23 novembre 2008

Il viaggio nell'immaginario italiano tra Otto e Novecento comincia da qui

C'è tempo fino al 14 dicembre per visitare l'esposizione "La Belle Époque. Arte in Italia, 1880-1915", ospitata dalle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia. Ed è una bella fortuna: velata dall'autunno e dalla nebbia, la città lombarda si presta ad una gita piena di fascino. Passeggiate sul Ticino e tra i chiostri dell'antica università, visitate il Duomo e San Michele, rifocillatevi in trattoria. Poi dirigetevi verso l'imponente fortezza Viscontea: il viaggio nell'immaginario italiano tra Otto e Novecento comincia da qui.

Da un punto di vista storico, il termine "Belle Époque" ingloba il trentennio che precede lo scoppio della prima guerra mondiale. Vittima di una tragedia immane, dal 1919 l'Europa guarda indietro con nostalgia: quelli della Belle Époque sono stati anni di progresso sociale e scientifico, di ricchezza e consumi, di spettacolo generalizzato. Anni di icone senza tempo: il can can, le prime automobili, i grandi alberghi, le esposizioni universali e una rinnovata sensualità. Dalla Francia, dove tutto ha origine, la modernità travalica le Alpi e invade l'Italia: a raccoglierne i frutti saranno i migliori artisti nostrani, riuniti oggi a Pavia – purtroppo in sole 60 opere – da Dario Matteoni e Francesca Cagianelli.

Come opera simbolo dell'esposizione, i curatori hanno scelto un quadro di Aroldo Bonzagni: "Mondanità o All'uscita dal veglione". Siamo nel 1910, e il pittore immortala su tela lo spirito dell'alta borghesia dell'epoca: "Un universo mondano – osserva il curatore Matteoni – che negli abiti, nelle pose, negli sguardi, nei dettagli, tanto cari al nostro immaginario (le piume che adornano i vestiti delle donne, le scarpette, i monocoli, i bastoni e i cilindri degli uomini) richiama quel periodo della nostra storia recente che usiamo definire Belle Epoque". L'idea di Bonzagni è alla base di tutti i quadri esposti a Pavia: immortalare per sempre un mondo che ama mettersi in mostra, sfoggiando "la determinazione di chi afferma nella foggia degli abiti e nelle pose una condizione di privilegio".

"La Belle Époque. Arte in Italia, 1880-1915" è una testimonianza di stili e artisti diversi. C'è Giuseppe De Nittis, con una delicata "Signora in giardino" dai toni pastello; con lui Giovanni Boldini – protagonista delle Esposizioni Universali di quegli anni – e Vittorio Matteo Corcos, che ritrae i vivaci viali del tempo. E se Pompeo Mariani e Mosè Bianchi sono debitori degli impressionisti d'oltralpe, è il realismo del tratto a fare capolino nelle opere di Lionello Balestrieri, che osserva con attenzione il pubblico dei teatri più alla moda. Tanti stili diversi, con un unico scopo: testimoniare un'epoca in cui, per la prima volta, tutto sembra alla portata dell'uomo. Anche la guerra totale: ma i nostri artisti ancora non lo sanno.

Tra gli autori in mostra, una nota particolare merita l'impressionista Federico Zandomeneghi. Non tanto perchè i suoi quadri sono i pezzi migliori dell'esposizione, quanto piuttosto perché le opere dell'artista veneziano evidenziano un tema centrale dell'epoca: quello della femminilità. I soggetti di Zandomeneghi sono giovani donne affascinanti, spensierate di fronte a una tazza di the ("Le the") o nostalgiche sognatrici ("Femme accoudèe sur un fauteuil o Malinconia"). Ma a cavallo tra '800 e '900, la donna occupa ormai l'immaginario di molti artisti: in "Figura Femminile o Lyda Borelli", ad esempio, Giuseppe Amisani raffigura una silhouette evanescente più vicina al sogno che alla realtà; tutt'altro che rassicurante è poi il "Ritratto di Irma" di Giorgio Kienerk, dove i toni cupi hanno la meglio sui colori sgargianti dell'epoca. Cosa sta succedendo all'idea stessa di donna, negli anni apparentemente spensierati della Belle Époque?

Insieme alla femme-coquette – che la Cagianelli spiega essere "sinonimo di donna abbigliata alla moda, interprete di leziosità neosettecentesche: insomma, della moderna Parigina" –, l'ultimo scorcio del XIX secolo vede affermarsi un nuovo tipo di donna: la femme fatale. Non soltanto protagonista dei salotti: la donna fatale "è il trionfo di una coquetterie sempre più ambigua, che spesso sembra iscriversi nella parabola wildiana incentrata sul doppio, scivolando costantemente verso fantasie sensuali ed eccessi della psyche". È la donna romantica, che rapisce il cuore dei poeti maledetti e turba l'immaginario dei pittori. Una donna complessa, rappresentante del "lato oscuro" della Belle Époque: "D'ora in avanti l'ebrezza di fremiti anomali e una sempre più spiccata consuetudine col vizio – spiega la curatrice della mostra – diverranno terreno ambitissimo per tutti coloro che manifestano la volontà di intrattenersi con le tematiche della borghesia fin de siècle".

Prima di riemergere nel parco del Castello Visconteo, resta la sala dedicata alla cartellonistica pubblicitaria. Da Toulouse-Lautrec in poi, le affiches della Belle Époque hanno lasciato un segno indelebile nella storia dell'arte: per la prima volta, grandi artisti si mettono al servizio dell'industria e del mondo dei consumi. Il risultato è sorprendente, e i prodotti italiani non sono secondi a nessuno: nelle litografie di grandi artisti come Dudovich, istituzioni del consumo e della cultura – dal Campari ai magazzini Mele, passando per il giovane "Corriere della Sera" – entrano a pieno titolo nell'immaginario dell'Europa intera. Arte e pubblicità non sono mai state così vicine come ora: due guerre mondiali, però, sono alle porte. E per rappresentare una realtà tanto complessa – dopo gli orrori del Novecento – gli artisti dovranno cercare spazi e modalità completamente nuove.

La Belle Époque. Arte in Italia, 1880-1915
Pavia, Scuderie del Castello Visconteo – Viale XI Febbraio, 35
6 settembre – 14 dicembre 2008

L'Occidentale