30 marzo 2008

La memoria di San Sabba

“L’ebraismo mondiale è stato durante i sedici anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile col fascismo. Tuttavia gli ebrei di cittadinanza italiana, i quali abbiano indiscutibili meriti militari o civili nei confronti dell’Italia e del regime, troveranno comprensione e giustizia. Quanto agli altri, si seguirà nei loro confronti una politica di separazione: alla fine il mondo dovrà forse stupirsi più della nostra generosità che del nostro rigore. A meno che i semiti d’oltre frontiera e quelli dell’interno – e soprattutto i loro improvvisati e inattesi amici che da troppe cattedre li difendono – non ci costringano a mutare radicalmente cammino”.

Siamo a Trieste, 18 settembre 1938. Dal municipio, di fronte alla folla assiepata in piazza Unità d’Italia, Benito Mussolini annuncia ufficialmente l’istituzione delle leggi razziali. La questione razziale, anche in Italia, è diventata “in politica interna il tema di più scottante attualità”: gli imperi, continua Mussolini, si tengono con il prestigio e “per il prestigio occorre una chiara, severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime”. Settant’anni fa, nella cornice di una delle più belle piazze d’Europa, l’Italia si accodava ufficialmente alla Germania nazista nel tunnel dell’antisemitismo e della tanto sbandierata inferiorità della razza ebraica.

Ricordare le leggi razziali, con tanto di “Manifesto degli scienziati razzisti” e del quindicinale “La difesa della razza”, è ripercorrere la tragedia di tutti gli ebrei d’Italia. Un tragedia che tocca l’abisso – con l’occupazione nazista di parte della penisola italiana – nel 1943: è in quell’anno, precisamente il 16 ottobre, che la comunità ebraica romana viene deportata. Negli stessi anni, l’Europa centro-orientale è costellata dei campi di concentramento nazisti: l’orrore si manifesta concretamente in Germania (Bergen Belsen, Ravensbruck, Neuengamme, Dachau, Buchenwald, Flossenburg, Sachsenhausen), Polonia (Auschwitz, Belzec, Treblinka, Sobibor, Chelmno, Lipoma, Majdanek, Stutthoff), Austria (Mauthausen).

Ripercorrere l’orrore non implica necessariamente un viaggio ad Auschwitz o una visita al memoriale Yad Vashem di Gerusalemme. Anche in Italia, infatti, i nazisti hanno lasciato ampie tracce della loro politica di annientamento degli ebrei e degli oppositori: a Bolzano, a Fossoli, a Carpi. E poi a Trieste, la città della promulgazione delle leggi razziali: qui, in una risiera appositamente riadattata, si trova l’unico campo di concentramento su suolo italiano provvisto di forno crematorio. Si tratta della Risiera di San Sabba, un monumento alla Memoria sito a pochi chilometri dal centro della città, e ancora poco conosciuto dalla popolazione italiana se paragonato ai (tristemente) più celebri campi tedeschi e polacchi.

La scelta di Trieste come “tappa dello sterminio” non è causale. Oltre che per ragioni geografiche – per la sua posizione, Trieste favoriva lo smistamento di gran parte degli ebrei verso i campi di sterminio del centro Europa –, la città è sempre stata un importante crocevia per la comunità ebraica. Ebrei erano molti dei suoi intellettuali, a partire da Umberto Saba. Ebrei molti esponenti della borghesia cittadina, tra i quali figurano i fondatori delle Assicurazioni Generali e quello del blasonato quotidiano cittadino “Il Piccolo”, Teodoro Mayer. Non è un caso, allora, che la sinagoga di Trieste sia una delle più grandi d’Europa: vistandola (la sinagoga apre le porte per visite guidate la domenica mattina e il giovedì pomeriggio) si scoprirà come i nazisti pensassero addirittura di trasformarla in una piscina. Ma non c’era molto tempo per disfarsene: il risultato è che la sinagoga – insieme al museo ebraico Carlo e Vera Wagner – è oggi ancora qui. Insieme alla terribile Risiera di San Sabba.

È incredibile, per il visitatore della Risiera, pensare a quanto un campo di concentramento possa essere vicino alla città. Da piazza Goldoni basta prendere l’autobus 10: sono meno di cinque chilometri. La Risiera, oggi, è circondata da industrie e dallo stadio cittadino. Un lungo tunnel a cielo aperto conduce direttamente nel cortile centrale, attorno al quale ruotano le stanze di prigionia così come i musei. Al centro esatto del cortile, un solco: qui c’era il forno crematorio, fatto esplodere dai nazisti per non lasciare tracce. Ma le tracce, sui muri e sul pavimento lucido, restano eccome: così come resta, preannunciato da una lunga striscia di piastrelle, il luogo dove si trovava il camino. Una scultura cupa ed essenziale, lanciata minacciosamente verso il cielo, ricorda il fumo dei terribili anni quaranta.

La Risiera – divenuta campo di concentramento e in seguito campo profughi – è oggi il risultato del lavoro di ristrutturazione portato a termine nel 1975. Nel gennaio 1966 il comune di Trieste emette un bando ufficiale per rendere l’ex-risiera monumento alla Memoria: partecipano dieci gruppi di architetti, ma il risultato è un nulla di fatto. A spuntarla sarà infine Romano Boico, celebre architetto triestino che presenta un secondo progetto dopo la chiusura del primo concorso. Alla base del progetto, una missione: “Rammemorare le vittime, ammonire i viventi”. Un obiettivo reso possibile dall’essenzialità delle forme e dal silenzio imperante: emozioni fortissime controbilanciate da istanze didattiche nei due musei, quello sulla Risiera e quello sulle vicende storiche della regione.

Così l’architetto descrive il suo lavoro: “La Risiera semidistrutta dai nazisti in fuga era squallida come l’intorno periferico: pensai allora che questo squallore totale potesse assurgere a simbolo e monumentalizzarsi. Mi sono proposto di togliere e restituire, più che di aggiungere. Eliminati gli edifici in rovina ho perimetrato il contesto con mura cementizie alte undici metri, articolate in modo da configurare un ingresso inquietante nello stesso luogo dell’ingresso esistente. Il cortile cintato si identifica, nell’intenzione, quale una basilica laica a cielo libero. L’edificio dei prigionieri è completamente svuotato e le strutture lignee portanti scarnite di quel tanto che è parso necessario. Inalterate le diciassette celle e quelle della morte. Nell’edificio centrale, al livello del cortile, il Museo della Resistenza, stringato ma vivo. Sopra il Museo, i vani per l’Associazione deportati. Nel cortile un terribile percorso in acciaio, leggermente incassato: l’impronta del forno, del canale del fumo e della base del camino”.

L’orrore che si prova nel visitare la Risiera sta tutta nelle minuscole celle adibite alla detenzione dei prigionieri: più le guardi, più ti chiedi come potessero sopravviverci sei persone contemporaneamente. E poi sta nel cortile, osservato attraverso le inferiate nere della cella della morte: sembra di vederlo ancora, il forno, il cui perimetro è marchiato a fuoco sulle mura dell’ex opificio. Ma ancora più forte è il dolore racchiuso negli oggetti: gli occhiali, gli orologi e la lettera di un ragazzo che scrive a fidanzata e genitori come la sua morte “per voi sarà cosa tremenda, per la massa sarà il nulla”. Tra questi oggetti, compaiono poi due polveri diametralmente opposte: un’ampolla di cenere proveniente da Auschwitz e una di sabbia proveniente da Gerusalemme. L’orrore che fu – inaugurato per l’Italia dalle leggi razziali – e la speranza nel futuro – rappresentata dalla fondazione dello Stato d’Israele, dieci anni più tardi.

Nella Risiera di San Sabba trovarono la morte migliaia di oppositori politici, partigiani italiani, sloveni e croati. I moltissimi ebrei che transitarono dalla Risiera, invece, trovarono in buona parte la morte ad Auschwitz e nei lager nazisti dell’Europa centrale. Il forno crematorio venne messo in funzione il 4 aprile 1944, per poi essere distrutto tra il 29 e il 30 aprile 1945 dai tedeschi in fuga. La cremazione notturna dei cadaveri era seguita dal trasbordo delle ceneri al porto di Trieste, dove venivano gettate in mare. Visitare la Risiera, oggi, significa fare un viaggio negli orrori della storia fascista e nazista: fin qui, viene da pensare davanti allo scheletro del forno e alle braccia nere che simboleggiano il camino fumante, l’uomo è riuscito a spingersi fin qui. E anche l’Italia, in tutto questo orrore, ha il suo pesante carico di responsabilità.

L'Occidentale