iran e Siria, insieme al dialogo tanto sbandierato Obama avrebbe più volte ribadito di non escludere la possibilità dell’inasprimento delle sanzioni e perfino della forza. Posizioni che non sono poi così distanti da quelle di McCain, anche se Obama le ha raramente espresse in modo limpido e compiuto.
Una cosa, però, è certa: Barack Obama è consapevole dell’importanza del sostegno degli ebrei d’America, così come della centralità della politica estera (della quale il rapporto con Israele è una costante) per conquistare gli indecisi. In questo quadro si spiegano i tentativi del candidato di conquistare il favore di Israele, a partire dalla conferenza tenuta all’Aipac (American Israel Public Affairs Commitee) già nel marzo del 2007 – quando le possibilità di giungere a Pennsylvania Avenue erano ancora scarse. In quell’occasione Obama ha ricordato il suo primo viaggio in Terra Santa, ha parlato della necessità di una pace che passi prima di tutto dalla sicurezza di Israele, del dramma rappresentato da Qassam e razzi Katiushia e del pericolo di Ahmadinejad. Passi volti a conquistare una fiducia che però, ancora oggi, sono in molti a mettere in discussione: alle parole, chiedono i sospettosi, seguiranno i fatti? O si tratta di assicurazioni da campagna elettorale, volte a conquistare gli indecisi, per poi lasciare spazio a un’anima liberal più radicale?
Troppo presto per dirlo, ma c’è un fattore che dovrebbe tranquillizzare tutti. Tra i valori condivisi dal popolo americano (democratico o repubblicano che sia), Israele occupa infatti una posizione di assoluta rilevanza: gran parte degli americani lo vede come un baluardo della democrazia in Medio Oriente, e in quanto tale Washington lo deve tutelare. Quest’idea è stata implicitamente sottoscritta già dal “visionario” Wilson nel 1917, quando approvò la dichiarazione del ministro degli Esteri britannico Balfour volta a favorire la costituzione di un focolare ebraico in Palestina. È questa una salda tradizione che in America continua ancora oggi: e poco importa che il presidente in carica vesta casacca rossa o blu.