14 settembre 2008

Ricordare Oriana per quello che era: uno "scrittore"

Si è creata una certa confusione intorno al romanzo postumo di Oriana Fallaci, “Un cappello pieno di ciliege”. All’annuncio della pubblicazione, i giornali – il suo “Corriere” in testa – hanno dedicato pagine e pagine al personaggio-Oriana, con tanto di anticipazioni sulle oltre 800 pagine che compongono il libro. Dopo la pubblicazione però, quando per tutti gli scrittori viene il tempo delle recensioni, la Fallaci-scrittrice è passata ancora una volta in secondo piano per lasciare spazio alle polemiche. Ad innescare la miccia, questa volta, un’intervista di “Vanity Fair” alla sorella dell’autrice – Paola Fallaci – secondo la quale il romanzo sarebbe stato pubblicato contro la volontà di Oriana. Accuse respinte al mittente tanto da Rizzoli quanto dal nipote della scrittrice Edoardo Perazzi. Ma non è tutto: pochi giorni dopo Paola Fallaci apre un altro fronte, parlando di “eutanasia” in quanto la scrittrice avrebbe chiesto della morfina per lenire il dolore. Altre polemiche, altri scontri. Ma del romanzo, ancora una volta campione di vendite, niente.

A due anni dalla scomparsa della Fallaci – che si è spenta a Firenze il 15 settembre 2006 – il miglior omaggio alla sua memoria è allora trattarla come una scrittrice pura, parlando di “Un capello pieno di ciliege” e tralasciando per una volta le polemiche sulla trilogia aperta da “La rabbia e l’orgoglio”. Non perché Oriana amasse le recensioni – “Le opere postume hanno lo squisito vantaggio di risparmiarti le scemenze o le perfidie di coloro che senza saper scrivere e neanche concepire un romanzo pretendono di giudicare anzi bistrattare chi lo concepisce e lo scrive” scrive nell’introduzione a “La rabbia e l’orgoglio” – quanto perché amava definirsi scrittrice anzi “scrittore”, e come tale voleva essere trattata. E la critica è parte integrante di ogni grande romanzo moderno.

“Un cappello pieno di ciliege” è una grande saga familiare incompiuta, alla quale la Fallaci si è dedicata dal 1991 al 2001. Alla stesura delle oltre 800 pagine che compongono il libro, l’autrice ha affiancato maniacali ricerche in giro per il mondo per scoprire quanto più possibile sulla vita dei suoi personaggi e sul mondo a loro contemporaneo. Il progetto originario – secondo quanto confermato in appendice da Edoardo Perazzi – prevedeva un arco narrativo che dalla fine del ‘700 sarebbe giunto al 1944, a quella “terribile notte” citata in flash-forward nel corso della narrazione. Non è stato possibile: il perché si chiama l’11 settembre. Il risultato finale è allora un romanzo in quattro parti – ognuna dedicata ad un ramo della famiglia – che si apre nel 1773 per chiudersi nel 1889: un’opera di amplissimo respiro, da considerarsi definitiva per le prime tre parti e ancora da rivedere nella quarta (che presenta stralci manoscritti e post-it colorati come promemoria). Ma se la parte finale è quella che presenta alcune incongruenze (messe in luce dai redattori in appendice), la redazione si può considerare comunque molto avanzata: il romanzo avvolge come un fiume in piena, senza mostrare “stacchi” narrativi o stilistici nel passaggio alle pagine conclusive.

Non è facile riassumere in poche righe una trama tanto composita – e le grandi storie è bene che i lettori le scoprano da sé. Basti sapere allora che il romanzo si apre a Panzano, “un paesino di fronte alla casa dove intendo morire e che prima della ricerca condotta dalla formica impazzita guardavo senza sapere quanto vi appartenessi”. Qui si muovono due grandi avi di Oriana: Carlo Fallaci e Caterina Zani – alle prese con un podere, una folta progenie e le lotte contro gli invasori. Nella seconda parte poi, i toni avventurosi si fanno tragici: quella di Francesco Launaro e Monteserrat è una storia disperata e maledetta, incentrata su di un mare impazzito pronto ad inghiottire i suoi figli. E se le lotte contro l’invasore tornano al centro della scena nella terza parte – ricca di politica e di amore –, i capitoli conclusivi si abbandonano nuovamente ad avventura e fatalità. A sostenere “Un cappello pieno di ciliege” ci sta dunque una struttura perfettamente calibrata: la Fallaci si avvale delle più svariate tonalità – l’avventuroso, il tragico, il politico, lo storico, il sentimentale – alternando sezioni prevalentemente razionali (la prima e la terza) ad altre di segno opposto, dove il romanzesco prende il sopravvento sulla ricerca storica (la seconda e la quarta). Una variatio che rende il romanzo una piccola “Commedia umana”, campione rappresentativo tanto dei diversi generi letterari quanto dell’umanità italiana nel secolo dell’Unità.

Con lo stile proprio di tutti i suoi scritti – una prosa ricercata in ogni singola parola, un colloquio diretto che chiama in causa direttamente il lettore – l’autrice regala nuova giovinezza agli avi che le hanno dato la vita. E al di là delle storie che popolano il “Cappello”, sono proprio i personaggi a rendere immortale il suo ultimo romanzo. Tre di loro in particolare, guarda caso i tre più vicini al suo carattere. Caterina Zani, prima di tutto: una donna coraggiosa e pragmatica, una venditrice di mutande senese che si sposa per imparare a leggere e scrivere scoprendo poi l’amore per il marito. È Caterina Zani, incinta, a scagliarsi contro la carrozza di Napoleone: “Accident’a te e alla troia che t’ha partorito! Che statue sei venuto a rubarci, che guerre sei venuto a portarci, uccellaccio rapace?” – una reazione non dissimile da quella di Oriana e sua madre Tosca nei confronti del nazifascismo. Poi, Francesco Launaro: un giovane cresciuto nel rancore per il padre rapito dai pirati, un uomo capace di vendicarsi in guerra e di cambiare completamente per amore. Ma anche un uomo disperato e solo, che in alcuni tratti ricorda l’eroe (in carne ed ossa) della scrittrice: Alekos Panagulis, protagonista del romanzo “Un uomo”. E infine la grande, complessa e misteriosa Anastasìa: regina della quarta parte, è fatalmente lei a chiudere il romanzo. Bella come una fata, egoista redenta, la sua è la storia più affascinate di questo “Cappello pieno di ciliege”. In lei, come in Francesco, la fiaba si incontra con la tragedia nel tratteggiare una vicenda che potrebbe essere un grande romanzo in sé.

Tutti questi personaggi – primari, secondari, comparse, storici, ignoti, celati – si muovono in uno spazio-tempo proprio della grande letteratura. E qui emergono le estenuanti ricerche condotte dalla scrittrice, tese a creare una scenografia perfettamente aderente alla realtà del tempo. Le descrizioni, mai pedanti, tratteggiano un mondo che dal Chianti passa a Torino e alle vallate piemontesi, per finire negli Stati Uniti della familiare New York e del pericoloso Far West. In questi spazi, poi, scorre la Storia: quella con la S maiuscola, quella di Napoleone e di Carlo Alberto e Garibaldi e Mazzini. Quella degli uomini e delle donne che hanno fatto l’Italia, rivisti con l’occhio unico di Oriana Fallaci: così che nello stesso romanzo la storia della scrittrice e quella dell’Italia diventano la stessa cosa.

Su “La Stampa”, Igor Man ha definito l’opera della Fallaci “un rapinoso romanzo all’antica”. È vero: da anni la letteratura italiana non si impegnava in una ricostruzione di questo valore, di questa grandezza. Tutti gli scrittori italiani contemporanei dovrebbero leggere il “Cappello”: non tanto per migliorare la loro scrittura, quanto per fare i conti con tutte le potenzialità della forma romanzo. Tenendo conto che la Fallaci si è fermata al 1889: pensare a cosa sarebbe stato questo romanzo concluso (arrivando quindi al 1944) mette i brividi. Ma forse era destino che il romanzo si chiudesse lì: a Cesena, con Anastasìa al centro della scena.

L'Occidentale