21 ottobre 2008

Il diritto di manifestare e quello di tutti gli altri

Non voglio entrare nel merito della “riforma” Gemini e dei tagli di Tremonti. Voglio parlare del diritto di contestazione e del “sottile” confine tra la libertà del singolo e quella del suo prossimo.

Questa mattina, alle 9.30, si sono tenuti gli Stati generali all’Università Statale di Milano: l’idea era quella di discutere i provvedimenti governativi in merito all’università e concordare una serie di iniziative da parte di studenti, ricercatori, ecc. Fin qui, tutto bene. Tutto bene anche quando gli studenti decidono di gridare forte il loro “no” ai (pesanti) tagli che il governo vorrebbe imporre alle università: ognuno è libero di pensarla come meglio crede, così come di urlare e propagandare il suo pensiero.

I problemi sorgono piuttosto sulle modalità della protesta. La prassi vuole che i contestatori concordino con le forze dell’ordine percorso e modalità di un eventuale corteo: raggiunto l’accordo, gli studenti possono così marciare con i loro slogan e i loro manifesti. Senza arrecare alcun danno a chi non la pensa come loro, o la pensa come loro ma ha ben altro da fare che camminare per la città riesumando la retorica sessantottina (che compie 40 anni: tanti auguri!).

"Ma così facendo - diranno i contestatori - nessuno ci sta a sentire". Da qui una serie di espedienti illegali, che hanno il pregio di richiamare l’attenzione delle forze politiche e dei media. La più comune, chiaramente, è l’occupazione: è la prima forma di contestazione che va a ledere la libertà altrui. Quella di coloro che pagano le tasse e hanno il sacrosanto diritto di seguire le lezioni – che sono pubbliche e si svolgono sul suolo pubblico. L’occupazione lede la libertà altrui, dunque: ma è una forma tutto sommato ancora tollerabile (e tollerata), purché sia limitata nel tempo e nello spazio.

Quello che è successo oggi a Milano, però, è una limitazione della libertà altrui veramente intollerabile. Dopo aver lasciato la Statale e gli Stati generali (nota: forse non sarebbe male svecchiare il lessico universitario), il corteo di studenti – non autorizzato – ha marciato per la città e si è recato in Piazzale Cadorna. Scopo: bloccare i binari delle Ferrovie Nord, in segno di protesta contro la Gelmini. Il piccolo particolare è che la gente che lavora, che utilizza i treni per spostarsi e per tornare a casa – la stessa gente che forse mantiene i figli neo sessantottini – ha il sacrosanto diritto di farlo: niente e nessuno, in uno Stato liberale, può impedire loro di spostarsi.

Davanti alla stazione Cadorna, i manifestanti si sono imbattuti in un cordone di polizia che li ha caricati, impedendogli di entrare. Non è giusto, è sacrosanto. Ma non per gli studenti: la polizia picchia, fosre è fascista, forse siamo tornati nel Ventennio! La polizia è così fascista che ha permesso al corteo (non autorizzato) di occupare piazzale Cadorna, bloccando completamente il transito delle automobili. Qualcosa che difficilmente sarebbe ammesso in una qualsiasi capitale europea.

Ognuno è libero di contestare tutto quello che vuole, nei termini della legge. Ognuno è libero di non rispettare la legge, ci mancherebbe: ma in quel caso una carica della polizia non è fascista, è naturale e democratica. E chi va contro la legge, deve aspettarsi una risposta dello Stato. Perché per la tua libertà non puoi intaccare la libertà altrui. Io, almeno, la penso così.


UPDATE


A questo indirizzo un video girato dai manifestanti: l'accusa a un carabiniere è quella di aver manganellato uno studente a terra. Dalle immagini, confuse, in effeti sembra così: ma il senso del discorso non cambia.