A dispetto delle manifestazioni di forza sul piano internazionale, nelle ultime settimane il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non sembra passarsela troppo bene. A destare problemi, per una volta, non sono gli Stati Uniti o l'Agenzia Atomica Internazionale: a preoccupare il presidente, infatti, sono critiche e dinamiche politiche tutte interne alla Repubblica Islamica dell'Iran.La credibilità di Ahmadinejad è oggi minacciata su due fronti di assoluto rilievo: quello economico e quello politico. Questioni insidiose, soprattutto in vista delle elezioni generali che si terranno tra poco più di sei mesi: un lasso di tempo cruciale per evitare di perdere ulteriore consenso. E, con esso, il secondo mandato presidenziale.
Ad aprire il fronte delle critiche economiche è una lettera firmata da 60 economisti, pubblicata a inizio novembre dai principali quotidiani nazionali. Gli economisti accusano Ahmadinejad per la sua "politica della tensione con il mondo esterno", causa principale della flessione degli investimenti esteri, dell'aumento dell'inflazione e della disoccupazione crescente (che ha raggiunto il 10%). Nella lettera aperta, gli autori criticano il presidente anche per "l’idealismo estremista" e "la mancanza di valutazione dei costi": tra i firmatari delle critiche, nota la Reuters, figurano anche esponenti conservatori che avevano sostenuto il presidente in occasione delle scorse elezioni.
L'accresciuta povertà della popolazione è la causa principale della perdita di consenso da parte del presidente. Da settimane Ahmadinejad è impegnato in una serie di comizi nelle zone più povere del Paese: un tentativo per tranquillizzare quelle frange di elettori che lo avevano portato alla vittoria, e ora potrebbero voltargli le spalle. Le critiche alla politica economica, del resto, sono assolutamente giustificate e i cittadini lo stanno provando sulla propria pelle. Lo stato in cui versa l'economia globale, poi, non aiuta le casse di Teheran: l'80% del reddito estero dell'Iran viene infatti dall'esportazione di petrolio, settore che ha registrato un brusco crollo dei prezzi.
Visto l'ampio risalto dato dai media alla critiche degli economisti, Ahmadinejad ha scelto di contrattaccare. Per mezzo dell'agenzia di stampa statale (Irna) – dopo aver criticato coloro che cercano di "importare il modello economico statunitense in Iran" – il presidente ha difeso le sue scelte economiche: su tutte, la convertibilità dei sussidi in contanti per rilanciare i consumi e l'iniezione di liquidità nel sistema economico per creare nuovi posti di lavoro. Misure, secondo i critici, potenzialmente devastanti: secondo il professor Habib Shakurzadeh "il Paese è sull'orlo del collasso economico", mentre un suo collega sottolinea come "con il prezzo del petrolio in ribasso" Ahmadinejad non possa "continuare a sovvenzionare i poveri iraniani per ottenere il loro supporto elettorale".
La crescita dei malumori nei confronti di Ahmadinejad non è però limitata a economisti ed elettori: dal bilancio statale, i mal di pancia si sono presto estesi al fronte politico. Negli stessi giorni in cui la lettera degli analisti finanziari veniva pubblicata dai giornali, il parlamento iraniano ha sfiduciato uno dei collaboratori più stretti del presidente: il ministro degli Interni Ali Kordan, principale stratega della campagna elettorale di Ahmadinejad per il 2009.
L'accusa a Kordan è quella di aver falsificato l'attestato di laurea conseguita ad Oxford: di fronte all'evidenza, però, l'ex-ministro ha dichiarato di essere stato a sua volta imbrogliato e di non essere responsabile del raggiro. Dettagli: con 188 voti favorevoli su 247, il parlamento lo ha licenziato per "difetto di onestà nella presentazione delle credenziali scolastiche".
Incassato il colpo, Ahmadinejad ha difeso Kordan definendolo "un prominente esponente della Rivoluzione Islamica": "I parlamentari hanno tutti i diritti di proporre la sfiducia dei ministri – ha continuato il presidente – ma in questo caso io non mi trovo d'accordo con la decisione del parlamento". Il posto di Kordan è stato preso da Sadeq Mahsouli, compagno di Rivoluzione di Ahmadinejad: una piccola rivincita dell'ex sindaco di Teheran, che è riuscito a porre un altro uomo di fiducia in un dicastero chiave come quello degli Interni. Resta comunque la crescente disaffezione nei confronti dell'attuale governo da parte del parlamento: secondo il commentatore Saeed Laylaz, "Ahmadinejad diventa sempre più vulnerabile e il voto (contro Kordan, ndr) dimostra che le prospettive di vittoria alle prossime elezioni sono per lui scarse".
Certo è che ultimamente i problemi per Ahmadinejad sembrano non finire mai. Dopo aver risolto la questione del ministro degli Interni con l'elezione di Mahsouli, infatti, nella bufera è finito un altro suo collaboratore: si tratta del vice presidente Esfandiar Rahim Mashaie. Secondo alcuni commentatori d'opposizione, Mashaie – che si occupa di Cultura e Turismo – avrebbe indetto uno spettacolo in cui donne in abiti tradizionali mettono in musica il Corano: uno spettacolo in odor di blasfemia, fortemente stigmatizzato da Mohammad-Nabbi Habibi (capo del partito conservatore Islamic Coalition Front) in una lettera indirizzata al presidente in persona. Sul mercato politico, l'episodio rischia di alienare ulteriormente il supporto dei conservatori all'attuale amministrazione.
A fronte degli attacchi politici e delle critiche economiche, intanto, Ahmadinejad ostenta sicurezza. Sul piano internazionale, il presidente ha annunciato la commissione della prima centrale nucleare per il 2009: una risposta chiara alle critiche della comunità internazionale e alla linea della fermezza ribadita anche dal presidente eletto Barack Obama. Sul piano interno, invece, la perdita di consenso si è trasformata in un'ulteriore stretta della censura. Nell'arco di un mese, il governo iraniano ha disposto la chiusura di un prestigioso (e critico) settimanale – uscito con un editoriale dal titolo "Perché l'Iran non ha un Obama?" – e l'arresto di un blogger, accusato di essere una "spia israeliana".
A decidere del futuro di Ahmadinejad sarà comunque l'andamento economico da qui al prossimo giugno. Riconquistare la fiducia degli elettori non sarà facile: ad oggi, Ahmadinejad è visto come il principale responsabile di disoccupazione e povertà. E tra i candidati alle elezioni potrebbe ricomparire Mohammad Khatami, che da settimane parla della necessità di forti riforme economiche: l'ex presidente non ha ancora sciolto la riserva sulla sua candidatura, ma i collaboratori parlano già di possibile vittoria in diverse città iraniane. La partita, insomma, sarebbe tutta da giocare.
L'Occidentale