Bernard-Henri Lévy sulla storica elezione del 44° presidente degli Stati Uniti.
Posso sbagliarmi. Ma non credo che ci sia mai stata, a memoria d' americano, una campagna elettorale così lunga, così costosa e così spietata come quella che ha messo a confronto Barack Obama e John McCain. E non credo nemmeno che si sia mai visto, da molto molto tempo, un dibattito così intenso e così grave su tante sfide letteralmente cruciali come quello che ha scosso, in questa occasione, gli Stati Uniti.
Ricordiamo ancora la teoria di Samuel Huntington sul famoso scontro delle civiltà che doveva opporre the West a the rest, l' Occidente al resto del mondo, l' America all' Islam. Fortunatamente, questa teoria è discreditata. È giudicata, da tutti gli spiriti ragionevoli che conta il mondo, sommaria, scioccamente bellicosa, disattenta alle falle che attraversano i cosiddetti «blocchi» delle cosiddette «civiltà», riduttrice.
Ma leggendo la stampa degli ultimi giorni, rilevando la febbre che si è impadronita dei due elettorati, osservando con quale fervore certi giovani, che finora non avevano mai pensato di iscriversi alle liste elettorali, hanno deciso stavolta di votare, si ha la sensazione che questa teoria trovi, in questa vicenda, un campo d' applicazione tanto preciso quanto imprevisto: come se il vero scontro, la vera disputa, il vero conflitto tra vere civiltà fosse nello scontro fra i sostenitori di Obama e quelli di un McCain che lascia dire alla sua vice, Sarah Palin, che Mosè era contemporaneo dei dinosauri, che il creazionismo dovrebbe essere insegnato nelle scuole come il darwinismo o che gli Stati a maggioranza democratica non sono del tutto «americani».
Quanto a Barack Obama, non dico che sia l' uomo provvidenziale, la cui sola apparizione basterà a cancellare questa parte maledetta dell' ideologia americana. Del resto ora che è stato eletto non tarderemo a vedere, nella stessa Europa, un abbassamento di toni da parte degli elettori per procura di un uomo politico certamente eccezionale, ma che è solo un politico e non l' incarnazione di una umanità nuova, cittadina del mondo, meticcia; e che ancor meno è chissà quale Che Guevara che espia tutti i peccati dell' America sull' altare della Giustizia eterna.
Al tempo stesso, però, Obama presidente rappresenta, lo si voglia o meno, un altro volto per un Paese devastato dagli anni Bush. Obama presidente rappresenta, anche se non lascia subito l' Iraq, una vera svolta della politica estera americana verso il multilateralismo e la mano tesa al mondo. Obama presidente rappresenta, sul piano interno, un principio di unità per una società che non è mai stata così divisa, balcanizzata, tribalizzata come in questi tempi bui in cui l' eredità delle vecchie segregazioni trova un paradossale rinforzo nelle post-moderne teorie dominanti a proposito dei comunitarismi. Obama presidente rappresenta l' epilogo, in tal senso, di una lunga e bella storia avviata dopo la guerra di Secessione, continuata dai sostenitori di Martin Luther King e al cui confronto i mandati di George W. Bush presto figureranno come parentesi. Obama presidente rappresenta, sul piano sociale, l' avvio del famoso progetto di assistenza sanitaria universale la cui mancanza era una macchia, un incomprensibile disonore per questa grande democrazia. Obama presidente rappresenta infine un programma economico (politica fiscale che miri a un rilancio attraverso la domanda, aiuti alle collettività locali più colpite dalla crisi immobiliare, regolazione di un capitalismo la cui intelligenza quasi diabolica sfugge ai suoi stessi protagonisti), che è l' unico a poter riparare, lentamente ma sicuramente, i danni commessi da decenni di regno della Scuola di Chicago.
È tutto questo, non c' è dubbio, che ha sentito il popolo americano. È tutto questo che hanno in mente coloro che nell' elezione di Obama vedono l' opportunità di un risveglio, di una nuova distribuzione delle carte, di un' America che si riallaccia alla parte migliore della propria eredità e di se stessa.
Quanto a me, ho solo un rimpianto: il titolo di un primo articolo che avevo scritto, quattro anni fa, dopo aver incontrato colui che, allora, era soltanto un giovane senatore dell' Illinois. Il titolo che all' inizio avevo dato al pezzo, pubblicato sull' Atlantic Monthly e dopo ripreso nel mio libro American Vertigo, era «A Black Kennedy». Poi, su richiesta degli editori del giornale, secondo cui davo troppa importanza a un illustre sconosciuto che i commentatori di New York iniziavano appena a scorgere sui loro radar, per attenuarlo avevo proposto un più modesto «A Black Clinton». Ebbene, lo rimpiango. Perché Clinton certo non era mal visto, ma «Kennedy» era, ce ne rendiamo conto quattro anni più tardi, il vero nome della speranza che quel giovane uomo annunciava e che oggi incarna.
Obama che entra alla Casa Bianca è il segno, come con Kennedy, di quella rinascita sia morale che sociale, sia economica che politica, tanto attesa dagli Stati Uniti e, quindi, dal mondo.
Posso sbagliarmi. Ma non credo che ci sia mai stata, a memoria d' americano, una campagna elettorale così lunga, così costosa e così spietata come quella che ha messo a confronto Barack Obama e John McCain. E non credo nemmeno che si sia mai visto, da molto molto tempo, un dibattito così intenso e così grave su tante sfide letteralmente cruciali come quello che ha scosso, in questa occasione, gli Stati Uniti.
Ricordiamo ancora la teoria di Samuel Huntington sul famoso scontro delle civiltà che doveva opporre the West a the rest, l' Occidente al resto del mondo, l' America all' Islam. Fortunatamente, questa teoria è discreditata. È giudicata, da tutti gli spiriti ragionevoli che conta il mondo, sommaria, scioccamente bellicosa, disattenta alle falle che attraversano i cosiddetti «blocchi» delle cosiddette «civiltà», riduttrice.
Ma leggendo la stampa degli ultimi giorni, rilevando la febbre che si è impadronita dei due elettorati, osservando con quale fervore certi giovani, che finora non avevano mai pensato di iscriversi alle liste elettorali, hanno deciso stavolta di votare, si ha la sensazione che questa teoria trovi, in questa vicenda, un campo d' applicazione tanto preciso quanto imprevisto: come se il vero scontro, la vera disputa, il vero conflitto tra vere civiltà fosse nello scontro fra i sostenitori di Obama e quelli di un McCain che lascia dire alla sua vice, Sarah Palin, che Mosè era contemporaneo dei dinosauri, che il creazionismo dovrebbe essere insegnato nelle scuole come il darwinismo o che gli Stati a maggioranza democratica non sono del tutto «americani».
Quanto a Barack Obama, non dico che sia l' uomo provvidenziale, la cui sola apparizione basterà a cancellare questa parte maledetta dell' ideologia americana. Del resto ora che è stato eletto non tarderemo a vedere, nella stessa Europa, un abbassamento di toni da parte degli elettori per procura di un uomo politico certamente eccezionale, ma che è solo un politico e non l' incarnazione di una umanità nuova, cittadina del mondo, meticcia; e che ancor meno è chissà quale Che Guevara che espia tutti i peccati dell' America sull' altare della Giustizia eterna.
Al tempo stesso, però, Obama presidente rappresenta, lo si voglia o meno, un altro volto per un Paese devastato dagli anni Bush. Obama presidente rappresenta, anche se non lascia subito l' Iraq, una vera svolta della politica estera americana verso il multilateralismo e la mano tesa al mondo. Obama presidente rappresenta, sul piano interno, un principio di unità per una società che non è mai stata così divisa, balcanizzata, tribalizzata come in questi tempi bui in cui l' eredità delle vecchie segregazioni trova un paradossale rinforzo nelle post-moderne teorie dominanti a proposito dei comunitarismi. Obama presidente rappresenta l' epilogo, in tal senso, di una lunga e bella storia avviata dopo la guerra di Secessione, continuata dai sostenitori di Martin Luther King e al cui confronto i mandati di George W. Bush presto figureranno come parentesi. Obama presidente rappresenta, sul piano sociale, l' avvio del famoso progetto di assistenza sanitaria universale la cui mancanza era una macchia, un incomprensibile disonore per questa grande democrazia. Obama presidente rappresenta infine un programma economico (politica fiscale che miri a un rilancio attraverso la domanda, aiuti alle collettività locali più colpite dalla crisi immobiliare, regolazione di un capitalismo la cui intelligenza quasi diabolica sfugge ai suoi stessi protagonisti), che è l' unico a poter riparare, lentamente ma sicuramente, i danni commessi da decenni di regno della Scuola di Chicago.
È tutto questo, non c' è dubbio, che ha sentito il popolo americano. È tutto questo che hanno in mente coloro che nell' elezione di Obama vedono l' opportunità di un risveglio, di una nuova distribuzione delle carte, di un' America che si riallaccia alla parte migliore della propria eredità e di se stessa.
Quanto a me, ho solo un rimpianto: il titolo di un primo articolo che avevo scritto, quattro anni fa, dopo aver incontrato colui che, allora, era soltanto un giovane senatore dell' Illinois. Il titolo che all' inizio avevo dato al pezzo, pubblicato sull' Atlantic Monthly e dopo ripreso nel mio libro American Vertigo, era «A Black Kennedy». Poi, su richiesta degli editori del giornale, secondo cui davo troppa importanza a un illustre sconosciuto che i commentatori di New York iniziavano appena a scorgere sui loro radar, per attenuarlo avevo proposto un più modesto «A Black Clinton». Ebbene, lo rimpiango. Perché Clinton certo non era mal visto, ma «Kennedy» era, ce ne rendiamo conto quattro anni più tardi, il vero nome della speranza che quel giovane uomo annunciava e che oggi incarna.
Obama che entra alla Casa Bianca è il segno, come con Kennedy, di quella rinascita sia morale che sociale, sia economica che politica, tanto attesa dagli Stati Uniti e, quindi, dal mondo.
Bernard-Henri Lévy
(C) Corriere della Sera
(C) Corriere della Sera