Sempre meglio che lavorare – forte di una scrittura limpida e vivace, della giusta miscela tra informazione e aneddotica – si presta a diversi tipi di lettura. Per i giornalisti affermati, è un modo per ripercorrere celebri aneddoti della categoria di cui fanno parte. Per coloro che giornalisti vorrebbero diventare, è una guida illuminante su quello che li aspetta. Per chi infine i giornali si limita a leggerli, è un interessante viaggio dietro le quinte di grandi quotidiani e grandi giornalisti.
Partiamo da un concetto fondamentale. Fare il giornalista è «sempre meglio che lavorare», ma non si pensi che il bravo giornalista passi tutto il giorno a rigirarsi i pollici. Anzi: fare il giornalista può essere un mestiere massacrante. Ed è proprio per questo che Brambilla lancia un importante avvertimento: «Sempre meglio che lavorare? Sì, ma non perché si abbia tempo libero e non si fatichi, al contrario. Sempre meglio che lavorare solo perché questo mestiere è talmente bello che quasi quasi ti stupisci che ti paghino perfino, per farlo».
Un lavoro stupendo, ma pur sempre un lavoro. Il saggio del vicedirettore de “Il Giornale” prende il via con una disamina – a tratti esilarante – delle diverse posizioni che il giornalista potrà ricoprire nel corso della sua carriera. Partendo da un presupposto fondamentale, che viene dalla bocca di Vittorio Feltri: «Ricordati che nei giornali o fai il direttore o fai l’inviato. Tutto il resto è una galera». Un modo diretto per distruggere molti dei miti che circondano il mestiere, su tutti quello secondo cui fare il giornalista permette di girare il mondo quando «la maggior parte dei giornalisti fa una vita tutt’altro che avventurosa e tutt’altro che affascinante: passa ore e ore in redazione, alla luce artificiale, di fronte a un computer».
C’è però una categoria di giornalisti la cui vita è effettivamente piena di sorprese: si tratta degli inviati. Ma gli inviati, attenzione, non sono tutti uguali: ci sono quelli semplici – che conducono una vita massacrante, sempre dietro alla notizia – e poi i grandi inviati, figuri dal grande potere contrattuale. Essere grandi inviati, molto spesso, significa sfruttare il lavoro dei semplici (e anonimi) corrispondenti per poi scrivere il pezzo nella camera di un hotel a cinque stelle. In questo caso, il “lavoro” sta tutto da un’altra parte…
All’interno della redazione, invece, si trovano veri e propri “casi umani”. Brambilla ci presenta il “mago della cresta”, perennemente impegnato nello scaricare sul giornale (vedi alla voce: “rimborso spese”) i pranzi di famiglia. Il “mobbizzato”, ovvero il giornalista affetto da psicotiche manie di persecuzione. Lo “scarabeo”, capace di intrufolarsi nello studio dei superiori e di ottenere (per sfinimento) quello che vuole. L’“indignato speciale” (vi ricorda qualcuno?), inflessibile fustigatore dei costumi altrui ma incapace di incassare critiche. E infine l’“innominabile” che, a torto o a ragione, è additato a responsabile delle sciagure che si abbattono sui poveri redattori.
Un discorso a sé merita poi la figura del direttore, che secondo Montanelli «è sempre meglio che non vada in ferie. Se ci va, corre due rischi. Il primo è che, senza di lui, il giornale perda copie. Il secondo è ben più grave: e cioè che, senza di lui, il giornale guadagni copie». Ironia a parte, quello che a Brambilla preme sottolineare è come il suo ruolo sia sensibilmente diverso da quello degli altri: giornalista, certo, ma non di rado impegnato più nelle public relations che nella creazione del giornale vero e proprio.
Fin qui il vademecum – nel quale rientrano anche le differenze tra quotidiano nazionale e giornale di provincia, l’importanza della gavetta, il reale peso delle raccomandazioni, il ruolo del comitato di redazione. Ma la parte più interessante di Sempre meglio che lavorare sta forse nell’aneddotica, nelle esperienze e nei personaggi incontrati direttamente dall’autore nella sua lunga carriera. Ecco allora che nel capitolo “Via Solferino” veniamo a conoscenza delle trasformazioni del più grande quotidiano italiano, dai tempi in cui si scriveva con la Lettera 22. Incontriamo il “fantasma” di Buzzati, che tanto ha dato al quotidiano milanese, e altri giornalisti che hanno fatto la storia del mestiere.
Su tutti, Indro Montanelli. A dispetto della folta bibliografia già esistente, Brambilla riesce ancora a emozionare raccontando una delle più celebri “bugie” di Indro: quella dell’intervista a Hiltler. Mentre si trovava in Polonia, raccontava Montanelli, Hitler scese da un carro armato e incominciò a parlargli delle motivazioni per cui aveva deciso dare il via alla guerra. L’articolo di Indro non vide mai la luce: il Minculpop, secondo l’allora direttore del “Corriere” Borelli, mise il veto. «Siccome ti sembrava impossibile che ti prendesse in giro» ricorda Brambilla «ti veniva il sospetto che, dopo tanti anni, di aver realizzato quell’intervista avesse finito per crederci anche lui».
Se Montanelli è il maestro, buone parole l’autore riserva poi a Enzo Biagi – intervistato più volte nel corso della carriera –, a Guareschi – il «Giovannino schiena dritta» sempre contro il potere, di destra o di sinistra che fosse – e ovviamente alla Fallaci, uno dei rarissimi casi in cui «scrittura sopraffina», «coraggio» e «passione» si sono uniti nel plasmare una delle più grandi giornaliste dei tutte i tempi.
È un bel viaggio, quello di Brambilla: un viaggio chiarificatore. Fare il giornalista è un mestiere stupendo, ma è importante sapere a cosa si va incontro: Sempre meglio che lavorare offre uno spaccato di questo universo complesso e affascinante, tra i suoi vizi e le sue virtù. Con un’ultima nota, per gli aspiranti giornalisti innamorati: «È un mestiere meraviglioso. Ma c’è un unico modo per farlo senza restare scapolo come comandava Afeltra: ed è quello di trovare una donna ancor più meravigliosa». Prego, regolarsi di conseguenza.
L'Occidentale