25 maggio 2008

Politica, morale, spiritualità. Le tre lezioni di Israele

Le tre lezioni di Israele secondo Bernard-Henri Lévy.

Onore ed emozione nell' aprire, a Gerusalemme, sotto l' egida del presidente Shimon Peres, le cerimonie per il sessantesimo anniversario della nascita dello Stato ebraico. Con me, Henri Kissinger che descrive il nuovo pericolo che rappresenta un Iran dotato dell' arma nucleare. Con me, anche lo scrittore Amos Oz, coscienza morale di Israele, che trova le parole giuste per dire la sofferenza palestinese e la parte di responsabilità che ha il suo Paese. Piuttosto che ridire quello che non saprei dire meglio, piuttosto che ripetere, come tanto spesso ho fatto, che l' unica soluzione è quella di due Stati che vivano in pace, fianco a fianco, nel riconoscimento e nel rispetto reciproci, scelgo di insistere sul messaggio positivo, i valori, l' esperienza politica, morale, spirituale che lo Stato degli ebrei, e gli ebrei, hanno oggi da trasmettere al mondo. Esperienza politica? L' esemplarità di Israele. Sì, naturalmente non tutto è perfetto in Israele. E la questione palestinese, in particolare, è una ferita aperta, una piaga. Ma, a parte questo problema, per quel che ne so io, non esistono altri Stati, nati dalla decomposizione degli imperi, che abbiano saputo edificare, come Israele, una prosperità durevole, una democrazia degna di questo nome e anche un rapporto con la violenza che mai si libera dall' inquietudine e dalle considerazioni etiche. Al di là di tale contesto, al di là del fatto che Israele è l' unico Paese nato da quella che, con una bella espressione, fu chiamata rivoluzione anticolonialista, osservo questo Stato che accoglie indifferentemente russi e yemeniti, francesi ed etiopi, maghrebini e polacchi (senza parlare del 20 per cento di arabi palestinesi): lo si voglia o meno, una delle società più aperte al mondo; piaccia o meno, una multietnicità che si combina, come da nessun' altra parte, con un' appartenenza nazionale, un patriottismo, un' esigenza democratica sorprendentemente solidi; una lezione, in altre parole, una vera grande lezione alla quale farebbero bene ad ispirarsi tante nazioni potenti confrontate alla stessa impossibile equazione, Francia e Stati Uniti compresi. Esperienza morale? Penso alla prova, senza eguali, che il giudaismo d' Europa dovette attraversare. So che alcuni, qui, ritengono che si parli troppo di questa prova. La verità, dico ai duemila delegati presenti, è che se cerco di ripensare ai luoghi del mondo dove ho sentito maggiormente parlare della Shoah, questi non sono Israele né l' Europa. È Sarajevo, dove un presidente musulmano mi affidò, nel pieno dei bombardamenti, il famoso messaggio per François Mitterrand in cui supplicava: «Non lasciateci diventare il prossimo ghetto di Varsavia». Sono i tutsi del Ruanda e del Burundi: «Siamo gli ebrei d' Africa; ci avete abbandonati ai nostri nazisti come voi avete, un tempo, abbandonato gli ebrei d' Europa». Sono i comandanti dell' unità della guerriglia che, proprio un anno fa, mi fecero da scorta nel Darfur devastato e che, anch' essi, ripetevano: «Quel che ci terrorizza e che, al tempo stesso, ci infonde speranza è certamente il ricordo della Shoah, ma anche il modo in cui il popolo ebreo ha potuto sormontare la prova». Non dico che le uccisioni del Darfur siano l' equivalente dello sterminio degli ebrei. Dico soltanto che così parlano tutte le vittime senza nome, senza numero né volto, senza sepoltura, delle guerre dimenticate contemporanee. Ne deduco che il popolo ebraico ha, per questo, una responsabilità particolare nei confronti di quei dannati. E dico quanto sono fiero ogni volta che verifico come, in tutti questi casi, i primi a mobilitarsi - e a combattere, fra l' altro, l' idiozia criminale della competizione delle vittime - siano molto spesso uomini e donne che hanno a cuore la Shoah. Infine, esperienza spirituale? Sappiamo da Levinas che il popolo ebraico non è solamente il popolo del Libro, ma quello del commento del Libro. E sappiamo che ha inventato quel protocollo di lettura unico al mondo chiamato Talmud, da cui risulta che non esiste parola sacra che non sia soggetta a un commento infinito, inesauribile, instancabile: il grande sapiente Rachi che risponde al rabbino Hananel di Kairouan, che risponde a sua volta al rabbino Gershom di Magonza che smentiva, contraddiceva o prolungava un commento di Yochanan ben Zakkai o di Hillel Immaginate, allora, altri Talmud che non siano ebrei Immaginate che gli ebrei trasmettano ai loro fratelli musulmani, per esempio, il gusto di una lettera che rimane lettera aperta e dal significato indeciso. Immaginate che, alla maniera del giudaismo, ma riprendendo anche il filo che, un tempo, Avicenna tirò prima che i suoi successori lo lasciassero cadere, gli imam di oggi acconsentano all' idea di un' interpretazione mai portata a termine. Sarebbe la fine del dogmatismo. L' antidoto al fanatismo. Sarebbe il vero rimedio alla malattia dell' Islam diagnosticata, fra gli altri, dal mio amico Abdelwahab Meddeb. Ecco quel che gli ebrei hanno da dire, non solo agli ebrei, ma ai non ebrei. Ecco la triplice esperienza che la loro storia ha dato a loro il compito di trasmettere. Che lo facciano, che si impegnino, che si cimentino, una volta per tutte, in questa spartizione metafisica e allora sì, Israele sarà la regione, non solo del mondo, ma dell' essere, e il suo sessantesimo anniversario sarà una buona notizia per tutti i popoli della terra.

Bernard-Henri Lévy
(C) Corriere della Sera