Agenzia Reuters: Romano Prodi si è dimesso dalla presidenza del Partito Democratico, annunciandolo in una lettera inviata al segretario Walter Veltroni a Pasqua. Lo ha detto una fonte del Pd.Di per sè, ottima notizia. Il Partito Democratico, che vuole essere partito riformista e proiettato al futuro, si libera di un presidente simbolo dell'anti-riformismo, dell'immobilismo e del vecchiume ancora presente nella sinistra nostrana.
Ma non è tutto, purtroppo. Continua la Reuters: la notizia dell'abbandono di Prodi "Veltroni l'ha avuta a Pasqua, ma si è deciso di parlarne dopo il voto per evitare strumentalizzazioni", ha detto la fonte vicina al segretario del Pd. Ora, che sia stato Veltroni a decidere di non parlare appare quantomeno strano: più probabile è che Prodi abbia deciso di rendere pubblica la notizia dopo il voto.
Perchè? Per consumare la sua vendetta. Vendetta per la caduta, vendetta per il riformismo del Pd che ha portato inevitabilmente alla chiusura anticipata del suo secondo governo. Non ci vuole un genio per capire che se Prodi avesse rassegnato le sue dimissioni almeno un mese prima del voto, per il Pd sarebbe stato tutto più facile: non avrebbe vinto, certo, ma forse avrebbe raggiunto l'agognato 35%. Lo stesso Cavaliere avrebbe dovuto rinunciare al suo cavallo di battaglia: "Il Pd di Prodi".
Romano Prodi, ad oggi, è il politico italiano più inviso all'opinione pubblica italiana. Secondo, forse, solo a Mastella. Romano lo sapeva benissimo: ma si è ben guardato dal fare prima i bagagli.
Resta, comunque, un'ottima notizia. Nel cammino verso la Terza Repubblica (fatta di due grandi partiti, di una maggiornaza chiara e stabile, dell'eliminazione dei cespugli capeggiati dai partiti comunisti), la politica perde oggi uno dei più pesanti retaggi di un'Italia che (se Dio vuole) non c'è più.
Il processo, va da sè, potrà dirsi compiuto solo tra cinque anni: quando anche il centrodestra, divenuto auspicabilmente partito a tutti gli effetti, candiderà un volto giovane, nuovo e capace.