30 ottobre 2008

La Livni sceglie le elezioni anticipate e vola nei sondaggi

L'annuncio tanto atteso è arrivato domenica pomeriggio dal Beit HaNassi, la residenza presidenziale a Gerusalemme. C'è il presidente Shimon Peres, di fianco a lui prende la parola Tzipi Livni: "Ero incline a fare dei sacrifici per costruire una nuova coalizione di governo, ma non ero disponibile a mortificare l'economia e il futuro politico di Israele, la speranza per un futuro migliore o per un tipo di politica diversa". La Livni la prende alla larga ma il significato delle sue parole è chiaro: Kadima non è riuscito a mettere in piedi una maggioranza di governo, dunque Israele andrà ad elezioni anticipate. A ufficializzarlo davanti al parlamento, lunedì pomeriggio, è Shimon Peres: le elezioni – secondo il presidente – implicano per la Knesset "un profondo esame di coscienza", non più rimandabile visto "l'indebolimento della fiducia nelle istituzioni governative israeliane".

Durante la conferenza stampa, la Livni ha spiegato con chiarezza la sua rinuncia a ulteriori trattative: "Ci sono prezzi che possono essere pagati, prezzi che altri sono inclini a pagare – ma non li pagherò a spese dello Stato, a spese dei cittadini israeliani". Il prezzo da pagare è quello dell'accordo col Labour di Ehud Barak, sceso a compromessi con Kadima la scorsa settimana. Quello che non può essere pagato – o che non è stato possibile pagare – è il mancato accordo col partito ortodosso Shas: i finanziamenti a favore dei sussidi infantili e l'indivisibilità di Gerusalemme erano davvero troppo, anche per un partito centrista e incline al compromesso come Kadima.

Per questo, ha concluso la Livni, "ho detto al presidente Peres che date le circostanze dobbiamo tornare alle urne, senza ulteriori ritardi". Il presidente, dopo aver ricordato che le elezioni "non sono una tragedia", ha ringraziato la leader di Kadima per essere "rimasta attaccata ai suoi principi" nelle settimane delle trattative. E il ringraziamento di Peres non è rituale: di fronte al rifiuto di Shas – ufficializzato venerdì dopo un consulto telefonico del Consiglio dei Saggi della Torah – Kadima avrebbe potuto rivolgersi ad altre minuscole formazioni come il Partito dei Pensionati. Il prezzo da pagare, ancora una volta, sarebbe stato una coalizione fragilissima – ancor più di quella che ha governato Israele sotto il segno di Olmert – e una crescita della disaffezione per la politica da parte dei cittadini, già ai minimi storici.

Invece Kadima ha scelto di seguire la Livni. Ex agente del Mossad, rispettata a destra e a sinistra, il ministro degli Esteri pensa davvero di poter seguire la strada tracciata da Golda Meir. E gli israeliani sembrano gradire il suo coraggio: un sondaggio "a caldo" del Dahaf Research Institute, reso pubblico lunedì mattina, assegna a Kadima 29 seggi alla Knesset contro i 26 del Likud di Netanyahu; a perdere posizioni è invece il Labour di Barak, che passerebbe dagli attuali 19 seggi a 11. La stessa situazione è stata registrata da TNS Teleseker: Kadima si assesterebbe a 31 e il Likud a 29, con uno scarto sempre pari ai due seggi. Non male per la Livni, dopo mesi di sondaggi favorevoli al Likud – aiutato dalla crescente insofferenza degli israeliani per il premier Olmert.

"Yediot Ahronot" – il principale quotidiano israeliano – è uscito lunedì con un editoriale molto critico firmato da Eitan Haber. "Sono rimaste poche le persone che rifiutano di fare i conti con la realtà: i tre principali partiti politici israeliani sono andati in bancarotta. Hanno esaurito il loro ruolo e sono entrati nel periodo dei saldi. Kadima, Labour e Likud non hanno più nulla da vendere". Concetti ribaditi dal presidente Peres con un lessico più diplomatico e istituzionale. Ma se il male minore – secondo Haber – sarebbe quello di un governo di unità nazionale, non la pensano così la maggioranza degli israeliani e degli attori politici, non solo nel Likud ma anche in Kadima. Secondo la Livni, infatti, "l'opinione pubblica è nauseata dai giochi politici". Le elezioni sembrano l'unica via per riavvicinare gli elettori ai loro rappresentanti.

Quali saranno i prossimi passi? Prima di annunciare ufficialmente il ritorno alle urne, il presidente Shimon Peres ha terminato le consultazioni con i rappresentanti di tutti i partiti. Dopo l'incontro con il presidente, il leader di Shas Eli Yishai si è detto "felice di aver tenuto duro sul concetto della indivisibilità di Gerusalemme". Kadima, forte del successo riscontrato nei sondaggi di ieri mattina, pensa addirittura di stringere i tempi: d'accordo con la Livni, Yoel Hasson ha presentato una mozione per sciogliere la Knesset. Se la mozione verrà approvata, le elezioni dovranno tenersi tassativamente entro 90 giorni: probabilmente il 27 gennaio, contrariamente al 17 febbraio inizialmente ipotizzato dagli analisti. Secondo il quotidiano "Haaretz", la Livni starebbe anche premendo perché Olmert si dichiari "temporaneamente inabilitato". Questo le premetterebbe di assumere l'interim governativo, dimostrando così le sue capacità di comando.

Le prossime settimane saranno completamente occupate dalla campagna elettorale: uno scontro a tutto campo dai risultati incerti. Da un lato, il Likud di Benjamin Netanyahu farà di tutto per tornare al governo: gioca a suo favore l'insofferenza condivisa per il governo Olmert, del quale la Livni ha fatto parte insieme a Ehud Barak (nonostante le sue frequenti critiche al premier uscente). Dall'altro la Livni: il nuovo volto di Kadima cercherà di smarcarsi dall'ombra di Olmert, presentandosi come la miglior scelta possibile per Israele. E i proclami, a poche ore dall'annuncio delle elezioni, sono già iniziati: Netanyahu ha fatto sapere che cercherà la pace con gli Stati arabi, mentre il Golan e Gerusalemme resteranno intoccabili; la Livni, invece, si è soffermata sull'importanza di Kadima come punto di equilibrio per Israele. Tra i due resta stretto Ehud Barak, in crisi nei sondaggi. Il leader laburista ha parlato di investimenti in infrastrutture, educazione e ricerca.

Resta aperta la questione del conflitto israelo-palestinese. Saeb Erekat, capo negoziatore per conto di Abu Mazen, spera che "gli israeliani decidano di rimanere in corsa nel processo di pace". Abu Zuhri, portavoce di Hamas, è stato più esplicito: "Ora gli israeliani useranno le elezioni come una scusa per non fare alcuna concessione a Mahmoud Abbas, diranno di essere troppo impegnati con le elezioni nei prossimi mesi". Questo, ha concluso Zuhri, è la prova che Hamas "aveva ragione quando diceva che il cosiddetto processo di pace era una perdita di tempo e che non ci sono possibili punti di negoziazione con l'occupante". Ma al di là della retorica di Hamas è certo che sia la Livni che Netanyahu saranno più intransigenti di quanto lo è stato Olmert. Le trattative probabilmente subiranno una battuta d'arresto e - anche se Olmert seguirà le trattative in corso (resterà primo ministro ad interim), le decisioni importanti verranno prese dal nuovo premier. Non prima del 2009.

L'Occidentale