Lévy non ha dubbi: il 4 novembre vincerà Obama. Qui spiega come e perchè.
Dopo tre settimane negli Stati Uniti, e in attesa di tornarci molto presto, ecco fin d' ora un primo bilancio, a una ventina di giorni dal voto. Più che mai, mantengo il pronostico che facevo, oltre quattro anni fa, l' indomani della penultima convenzione democratica, quando intitolavo un testo su Barack Obama, pubblicato sulla rivista di Boston The Atlantic Monthly: «Un Clinton nero». E naturalmente mantengo il mio pronostico di sei settimane fa, quando annunciavo, su queste colonne, e mentre la maggior parte dei sondaggi davano il risultato contrario, la sua probabile vittoria sull' avversario repubblicano, John McCain.
Non che McCain abbia demeritato. Non che abbia deluso i propri sostenitori, in particolare nel primo «grande dibattito» organizzato dalla Cnn, durante il quale è stato perfettamente all' altezza del rango di possibile presidente, in ogni caso sulle questioni internazionali. E persino la sua compagna di lista Sarah Palin ha dimostrato, nel dibattito della settimana scorsa con l' altro candidato alla vice-presidenza, Joe Biden, di saper imparare velocemente e di esser già lontana dall' immagine di ex reginetta di bellezza dei primi giorni, balbettante, goffa, terrorizzata da chi l' intervistava, accumulando una gaffe sull' altra e per questo presa in giro - non senza una violenta e insopportabile dose di sessismo - dall' insieme dei mass media, siti internet, blogger o umoristi dell' onnipotente «Comedy Channel». Malgrado tutto, malgrado la sua inesperienza, la sua giovinezza, il fondo di razzismo che persiste nella classe media americana e su cui i nuovi Thénardier della politica americana, Hillary e Bill Clinton, non si sono astenuti d' insistere durante la campagna per la designazione del candidato, sono sempre minori le possibilità che la vittoria sfugga al senatore dell' Illinois, per tre ragioni essenziali.
In primo luogo, l' immenso desiderio di cambiamento impadronitosi di un Paese che comincia a svegliarsi, come un sonnambulo, dall' incubo degli anni Bush. In secondo luogo, la crisi economica e finanziaria; l' impressione, di tutti, di entrare in una terra incognita dove né le vecchie bussole, né gli strumenti di navigazione e di riferimento tradizionali sono ormai d' aiuto; ma la sensazione, tuttavia, all' interno di questo smarrimento condiviso, che la fede deregolatrice che fu il credo di John McCain nei 22 anni passati in Senato, la sua sfiducia di principio nei confronti di un ruolo maggiore dello Stato federale nella guida degli affari economici, insomma quel suo lato che ricorda la Scuola di Chicago, il suo essere conservatore convinto, siano comunque la peggiore delle soluzioni. Infine, la crisi morale che attraversa gli Stati Uniti; la profondissima crisi d' identità, quella vertigine che qualche anno fa ho cercato di diagnosticare; il comunitarismo, la balcanizzazione del tessuto sociale, l' allentamento di un legame nazionale malridotto dalla nuova e rovinosa guerra delle memorie fra comunità, ieri alleate e oggi rivali; in altre parole, quell' impossibile nazione, quel Paese - ed è la sua grandezza - senza nome e senza matrice comune al quale Barack Obama, per il fatto d' essere un Nero venuto da fuori, che non discende da una famiglia di schiavi nati nell' Alabama, ma da un africano nato in Kenia, era l' unico fra i candidati disponibili a poter restituire il suo fondamento.
Oggi quindi posso affinare il pronostico. Obama vincerà nel suo Stato, l' Illinois, naturalmente. E altrettanto naturalmente vincerà nei grandi Stati per tradizione acquisiti ai democratici: quelli della costa Orientale, come Stato di New York e Pennsylvania; quelli della costa Occidentale, come California o Stato di Washington con Seattle. Vincerà anche nella seguente serie di swing states, i famosi Stati in bilico, la cui sorte, fino a questi ultimi giorni, rimaneva molto incerta, ma che stanno per schierarsi, penso, al suo fianco: Nevada, Virginia, Colorado, Michigan, Nord Carolina, probabilmente Ohio. Non è escluso, infine, che vinca nei tre Stati - inviando rispettivamente 5, 11 e 27 delegati al Collegio elettorale cui spetta, secondo la Costituzione, eleggere formalmente il Presidente l' indomani del 4 novembre - che nelle due ultime elezioni erano bastati a creare uno scarto fra George W. Bush e Al Gore, poi John Kerry: Nevada, Missouri e Florida. Se il mio pronostico si avvererà, Barack Obama vincerà di gran lunga su John Mc Cain, con un distacco di un buon centinaio di delegati, forse 150, e con i mezzi per poter rimodellare molto profondamente la più potente e, oggi, più vulnerabile, delle economie-mondo. Per tutti, amici o no dell' America, non sarebbe possibile miglior epilogo.
Dopo tre settimane negli Stati Uniti, e in attesa di tornarci molto presto, ecco fin d' ora un primo bilancio, a una ventina di giorni dal voto. Più che mai, mantengo il pronostico che facevo, oltre quattro anni fa, l' indomani della penultima convenzione democratica, quando intitolavo un testo su Barack Obama, pubblicato sulla rivista di Boston The Atlantic Monthly: «Un Clinton nero». E naturalmente mantengo il mio pronostico di sei settimane fa, quando annunciavo, su queste colonne, e mentre la maggior parte dei sondaggi davano il risultato contrario, la sua probabile vittoria sull' avversario repubblicano, John McCain.
Non che McCain abbia demeritato. Non che abbia deluso i propri sostenitori, in particolare nel primo «grande dibattito» organizzato dalla Cnn, durante il quale è stato perfettamente all' altezza del rango di possibile presidente, in ogni caso sulle questioni internazionali. E persino la sua compagna di lista Sarah Palin ha dimostrato, nel dibattito della settimana scorsa con l' altro candidato alla vice-presidenza, Joe Biden, di saper imparare velocemente e di esser già lontana dall' immagine di ex reginetta di bellezza dei primi giorni, balbettante, goffa, terrorizzata da chi l' intervistava, accumulando una gaffe sull' altra e per questo presa in giro - non senza una violenta e insopportabile dose di sessismo - dall' insieme dei mass media, siti internet, blogger o umoristi dell' onnipotente «Comedy Channel». Malgrado tutto, malgrado la sua inesperienza, la sua giovinezza, il fondo di razzismo che persiste nella classe media americana e su cui i nuovi Thénardier della politica americana, Hillary e Bill Clinton, non si sono astenuti d' insistere durante la campagna per la designazione del candidato, sono sempre minori le possibilità che la vittoria sfugga al senatore dell' Illinois, per tre ragioni essenziali.
In primo luogo, l' immenso desiderio di cambiamento impadronitosi di un Paese che comincia a svegliarsi, come un sonnambulo, dall' incubo degli anni Bush. In secondo luogo, la crisi economica e finanziaria; l' impressione, di tutti, di entrare in una terra incognita dove né le vecchie bussole, né gli strumenti di navigazione e di riferimento tradizionali sono ormai d' aiuto; ma la sensazione, tuttavia, all' interno di questo smarrimento condiviso, che la fede deregolatrice che fu il credo di John McCain nei 22 anni passati in Senato, la sua sfiducia di principio nei confronti di un ruolo maggiore dello Stato federale nella guida degli affari economici, insomma quel suo lato che ricorda la Scuola di Chicago, il suo essere conservatore convinto, siano comunque la peggiore delle soluzioni. Infine, la crisi morale che attraversa gli Stati Uniti; la profondissima crisi d' identità, quella vertigine che qualche anno fa ho cercato di diagnosticare; il comunitarismo, la balcanizzazione del tessuto sociale, l' allentamento di un legame nazionale malridotto dalla nuova e rovinosa guerra delle memorie fra comunità, ieri alleate e oggi rivali; in altre parole, quell' impossibile nazione, quel Paese - ed è la sua grandezza - senza nome e senza matrice comune al quale Barack Obama, per il fatto d' essere un Nero venuto da fuori, che non discende da una famiglia di schiavi nati nell' Alabama, ma da un africano nato in Kenia, era l' unico fra i candidati disponibili a poter restituire il suo fondamento.
Oggi quindi posso affinare il pronostico. Obama vincerà nel suo Stato, l' Illinois, naturalmente. E altrettanto naturalmente vincerà nei grandi Stati per tradizione acquisiti ai democratici: quelli della costa Orientale, come Stato di New York e Pennsylvania; quelli della costa Occidentale, come California o Stato di Washington con Seattle. Vincerà anche nella seguente serie di swing states, i famosi Stati in bilico, la cui sorte, fino a questi ultimi giorni, rimaneva molto incerta, ma che stanno per schierarsi, penso, al suo fianco: Nevada, Virginia, Colorado, Michigan, Nord Carolina, probabilmente Ohio. Non è escluso, infine, che vinca nei tre Stati - inviando rispettivamente 5, 11 e 27 delegati al Collegio elettorale cui spetta, secondo la Costituzione, eleggere formalmente il Presidente l' indomani del 4 novembre - che nelle due ultime elezioni erano bastati a creare uno scarto fra George W. Bush e Al Gore, poi John Kerry: Nevada, Missouri e Florida. Se il mio pronostico si avvererà, Barack Obama vincerà di gran lunga su John Mc Cain, con un distacco di un buon centinaio di delegati, forse 150, e con i mezzi per poter rimodellare molto profondamente la più potente e, oggi, più vulnerabile, delle economie-mondo. Per tutti, amici o no dell' America, non sarebbe possibile miglior epilogo.
Bernard-Henri Lévy
(C) Corriere della Sera
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