29 novembre 2008

Mumbai, l'Europa e la guerra al terrore

Sul "Corriere della Sera" di oggi, Ernesto Galli della loggia parla di Mumbai e della lotta al terrore. Titolo, emblematico: "L'Europa degli indecisi". L'editorialista parte da una triste constatazione: "Ogni volta registriamo i fatti, li deploriamo doverosamente, ribadiamo la necessità di tenere alta la guardia (una delle espressioni più stupide e inconcludenti del nostro gergo politico, e proprio per questo adoperatissima), e guardiamo da un’altra parte. Non c'è dubbio che anche dopo i fatti di Mumbai sarà così".

Quello che i terroristi cercano, da New York a Londra a Madrid a Mumbai, è "il sangue di americani, inglesi, francesi e tedeschi; anche di italiani se capita. E di sangue ebraico naturalmente: quello sempre. Le vittime che soprattutto essi vogliono sono vittime occidentali: 'crociati' e 'sionisti'. Non perché i terroristi siano belve accecate dal fanatismo (lo sono, ma in un senso più complicato di ciò che si pensa di solito). Ma perché si prefiggono lucidamente un obiettivo, e pensano che ammazzarci possa aiutarli a conseguirlo: l'obiettivo di ridurre via via fino a cancellarla l'area di rapporti e d'influenza politica, nonché l'insieme di legami economici, culturali e religiosi, che una storia millenaria ha stabilito tra Europa e America da un lato e il mondo afro-asiatico dall'altro".

E qui giunge la tragedia europea: "Di fronte a questo piano del terrorismo islamista noi—intendo noi europei dell'Unione, fatti salvi come al solito gli inglesi— non ne abbiamo tragicamente nessuno". Niente: la tattica degli europei, al di là della solita "allerta massima", è quella di sperare che il marchio al-Qaeda non si stampi sulle capitali del Vecchio Continente. E pazienza se Madrid non è stata così fortunata. Da un lato, dunque, ci sta l'America - che "con Bush una via, la si giudichi come si vuole, l'hanno scelta da tempo, e vedremo adesso come la cambierà Obama. Ma è certo che gli Usa continueranno comunque a fare qualcosa" - dall'altra noi, "che non sappiamo cosa fare".

La realtà europea, chiude Galli della Loggia, è la seguente: "Abbiamo degli uomini sul campo ma non vediamo l'ora di ritirarli; critichiamo di continuo gli americani ma non vogliamo né sappiamo essere alternativi in alcun modo ad essi; siamo decisi a parole ma poi indecisi e divisissimi tra noi in ogni azione: sballottati qua e là dalle tempeste di una storia nella quale pensiamo sempre meno di dover avere una parte, e di poterla avere".

Aggiungo io che gli europei, passata la sbornia obamiana, dovrebbero prendere in mano quello che il presidente eletto ha scritto sulla prestigiosa rivista "Foreign Affairs" nel luglio-agosto 2007. Titolo: "Renewing American Leadeship". Contenuto: "Dobbiamo riconcentrare i nostri sforzi sull'Afghanistan e sul Pakistan - il fronte principale della nostra guerra ad al-Qaeda - in modo da poter contrastare i terroristi là dove le loro radici sono più solide. Una guerra in Afghanistan è ancora possibile, ma solo se agiremo in modo rapido, oculato e deciso". E qui, per noi europei, viene la nota dolente: "Dovremo perseguire una strategia integrata che rafforzi le nostre truppe in Afghanistan e rimuova le limitazioni poste ad alcuni alleati della Nato alle rispettive truppe".

Dopo la commozione, dopo aver rinnovato a parole la determinazione nella lotta al terrore, Obama ci chiederà una risposta chiara. "Aumenterete le vostre truppe e le manderete a combattere sul campo come facciamo noi con gli inglesi?": e la risposta che vorrà setirsi dire sarà "Yes, we can".

Perchè quando crollerà l'immagine angelica e salvifica costruita attorno a Obama dalla stampa europea, scopriremo un presidente lungimirante e deciso. Nello stesso articolo, più di un anno prima degli attentati di Mumbai, Obama scriveva: "Mi unirò ai nostri alleati nel pretendere - non solo chiedere - che il Pakistan usi la mano pesante con i talebani, che dia la caccia a Osama Bin Laden e ai suoi luogotenenti, e che tronchi le sue relazioni con tutti i gruppi terroristici. Allo stesso tempo, mi adopererò per incoraggiare il dialogo tra Pakistan e India, lavorando per una una risoluzione della loro contesa sul Kashmir, nonchè il dialogo tra Afghanistan e Pakistan, perchè vengano superate le loro storiche differenze e si sviluppi la regione di confine Pashtun". Le priorità, e i fronti del terrore, sono ben chiari nella testa di Obama. Non in quelle dei leader europei.

L'articolo del presidente eletto Barack Obama, "Renewing American Leadership", è disponibile a questo indirizzo. Una traduzione italiana è disponibile nel volume "Yes, we can. Il nuovo sogno americano", Roma, Donzelli 2008, pp. 33-54.