Dopo due giorni di silenzio stampa sul caso Olmert (in contemporanea ai festeggiamenti dello Stato ebraico), è un comunicato ufficiale della polizia a fare luce sulla vicenda di corruzione che vedrebbe implicato il Primo Ministro israeliano. Le accuse, se convalidate dal tribunale, sono potenzialmente devastanti: per la carriera del premier, per il suo governo e per le trattative di pace con la controparte palestinese.Andiamo con ordine. Olmert è accusato di aver intascato fondi illeciti da parte di un uomo d'affari americano, un certo Morris Talansky. Secondo la polizia, "l'indagine è legata al sospetto che il primo ministro abbia ricevuto ingenti somme di denaro da uno o più individui stranieri, per un periodo di tempo esteso". Gli investigatori hanno fatto poi i nomi di Morris Talansky, Shula Zaken (ex segretaria di Olmert) e Uri Messer (ex collaboratore del premier) come principali testimoni.
Di particolare importanza sarebbe la testimonianza dell'ex collaboratore Messer: ha già garantito ampia collaborazione alla polizia, e avrebbe fornito prove particolarmente compromettenti contro Olmert. La sua posizione, secondo i funzionari, sarebbe molto meno grave rispetto a quella di Olmert: Messer, infatti, non avrebbe intascato nulla ma si sarebbe limitato a trasferire i soldi dalle casse dell'affarista americano a quelle del primo ministro israeliano.
Divenuto pubblico il comunicato della polizia, Olmert si è giocato il tutto e per tutto con una conferenza stampa nazionale, in diretta televisiva. Guardando in faccia i giornalisti e i cittadini israeliani, il premier ha parlato chiaro: "Non ho mai preso mazzette, non ho mai preso un penny per me stesso", per poi dirsi sicuro che "Messer ha utilizzato i soldi in maniera professionale e nel rispetto della legge". Fin qui la sua versione dei fatti. Poi l'orgoglio: "Anche se la legge non lo pretende, rassegnerò le mie dimissioni se il procuratore generale deciderà di emettere un'accusa formale nei miei confronti".
Per quanto riguarda Talansky, il premier ha ammesso di conoscerlo da tempo e di aver ricevuto dei soldi. I primi rapporti tra i due, ha spiegato il primo ministro, risalgono a dieci anni fa: l'americano contribuì alla campagna elettorale di Olmert, in corsa per diventare sindaco di Gerusalemme. Il premier assicura però di non aver mai prelevato nulla per fini personali: questo è quello che dovrà dimostrare di fronte agli inquirenti, secondo i quali i le campagne elettorali potevano essere una scusa per celare il versamento di tangenti. A non essere chiaro, nell'ipotesi degli investigatori, resta quali favori Olmert avrebbe reso all'americano in cambio delle tangenti.
La vicenda, si sarà capito, è molto complessa. Fondi illeciti, testimoni stranieri, campagne elettorali, rischio dimissioni: a fare chiarezza sarà solo lo sviluppo delle indagini e la testimonianza che lo stesso Olmert renderà agli inquirenti. La politica, però, corre più veloce della giustizia: sin d'ora, infatti, sono in molti a chiedere la testa del premier.
E alla scontata richiesta di dimissioni da parte della destra, va aggiunta una certezza freddezza da parte dei laburisti – che partecipano al governo insieme a Kadima. La posizione ufficiale è quella di aspettare e vedere cosa deciderà il procuratore generale, ma all'interno del partito molti iniziano a storcere il naso. Il segretario generale dei Laburisti Eitan Cabel, per dirne una, si chiede "come Olmert possa continuare a guidare il governo nella situazione corrente". E mentre si moltiplicano gli inviti perché Kadima (il partito di Olmert) si muova in fretta per stabilizzare la situazione, il ministro della Difesa Barak si fa garante della (momentanea) fedeltà del partito laburista in attesa di ulteriori sviluppi.
Ma anche all'interno di Kadima non tutti solidarizzano con Olmert: molti si sentono a disagio, bersagliati da accuse di corruzione che dal premier gettano ombra sullo stesso partito. E sono in molti, sin d'ora, a credere che il posto di primo ministro possa essere presto ricoperto dal ministro degli Esteri Tzipi Livni, attualmente impegnata nelle trattative di pace con i palestinesi.
La scelta della Livni, dicono alcuni, sarebbe l'ideale sotto svariati aspetti. Primo: è universalmente apprezzata, e non solo all'interno del partito. Due: rimanderebbe le elezioni anticipate, permettendo così ai due partiti al governo di riguadagnare punti sulla destra. Terzo: l'attuale ministro degli Esteri potrebbe riprendere le trattative di pace con Abu Mazen esattamente da dove si sono interrotte, senza gettare all'aria un lavoro di mesi. Ad oggi, però, tutto dipende ancora da Olmert e dal procuratore generale: i tempi della giustizia non sono quelli della politica.