24 settembre 2008

Ahmadinejad sfida l'Onu e attacca Stati Uniti e Israele

È il più inseguito da giornali e televisioni, e il suo discorso è quello che puntualmente porta alle stelle audience e polemiche. Parliamo del presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, giunto a New York per parlare al mondo in occasione della 63ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Lo scorso anno, più che il discorso all’Onu fece discutere la sua partecipazione a una conferenza organizzata dalla Columbia University. Questa volta niente inviti accademici, ma l’attenzione sulle parole del presidente resta altissima.

Il motivo di tanta considerazione è che Ahmadinejad con i media ci sa fare. Il presidente è riuscito a far parlare di sé ancor prima di partire per gli Stati Uniti, con una conferenza stampa a Teheran in cui ha bersagliato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu e Israele. “Lasciate che approvino nuove sanzioni, così potremo ringraziare Allah” ha dichiarato Ahmadinejad: “Le sanzioni mostrano la debolezza di coloro che le approvano”. Immancabile, poi, la questione ebraica: “Non solo l’idea della grande Israele è morta” ha annunciato – riprendendo un’affermazione del premier israeliano Olmert – “ma è morta l’idea stessa di un Paese chiamato Israele”. In chiusura, una “sfida” ai candidati per la Casa Bianca: “Sono pronto ad un dibattito televisivo con i due candidati presidenziali”.

Atterrato a New York, Ahmadinejad ha trovato nel “Los Angeles Times” un nuovo palcoscenico. Intervistato da Richard Boudreaux, il presidente iraniano è tornato a parlare a tutto campo: sulla la crisi finanziaria mondiale, causata dalle guerre di Bush; sulle prossime elezioni americane – “Qualunque governo americano giunga al potere deve cambiare l’attuale approccio politico”; e infine, ancora una volta, sull’Olocausto: “Se siamo d’accordo e accettiamo che certi eventi (l’olocausto, ndr) sono accaduti realmente durante la seconda guerra mondiale, bene… Dove sono accaduti? In Germania, in Polonia… Che cosa c’entra con i palestinesi?”.

Parole seguite dalle consuete proteste. Per dare il “benvenuto” ad Ahmadinejad, lunedì alcune associazioni ebraiche hanno portato davanti al Palazzo di Vetro oltre 3000 manifestanti: tra di loro il dissidente sovietico Natan Sharansky, che ha paragonato il presidente iraniano ai dirigenti comunisti dell’URSS, il premio Nobel per la Pace Elie Wiesel e la speaker della Knesset Dalia Itzik. Alla manifestazione avrebbero dovuto partecipare anche Hillary Cinton e Sarah Palin: ma dopo il rifiuto della prima – che temeva strumentalizzazioni per la presenza della candidata repubblicana alla vicepresidenza –, gli organizzatori hanno ritirato gli inviti alle personalità politiche. Ieri, invece, a protestare sono stati i dissidenti iraniani: l’accusa ad Ahmadinejad – confermata da Stop Child Executions Campaign – è quella di detenere 130 bambini in attesa di giudizio, mentre sei sarebbero già stati impiccati.

Il momento di Ahmadinejad è giunto nella sessione pomeridiana dell’Assemblea Generale, poche ore dopo il discorso del nemico giurato George W. Bush. Giacca grigia e camicia bianca, il presidente iraniano ha aperto il suo discorso con fare messianico, appellandosi a Dio – “Dio ci darà gli ordini a cui dobbiamo attenerci” e alla giustizia – “il valore chiave dell’umanità”. Nel mezzo – con grande compostezza – lancia invece fendenti contro tre obiettivi: l’Onu e il suo Consiglio di Sicurezza, gli Stati Uniti, i “sionisti assassini”.

Il primo riferimento agli Stati Uniti, non troppo velato, arriva per mezzo di un ammonimento: “Alcuni leader della terra sono egoisti”. Egoisti, ma anche immorali e bugiardi: qualità che – insieme al “materialismo” che sottrae “all’obbedienza a Dio” – impediscono la diffusione della giustizia. Quando poi dal generale si passa al particolare, il presidente iraniano non le manda a dire: “Chi ha invaso l’Iraq dovrebbe vergognarsi di quello che ha fatto” dichiara Ahmadinejad, evidenziando come non vi sia “alcun rispetto per la vita degli iracheni”. Ma ad essere messa sotto accusa è l’idea stessa alla base dell’invasione statunitense: secondo Ahmadinejad, non solo l’Iraq è stato attaccato “sulla base di falsi pretesti”, ma “dittatura” non è quello che gli Stati Uniti intendono con questo termine. Non manca, infine, una denuncia per i bombardamenti di Washington sulla popolazione afgana.

Le guerre americane, nelle parole del presidente iraniano, sono un modo per allacciarsi al secondo grande tema: l’Onu e il Consiglio di Sicurezza. In occasione delle guerre del nostro tempo, il Consiglio di Sicurezza ha mostrato tutta la sua inutilità: tanto per “le vittime afgane” quanto per i “popoli africani sottomessi”, insomma, l’Onu non ha potuto intervenire. Il perché – sottaciuto – è chiaro: gli Stati Uniti, nell’ottica di Ahmadinejad principali responsabili dei mali del mondo, fanno parte di quel Consiglio. Ad essere attaccata, però, è anche un’altra branca delle Nazioni Unite: l’Agenzia Atomica, incaricata di monitorare lo sviluppo dell’uranio proprio in Iran.

Ahmadinejad, con fare beffardo, ricorda che vi è una “proliferazione di armi di distruzione di massa”: ad esempio quelle usate da Washington su Hiroshima e Nagasaki, alle quali “nessuna Agenzia ha prestato attenzione”. A ben vedere, continua il presidente, gli Stati Uniti non sono contrari allo sviluppo delle armi, quanto piuttosto “allo sviluppo delle Nazioni”: un modo per ribadire davanti al mondo gli intenti pacifici del proprio programma di arricchimento dell’uranio. Sul tema, Ahmadinejad ostenta la consueta fermezza: “L’Iran è per il dialogo, ma non ha mai risposto a richieste illegali” – come quelle di sospendere l’arricchimento dell’uranio. A dover essere disarmate sono piuttosto altri Paesi: a tal proposito, Ahmadinejad si è spinto a chiedere la formazione di comitato ad hoc in seno alle Nazioni Unite.

La chiusura, come da copione, è lasciata al tema più caro al presidente: Israele e i sionisti. Ahmadinejad non si riferisce direttamente a Tel Aviv: parla piuttosto di un regime contro i diritti dei palestinesi (Israele), e di una rete di sionisti assassini che “continuano a dominare un aspetto importante della vita delle persone: l’economia”. Da parte iraniana, sul tema in questione, nessun passo avanti: gli ebrei continuano ad essere visti come i dominatori dell’economia e della politica mondiale. Ahmadinejad dice di trovare mostruoso che i leader mondiali si rechino in Israele e ci collaborino economicamente: grandi Paesi, secondo il presidente, continuerebbero “a rispondere agli interessi di un piccolo gruppo di persone”. La rete sionista, appunto: quella di cui l’Iran “non vuole essere schiavo”. E se questo è Israele, Teheran non può che “sostenere la resistenza palestinese”: l’idea è quella di un “referendum”, perché i residenti nei Territori possano esprimere liberamente la propria volontà.

Prima dei saluti, Ahmadinejad torna a farsi messianico. Secondo il presidente iraniano, “l’impero americano è giunto alla fine”: più che una profezia, da parte di Teheran suona come un auspicio. Ahmadinejad ha finito il suo tempo, ora viene quello delle polemiche. Tra i primi a denunciare gli attacchi antisionisti figurano l’Anti-Defamation League, il Simon Wiesenthal Center e il candidato democratico Barack Obama. Il presidente israeliano Peres, invece, fa notare come ogni anno Ahmadinejad si spinga un po’ più in là: “Per la prima volta nella storia delle Nazioni Unite, un capo di Stato ha sostenuto apertamente e pubblicamente le brutte e oscure accuse contenute nei Protocolli dei Savi Sion”. Un falso acclarato pubblicato in Russia nel 1903, secondo cui i sionisti avrebbero piani per il dominio del mondo. Un falso, appunto: ma questo gli iraniani non devono saperlo.

L'Occidentale