Claude Lévi-Strauss ha 100 anni. Come Fontenelle, Jünger, il sofista Gorgia o suor Emmanuelle, il prossimo 28 novembre entrerà a far parte del ristretto club di centenari lucidi, in piena forma, ancora all'opera. Sarà l'occasione per molte commemorazioni; la più clamorosa, quella organizzata da Catherine Clément al Museo del quai Branly, dove cento intellettuali e scrittori leggeranno, lungo un'intera giornata, alcune delle migliori pagine del maestro, rendendo così omaggio a una delle avventure intellettuali più ricche del XX secolo.
Cosa lascerà, in fin dei conti, Lévi-Strauss nel paesaggio delle idee contemporanee? Un'opera, certo. Un'opera magnifica, letteralmente magnifica che, dai Tristi tropici agli ultimi scritti sull'arte, sarà ricordata come quella di uno dei nostri migliori stilisti. Ma anche - e si tende a dimenticarlo tanto si è imposta, con gli anni, l'immagine di un Lévi-Strauss elegiaco, bucolico, «rousseauiano» impenitente ed ecologista ante litteram - un certo numero di ipotesi, gesti concettuali, movimenti di puro pensiero che fanno di lui, prima di tutto, un sapiente di somma importanza. L'ipotesi secondo cui, per esempio, si comincia a capire una società solo quando se ne è identificata la struttura invisibile, l'algebra nascosta, la cifra. L'osservazione dei fenomeni. L'analisi minuziosa, dettagliata, addirittura incantata, dei suoi modi di vestire o dei suoi comportamenti a tavola. Ma anche, almeno altrettanto, la messa in rilievo di una struttura fredda, astratta, priva di colore e di corpo, che è come il suo scheletro segreto.
Bisogna dire e ripetere che Lévi-Strauss è il solo etnologo che, anche negli anni 1935-38, durante le sue missioni nel Mato Grosso, non abbia mai creduto più di tanto al culto del «terreno» di cui si sono accontentati, prima e dopo di lui, la maggior parte dei suoi colleghi. Bisogna dire e ripetere che la scienza, per questo sorprendente investigatore che, fin dalla prima pagina del suo primo libro, diceva di odiare i viaggi e gli esploratori, non comincia con il rilevamento, a occhio nudo, dei riti visibili degli indiani Bororo, ma con l'analisi, nel laboratorio dell'anima e dei libri, dell'architettura invisibile che li ha fomentati. Bisogna dire e ripetere che, quando egli scrive Il pensiero selvaggio, non lo fa per opporre al pensiero sofisticato dei moderni chissà quale pensiero magico, se non primitivo, ritenuto più vicino a una purezza originaria, ma per dire, contro tutti gli evoluzionismi, che questo pensiero magico è strutturato, quindi sofisticato, quanto il più sofisticato dei pensieri moderni.
Infine, non bisogna mai dimenticare che è lo «strutturalismo» - per tutta la vita, come era da prevedere, ha cercato di disattivarne i cliché più riduttivi ma è comunque stato, alla fin fine, la sua invenzione più importante - ad avergli consentito: a) di opporre all'illusione di una molteplicità pura dei destini antropologici quella di una combinazione regolata che programma soluzioni in numero finito; b) di restare così fedele, al di là del relativismo culturale di cui si è impropriamente decretato fosse l'emblema, a una forma di universalità umana che egli ha nel vero senso della parola rifondato. Lévi-Strauss è il discepolo di Ferdinand de Saussure, cioè di una linguistica secondo la quale le lingue sono costituite non da parole (con la loro interiorità muta, il loro mistero infinito), ma da segni (con il gioco finito, e loquace, di relazioni che li collega agli altri segni). È il contemporaneo di altri linguisti, come Jakobson o Benveniste, i quali hanno dimostrato che, nei segni, ciò che conta è certamente il loro significato (per definizione assente e al tempo stesso reputato concreto, carnale, «veramente» reale), ma anche il loro significante (l'essere-lì della lingua e al tempo stesso, paradossalmente, quello che di nascosto la comanda). È il padre di tutta una corrente di pensiero che, mediante la produzione delle nozioni di «lettura sintomale» o di «cesura epistemologica» (Althusser), mediante il passaggio dal concetto di «struttura elementare» a quello di «episteme» (Foucault) o mediante il capovolgimento che permise agli artefici del «ritorno a Freud» (Lacan) di passare, una volta per tutte, dall'«uomo» al «soggetto», ha arricchito come mai lo sguardo che portavamo sul quel gioco regolato di ripetizioni e differenze chiamato mondo.
La filosofia ci parla di quello che è visibile o di quello che è nascosto? Ha la missione, come per gli epicurei o i fenomenologi, di dire quello che è cangiante sotto lo sguardo o, come nella tradizione che va da Platone a Hegel, quello che si sottrae a qualsiasi presa, dell' occhio o dello spirito? È tutta qui la questione. Ed è per aver rifiutato di scegliere; meglio, è per aver formulato questa scelta in termini inediti che Claude Lévi-Strauss rappresenta un momento del pensiero di cui non si conoscono molti equivalenti: il momento greco, certamente; il momento speculativo tedesco, probabilmente; salvo che qui si tratta, per una volta, di un momento schiettamente francese. Buon compleanno, signor Lévi -Strauss. E grazie.
Cosa lascerà, in fin dei conti, Lévi-Strauss nel paesaggio delle idee contemporanee? Un'opera, certo. Un'opera magnifica, letteralmente magnifica che, dai Tristi tropici agli ultimi scritti sull'arte, sarà ricordata come quella di uno dei nostri migliori stilisti. Ma anche - e si tende a dimenticarlo tanto si è imposta, con gli anni, l'immagine di un Lévi-Strauss elegiaco, bucolico, «rousseauiano» impenitente ed ecologista ante litteram - un certo numero di ipotesi, gesti concettuali, movimenti di puro pensiero che fanno di lui, prima di tutto, un sapiente di somma importanza. L'ipotesi secondo cui, per esempio, si comincia a capire una società solo quando se ne è identificata la struttura invisibile, l'algebra nascosta, la cifra. L'osservazione dei fenomeni. L'analisi minuziosa, dettagliata, addirittura incantata, dei suoi modi di vestire o dei suoi comportamenti a tavola. Ma anche, almeno altrettanto, la messa in rilievo di una struttura fredda, astratta, priva di colore e di corpo, che è come il suo scheletro segreto.
Bisogna dire e ripetere che Lévi-Strauss è il solo etnologo che, anche negli anni 1935-38, durante le sue missioni nel Mato Grosso, non abbia mai creduto più di tanto al culto del «terreno» di cui si sono accontentati, prima e dopo di lui, la maggior parte dei suoi colleghi. Bisogna dire e ripetere che la scienza, per questo sorprendente investigatore che, fin dalla prima pagina del suo primo libro, diceva di odiare i viaggi e gli esploratori, non comincia con il rilevamento, a occhio nudo, dei riti visibili degli indiani Bororo, ma con l'analisi, nel laboratorio dell'anima e dei libri, dell'architettura invisibile che li ha fomentati. Bisogna dire e ripetere che, quando egli scrive Il pensiero selvaggio, non lo fa per opporre al pensiero sofisticato dei moderni chissà quale pensiero magico, se non primitivo, ritenuto più vicino a una purezza originaria, ma per dire, contro tutti gli evoluzionismi, che questo pensiero magico è strutturato, quindi sofisticato, quanto il più sofisticato dei pensieri moderni.
Infine, non bisogna mai dimenticare che è lo «strutturalismo» - per tutta la vita, come era da prevedere, ha cercato di disattivarne i cliché più riduttivi ma è comunque stato, alla fin fine, la sua invenzione più importante - ad avergli consentito: a) di opporre all'illusione di una molteplicità pura dei destini antropologici quella di una combinazione regolata che programma soluzioni in numero finito; b) di restare così fedele, al di là del relativismo culturale di cui si è impropriamente decretato fosse l'emblema, a una forma di universalità umana che egli ha nel vero senso della parola rifondato. Lévi-Strauss è il discepolo di Ferdinand de Saussure, cioè di una linguistica secondo la quale le lingue sono costituite non da parole (con la loro interiorità muta, il loro mistero infinito), ma da segni (con il gioco finito, e loquace, di relazioni che li collega agli altri segni). È il contemporaneo di altri linguisti, come Jakobson o Benveniste, i quali hanno dimostrato che, nei segni, ciò che conta è certamente il loro significato (per definizione assente e al tempo stesso reputato concreto, carnale, «veramente» reale), ma anche il loro significante (l'essere-lì della lingua e al tempo stesso, paradossalmente, quello che di nascosto la comanda). È il padre di tutta una corrente di pensiero che, mediante la produzione delle nozioni di «lettura sintomale» o di «cesura epistemologica» (Althusser), mediante il passaggio dal concetto di «struttura elementare» a quello di «episteme» (Foucault) o mediante il capovolgimento che permise agli artefici del «ritorno a Freud» (Lacan) di passare, una volta per tutte, dall'«uomo» al «soggetto», ha arricchito come mai lo sguardo che portavamo sul quel gioco regolato di ripetizioni e differenze chiamato mondo.
La filosofia ci parla di quello che è visibile o di quello che è nascosto? Ha la missione, come per gli epicurei o i fenomenologi, di dire quello che è cangiante sotto lo sguardo o, come nella tradizione che va da Platone a Hegel, quello che si sottrae a qualsiasi presa, dell' occhio o dello spirito? È tutta qui la questione. Ed è per aver rifiutato di scegliere; meglio, è per aver formulato questa scelta in termini inediti che Claude Lévi-Strauss rappresenta un momento del pensiero di cui non si conoscono molti equivalenti: il momento greco, certamente; il momento speculativo tedesco, probabilmente; salvo che qui si tratta, per una volta, di un momento schiettamente francese. Buon compleanno, signor Lévi -Strauss. E grazie.
Bernard-Henry Lévy
(C) Corriere della Sera
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