L’ennesima spedizione in Myanmar di Ibrahim Gambari, ex ministro degli Esteri nigeriano e inviato delle Nazioni Unite nell’ex Birmania, si è conclusa lunedì nuovamente con un nulla di fatto. Quattro giorni d’incontri con esponenti della giunta militare – anche se Than Shwe, capo supremo, lo ha accuratamente evitato – e con Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace agli arresti domiciliari e leader dell’opposizione alla dittatura. Un altro buco nell’acqua: se infatti Gambari ha potuto parlare con Suu Kyi per ben due volte, nessun vero passo avanti è stato compiuto per spingere la giunta sulla via delle riforme democratiche.La delusione per i risultati conseguiti dall’inviato Onu sta tutta nelle parole del segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon. La sua lettura della situazione è chiara: “Ci sono stati dei progressi, ma non siamo riusciti a ottenere tutto quello che avremmo voluto”. Nel corso di una conferenza sull’Africa e sulla lotta alla povertà al Palazzo di Vetro di New York, Ban ha poi spiegato con rammarico che Gambari non è stato ricevuto dal leader della giunta Than Shwe, anche se ad accoglierlo ha trovato “insolitamente” importanti esponenti del governo: tra loro, anche alcuni degli autori della nuova Costituzione.
Il viaggio di Gambari in Myanmar, infatti, è stato preceduto – e in parte motivato – da notizie apparentemente sorprendenti. Il mese scorso, per mezzo della tv di Stato, la giunta militare ha comunicato al paese che una nuova Costituzione – redatta da 54 esperti – verrà sottoposta a referendum popolare e che nel 2010 si svolgeranno libere elezioni multipartitiche: le ultime si tennero nel 1990 e segnarono la vittoria di Aung San Suu Kyi, immediatamente rinchiusa nella sua casa agli arresti domiciliari. Con queste iniziative, ha fatto sapere Than Shwe, il Myanmar torna perfettamente in linea con la road-map democratica del 2003.
Dopo l’iniziale stupore, critiche alle scelte della giunta sono piovute per ogni dove: al centro della polemica, due questioni fondamentali. Primo: gli autori della Costituzione (che nessuno, fa notare il partito di Suu Kyi, ha ancora potuto leggere) sono vicini alla giunta di Than Shwe o diretta emanazione di essa. Secondo: in caso di elezioni, Aung San Suu Kyi non potrà candidarsi in quanto suo marito – il professor Michael Aris, venuto a mancare nel 1999 – e i due figli sono inglesi.
Apertura di facciata e risultati già stabiliti? È quello che credono in molti, a partire dai leader dell’opposizione. Secondo Zin Linn, portavoce del governo birmano in esilio, “senza la partecipazione di Suu Kyi, dell’Ndl (National League for Democracy: il partito di Suu Kyi, ndr) e dei partiti etnici il popolo non accetterà questa costituzione”. Stando poi all’esperto militare Win Min, intervistato dall’agenzia Mizzima, la giunta “sembra preoccupata da nuove possibili proteste di massa, quindi questo è un modo per raffreddare la popolazione”.
Che di farsa si possa trattare lo pensano anche le Nazioni Unite. Scopo dell’ultimo viaggio di Gambari era cercare rassicurazioni sulla presunta svolta democratica della giunta: ma i risultati, dicono al Palazzo di Vetro, fanno pensare al peggio. Ban continuerà “a pressare sul tema delle riforme, così che il Myanmar possa andare incontro alle aspettative democratiche della comunità internazionale”, ma il ministro dell’Informazione, Kyaw Hsan, ha detto a Gambari che il Paese non devierà dal calendario delle riforme stabilito unilateralmente dalla giunta: in diretta televisiva, il ministro ha dichiarato che “parlando in tutta franchezza, la strada che abbiamo intrapreso è la migliore e la più adatta per la nostra nazione”.
A Gambari è stato inoltre comunicato che la giunta non accetterà alcuna interferenza sul contenuto della Costituzione. Un secco “no” è venuto anche in risposta alla possibilità di inviare osservatori internazionali in vista del referendum e delle elezioni del 2010. Secondo i generali, non vi sarebbe alcun bisogno di osservatori esterni che monitorino i seggi, in quanto il Paese ha “sufficiente esperienza” in fatto di elezioni. Ecco allora che – con il rifiuto di tutte le proposte delle Nazioni Unite – tutti i nodi sono venuti al pettine: la road map democratica della giunta è un espediente formale per tenere a bada la comunità internazionale, nella completa libertà di manipolare (o annullare) i risultati nel caso in cui non dovessero risultare graditi a Than Shwe.
Per i militari al potere, del resto, gli ultimi mesi sono stati molto favorevoli. La stessa popolazione birmana – dopo le oceaniche manifestazioni dello scorso autunno – sembra aver perso lo slancio di un tempo. La Reuters, che ha recentemente pubblicato un reportage dal Myanmar, sottolinea come molti monaci parlino ancora di rivoluzione e si dicano pronti a perdere a perdere la vita per la libertà: il soffocamento militare delle ultime proteste, però, ha sortito l’effetto di rompere le reti clandestine e i migliori progetti rivoluzionari. Molti combattenti, ma nessun leader pronto a guidarli in maniera efficace: questa è la situazione sul fronte interno, mentre sono ancora 700, secondo Amnesty International, i manifestanti arrestati lo scorso autunno che si troverebbero dietro alle sbarre delle carceri birmane.
Se in casa è tutto tranquillo, gran parte del “merito” va soprattutto allo scenario internazionale. L’Onu, abbiamo visto, è paralizzato: le sue timide proposte vengono rispedite al mittente, mentre Cina e India continuano a rendere impossibile un’efficace risoluzione del Consiglio di Sicurezza contro la giunta di Than Shwe. I mass media, salvo sparuti reportage, hanno altro di cui occuparsi: la rivolta dei monaci, che tante pagine ha riempito per settimane e settimane, oggi non fa più notizia. Nessun risultato, nello specifico, è venuto poi dall’Europa: se l’Onu continua (impotente) a trattare, l’Ue sembra davvero aver dimenticato la pratica birmana. L’inviato di Bruxelles in Myanmar, Piero Fassino, è in Italia per la campagna elettorale del PD, invece di affiancare Gambari nella difficile opera di mediazione con il regime asiatico, come gli era stato richiesto di fare. E’ probabile che Fassino stia già pensando ad altro, se è vero, come rivelato in una nota da Peppino Caldarola (deputato del PD, non ricandidato), che recentemente ha dichiarato “con toni insolitamente ‘paterni’: ‘A Israele ci penso io’”. Euforia in Birmania, panico a Gerusalemme.
L'Occidentale