Chiuse in settimana le primarie di Kadima – con la vittoria di Tzipi Livni sul ministro dei Trasporti Mofaz – ora è ufficiale: il premier israeliano Ehud Olmert ha rassegnato le proprie dimissioni nelle mani del presidente Shimon Peres. Quella che si apre ora è una fase molto delicata: dopo aver ricevuto l’incarico dal presidente, la Livni dovrà cercare di mettere insieme una nuova coalizione governativa. Qualcuno, però, remerà contro di lei: il Likud di Benjamin Netanyahu, che – forte di sondaggi favorevoli alla formazione di centro-destra – propende per elezioni anticipate a inizio 2009.Prima di recarsi direttamente da Shimon Peres, Ehud Olmert ha ufficializzato la propria scelta nel corso del consiglio dei ministri di ieri mattina. Di fronte ai colleghi di coalizione, Olmert ha rivendicato il proprio operato come premier israeliano: a giudicare obiettivamente il suo lavoro, ha concluso Olmert, sarà la storia. Al termine del consiglio, il premier dimissionario ha incontrato Tzipi Livni assicurandole il supporto personale e del partito. Olmert lascia il governo dopo averlo guidato per 33 mesi: fu lui a prendere il posto di Ariel Sharon, ridotto in coma da un’emorragia cerebrale pochi mesi dopo essersi staccato dal Likud per fondare il partito di centro Kadima.
Per formalizzare le proprie dimissioni dopo settimane di annunci, in serata Olmert si è recato alla residenza di Peres a Gerusalemme. Nel corso di una conferenza stampa, Peres ha ringraziato Olmert “per il suo contributo alla popolazione e allo Stato in così tanti anni di servizio pubblico come sindaco di Gerusalemme prima, ministro e primo ministro poi”. Secondo il presidente, “la sicurezza dello Stato d’Israele” e “il benessere dei suoi cittadini” sono sempre stati “al centro del suo lavoro come premier”: “Apprezzo la via rispettosa scelta dal primo ministro per lasciare il suo incarico – ha concluso Peres – È una decisione difficile, è una notte difficile per lui”.
Quello che si apre ora è un processo complesso, intessuto di trattative più o meno scoperte. Peres ha comunicato di voler incontrare gli esponenti di tutti i 13 partiti israeliani prima di conferire – presumibilmente alla Livni, vincitrice alle primarie del partito di maggioranza relativa – l’incarico di formare un nuovo governo. Mark Regev, portavoce di Olmert, ha dichiarato che “non ci potrà essere un vuoto di potere”: il premier dimissionario resterà in carica ad interim, finché non emergerà un nuovo capo di governo. Oggi Peres dovrebbe concludere le consultazioni – inaugurate dall’incontro con i capi dei quattro partiti maggiori: Kadima, Labour, Likud e Shas. Ad allungare i tempi del conferimento dell’incarico potrebbe però contribuire il viaggio del presidente israeliano a New York, in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Da quando riceverà l’incarico, la Livni avrà sei settimane per mettere in piedi una coalizione di governo che possa contare sull’appoggio della maggioranza della Knesset. “Se presto emergerà che non è possibile costituire una nuova coalizione, andremo ad elezioni anticipate e le vinceremo” ha dichiarato la Livni, che lancia un avvertimento agli altri attori politici: “Se gli altri partiti sono in attesa di vedere se Kadima è diventato più debole o più forte, la nostra risposta è che Kadima è unita e continuerà a guidare il Paese”. Parole sicure, indispensabili in vista delle trattative che la occuperanno nei giorni a venire: “Mi aspetto che i nostri partner di coalizione (Labour e Shas, ndr) agiscano di conseguenza. Ho intenzione di decidere velocemente: dobbiamo prendere una decisione e portare il Paese fuori da questa situazione di incertezza”.
Dietro al piglio decisionista della Livni si cela in realtà una partita tutt’altro che chiusa. L’attuale coalizione di governo controlla 67 seggi su 120: fondamentale, al fine di formare un nuovo governo, è il sostegno dei laburisti di Barak e del partito ortodosso Shas. Se Tzipi Livni dovrà cercare di tenere legati a sé i due partiti, altrettanto cercherà di fare il leader della destra Netanyahu: forte di sondaggi che da mesi lo indicano come vincitore in caso di elezioni, il leader del Likud rema contro Kadima al fine di giungere a nuove elezioni nei primi mesi del prossimo anno. Senza contare che negli ultimi tempi il partito di Olmert e della Livni si è spesso trovato al centro di svariate accuse mosse proprio dai compagni di coalizione.
A preoccupare maggiormente Kadima sono le trattative parallele di Benjamin Netanyahu. Sabato notte, il ministro della Difesa Barak (Labour) si è incontrato con il leader del Likud per discutere della complicata situazione politica israeliana: secondo molti analisti, Barak preferirebbe impegnarsi in un governo coalizione nazionale con Netanyahu piuttosto che con la Livni. Il sostegno del Labour – ma si tratta sempre di voci – potrebbe essere ricambiato dal Likud con la conferma del ministero della Difesa per Barak in caso di vittoria elettorale. Sulla necessità di andare alle urne il più presto possibile, del resto, Netanyahu è stato molto chiaro: “Milioni di cittadini israeliani devono avere l’opportunità di scegliere chi li guiderà, non possono sceglierlo solo i sostenitori di Kadima” ha dichiarato dopo l’affermazione della Livni alle primarie del suo partito.
Ancora più difficile, per Tzipi Livni, sarà assicurarsi il sostegno della Shas. Il partito ortodosso – che non vede di buon occhio una donna alla guida di Israele – considera Kadima troppo debole sul fronte palestinese: secondo Eli Yishai, capo del partito, è inaccettabile pensare di dividere Gerusalemme con i palestinesi. A cogliere la palla al balzo è stato ancora una volta Netanyahu, che ha incontrato Yishai chiedendo esplicitamente di non sostenere una coalizione guidata dalla Livni: il partito, dopo aver ascoltato le ragioni del Likud, ha fatto sapere che “continuerà ad esaminare e considerare diverse opzioni e alternative, per determinare che cosa sia meglio per i cittadini israeliani”. Le dimissioni di Olmert – invocate dalla maggioranza dei politici e dei cittadini israeliani – sono solo l’inizio di una partita lunga e complessa: la posta in gioco è la poltrona di primi ministro israeliano.
L'Occidentale