A marciare per le strade erano i monaci buddisti della Birmania, Paese ribattezzato Myanmar dalla giunta militare di Tahn Shwe che nel 1988 prese il potere con un colpo militare. Quelli che seguirono furono vent’anni di dittatura feroce, sostenuta dal tacito appoggio della Cina. Ma dopo le proteste dello scorso anno – forti di un’eco mediatica senza precedenti – sembrava che qualcosa potesse cambiare per davvero: i leader mondiali (Stati Uniti in testa, nella persona della first lady Laura Bush) e l’Onu (con la designazione di un apposito inviato, il nigeriano Ibrahim Gambari) si dedicarono assiduamente alla pratica birmana, nella speranza di superare il blocco russo e cinese in seno alle Nazioni Unite. Ma oggi che un anno è passato, la domanda è una sola: cosa è cambiato?
Dal punto di vista umanitario, se possibile, le cose sono addirittura peggiorate: il 2 maggio il ciclone Nargis si è abbattuto sull’ex Birmania, devastando una popolazione già allo stremo. Difficile dare un conto preciso della catastrofe, ma le stime più attendibili parlano oggi di oltre 100.000 morti. Quel che è certo è che la giunta di Than Shwe è riuscita ancora una volta a mostrare il suo volto più feroce: per settimane il governo del Myanmar ha prima bloccato e poi ostacolato gli aiuti internazionali, impedendo fatalmente l’efficacia dei soccorsi. E pochi giorni fa le Nazioni Unite hanno fornito l’ennesimo dato allarmante: solo negli ultimi tre mesi, 1,56 milioni di dollari sono andati persi nel distorto meccanismo del sistema di cambio birmano. Secondo John Holmes – responsabile dei diritti umani per l’Onu – l’ammontare di aiuti “bruciati” dal cambio birmano potrebbe avvicinarsi complessivamente ai 10 milioni di dollari. Nelle settimane che hanno seguito il disastro, infine, diversi osservatori umanitari hanno parlato di sfruttamento dei profughi (bambini compresi) da parte della giunta per la ricostruzione delle aree devastate. I danni di Nargis, secondo le stime delle Nazioni Unite, si aggirerebbero introno ai 4 miliardi di dollari.
Per quanto riguarda il sistema politico interno, invece, in questi dodici mesi sembravano esserci state delle aperture. Pressata dalle Nazioni Unite e dalla comunità internazionale – ma sempre forte del sostegno di Pechino – in primavera la giunta ha annunciato un referendum per approvare una nuova Costituzione (redatta da uomini vicini al regime) e libere elezioni nel 2010. Sono bastate però poche ore a spegnere l’entusiasmo: a stabilire le regole del gioco e a mantenere il controllo su parte degli eletti sarebbe stata infatti la giunta stessa. E il colpo più duro è giunto contro la storica leader dell’opposizione Aung San Suu Kyi, da anni agli arresti domiciliari: in quanto spostata con un inglese, non avrebbe potuto candidarsi alla guida del Myanmar.
Al di là delle apparenze, insomma, il regime birmano resta saldamente in sella e a dimostrarlo è l’immobilità forzata di tutti i principali protagonisti dello scenario locale e internazionale. Partiamo da Aung San Suu Kyi: la donna è ancora rinchiusa nella propria casa, senza possibilità di incontrare l’inviato delle Nazioni Unite. Gli unici contatti del premio Nobel per la pace – anche se sporadici e soggetti ad autorizzazione del regime – sono con il suo avvocato Kyi Win, che lotta per porre fine alla sua detenzione illegale. Ed è stato proprio Win ha lanciare l’allarme negli ultimi giorni: da tempo la sua assistita avrebbe dato il via ad uno sciopero della fame, mettendo seriamente a repentaglio la sua salute. E mentre il capo della polizia birmana dice di essere all’oscuro della scelta di Suu Kyi, sulla questione si sono espressi ieri gli Stati Uniti con un documento ufficiale: “Siamo venuti a conoscenza del rifiuto del cibo da parte di Aung San Suu Kyi” si legge, sottolineando come la detenzione renda impossibile verificare le condizioni della donna – che destano preoccupazione presso “gli Stati Uniti e la comunità internzionale”.
Se la situazione di Aung San Suu Kyi – e dei partiti di opposizione – non è cambiata, è soprattutto perché le Nazioni Unite non sono riuscite ad ottenere nulla di concreto da Than Shwe e dai suoi uomini. In un anno l’inviato Gambari ha visitato il Paese svariate volte, ma il risultato è stato sempre lo stesso: come nell’ultima visita di agosto, al nigeriano è stato impedito di vedere Suu Kyi e di parlare con il capo della giunta. Anche se la soluzione della crisi non passa certo dall’impotenza dell’Onu, l’organizzazione internazionale resta comunque l’unica speranza per gli attivisti democratici: ma se una coalizione di politici birmani residenti all’estero si è rivolta al Palazzo di Vetro per chiedere che la giunta venga definita illegittima, altri oppositori al regime – la United Nationalities Alliance e il Politician Colleagues of Myanmar – lunedì hanno accusato l’Onu di non fare abbastanza per il Paese. Secondo i due gruppi, le Nazioni Unite dovrebbero mettere in pratica “esattamente quello che è stato deliberato dall’Assemblea Generale dal 1994 ad oggi”.
Ma l’impotenza dell’Onu è comune agli altri attori internazionali: se gli Stati Uniti hanno alzato la voce più di altri (seppur senza azioni incisive), anche l’Unione europea ha dato prova di debolezza. Piero Fassino, inviato della Ue in Myanmar, si incontrerà in questi giorni con il ministro degli Esteri francesi Kouchner a caccia di una soluzione: “La scorsa settimana ho incontrato a Torino il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon. Mercoledì vedrò Bernard Kouchner quale rappresentante della presidenza di turno dell'Ue e poi ho in programma missioni in Giappone e in India e tornerò in Cina, Indonesia e Thailandia” ha dichiarato l’ex diessino ad “Articolo 21”. Ma al di là degli incontri diplomatici di routine, la realtà è che senza il sostegno di Mosca e Pechino la pratica birmana è una via senza uscita.
La realtà sul campo, infine, parla di grandi tensioni in vista del primo anniversario delle proteste. Da giorni il Myanmar è vittima di esplosioni: a saltare in aria, poche ore fa, è stato un bus. La giunta punta il dito contro i partiti di opposizione, alimentando la stretta del regime: lunedì il governo ha annunciato di aver compiuto arresti tra le fila dell’opposizione. Illazioni che gli attivisti respingono al mittente: la National League for Democracy – principale partito d’opposizione – si è detta completamente estranea agli attacchi, nei quali vede un alibi di Tahn Shwe per arrestare i militanti. In questi giorni, poi, sono ricomparsi flebili segni di protesta: diversi palazzi pubblici sono stati spruzzati di vernice rossa. Un ulteriore motivo per perquisire monasteri e compiere arresti preventivi: dopo un anno devastante, però, sembra mancare lo spirito che guidò le grandi manifestazioni dello scorso settembre.
L'Occidentale