E' difficile tenere il conto dei libri su Barack Obama: negli ultimi mesi, i titoli dedicati alla marcia trionfale del senatore dell'Illinois si sono moltiplicati esponenzialmente. Alle due autobiografie del presidente eletto – "I sogni di mio padre" e "L'audacia della speranza" – bisogna aggiungere oggi svariati saggi, più o meno validi, che ne raccontano vita e gesta politiche. Da questo mare di pubblicazioni sul "fenomeno Obama" spicca però un libro pubblicato dai tipi di Marsilio: si tratta di "Obama. La politica nell'era di Facebook", scritto da Giuliano da Empoli. Un libro intelligente che indaga aspetti inediti della campagna elettorale, per trarre infine alcuni suggerimenti ad uso del nostro sistema politico.Le prime considerazioni dell'autore, saggista e collaboratore del "Riformista", riguardano l'Obama personaggio. "Sulla piazza del mercato di Marrakech, il seguito più vasto ce l'hanno i cantastorie": i loro racconti, nota da Empoli, "attraversano la coscienza degli uomini come lampi estivi e vanno a conficcarsi nella corteccia cerebrale". La fascino dei cantastorie è la forza di Obama: nell'incredibile ascesa del senatore dell'Illinois, capace di sconfiggere la macchina guerra dei Clinton per approdare alla Casa Bianca, programmi e preparazione contano fino a un certo punto. Se Obama vince è perché parla direttamente al cuore della gente, rispondendo all'antropologico bisogno di ascoltare e raccontare storie. La forza di Obama non sta allora nel suo piano politico per gli Stati Uniti: sta piuttosto nella sua biografia, una storia che "coincide con il suo programma" e con "quella dell'America del XXI secolo".
Sono questi tratti di Obama – propri del romanziere più che del politico – a rendere il candidato democratico una star, all'interno del più vasto fenomeno della "celebrity culture": un'interazione di politica e spettacolo – messa in luce dal sociologo Edgar Morin già nei primi anni Sessanta – propria della cultura di massa novecentesca. Obama non è certo il primo a sfruttare le potenzialità dei media e dello show business: altri – come Berlusconi e Sarkozy – lo hanno fatto prima di lui. Nessuno di loro, però, è riuscito a penetrare così a fondo nell'immaginario di milioni di elettori, sulle due sponde dell'Atlantico. "Non è un caso – scrive da Empoli – se la principale sponsor di Barack, nel corso delle primarie, è stata Oprah Winfrey, la regina dei talk show americani": è lei "il vero trait d'union tra la politica biografica di Obama e l'immaginario collettivo americano".
Ma se la biografia di Obama è alla base dell'affermazione del candidato, certo è che per raggiungere la Casa Bianca una storia – seppure ben raccontata – non è sufficiente. Cosa c'è, sul piano concreto, dietro all'elezione di Barack Obama? Chi ha sostenuto il candidato nella folle corsa contro Hillary Clinton? La risposta sta in un movimento che nasce simbolicamente nel 1984, con la messa in commercio del primo McIntosh da parte della Apple. La fortuna dell'impresa di Steve Jobs coincide con la crisi del modello americano basato sulla grande impresa: a salvare l'economia degli Stati Uniti è "una banda di drop-out scapigliati, che rifonderanno la cultura imprenditoriale dal basso, puntando sull'innovazione radicale e sul venture capital". Sono gli stessi scapigliati, protagonisti della new economy, che nel 2007 decidono di finanziare l'improbabile sogno di Barack Obama. Ad affascinare i "baby miliardari" è l'inesperienza del candidato: "Il nuovo sistema (economico, ndr) – scrive l'autore – ricompensa l'innovazione assai più dell'inesperienza", e la scommessa Obama attrae gli investimenti di Silicon Valley assai più della stabilità garantita da Hillary Clinton.
Insieme al sostegno diretto delle aziende più all'avanguardia, alla vittoria di Obama concorrono poi gli stessi strumenti creati dalla new economy: i blog, Facebook, My Space, You Tube e i milioni di utenti – in gran parte giovani e giovanissimi – protagonisti della rivoluzione del Web 2.0. Anche in questo campo, Obama stacca i concorrenti: "A essere attratti dalla rete sono stati solo gli outsider", a dispetto dello snobismo espresso dal vecchio establishment politico. Il senatore dell'Illinois ha scommesso sul campo vergine del web: e i naviganti hanno risposto, diffondendo il verbo di Barack e riempiendo le sue casse di milioni di dollari.
"La predisposizione di Obama nei confronti del Web 2.0", scrive da Empoli, viene "dal mondo del community service, i servizi sociali fondati sul volontariato" che il presidente eletto ha frequentato a Chicago. Il resto, poi, lo ha fatto il fondatore di Facebook Chris Hughes, ideatore della piattaforma Internet di Obama: il progetto, rivelatosi vincente, è stato quello di "replicare in politica il modello di una rete (Facebook, ndr) che, partita da zero, è arrivata in due anni a fidelizzare oltre settanta milioni di utenti". Un colpo definitivo alla campagna di Hillary Clinton, legata a un passato ormai tramontato. E non è un caso, annota l'autore, se allo spin doctor della Clinton – un sondaggista ex-consigliere del marito – Obama ha risposto con David Axelrod, un pubblicitario: perché la politica è anche una storia e un sogno da vendere, e il senatore dell'Illinois l'ha capito prima di tutti gli altri.
Nel capitolo conclusivo, da Empoli si è chiesto quali insegnamenti possiamo trarre dall'ascesa di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Eccone alcuni. Primo: l'ottimismo premia. In un momento di crisi economica, Obama ha scelto "di fare campagna sull'ottimismo e sulla speranza": quello che gli elettori vogliono sentirsi spiegare, a Washington come a Roma, è che "i nostri figli vivranno meglio, e non peggio, dei loro padri". Secondo: politica e religione non sono inconciliabili. Con i suoi continui riferimenti a Dio, Obama ha colmato la "guerra" tra America secolare e America religiosa. Tre: il sessantotto è morto. E Obama ne ha denunciato i limiti: così dovrebbero fare i politici europei, liberandosi finalmente del fantasma delle contestazioni studentesche. Quarto: "La parte destra del cervello esiste". Dati e programmi elettorali non bastano: i politici devono raccontare storie e proporre sogni. Cinque: gli outsider esistono, sono intelligenti e devono avere il loro spazio. Una lezione fondamentale per il nostro sistema politico, al quale servirebbe un Obama (a destra e sinistra) per "tirare qualche calcio negli stinchi ai padri nobili e meno nobili". Parole sante.
Giuliano da Empoli, "Obama. La politica nell'era di Facebook", Venezia, Marsilio 2008 – pp. 159, € 12.00.
L'Occidentale