Due giorni in Israele, nel quadro di un più vasto viaggio in Medio Oriente e nel continente europeo. Mentre Angela Merkel teneva uno storico discorso in tedesco davanti alla Knesset, anche il candidato presidenziale repubblicano John McCain – in qualità di senatore dell’Arizona – ha fatto visita allo Stato ebraico: con lui, i colleghi senatori Lindsey Graham e Joe Lieberman (un ex democratico ora indipendente che, secondo alcuni analisti israeliani, potrebbe diventare segretario di Stato del candidato repubblicano). L’accoglienza riservata a McCain è stata molto calorosa: cittadini e turisti lo hanno applaudito, scandendo quel “Mac is back” che ha fatto da leitmotiv a tutta la sua campagna elettorale.John McCain è atterrato a Gerusalemme martedì, inaugurando il viaggio con una visita di novanta minuti allo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto. La visita ha profondamente commosso il senatore dell’Arizona, che ha provato in Vietnam – anche se le due esperienze non sono culturalmente e tragicamente comparabili – la sofferenza della tortura e della prigionia. Sul libro dei visitatori, McCain ha scritto di essere “profondamente commosso. Mai più”.
Dopo aver reso omaggio agli ebrei vittime della Shoah, è venuto il momento degli incontri ufficiali. McCain, si è detto, ha visitato Israele in qualità di senatore, con colleghi di pari grado: ma il fatto che il prossimo presidente degli Stati Uniti possa essere lui ha senza dubbio influenzato le tematiche discusse con gli interlocutori. Ed ecco che la visita del candidato, inevitabilmente, è diventata anche un’opportunità per chiarire – presso gli israeliani quanto presso gli americani – le proprie posizioni in materia di politica estera.
Una politica estera che, a differenza di quanto accade in campo democratico, è ben delineata nella testa di McCain. Parlando con il presidente israeliano Shimon Peres, il candidato repubblicano si è detto ben consapevole dell’influenza negativa esercitata dall’Iran sulla regione attraverso l’addestramento, il finanziamento e l’assistenza di gruppi radicali. Peres, soddisfatto di parlare con un candidato in questo senso molto vicino alle posizioni israeliane, ha ricordato come l’Iran non sia solo un problema israeliano: “La combinazione di terrore, capacità nucleari e leadership irresponsabile sono un pericolo per il mondo intero”.
Stessa sintonia è stata registrata negli incontri di mercoledì, tutti incentrati sulla questione palestinese. In mattinata, i tre senatori americani hanno parlato con il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni: stando a Israel Radio, il ministro ha fatto notare a McCain come la situazione sia notevolmente peggiorata dai tempi della sua precedente visita in Israele. “So che condividiamo la stessa comprensione della natura dei pericoli in questa regione” ha detto la Livni: McCain ha confermato, ribadendo che Washington continuerà (sottinteso: in caso di vittoria alle presidenziali) a lavorare per mettere fine alle violenze. Lieberman, che potrebbe prendere il posto di Condoleezza Rice, ha sottolineato poi come tanto Israele quanto gli Stati Uniti siano “obiettivi degli stessi terroristi”.
Da possibile futuro presidente, prima di parlare della questione palestinese McCain ha voluto contattare telefonicamente il presidente dell’Anp Abu Mazen. Dopo averci parlato, McCain si è detto convinto che anche Abbas voglia raggiungere quanto prima un accordo con la controparte israeliana. “Sono certo” ha continuato McCain “che Abbas non supporti quel tipo di attività (terroristiche, ndr) che prendono corpo a Gaza”. Abu Mazen, dopo il colloquio con il senatore dell’Arizona, ha dichiarato ai giornalisti che “il tempo stringe, e questo significa che dobbiamo raggiungere l’obiettivo di questo negoziato entro la fine dell’anno”.
McCain sa però che lo spirito di Annapolis è momentaneamente perduto, e sarà dura raggiungere un accordo entro la fine dell’anno. Lo sa anche il premier israeliano Olmert, per il quale una tregua nella Striscia di Gaza è ancora molto lontana. La posizione di Olmert è chiara: Israele ha il diritto e il dovere di difendere i propri cittadini dai lanci di razzi Qassam. E McCain sta con lui, pochi giorni dopo la pubblicazione di un sondaggio che dà in ascesa la popolarità di Hamas nella Striscia di Gaza.
Per toccare direttamente con mano la situazione dei confini, il ministro della Difesa Barak ha personalmente accompagnato McCain a visitare la città di Sderot: da anni, primo bersaglio dei razzi lanciati dai militanti palestinesi. Una visita chiarificatrice, che ha portato il candidato repubblicano a esprimere concetti molto chiari. “Nessuna nazione al mondo può essere attaccata senza reagire” ha detto McCain, dopo aver parlato con molti cittadini ai quali ha espresso la sua solidarietà. La questione, per il senatore dell’Arizona, non è più sostenibile e – da uomo concreto quale è – lo spiega con una paragone molto semplice: “Il fatto è che io vengo da uno Stato di frontiera, e se la gente avesse lanciato razzi sul mio Stato io credo che i miei concittadini si sarebbero riservati una risposta molto vigorosa”.
La pace nel 2008 è dunque una chimera, anche per il possibile futuro presidente? “Io non sono sicuro che la pace possa essere raggiunta in questo lasso di tempo (entro la fine del 2008, ndr)” dice sinceramente McCain “ma sono certo che l’amministrazione ce la stia mettendo tutta per raggiungere l’obiettivo”. Trattare con Hamas? Per McCain è molto difficile parlare con chi ti vuole distruggere, ma la scelta spetta a Israele: in ogni caso gli Stati Uniti, conclude, rispetteranno le scelte di Tel Aviv.
È finita così quella che sulla carta poteva apparire come una visita di routine da parte di tre senatori americani. Ma il viaggio di McCain, anche se il candidato ha rifiutato di rispondere a domande sulla possibile investitura a presidente degli Stati Uniti, ha assunto una fondamentale importanza ai fini elettorali. Mentre Barack Obama e Hillary Clinton continuano a farsi la guerra, John McCain può presentarsi all’opinione pubblica mondiale come un leader illustre e unitario. Nello specifico di Israele, infine, McCain si è posto come il presidente ideale a fronte delle incognite rappresentate dai candidati democratici (in particolare, Barack Obama): nella speranza che la fiducia degli israeliani possa avere una qualche influenza sui voti degli ebrei d’America.
Presto per dirlo, ma ci sono almeno due certezze. Col suo viaggio e le sue affermazioni sul Medio Oriente, McCain ha messo in chiaro come la politica estera repubblicana sia ben diversa da quella democratica. E i sondaggi (fonte: Real Clear Politics, che fa la media di tutte le rilevazioni nazionali) lo danno per la prima volta in vantaggio, tanto su Hillary quanto su Obama.