08 giugno 2008

Un generale Nobile sotto la tenda rossa

Le origini della più grande spedizione polare italiana risalgono al 1926. Quell'anno Roald Amundsen, celebre esploratore norvegese e primo uomo a "conquistare" il Polo Sud (1911), decide di sorvolare l'Artide. Per raggiungere il suo obiettivo contatta il generale italiano Umberto Nobile, che accetta la sfida: a tempo di record apporta tutte le modifiche necessarie al suo aeromobile N-1, che consegna all'Aeroclub di Norvegia battezzandolo "Norge". Il 12 maggio 1926 la sfida è vinta: all'1.30 la bandiera norvegese viene lanciata sul Polo, e la notizia fa il giro del mondo. Con la loro impresa, Amundsen e Nobile dimostrano che attorno all'Artide si estende un grande mare ghiacciato e che il dirigibile – al tempo – è l'unico mezzo in grado di compiere una simile impresa.

La soddisfazione è grande, ma restano da esplorare aree vastissime. Nobile ha le idee chiare: vuole imbastire una spedizione tutta italiana, mettendo fisicamente piede sul pack per eseguire alcuni rilevamenti. Rientrato in Italia, il generale affronta molte resistenze: su tutte la diffidenza dell'invidioso Italo Balbo, a sua volta aviatore. Ma Nobile non demorde, e l'anno seguente il Duce benedice l'impresa: i finanziamenti, però, non saranno statali. A fare da mecenate è il Comune di Milano, che mette in piedi una cordata di investitori: Nobile fa costruire il nuovo dirigibile N-4, ribattezzato "Italia", mentre cominciano le selezioni per l'equipaggio e un gruppo di giovani scienziati stende il programma di ricerca.

L'opinione pubblica freme, mentre la stampa dedica ampio spazio a preparativi. L'equipaggio è formato da 18 elementi: tra questi figurano 5 veterani del "Norge" e due giornalisti, Ugo Lago del "Popolo d'Italia" e Cesco Tomaselli del "Corriere della Sera". Il 15 aprile 1928 il dirigibile decolla dal quartiere milanese di Baggio: quello che segue è un viaggio di 6000 km, costellato di perturbazioni. Dopo aver fatto tappa in Pomerania e Norvegia, il 6 maggio l'"Italia" giunge alla Baia del Re: qui si trova la nave d'appoggio "Città di Milano", da qui l'equipaggio darà ali al "folle volo".

Il programma della spedizione prevede tre voli polari. Il primo si conclude nel giro di 8 ore: la bufera costringe Nobile a tornare sui suoi passi. Il secondo è più fortunato: in tre giorni vengono esplorati 50.000 km, senza interruzioni. Per il terzo volo ci sono problemi di peso, e solo uno dei giornalisti potrà lasciare la Baia del Re: gli inviati di "Corriere" e "Popolo d'Italia" si affidano al lancio di una monetina. Ugo Lago vince: è una condanna a morte, ma ancora non lo sa.

Venti minuti dopo la mezzanotte del 24 maggio 1928, l'"Italia" è sul Polo: "Discendemmo sotto la nebbia e lentamente, girando in tondo, ci avvicinammo al pack. Quando fummo ad un centinaio di metri da esso – ricorda Nobile – vi lasciammo discendere la nostra bandiera, e poco dopo la gran croce di quercia affidataci da Papa Pio XII". A quel punto il vento inizia a salire: impensabile calarsi sui ghiacci, Nobile ordina la ritirata. Una ritirata fatale: alle 10.30 del 25 maggio l'aeromobile lancia l'allarme. Tre minuti dopo, l'"Italia" si schianta sul pack.

Sei uomini restarono attaccati all'involucro privo di comandi, andando incontro alla morte; il meccanico Pomello fu sbalzato all'esterno dalla cabina e i superstiti lo trovarono morto sul pack; dei nove sopravvissuti, Nobile e Cecioni avevano subito fratture agli arti inferiori: cominciò così la tragedia della tenda rossa, che per quasi due mesi tenne tutti gli italiani con il fiato sospeso. Il giornalista Ugo Lago andò incontro a morte immediata: il cantore di quelle settimane fu Cesco Tomaselli del "Corriere", di stanza sulla nave d'appoggio e protagonista di una delle tante (infruttuose) spedizioni di ricerca dei sopravvissuti.

Fondamentale per la salvezza dei naufraghi fu il recupero dei viveri, l'allestimento di una tenda (colorata di rosso per attirare l'attenzione degli aviatori), l'uccisione di un orso bianco (carne e pelliccia si rivelarono un toccasana) e la storica radio "Ondina 33". Per alcuni giorni, l'Italia intera pensa che non ci siano sopravvissuti; ma il 3 giugno succede qualcosa: un giovane radioamatore russo intercetta un frammento dell'SOS lanciato dall'equipaggio, dando il via a una monumentale corsa contro il tempo per salvare i superstiti dell'"Italia".

È un'operazione eroica. Sono molte le nazioni che accorrono in aiuto dell'Italia fascista, mettendo a disposizione mezzi e uomini: alcuni, come il vecchio compagno di avventure Roald Amundsen, perderanno la vita nel tentativo di individuare la tenda rossa fatta allestire da Nobile. Giorno di svolta è il 21 giugno: il Fokker 31 dello svedese Lundborg atterra sul pack e porta in salvo il generale Nobile. Un decisione che farà discutere: il capitano dovrebbe essere l'ultimo ad abbandonare la nave che affonda – argomenta il regime –, ma il governo svedese ha imposto il salvataggio di Nobile perché possa dirigere personalmente i successivi soccorsi. Una polemica che durerà nel tempo: solo nel dopoguerra Nobile vedrà completamente ristabilita la sua reputazione.

Per tutti gli altri la salvezza arriva via mare. Il 12 luglio, il rompighiaccio sovietico "Krassin" giunse in prossimità della tenda rossa e riportò i sopravvissuti alla Baia del Re: al conto delle vittime bisognerà aggiungere il meteorologo svedese Malmgren, partito dalla tenda per una marcia disperata verso un'illusoria salvezza via terra. In un articolo entusiasta intitolato "Essi sono a bordo", così Cesco Tomaselli ricostruisce quei momenti: "La nave avanza fumando. Essi la vedono e orse stanno racimolando le loro grame cose. […] Tutto ciò che avviene sembra un sogno. L'attesa diventa di minuto in minuto più tormentosa. […] Alle ore 23 Romagna bussa al camerino di Nobile: 'Generale, essi sono a bordo!'".

La corsa al Polo non si fermò con le gloriose vicende dell'"Italia". Altri esploratori italiani, nel dopoguerra, si misero sulla strada dell'Artico: Silvio Zavatti, che incontrò e studiò gli eschimesi, e Guido Monzino, che raggiunse il Polo nel 1971 partendo da Cape Columbia. Nel XXI secolo è facile raggiungere il Polo: come dice Giovanni Verusio, "il progresso tecnologico ha sconfitto la romantica avventura della conquista del nulla". Negli anni sessanta, la corsa al Polo è stata sostituita da quella alla Luna; oggi, l'obiettivo sembra essere Marte.

Cosa resta, ottant'anni dopo, della tragica spedizione "Italia"? Restano i racconti dei protagonisti, pieni di passione. Resta un reportage sensazionale: "L'inferno bianco" di Cesco Tomaselli, pubblicato dalla Nordpress. Resta un film russo del 1969, con la bella Claudia Cardinale: "La tenda rossa", di Mikhail K. Kalatozov. Resta la tenda leggendaria, custodita dal museo della scienza Leonardo Da Vinci di Milano. Ma soprattutto resta il ricordo di grandi italiani, che misero a rischio la propria vita per accrescere il sapere scientifico.

L'Occidentale