Prendere provvedimenti contro l'Iran, reo di aver installato 6000 nuove centrifughe per l'arricchimento dell'uranio a Natanz e di essere tornato a minacciare esplicitamente la sicurezza di Israele. Questo il senso dell'incontro del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, svoltosi mercoledì a Shangai. Sul tavolo l'ipotesi di una nuova tornata di sanzioni, dopo la terza dello scorso novembre. Ma il risultato, ancora una volta, è un nulla di fatto.Le premesse, del resto, non erano delle migliori. A fronte degli Stati Uniti, che da tempo premono per incrementare sanzioni rivelatesi sin qui fallimentari, Cina e Russia preferirebbero invece la strada degli incentivi economici in cambio dello stop all'arricchimento dell'uranio: ipotesi già sperimentata, anche in questo caso senza successo.
L'incontro di Shangai ha visto l'esordio ufficiale della Cina nella disputa sul nucleare iraniano. Ed è stata Pechino a farla da padrona: He Yafei, assistente del ministro degli Esteri cinese, si è presentato alla stampa dopo qualche ora di riunione per annunciare il mancato accordo su un nuovo piano di incentivi da presentare al presidente iraniano Ahmadinejad. "Possiamo dire di essere d'accordo sui principali contenuti di un piano per rilanciare i negoziati" ha dichiarato il diplomatico "ma non tutti i problemi sono stati risolti".
Una chiara lettura dell'ennesimo fallimento del Consiglio di Sicurezza dell'Onu l'ha data un diplomatico cinese in Iran, Guo Xian'gang. "La Cina ha voluto mostrare di essere un importantissimo nella partita del 5+1" ha detto il diplomatico, per poi passare ad analizzare lo stallo: "Specialmente adesso, con i mercati energetici così costosi che proteggono l'Iran e con gli Stati Uniti concentrati sulle elezioni interne, non riesco ad immaginare un nuovo piano di negoziati che possa rompere l'impasse nel breve termine".
Una lettura chiara, alla quale va però aggiunto il principale motivo di ostilità cinese (e russa) all'imposizione di nuove sanzioni: dopo Angola e Arabia Saudita, l'Iran è il terzo maggior fornitore di greggio al gigante asiatico. Imporre nuove sanzioni, da parte di Pechino, significherebbe pagare di più una merce vitale per il suo impetuoso sviluppo industriale ed economico.
Tutto fermo, dunque? Sembra proprio di sì, a maggior ragione se fallirà anche l'autonoma iniziativa intrapresa dall'Unione Europea dopo il fallimento di Shangai. Da Vienna, l'Unione Europea ha lanciato infatti un'alternativa ad Ahmadinejad: entrare nella Convenzione sulla Sicurezza Nucleare (CSN), un modo per approfondire (da parte occidentale) la conoscenza dello sviluppo nucleare di Teheran. Da Ahmadinejad – che prima dell'incontro di Shangai si era detto disponibile a trattative non lesive dei diritti degli iraniani – ancora nessuna risposta.
Vero vincitore della partita, fatta eccezione per la Cina, è insomma l'Iran. E il suo presidente, in occasione di una grande parata militare svoltasi nei pressi del mausoleo di Khomeini, non ha rinunciato ai toni trionfalistici. Di fronte a mezzi militari terrestri, aerei e navali, Ahmadinejad ha ricordato che "oggi è il compleanno del migliore, più caro e più onorabile esercito del mondo". "L'esercito è il cuore del popolo iraniano" ha continuato il presidente, ricordando poi come proprio le armi della Repubblica Iraniana siano il miglior deterrente di fronte alle minacce occidentali. La giornata nazionale dell'esercito è stata anche l'occasione per festeggiare la festa dello Zimbabwe, che cade proprio il 18 aprile: a questo proposito, Ahmadinejad ha auspicato un più stretto rapporto di collaborazione con il presidente Robert Mugabe.
Se l'Iran festeggia, minor entusiasmo viene da Israele: l'incontro di Shangai, per lo Stato ebraico, è l'ennesima dimostrazione di come Tel Aviv non possa fare troppo affidamento sulle rassicurazioni delle Nazioni Unite. Intervistato dal quotidiano "Haaretz", il premier israeliano Olmert ha lanciato però un messaggio chiaro a tutti i cittadini: "Voglio dirlo chiaramente: l'Iran non raggiungerà mai la capacità nucleare".
Diplomazia a parte, Israele sembra muoversi anche sul piano militare. A fronte dell'Iran – che pochi giorni fa ha annunciato di poter "eliminare Israele dalla faccia della terra" in caso di attacco militare –, lo Stato ebraico ha testato con successo un nuovo Green Pine Radar, parte integrante del sistema missilistico difensivo Arrow. Il nuovo radar, rispetto alle generazioni precedenti, è in grado di identificare prima e con più efficienza eventuali missili lanciati contro il territorio israeliano. Una misura necessaria, anche a fronte di un recente scoop del "Times": il quotidiano britannico è venuto in possesso di foto satellitari che mostrerebbero nuovi siti segreti iraniani, atti allo sviluppo di missili capaci di raggiungere perfino il territorio europeo.
Ma se le Nazioni Unite sembrano dare poche rassicurazioni a Tel Aviv, dichiarazioni importanti sono giunte nel corso dell'ultimo faccia a faccia tra i candidati democratici alle elezioni presidenziali americane. Hillary Clinton ha dichiarato che un potenziale attacco iraniano contro Israele "provocherebbe una massiccia rappresaglia da parte americana": la senatrice di New York ha poi proposto un "ombrello" difensivo per Israele e i paesi limitrofi, minacciati dal nucleare di Teheran. Sulla stessa linea anche il senatore dell'Illinois, Barack Obama: "È molto importante che l'Iran comprenda che un attacco contro Israele sarebbe un attacco contro il nostro maggior alleato nella regione, la cui sicurezza riteniamo vitale". Il concetto è chiaro: che vincano i democratici o i repubblicani, per gli Stati Uniti la sicurezza di Israele verrà sempre al primo posto.