13 maggio 2008

Bush difende Olmert ma Hamas allontana la pace

Nel corso del suo ultimo viaggio in Medio Oriente, il presidente degli Stati Uniti George W. Bush si era impegnato a tornare presto nella regione. La promessa è stata mantenuta: Bush atterrerà oggi in Israele, in occasione dei festeggiamenti per il sessantesimo anniversario della fondazione dello Stato ebraico. La visita sarà anche un'occasione per sostenere le trattative israelo-palestinesi avviate con la conferenza di Annapolis (novembre 2007): l'amministrazione americana – almeno a parole – continua a sperare nel raggiungimento di un accordo entro la fine dell'anno, mentre la realtà sul campo parla di una pace sempre più lontana.

George W. Bush si soffermerà in Israele per tre giorni, dal 13 al 16 maggio. 72 ore per partecipare a celebrazioni ufficiali (il 14 maggio 1948 David Ben Gurion proclamò l'indipendenza dello Stato ebraico) e incontrare privatamente il presidente Peres, il premier Olmert e i principali esponenti del governo. Oltre che sulla questione palestinese, i colloqui saranno incentrati sugli scontri tra Hezbollah e il governo Siniora in Libano, sulla minaccia iraniana e sulla questione siriana. Prima di lasciare Tel Aviv, Bush parlerà alla Knesset e incontrerà l'ex premier britannico Tony Blair, inviato del quartetto in Medio Oriente.

Il fine settimana, dopo una tappa in Arabia Saudita, sarà invece dedicato all'Egitto: anche in questo caso, il calendario degli incontri è molto fitto. In due giorni, George W. Bush incontrerà separatamente il presidente egiziano Mubarak (impegnato nel raggiungimento di un cessate il fuoco tra Israele e Hamas), il presidente dell'Anp Abu Mazen, il presidente afgano Karzai, il re di Giordania Abdullah, il primo ministro palestinese Salam Fayyad e alcuni leader iracheni. Prima di tornare a Washington, Bush parlerà infine al World Economic Forum di Sharm.

Il maggior impegno del presidente sarà comunque sul fronte israelo-palestinese. Mentre le grandi questioni mediorientali passeranno verosimilmente nelle mani del suo successore, l'amministrazione americana spera ancora di portare a casa un buon risultato nelle trattative tra negoziatori israeliani e palestinesi. I propositi di Bush sono chiari: da un lato sostenere i protagonisti, dall'altro chiarire che la pace non passa esclusivamente da Olmert e Abu Mazen. Una rassicurazione importante: sono in molti a temere che eventuali dimissioni di Olmert – indagato per corruzione – manderebbero definitivamente all'aria i progressi sin qui compiuti.

Intervistato da quattro testate giornalistiche israeliane, il presidente americano ha definito Olmert "un tipo onesto". Allo stesso tempo, però, ha chiarito come il processo di pace non passi da una singola persona: al posto di Olmert (con il quale le relazioni sono "non meno che eccellenti") potrebbero esserci tanto il ministro degli Esteri Livni quanto quello della Difesa Barak, senza che questo vada ad intaccare le trattative. Allo stesso tempo, Bush ha precisato che gli Stati Uniti hanno di certo una grande influenza ma la pace tra israeliani e palestinesi non può essere imposta dall'alto.

La verità è che la situazione sul campo è molto peggiore di quella che Bush aveva lasciato a gennaio. Secondo Jon Alterman, esperto di Medio Oriente del Center for Strategic and International Studies di Washington, "è difficile trovare un momento meno propizio di questo per la pace tra israeliani e palestinesi": difficile dargli torto.

In Israele, il governo è in gravi difficoltà: Olmert è sospettato di aver accettato tangenti da un uomo d'affari americano, Morris Talansky. Talansky, che ammette di aver versato ingenti somme di denaro al premier israeliano, dice di averlo fatto per sostenere le campagne elettorali di Olmert al tempo in cui era sindaco di Gerusalemme. La polizia, però, crede che ci sia dell'altro: il premier, che ha giurato davanti alla Nazione di non aver mai intascato un penny per sé, ha promesso di dare le dimissioni nel caso in cui il procuratore generale formalizzi l'accusa.

All'interno del partito di Olmert, intanto, si parla già di successione: la favorita sarebbe Tzipi Livni, non a caso uno dei personaggi ai quali ha fatto riferimento il presidente Bush. Bassissima, ormai, è la popolarità del premier: secondo un sondaggio pubblicato lunedì da Yediot Aharonot, il 60% degli israeliani non crede all'innocenza di Olmert e proprio la Livni (ancora lei) sarebbe il successore più indicato per la poltrona di premier, unico personaggio di Kadima in grado di battere il Likud di Netanyahu e il Labour Party di Barak. Da ogni parte del paese, infine, rabbini di destra chiedono a George W. Bush di non incontrare Olmert: per loro, come per gran parte dei sostenitori del Likud, il premier è già colpevole.

Ma non solo le questioni giudiziarie minano le trattative di pace. Negli ultimi tempi, il classico conflitto israelo-palestinese ha lasciato il posto ad una guerra più specifica: quella tra l'esercito israeliano e Hamas, l’organizzazione terrorista palestinese che controlla la Striscia di Gaza. Mentre i razzi continuano a piovere da Gaza (lunedì mattina una donna israeliana è morta), seguiti dai raid aerei israeliani, le trattative di pace sembrano essersi spostate su questo fronte. È l'Egitto a fare da intermediario, ma il cessate il fuoco (in previsione di una tregua) è legato al momento a un doppio ultimatum: Hamas impone l'apertura dei valichi, minacciando nuovi attentati in caso di rifiuto; Israele, contrario alla loro apertura, esige la liberazione del soldato Gilad Shalit (catturato da Hamas nel giugno 2006): in caso contrario si riserva di invadere militarmente la Striscia.

L'Occidentale