22 maggio 2008

Tra Siria e Israele la pace resta lontana

I segni erano nell'aria, ma la notizia ha colto tutti di sorpresa: con due comunicati diramati ieri a pochi minuti di distanza, i governi di Siria e Israele hanno ufficialmente dato il via a colloqui di pace indiretti. Si è inoltre saputo che il ruolo di mediatore tra i due Stati – da anni in conflitto latente – sarà giocato dalla Turchia: entrambe le parti hanno ringraziato Ankara per un impegno che si preannuncia lungo e faticoso.

Per comprendere le odierne tensioni tra Siria e Stato ebraico bisogna andare indietro nel tempo di qualche decennio. È il 5 giugno 1967 quando l'aviazione israeliana – con un'azione preventiva volta a soffocare le minacce del presidente egiziano Nasser – bombarda le forze aeree di Siria ed Egitto, principali alleati nella coalizione avversa a Israele. Nei sei giorni seguenti, la Israel Defence Force conquista svariati territori: dalla Striscia di Gaza al Sinai egiziano, mentre la Siria si vede sottratto l'altopiano del Golan. E proprio quell'altopiano – un fazzoletto di terra di 1250 km quadrati – sarà per anni al centro delle contese tra Damasco e Gerusalemme: almeno fino all'annuncio di ieri.

Le premesse, almeno sul piano delle intenzioni, lasciano ben sperare. Secondo i funzionari del premier israeliano Olmert, "le parti hanno dichiarato la loro intenzione di condurre i colloqui senza pregiudizi e con mente aperta… Hanno deciso di impegnarsi in un dialogo serio e continuativo, allo scopo di raggiungere un accordo vantaggioso per entrambi". Pressoché identiche le parole utilizzate dal ministro degli Esteri siriano Walid Moallem, che in serata ha anticipato ai giornalisti la promessa israeliana di ritirarsi dal Golan: da Gerusalemme nessun commento ufficiale. Secondo un funzionario israeliano citato dal quotidiano Haaretz, però, Olmert e Assad avrebbero effettivamente discusso una formula per mettere fine alla controversia sull'altopiano: si tratterà comunque di "un processo molto lungo".

Siria e Israele, intanto, non perdono tempo: al momento dell'annuncio, negoziatori dei due paesi si trovavano già in Turchia per affrontare incontri preliminari. A guidare la delegazione israeliana saranno Yoram Turbovitz e Shalom Turejeman, mentre la controparte siriana sarà guidata da Riad Daoudi – che prese parte anche ai falliti colloqui tra Damasco e Gerusalemme del 2000, con gli Stati Uniti in veste di mediatore. A chiarire la posta sul tavolo, infine, è stato lo stesso Olmert: Israele, ha detto il premier, sarà felice di discutere un possibile ritorno del Golan alla Siria in cambio di un serio impegno da parte del regime di Assad contro i gruppi ostili allo Stato ebraico, Hezbollah e Hamas in testa.

Ci sarà da lavorare, e i primi risultati si vedranno solo nel corso dei mesi. Ma l'annuncio dell’inizio dei negoziati – giunto mentre l'attenzione mondiale era puntata sugli sviluppi israelo-palestinesi e sulla situazione in Libano – non ha mancato di dividere il Medio Oriente (e il mondo intero) tra favorevoli e contrari alle trattative.

Le prime burrasche sono sorte proprio in Israele. Eli Yishai, a nome del partito Shas, ha parlato di "mossa pericolosa": "La Siria è il fondamento dell'asse del male, e non credo sia appropriato permettere al male di accedere al fronte settentrionale di Israele". Sulle stesse posizioni il Likud, che per bocca di Gideon Sa'ar ne fa una questione personale contro Olmert: "Chi riceve buste piene di soldi non toccherà il Golan (il riferimento è all'accusa di corruzione contro il premier, ndr). L'annuncio di Olmert prova che non c'è limite al suo cinismo e ai giochi con le proprietà di Israele per la sua personale sopravvivenza". Parole di apertura al dialogo con la Siria, oltre che da Kadima, sono venute invece dal Labor: il partito del ministro della Difesa Barak, però, ha a sua volta avanzato dei sospetti sulla concomitanza dell'annuncio con le accuse pendenti sul capo del premier.

L'annuncio dei colloqui tra Siria e Israele ha poi diviso palestinesi. Il presidente Abu Mazen si è detto speranzoso "che le due parti possano raggiungere una soluzione pacifica": sulla stessa linea il capo dei negoziatori palestinesi Erekat. Scetticismo emerge invece dalla fazione palestinese di Hamas, insediata nella Striscia di Gaza e impegnata a sua volta in trattative (fallimentari) con Israele: il funzionario Abu Zuhri ha fatto sapere che "questi negoziati non avranno ripercussioni sulla natura delle relazioni tra Siria e Hamas". Se apparentemente Hamas guarda dall'alto – "non interveniamo nelle politiche di altri paesi" –, forte è la preoccupazione per la possibile rottura dell'asse con Damasco: una richiesta che Israele sottoporrà quanto prima ai negoziatori siriani.

Sul fronte internazionale, Stati Uniti e Unione Europea hanno detto la loro. Dana Perino, portavoce della Casa Bianca, ha dichiarato che "gli Stati Uniti non partecipano alle trattative. La decisione è stata presa da Israele, non ne siamo stupiti e non abbiamo nulla da obiettare". Stesso concetto aveva espresso George W. Bush nel corso del suo recente viaggio in Israele: Damasco, comunque, resta per l'amministrazione americana nella black list dei paesi sponsor del terrorismo. Maggior soddisfazione ha invece espresso Marc Otte, rappresentante dell'Unione Europea per il Medio Oriente: "L'Unione Europea ha sempre incoraggiato una soluzione globale del conflitto tra arabi e israeliani e continua a lavorare in questa direzione".

Al di là delle relazioni internazionali, i principali studiosi della querelle israelo-siriana si chiedono intanto dove possano portare i colloqui. Eyal Zisser, esperto di Medio Oriente e docente all'Università di Tel Aviv, è dubbioso sulle reali capacità del premier israeliano: Olmert è "molto serio", ma resta da vedere come saprà destreggiarsi tra colloqui di pace, opposizione politica e questioni giuridiche personali. Dubbioso anche Moshe Maoz, docente all'Università Ebraica: non bisogna dimenticare che "gran parte della popolazione è contraria alla cessione delle alture del Golan". Le infinite trattative di pace con i palestinesi insegnano: un conto sono i proponimenti, un conto il raggiungimento degli obiettivi. Anche quella che porta alla pace con la Siria sarà una strada lunga e piena di ostacoli.

L'Occidentale