Il regista Mike Nichols (“Il Laureato”, “Comma
La cifra inizialmente stanziata da Washington a favore dei ribelli è quantomeno risibile: 5 milioni di dollari. I mujaheddin combattono con armi rudimentali, del tutto inefficaci al fine di abbattere i potenti elicotteri moscoviti. Ed ecco allora che di fianco a Wilson e alla Herring scende in campo un eccentrico agente della Cia, in rotta con i superiori: si tratta di Gus Avrakotos, ossia il magnifico Philip Seymour Hoffman (candidato all’Oscar come miglior attore non protagonista). Avrakotos, nell’improbabile trio, ha il ruolo dell’esperto militare: è lui a suggerire quali armi (i missili Sting) e quanti dollari (fino a un miliardo) siano necessari per sconfiggere l’Armata Rossa. E se la Herring-Roberts ricopre il ruolo dell’“ambasciatrice civile” – capace di mettere in contatto il deputato texano con il dittatore pakistano Zia –, Wilson-Hanks lavora con successo sul doppio fronte dell’aumento del sostegno economico a stelle e strisce e della costituzione di un’alleanza segreta volta a favorire l’afflusso di armi in Afghanistan e l’addestramento dei guerriglieri.
La squadra lavora bene, benissimo. Wilson riesce ben presto unire le forze di Pakistan, Egitto e Israele – un sodalizio stretto sotto una cappa di assoluta segretezza – contro il nemico comune, rappresentato dall’Unione Sovietica. A Washington, intanto, chiede (e ottiene) sempre più fondi segreti per pagare armamenti e addestramento: il risultato è che dai pochi milioni iniziali si giunge alla cifra record di un miliardo di dollari. Comincia allora la riscossa afgana: con una splendida escalation cinematografica ed emotiva, il regista mette in scena il crescente numero di elicotteri e tank rossi distrutti dalla resistenza dei mujaheddin. Alla fine degli anni ottanta, i sovietici lasciano gradualmente l’Afghanistan: come voleva l’America, ora anche l’URSS ha il suo Vietnam. Ma l’impero sovietico non riuscirà a resistere all’onda d’urto, e di lì a poco si sgretolerà. Così si chiude l’epopea di Charlie Wilson, Joanne Herring e Gus Avrakotos.
Le ultime scene del film, però, lasciano presagire un “dopo”. Mentre Hanks sta festeggiando la ritirata dei sovietici, l’agente della Cia Avrakotos lo prende da parte e gli consegna un dossier: quei ribelli che abbiamo portato alla vittoria, dice il documento, se non assistiti si rivolgeranno contro di noi. Wilson cerca di correre ai ripari: ma sconfitta Mosca, Washington rifiuta ora di concedere anche un misero milione di dollari per costruire qualche scuola. L’America ha fatto un gran lavoro, ma poi se ne è andata sul più bello: questo il senso della frase che chiude il film, realmente pronunciata da Charlie Wislon alla fine degli anni Ottanta. Il film non lo dice, ma il riferimento è chiaro: molti di quei ribelli, coperti di dollari e poi abbandonati, arriveranno di lì a poco a conquistare Kabul e l’Afghanistan insieme ai giovani studenti radicali chiamati talebani.
“La guerra di Charlie Wilson” è prima di tutto un grande film hollywoodiano. Questo non va mai dimenticato perché, nonostante la sceneggiatura sia tratta da un opera saggistica di George Crile, alcuni aspetti risultano poco credibili. Stando al film di Nichols qualcuno potrebbe infatti pensare che un solo uomo, aiutato da una ricchissima texana e da uno 007 sui generis, abbia portato alla disfatta sovietica afgana. O che nessuno sapesse dove andavano veramente a finire tutti quei fondi, stanziati per sovvenzionare i ribelli. Le cose non stanno esattamente così: il governo americano era ben conscio dell’importanza della lotta contro l’URSS in Afghanistan, e tanto il presidente Reagan quanto il direttore della Cia Casey erano in prima linea in questo genere di “guerra nascosta”.
Era del resto lo stesso presidente degli Stati Uniti a ritenere necessario un Vietnam per l’Unione Sovietica, e nel corso del suo secondo mandato parlò esplicitamente di sostegno ai mujaheddin afgani nel National Security Decision Directive (1985). Allo stesso modo non è certo credibile che Charlie Wilson e i suoi compari abbiano messo in piedi un’alleanza con il Pakistan all’insaputa di tutti: la Cia, e il presidente, sapevano. E all’interno della Casa Bianca il progetto era noto in tutte le sue ramificazioni: una prima linea formata da Cia e Isi (servizi segreti pakistani), con il sostegno di altri stati come Israele ed Egitto (protagonisti del film) ma anche Gran Bretagna e Arabia Saudita – che continuò in seguito a finanziare i ribelli, fino alla trasformazione dell’Afghanistan nel regime talebano. Un’alleanza diplomatica da trattare con il massimo riserbo, per evitare che la guerra fredda si scaldasse pericolosamente: così si spiega la preoccupazione di Hanks e Hoffman che le armi fornite ai ribelli non risultassero riconducili agli Stati Uniti.
Queste precisazioni non tolgono però nulla all’impegno di Charlie Wilson, il politico americano che più ha dato per la lotta contro i sovietici in Afghanistan. È veritiero il Wilson impersonato da Tom Hanks? In buona parte sì. Il vero Charlie Wilson è un uomo che studiò all’Accademia Navale di Annapolis, per poi votarsi alla politica. Una passione nata in età adolescenziale, quando portando a votare 96 afro-americani provocò (per 16 voti) la sconfitta del vicino di casa, candidato sindaco e reo di avergli ucciso il cane. Nel 1961, all’età di 27 anni, entrò nella circuito politico texano e si procurò il soprannome di “Good Charlie” – un riferimento al suo amore per donne e alcool, ampiamente presenti nel film di Nichols. Nel 1972 Charlie venne infine eletto deputato alla Camera, dalla quale si dimise solo nel 1996 dopo aver contribuito a sconfiggere l’impero sovietico.
L’interessamento per la stragi sovietiche contro la popolazione afgana nacque nel 1980, leggendo un’agenzia dell’Associated Press che parlava di centinaia di migliaia di profughi in fuga dall’Egitto. Lì cominciano gli sforzi per propagandare la necessità di combattere l’Armata Rossa in Afghanistan, nuovo fronte della guerra fredda nata nel Vecchio Continente. Tre anni dopo ottenne un incremento dei finanziamenti pari a 40 milioni di dollari (17 dei quali specificatamente destinati alle forniture antiaeree). In collaborazione con Avrakotos ottenne altri 50 milioni, dopo aver dichiarato che “gli Stati Uniti non hanno nulla a che fare con la decisione di combattere presa da queste persone… Ma saremo dannati dalla storia se li lasceremo combattere con le pietre”. Da quel momento i finanziamenti aumentano sempre più, e le alte sfere assumono una maggior consapevolezza del fronte afgano: fino al ritiro dei sovietici e alla perdita d’interesse americano sul futuro di Kabul. Oggi Wilson vive a Lufkin, in Texas: nel
L’ultima riflessione suggerita dal film riguarda evidentemente il “dopo”: il ritiro definitivo dei sovietici, la crescita del movimento talebano a sud, la presa di Kabul da parte di quegli studenti integralisti cresciuti nelle madrasse pakistane. La domanda posta da Nichols è chiara: se gli Stati Uniti fossero rimasti, se avessero continuato a finanziare la popolazione afgana contribuendo alla ricostruzione del paese, la storia sarebbe stata diversa? I talebani avrebbero comunque accolto e protetto Bin Laden, al tempo uno dei tanti ribelli (e per giunta tra i meno coraggiosi)? Una cosa è certa, la storia non si fa con i se. Un impegno americano avrebbe potuto evitare il radicamento del terrorismo? Può darsi. Ma è anche vero che Bin Laden, e molti altri fondamentalisti al pari dei talebani, avrebbero comunque odiato l’America per la presenza delle loro truppe in Medio Oriente e per il sostegno di Washington a Israele. Chissà, forse gli aiuti americani avrebbero piuttosto portato ad aspre accuse di imperialismo, a una ancor maggiore radicalizzazione. Il film di Nichols lascia la questione in sospeso, semplicemente perché una domanda non c’è. Resta invece una grande guerra segreta, combattuta sotto copertura, per dare scacco matto all’impero sovietico prossimo al tramonto: e questa guerra Nichols la rende benissimo, con tutti i mezzi offerti da Hollywood.