04 maggio 2008

Una banda tra Egitto e Israele

Dopo un buon successo europeo, molti film vengono da noi relegati in cineforum e sale di provincia. "La banda" – opera prima del regista israeliano Eran Kolirin – non fa eccezione: vasto pubblico e ottime critiche in Francia e Israele (i due Paesi produttori), scarsa eco e distribuzione nel circuito italiano. In altri termini, bisogna andarselo a cercare: ma il risultato, questo è certo, vale il disturbo.

"La banda" è prima di tutto una commedia, migliore di tante "sorelle" all'apparenza più leggere e commerciali. Tutto ha inizio quando l'orchestra della polizia di Alessandria sbarca all'aeroporto di Tel Aviv, con il compito di inaugurare il nuovo centro di cultura araba di una cittadina israeliana. Il regista si sofferma sulla schiera dei musicisti, impettiti nelle uniformi azzurre con bagagli e strumenti al seguito: stanno aspettando che qualcuno passi a prenderli. Ma vuoi per equivoco vuoi per dimenticanza, nessuno si è premurato di accoglierli a dovere.

A prendere in mano la situazione è allora il colonnello Tewfiq Zacharya, direttore d'orchestra: fa salire tutti su un pullman diretto a Bet Hatikva, dove li attende il concerto. Giunti a destinazione, la scena dell'aeroporto si ripete: la macchina da presa si sofferma sugli otto musicisti, in linea sul ciglio di una strada deserta. Bet Hatikva è un piccolo centro abitato: bastano due chiacchiere nell'unico ristorante del paese per scoprire che lì non c'è nessun centro arabo. La destinazione della banda – spiega divertita Dina, la gestrice del locale – non è Bet Hatikva, quanto piuttosto Petah Tikva: la lingua ci ha messo lo zampino.

Ma il danno è fatto: fino alla mattina dopo nessuna corriera passerà da quelle parti. Non resta che una soluzione: accettare l'ospitalità di Dina e di un suo cliente, trascorrendo la notte a Bet Hatikva. Ora le carte sono scoperte e il film può decollare raccontando l'incontro tra due mondi (solo apparentemente) tanto diversi: quello tra una banda di musulmani egiziani e gli abitanti di uno sperduto paesino israeliano.

Le vicende serali e notturne, nucleo del film, ruotano attorno a personaggi costruiti magistralmente. Kolirin – che firma anche la sceneggiatura – si concentra sull'impeccabile colonnello Tewfiq (Sasson Gabai, miglior attore agli European Film Awards), impegnato a rappresentare l'Egitto in terra israeliana ma arrendevole alla confidenza della brava Dina (Ronit Elkabetz), fino a rivelare profonda umanità. Intorno ai due ruotano poi le vicende del giovane Khaled (Saleh Bakri), il bello della banda, in cerca di dolce compagnia e inaspettato maestro di seduzione per l'israeliano Papi (Shlomi Avraham), alle prese con il suo primo appuntamento: il primo bacio del ragazzo, sapientemente "pilotato" dal più esperto Khaled, è la scena più esilarante di tutto il film.

Col passare delle ore, il presente e il passato dei personaggi si intrecciano fino alla più umana delle conclusioni. Al sorgere del sole, il paterno Tewfiq e l'appagato Khaled richiamano la banda: è ora di partire, non prima dell'ultimo saluto alla gentile Dina. L'autobus – quello giusto – ci porta ora a Petah Tikva: di fronte al pubblico del centro culturale arabo, l'orchestra della polizia d'Alessandria può finalmente esibirsi. Sullo sfondo, la bandiera israeliana sventola all'unisono con quella egiziana.

Sono proprio quelle due bandiere, culturalmente e storicamente tanto diverse, a parlarci della grandezza del film di Kolirin. Pensateci: otto egiziani giungono in un villaggio israeliano, ma per tutto il film non si parla mai di bombe, guerre, palestinesi, razzi, terrorismo, pace. L'intelligenza (e l'originalità) de "La banda" sta infatti nel mostrare israeliani e musulmani per quello sono: semplicemente uomini, con medesimi sentimenti e desideri al di là delle categorie religiose, storiche e culturali.

Il passato del colonnello Tewfiq è doloroso come quello di tanti israeliani: ad unirli, la quotidiana guerra con la crescita dei figli e i sensi di colpa. Parallelamente, ad unire Papi è Khaled sono la giovane età e la passione per le ragazze: il consiglio di un "fratello" egiziano, in questo campo, può essere molto vantaggioso. Così è per tutti: e se l'ambasciata egiziana non muove un dito per aiutare la sua banda, a sopperire è l'ebraica ospitalità di un villaggio israeliano.

Con "La banda", premio Coup de Coeur a Cannes, il regista ha lanciato un appello. Il messaggio, tanto per gli israeliani quanto per i musulmani, è univoco: lasciamo le guerre ai governi e alla politica, noi siamo cittadini dello stesso mondo. A fronte di lingue diverse, Kolirin propone due linguaggi universali: quello della musica – alfabeto universale dei sentimenti – e quello dell'amore, tanto più complesso quanto naturale. Gli stessi linguaggi che dominano "La banda": le espressioni facciali, autentici veicoli d'emozioni, e la musica che pervade gran parte della pellicola. Linguaggi tanto efficaci a sovrastare le parole, troppo volanti ed equivoche.

A fronte di tanti documentari, seriosi film drammatici e invettive su celluloide, Kolirin ha scelto una via diversa: anziché concentrarsi su quello che divide, ha puntato la macchina da presa sugli archetipi comuni a ogni uomo. Senza retorica e commozione, ma limitandosi a calare i personaggi nella vita e nei problemi quotidiani: sempre gli stessi, al di là della religione e delle questioni territoriali.