
Eugenia è la protagonista del racconto d'apertura de "Il mare non bagna Napoli", capolavoro dell'autrice napoletana Anna Maria Ortese pubblicato nei Gettoni Einaudi – storica collana diretta da Elio Vittorini – nel 1953. Dopo aver acquistato tutta la sua produzione, oggi Adelphi ripubblica il libro in economica: un modo per riscoprire un fondamentale testo su Napoli, mentre "Gomorra" invade sale e librerie e i rifiuti occupano le strade della capitale partenopea.
L'autrice, Anna Maria Ortese, occupa un posto di rilievo nel pantheon delle scrittrici italiane: ma se le università iniziano ad accorgersi di lei, la letteratura istituzionale fatica ancora a riconoscerne i meriti. Nata a Roma nel 1914, segue il padre a Potenza e a Tripoli per poi far ritorno in Italia nel 1928: la famiglia si stabilisce al Pilifero, quartiere popolare nei pressi del porto vecchio di Napoli. La Napoli portuale – in cui Anna Maria cresce e matura – è la stessa che vede Eugenia, alter ego (dichiarato) della scrittrice.
Il successo letterario – e amicizie importanti come quella con Bontempelli – porteranno l'Ortese a Milano e Rapallo: ma è Napoli, la Napoli della guerra e delle lunghe passeggiate solitarie, a segnarla definitivamente. Un grande amore – celebrato nel visionario "Porto di Toledo" e nel "Cardillo addolorato" – che sarà costretta a lasciare in seguito alla pubblicazione del "Mare": vincitore del premio Viareggio, il libro suscitò grande scandalo per via del capitolo conclusivo, un sincero atto d'accusa contro gli amici intellettuali. A Napoli, Anna Maria non farà mai più ritorno: morirà a Rapallo nel
Che "Il mare non bagna Napoli" fosse destinato a suscitare clamore era prevedibile. È un libro coraggioso sin dal titolo: a muoversi, in uno spazio fortemente omogeneo, sono i disperati che il mare non lo vedono mai. Ma il coraggio, e l'innovazione, sta anche nella forma letteraria del "genere misto": due racconti veristi di pura invenzione – il già citato "Un paio di occhiali" e "Interno familiare", sull'impossibilità di seguire i propri sogni –, due testi di estrazione giornalistica – "Oro a Forcella" e l'incredibile "La città involontaria": un reportage dai Granili, dove la Napoli povera vive in condizioni proibitive – e il conclusivo, indefinibile, "Il silenzio della ragione".
In questo capitolo conclusivo, sul banco degli imputati compaiono i vecchi amici scrittori della rivista "Sud": un tempo in prima linea nella ricerca della libertà e di una Napoli migliore, ora abbandonati alla ricchezza e al conformismo. Di questi amici, Anna Maria Ortese fa nomi e cognomi: si tratta di Compagnone, Prunas, Rea,
La questione resta aperta, e le domande sono quelle di sempre. Fin dove arriva il potere degli scrittori? Possono risvegliare le coscienze degli italiani? Vista la Napoli di oggi, verrebbe da rispondere di no. Fatto sta che libri come quello dell'Ortese – così come il coraggioso "Gomorra" – un merito lo hanno: tengono viva la questione partenopea presso lo Stato e l'opinione pubblica, perché nessuno possa chiudere gli occhi di fronte al degrado indiscriminato o alla situazione di Scampia.
La soluzione ai mali di Napoli, ci ricorda l'Ortese, non è certo nelle mani degli intellettuali. Ma gli intellettuali un ruolo lo hanno: quello di evitare il sonno della ragione, impedendoci di diventare ciechi come Eugenia. Gli occhiali sono i loro libri: possono essere duri – e chi legge potrebbe sempre sentirsi male. Ma qualcuno deve pur gridare "il re è nudo": Anna Maria Ortese, in una Napoli poco diversa da quella di oggi, l'ha fatto prima (e meglio) di molti altri. La palla, poi, passi nelle mani dello Stato e dei singoli cittadini partenopei.
L'Occidentale